Violenza Psicologica – Cassazione Penale 16/03/2016 N° 10959

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezioni Unite

Data: 16/03/2016

Numero: 10959

Testo completo della Sentenza Violenza psicologica – Cassazione penale 16/03/2016 n° 10959:

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RITENUTO IN FATTO
1. Il procedimento.
Con decreto dell’Il luglio 2014 il Giudice per le indagini preliminari del
Tribunale di Milano, su conforme richiesta del Pubblico ministero, disponeva
l’archiviazione del procedimento penale a carico di A.C. indagato, a
seguito della presentazione di querela da parte di M.C.F. per i
delitti di cui agli articoli 612-bis e 594 cod. pen.
2. Il ricorso per cessazione.
Il difensore della persona offesa ricorreva per cessazione deducendo la
violazione dell’articolo 408, comma 3-bis, cod. proc. pen.
Rappresentava di aver avuto conoscenza del provvedimento in data 25
novembre 2015 in occasione di un controllo in Cancelleria nel corso del quale
aveva provveduto ad estrarne copia; di aver appreso già dalla informazione di
garanzia che il procedimento aveva ad oggetto i reati di cui agli artt. 612-bis e
594 cod. pen.; di non aver ricevuto avviso della richiesta di archiviazione del
pubblico ministero.
Rilevava che: il comma 3-bis dell’articolo 408 cod. proc. pen., come
novellato dall’art. 2, comma 1, lett. g), del d.l. n. 93 del 2013, convertito, con
modificazione, dalla legge n. 199 del 2013, impone la notifica dell’avviso della
richiesta di archiviazione in tutti i casi di «delitti commessi con violenza alla
persona», a prescindere dalla richiesta della persona offesa, che nella specie non
era stata formulata; il delitto di cui all’art. 612-bis cod, pen, deve ritenersi senza
dubbio incluso tra le fattispecie delittuose nelle quali la condotta si manifesta
«con violenza alla persona».
Sosteneva che dal mancato rispetto dell’obbligo in questione era conseguita
una nullità assoluta e insanabile.
3. L’assegnazione del ricorso alle Sezioni Unite.
3.1. La Quinta Sezione penale, con ordinanza in data 9 luglio 2015,
rimetteva il ricorso alle Sezioni Unite ai sensi dell’articolo 618 cod. proc. pen, per
la speciale importanza della questione che ne costituiva oggetto, involgente
anche contrasto tra decisioni espresse dalla Corte di cessazione.
La Sezione rimettente ripercorre la genesi dell’attuale formulazione dell’art.
408, comma 3-bis, cod. proc. pen., frutto di una modifica intervenuta in sede di
conversione del decreto-legge n. 93 del 2013, ed evidenzia che la novella
legislativa giustifica due differenti possibilità di lettura, parimenti ragionevoli.
Oltre a quella fatta propria dalla ricorrente, potrebbe ritenersi che la mancata
riproduzione nella disposizione relativa all’avviso di archiviazione dell’esplicito
richiamo al reato di atti persecutori, presente, invece, in quella riguardante
l’avviso di conclusione delle indagini, sia indicativa della volontà del legislatore di
limitare solo a quest’ultimo caso la rilevanza del reato di cui all’art. 612-bis cod.
pen., in quanto entrambe le disposizioni, originariamente di identico tenore, sono
state modificate in sede di conversione del decreto-legge.
Peraltro, ad avviso della Sezione rimettente, la questione coinvolge una
problematica assai più ampia, riconducibile alla complessa tematica della
interpretazione della espressione “delitti commessi con violenza alla persona”,
che ricorre nel codice penale anche nel terzo comma dell’articolo 649:
previsione, questa, rispetto alla quale si registra un contrasto di giurisprudenza,
esistendo da tempo due contrapposti orientamenti. Secondo il primo, l’esclusione
dalla disciplina di favore sarebbe limitata alle sole fattispecie di violenza fisica;
secondo l’altro, invece, si estenderebbe anche alle ipotesi di violenza morale.
Sulla base di tali considerazioni veniva formulato il quesito se l’espressione
“violenza alla persona”, contenuta nel comma 3-bis dell’art. 408 cod. proc. pen.,
comprenda le sole condotte di violenza fisica o includa anche quelle di minaccia,
e se di conseguenza il reato di cui all’art. 612-bis cod. pen. sia incluso tra quelli
per i quali il citato art. 408, comma 3-bis, prevede la necessaria notifica alla
persona offesa dell’avviso della richiesta di archiviazione.
3.2. Il Primo Presidente, con decreto in data 3 novembre 2015, assegnava il
ricorso alle Sezioni Unite, fissandone per la trattazione l’odierna udienza
camerale,
4. La requisitoria del Procuratore generale.
Con requisitoria del 4 gennaio 2016 il Procuratore generale ha integrato la
precedente richiesta di annullamento senza rinvio del provvedimento impugnato,
dichiarando di aderire alla tesi che prevede la obbligatorietà della notifica alla
persona offesa della richiesta di archiviazione relativa al reato di cui al’art, 612-
bis cod. pen,
Osserva che l’espressione «delitti commessi con violenza alla persona»,
adoperata dal legislatore in sede di conversione del d.l. n.93 del 2013, rinvia ad
una fattispecie molto più ampia rispetto a quella del reato di maltrattamenti in
famiglia originariamente previsto, e deve pertanto essere intesa in senso
estensivo, comprensiva di tutte le violenze di genere e quindi anche di quella che
non si estrinsechi in atti di violenza fisica ma riguardi anche la violenza
psicologica, emotiva o che si realizzi soltanto con le minacce. L’intervento
legislativo in questione ha infatti inteso rafforzare i poteri della vittima del reato
potenziando il regime dei diritti e delle facoltà che l’ordinamento riserva alla
persona offesa, in adempimento anche degli obblighi internazionali derivanti
dalla ratifica della Convenzione di Istanbul sulla violenza alle donne e dalla
direttiva 2012/29 UE,
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. La questione sottoposta ad esame.
La questione della quale le Sezioni Unite sono state investite è “se la
disposizione dell’art. 408, comma 3-bis, cod. proc. peri., che stabilisce l’obbligo
di dare avviso alla persona offesa della richiesta di archiviazione con riferimento
ai delitti commessi con violenza alla persona, sia riferibile anche alla fattispecie
di atti persecutori prevista dall’articolo 6I2-bis cod. peri. (c. d. stalking)”.
Il quesito, che si inserisce nel quadro della attenzione verso il fenomeno
della violenza contro le donne e domestica e dell’allargamento dei diritti della
persona offesa nell’ordinamento interno e, prima ancora, in quello
internazionale, merita risposta positiva per le ragioni di ordine sistematico di
seguito illustrate.
2. Il reato di atti persecutori.
Giova premettere un breve inquadramento del reato di atti persecutori,
introdotto nel nostro ordinamento dall’art. 7 del decreto-legge 23 febbraio 2009,
n.11 («Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza
sessuale, nonché in tema di atti persecutori»), convertito, con modificazioni,
dalla legge 23 aprile 2009, n. 38.
Giustificata dall’esigenza di tutela della vittima da forme di aggressione
particolarmente insidiose, la nuova figura criminosa ha colmato una rilevante
lacuna nel nostro ordinamento, apprestando, attraverso una combinazione di
strumenti penalistici, civilistici e amministrativistici, una efficace tutela della
vittima contro il rischio della progressione di atti di violenza da parte del
persecutore.
Il reato è stato collocato nel codice penale (art. 612-bis) tra i delitti contro la
persona, nella sezione dedicata ai delitti contro la libertà morale, atteso che le
condotte incriminate sono idonee a incidere sulla tranquillità psichica, sulla libera
autodeterminazione e in definitiva, appunto, sulla libertà morale della persona.
Con questa nuova figura incriminatrice il legislatore italiano ha inteso reagire
contro il fenomeno, da tempo conosciuto in molti ordinamenti stranieri sotto il
nome di stalking. Si tratta di un fenomeno criminoso articolato, avente come
comune denominatore il carattere assillante e ripetitivo della condotta di
minaccia o molestia, in grado di produrre sulla vittima l’insorgere di stati di ansia
e di paura tari da stravolgere le sue abitudini di vita. Fenomeno la cui pericolosità
è emersa sempre più evidente, atteso che è risultato che la maggioranza di
questi comportamenti vengono realizzati da partner o ex-partner (per la
stragrande maggioranza di sesso maschile, non potendosi tuttavia escludere il
contrario) e che l’occasione delle molestie reiterate è spesso prodromica a
comportamenti di vera e propria, spesso grave, violenza fisica da parte del
molestatore.
La nuova fattispecie criminosa non esaurisce la disciplina anti-stalking.
Il legislatore del 2009 ha potenziato la tutela preventiva della potenziale vittima
degli atti persecutori introducendo l’istituto dell’ammonimento (art. 8 d.l. n.
11/2009), arricchendo il catalogo delle misure cautelari personali con la nuova
misura del «Divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa»
(art. 9, che ha introdotto l’art. 282-ter cod. proc. pen.), prolungando fino ad un
anno (contro i precedenti sei mesi) la durata massima dell’ordine di protezione
del giudice civile già introdotto nel 2001 (art. 10, che modifica l’art. 342-ter cod.
civ.). Non sono mancati successivi interventi volti al rafforzamento della tutela
repressiva e preventiva (dal d.l. 1° luglio 2013, n. 78, convertito dalla legge 9
agosto 2013, n. 94, al d.l. n.93 del 2013, convertito dalla legge n. 199 del
2013), di cui appresso si dirà.
3. La tutela della vittima del reato.
Da tempo è in atto un fenomeno di emersione e di nuova considerazione
della posizione della persona offesa, negli strumenti internazionali generalmente
indicata come “vittima”, all’interno del processo penale, fenomeno sollecitato, da
un lato, dall’allarme sociale provocato dalle varie forme di criminalità violenta via
via emergenti (terrorismo, tratta di essere umani, sfruttamento di minori,
violenza contro le donne in cui spesso il reato si consuma in contesti dove
preesistono legami tra la vittima e il suo aggressore), dall’altro, dagli strumenti
internazionali esistenti in materia.
L’interesse per la tutela della vittima costituisce da epoca risalente tratto
caratteristico dell’attività delle organizzazioni sovranazionali sia a carattere
universale, come l’ONU, sia a carattere regionale, come il Consiglio d’Europa e
l’Unione Europea, e gli strumenti in tali sedi elaborati svolgono un importante
ruolo di sollecitazione e cogenza nei confronti dei legislatori nazionali tenuti a
darvi attuazione.
I testi normativi prodotti dall’Unione Europea in materia di tutela della
vittima possono essere suddivisi in due categorie: da un lato quelli che si
occupano della protezione della vittima in via generale e dall’altro lato quelli che
riguardano la tutela delle vittime di specifici reati particolarmente lesivi
dell’integrità fisica e morale delle persone e che colpiscono di frequente vittime
vulnerabili.
Tra i primi assume un posto di assoluta rilevanza la Direttiva 2012/29 UE in
materia di diritti, assistenza e protezione della vittima di reato, che ha sostituito
la decisione-quadro 2001/220 GAI, costituente uno strumento di unificazione
legislativa valido per tutte le vittime di reato, dotato dell’efficacia vincolante
tipica di questo strumento normativo. Ad essa è stata data recente attuazione
nell’ordinamento interno con il d.lgs. 15 dicembre 2015, n. 212.
Tra i testi incentrati su specifiche forme di criminalità e correlativamente su
particolari tipologie di vittime, assumono particolare rilievo la Convenzione di
Lanzarote del Consiglio d’Europa del 25 ottobre 2007, sulla protezione dei minori
dallo sfruttamento e dagli abusi sessuali, e la Convenzione di Istanbul del
Consiglio d’Europa dell’Il maggio 2011 sulla prevenzione e lotta contro la
violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, entrambe incentrate
sulla esigenza di garantire partecipazione, assistenza, informazione e protezione
a particolari categorie di vittime.
Come è stato osservato, la Direttiva 2012/29/UE, con il suo pendant di
provvedimenti-satellite (le Direttive sulla tratta di esseri umani, sulla violenza
sessuale, sull’ordine di protezione penale, tra le altre) e di accordi internazionali
(le Convenzioni di Lanzarote e Istanbul, in particolare), rappresenta un vero e
proprio snodo per le politiche criminali, di matrice sostanziale e processuale, dei
legislatori europei. Non tanto per le singole indicazioni da attuare a livello
nazionale (diritti di informazione, assistenza linguistica, accesso alla giustizia,
garanzie di protezione, e via discorrendo) quanto per la necessità, imposta dal
testo europeo, di definire una chiara posizione sistemica all’offeso.
In tale contesto si è inserita l’attività del legislatore interno che, a fronte
della emersione del fenomeno della violenza in ambito familiare e domestico e in
presenza di una pluralità di atti internazionali di cui tenere conto, ha provveduto
a modificare in larga parte la normativa sostanziale e specialmente processuale
con interventi settoriali, spesso attuati con lo strumento del decreto-legge, anche
reintervenendo con successivi adattamenti sugli stessi istituti: un vero e proprio
“arcipelago” normativo nel quale non sempre è facile orientarsi. Di tale quadro di
riferimento complesso e frammentario si deve tenere conto al fine di risolvere la
questione di che trattasi, che richiede di essere inquadrata nell’ambito delle fonti
normative interne e internazionali.
4. Il dl. 93/2013 e l’avviso obbligatorio alla persona offesa.
L’istituto dell’avviso obbligatorio alla persona offesa per alcune categorie di
reati è stato introdotto con il decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, recante
«Disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di
genere, nonché in tema di protezione civile e di commissariamento delie
province», convertito, con modificazioni, dalla legge 15 ottobre 2013, n. 199. A
norma del nuovo comma 3-bis dell’art. 408 è stabilito che «Per i delitti commessi
con violenza alla persona, l’avviso della richiesta di archiviazione è in ogni caso
notificato, a cura del pubblico ministero, alla persona offesa e il termine di cui al
comma 3 è elevato a venti giorni» .
Il provvedimento in esame, adottato nelle forme della decretazione
d’urgenza, declina le ragioni che hanno portato alla sua emanazione nel
«susseguirsi di eventi di gravissima efferatezza in danno di donne» – tanto da
essere presentato dai media come la legge contro il “femminicidio” – e nella
conseguente necessità di misure volte, da un lato, ad inasprire il trattamento
punitivo e, dall’altro, a introdurre misure di prevenzione nei confronti delle donne
e di ogni forma di violenza domestica, così come imposto dalla Convenzione di
Istanbul della quale costituisce attuazione.
Dal punto di vista sostanziale la novella si rivolge ai reati di maitrattamenti
in famiglia, atti persecutori e violenza sessuale, che costituiscono le fattispecie
fondamentali cui è affidato nel nostro ordinamento il contrasto alla violenza di
genere, inasprendo le pene edittali e configurando nuove circostanze aggravanti.
La legge n. 119 del 2013 ha disposto altresì profonde modifiche processuali
a tutela della vittima riconducibili essenzialmente a tre filoni: quello informativo,
quello delle misure cautelari e quello riferibile a modalità di assunzione delle
dichiarazioni della persona offesa. Le novità di natura processuale sono ad ampio
raggio, poiché attengono a misure pre-cautelari e cautelari, incidente probatorio,
termine delle indagini preliminari, richiesta di archiviazione, avviso di conclusione
delle indagini preliminari, esame testimoniale delle vittime vulnerabili, priorità di
trattazione dei procedimenti, gratuito patrocinio. Il tratto che le accomuna è
rappresentato dalla volontà di contrastare anche con strumenti processuali le più
significative forme di violenza di genere assicurando protezione alla vittima
specie attraverso il rinforzamento degli strumenti informativi.
Si è in particolare previsto che: a) al momento dell’acquisizione della notizia
di reato le parti offese (di qualunque reato) siano informate dei diritti e delle
facoltà loro attribuite per legge (art. 101, comma 1, cod. proc. pen.); b) in
occasione della revoca o sostituzione delle misure cautelari personali applicate
all’imputato, le persone offese dei delitti commessi con violenza alla persona
debbano essere immediatamente informate (art. 299, comma 2-bis, cod. proc.
pen.); c) la richiesta di revoca o di sostituzione delle misure cautelari coercitive
debba essere contestualmente notificata alle persone offese dei defitti commessi
con violenza alla persona (art. 299, commi 3 e 4-bis, cod. proc. pen.); d) l’avviso
della richiesta di archiviazione debba essere notificato alle persone offese dei
delitti commessi con violenza alla persona (art. 408, comma 3-bis, cod. proc.
pen.); e) l’avviso di conctusione delle indagini preliminari debba essere notificato
alle persone offese del delitto di maltrattamenti contro familiari e conviventi, di
cui all’art. 572 cod, pen., e dì atti persecutori, di cui all’art. 612-bis cod. pen.
(art. 415-bis, comma 1, cod. proc. pen.). Si tratta di un intervento che ha inciso,
sviluppandole, sulle stesse linee tracciate dal precedente d.l. n. 11 del 2009 sullo
stalking, rafforzando gli strumenti sostanziali e specialmente processuali a favore
delle vittime “deboli”, cioè di quegli individui contro cui si indirizza una specifica
categoria di reati a sfondo sessuale o comunque realizzati nell’ambito di relazioni
familiari o affettive.
5. L’emendamento relativo ai «delitti commessi con violenza alla persona».
Ai fini della questione che ci occupa è utile ripercorrere brevemente l’iter
parlamentare della legge di conversione del citato decreto-legge, atteso che solo
con la legge di conversione è stato introdotto il riferimento ai «delitti commessi
con violenza alla persona».
Secondo il testo originario del provvedimento, la notifica degli avvisi della
richiesta di archiviazione e della conclusione delle indagini era prevista solo per
la persona offesa del delitto di maltrattamenti in famiglia (art, 572 cod. pen.);
parallelamente, le comunicazioni alle persone offese in tema di misure cautelari
erano circoscritte alle misure dell’allontanamento dalla casa familiare (art. 282-
bis cod. proc. pen.) e di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa
(art. 282-ter cod. proc. pen.), cioè a quelle misure che tipicamente trovano
applicazione nei reati che, come quelli ex artt. 612 e 572 cod. pen., si sviluppano
nell’ambito delle relazioni familiari ed affettive. In sede di esame in Commissione
Giustizia alla Camera dei Deputati, venne rilevata la portata troppo ristretta di
tari previsioni, puntualizzandosi che: «Quanto agli obblighi di costante
comunicazione a tutela della persona offesa dai reati di stalking e maltrattamenti
in ambito familiare di cui all’articolo 2, comma 1, l’intervento normativo appare
forse eccessivamente limitato, poiché prevede l’introduzione di obblighi di
comunicazione in relazione solo ad alcune misure cautelari e solo alle vicende
procedimentali di alcuni reati. Non si ravvisa, di contro, nessun tentativo di un
più ampio riconoscimento del diritto dell’offeso alla comunicazione dei dati
procedimentali rilevanti per i suoi Interessi, in coerenza con le indicazioni della
Direttiva 2012/29/UE recante “Norme minime in materia di diritti, assistenza e
protezione delle vittime di reato”. Al fine di ampliare i diritti della persona offesa,
si è pertanto deciso di allargare, nell’art. 299 cod. proc. pen., la platea delle
misure da comunicare comprendendovi, oltre quelle di cui agli artt. 282-bis e
282-ter, anche quelle previste dagli artt. 283, 284, 285 e 286 e stabilendo tale
obbligo in relazione ai procedimenti aventi ad oggetto «delitti commessi con
violenza alla persona» La stessa espressione è stata poi utilizzata anche alla lett.
g), per l’avviso della richiesta di archiviazione di cui al nuovo comma 3-bis
dell’art. 408, oggetto di esame.
Da tale percorso risulta chiara l’intenzione del legislatore di utilizzare
l’espressione «delitti commessi con violenza alla persona» per ampliare il campo
di applicazione del precedente testo, cosi come formulato nel decreto legge, al
dichiarato scopo di introdurre, anche con riferimento agli obblighi imposti dalla
direttiva UE 29/2012, «i primi interventi strutturali che possano garantire
maggiormente le vittime circa l’informazione del complesso dei propri diritti fin
dal primo contatto con l’autorità procedente e di venire a conoscenza delle scelte
operate circa Il non esercizio dell’azione penale e quando l’indagato viene
scarcerato o comunque nei casi in cui vi sia una modifica delle misure cautelari o
coercitive da cui comunque possa derivare un potenziale pericolo per la persona
offesa medesima».
A tale fine il legislatore della conversione ha introdotto, in più occasioni,
l’espressione «violenza alle persone».
Questione centrale, allora, è chiarire quali procedimenti siano da includere
tra quelli commessi “con violenza alla persona”, per i quali scattano gli obbiighi
informativi, dal momento che l’espressione utilizzata dal legislatore, in realtà,
non Individua con immediatezza e certezza una specifica categoria di delitti e
solleva dubbi suria possibilità di includervi fattispecie che non presentano tra gli
elementi costituivi del reato la violenza fisica.
6. La nozione di violenza secondo la Convenzione di Istanbul e secondo la
Direttiva 2012/29 UE.
6.1. Con legge 27 giugno 2013, n. 77, il Parlamento ha autorizzato la ratifica
della Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa dell’Il maggio 2011 sulla
prevenzione e lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza
domestica. Tale Convenzione, entrata in vigore il 1° agosto 2014, dopo aver
raggiunto il numero minimo di Paesi firmatari, è vincolante per il nostro Paese e
alle prescrizioni in esso contenute si è espressamente ispirato l’intervento
legislativo der 2013 che ha introdotto il comma 3-bis dell’art. 408 cod, proc. pen.
Di particolare interesse sono le definizioni contenute nell’art. 3 della
Convenzione secondo cui: «a) con l’espressione “violenza nei confronti delle
donne” si intende designare una violazione dei diritti umani e una forma di
discriminazione contro donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul
genere che provocano o sono suscettibili di provocare danni o sofferenze di
natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di
compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella
vita pubblica, che nella vita privata; b) l’espressione “violenza domestica”
designa tutti gli atti di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si
verificano all’interno della famiglia o del nucleo familiare o tra attuali o
precedenti coniugi o partner, indipendentemente dal fatto che l’autore di tali atti
condivida o abbia condiviso la stessa residenza con la vittima; c) con il termine
“genere” ci si riferisce a ruoli, comportamenti, attività e attributi socialmente
costruiti che una determinata società considera appropriati per donne e uomini;
d) l’espressione “violenza contro le donne basata sul genere” designa qualsiasi
violenza diretta contro una donna in quanto tale, o che colpisce le donne in modo
sproporzionato; e) per “vittima” si intende qualsiasi persona fisica che subisce gli
atti o i comportamenti di cui ai precedenti commi a e b;”».
Sono così descritte tre diverse tipologie: violenza nei confronti delle donne,
violenza domestica e violenza di genere, accomunate dalla completa
parificazione tra violenza fisica e psicologica all’interno dei più generale concetto
di violenza, da cui, conseguentemente, discende una nozione di vittima riferita a
qualsiasi persona fisica che subisce tali forme di violenza.
E’ altresì opportuno sottolineare che gli artt. 33 e 34 della Convenzione
prevedono la necessaria penalizzazione da parte degli Stati firmatari delle
condotte di violenza psicologica e di atti persecutori (stalking); e che nell’ambito
delle misure di tutela, sul presupposto che l’accesso all’informazione sia la
condizione fondamentale per una concreta ed effettiva protezione, all’art. 56,
lett. b) e c), si prevedono a favore della vittima alcuni diritti partecipativi nel
processo penale, quali il diritto ad essere informata circa l’esito della denuncia e
dell’andamento delle indagini, l’eventuale evasione o rimessione in libertà
dell’autore del reato.
All’art. 2, comma 1, della legge di ratifica, contenente l’ordine di esecuzione,
è stabilito che la ratifica deve intendersi «nei limiti dei principi costituzionali,
anche per quanto attiene alle definizioni contenute nella Convenzione». Come si
legge nella relativa Relazione illustrativa, tale dichiarazione interpretativa,
conforme a quella resa al momento della firma della Convenzione, «si è resa
necessaria in quanto la Convenzione, nel preambolo e negli articoli, si richiama al
“genere” di cui offre una definizione ampia ed incerta e che presenta profili di
criticità con il nostro impianto costituzionale».
A prescindere dai delicati problemi collegati alla identità di genere, è
comunque importante sottolineare che a partire dalla ratifica della Convenzione
di Lanzarote si è preso definitivamente atto nel nostro ordinamento della
necessità di un contrasto specifico al fenomeno della violenza sulle donne. Con
riferimento alla normativa sostanziale, per la realizzazione di tale finalità non
sono state introdotte specifiche fattispecie di reato, essendosi ritenute sufficienti
quelle esistenti di maltrattamenti, violenza, nelle sue varie forme, specie
sessuali, e dei più recenti atti persecutori cui il nostro diritto affida tale compito,
fattispecie che sono state via via aggravate con la previsione di aumenti di pena
e specifiche circostanze. Ciò ha consentito di dare una risposta unitaria nei
confronti di tutti gli autori di reato e di tutte le vittime, senza distinzione tn
ragione del sesso, come imposto dall’art. 3 della Costituzione, tenuto presente
che la violenza di genere è suscettibile di colpire anche gli uomini nei confronti
dei quali, ove assumano la posizione di vittima, devono valere gli stessi principi e
le stesse norme che più sovente operano a protezione delle donne.
6.2. Con una diversa, più ampia, prospettiva la Direttiva 2012/29/UE, cui è
stata data attuazione con il d.lgs. 15 dicembre 2015 n.212, entrato in vigore il
20 gennaio 2016, detta norme minime in materia di diritti all’assistenza,
all’informazione, interpretazione e traduzione nonché protezione nei confronti di
tutte le vittime di reato, senza distinzione collegata al tipo di criminalità e alla
qualità della vittima. In quanto norme minime, gli Stati possono ampliare i diritti
contemplati dalla direttiva al fine di garantire una sfera di protezione più elevata,
come è avvenuto nel caso in esame atteso che l’obbligo previsto dall’art. 408,
comma 3 -bis, cod. proc. peri., garantisce, a fronte del semplice diritto a ricevere
informazioni sul proprio caso, di cui all’art. 6 della direttiva, una tutela rafforzata
delle vittime di alcuni reati.
Gli artt. 22 e 23 della direttiva riprendono il tema della tutela
individualizzata, segnalando la necessità di strumenti particolari, per lo più
collegati alle modalità di audizione, destinati a soddisfare esigenze specifiche
derivanti dal tipo di reato subito e dalle caratteristiche personali delle c.d. vittime
vulnerabili, indicando tra le situazioni che devono essere oggetto di
considerazione le vittime del terrorismo, della criminalità organizzata, della tratta
di essere umani, della viofenza di genere, della violenza nelle relazioni strette,
della violenza o dello sfruttamento sessuale o dei reati basati sull’odio e le
vittime con disabilità. Per dare attuazione a tale disposizione è stato inserito nel
codice di rito l’art. 90 -quater, che definisce la condizione di particolare
vulnerabilità della persona offesa e sono stati in più punti modificate le varie
disposizioni relative alla assunzione della testimonianza della persona offesa.
Anche la direttiva in esame fornisce (premessa n. 17) la nozione di violenza
di genere, definendola come «la violenza diretta contro una persona a causa del
suo genere, della sua identità di genere o della sua espressione di genere o che
colpisce in modo sproporzionato le persone di un particolare genere. Può
provocare un danno fisico, sessuale o psicologico, o una perdita economica alla
vittima. La violenza di genere è considerata una forma di discriminazione e una
violazione delle libertà fondamentali della vittima e comprende la violenza nelle
relazioni strette, la violenza sessuale (compresi lo stupro, l’aggressione sessuale
e le molestie sessuali), la tratta di esseri umani, la schiavitù e varie forme
dannose, quali i matrimoni forzati, la mutilazione genitale femminile e i c.d.
“reati d’onore”. Le donne vittime della violenza di genere e i loro figli hanno
spesso bisogno di protezioni speciali a motivo dell’elevato rischio di
vittimizzazione secondaria e intimidazione e di ritorsioni connesso a tale
violenza».
La violenza nelle relazioni strette viene a sua volta definita (premessa n. 18)
come «quella commessa da una persona che è l’attuale o l’ex partner della
vittima ovvero da un altro membro della sua famiglia, a prescindere se l’autore
dei reato conviva o abbia convissuto con la vittima. Questo tipo di violenza
potrebbe includere la violenza fisica, sessuale, psicologica o economica e
provocare un danno fisico mentale o emotivo, o perdite economiche».
Si tratta di definizioni che non compaiono nei tradizionali testi normativi di
produzione interna, ma che tuttavia, per il tramite del diritto internazionale, sono
entrate a far parte dell’ordinamento e influiscono sulla applicazione del diritto. Le
norme convenzionali recepite attraverso legge di ratifica sono infatti sottoposte,
anche alla luce del primo comma dell’art. 117 Cost., all’obbligo di interpretazione
conforme che impone, ove la norma interna si presti a diverse interpretazioni o
abbia margini di incertezza, di scegliere quella che consenta il rispetto degli
obblighi internazionali.
L’obbligo di interpretazione conforme è ancora più pregnante riguardo alle
norme elaborate nell’Unione Europea, atteso che il principio del primato del
diritto comunitario impone al giudice nazionale l’obbligo di applicazione integrale
per dare al singolo la tutela che quel diritto gli attribuisce, disapplicando di
conseguenza la norma interna confliggente, sia anteriore che successiva a quella
comunitaria. Ove sorgano questioni di conflitto con una norma interna, il giudice
deve disapplicare la norma interna, mentre se vi sono dubbi sull’interpretazione
della norma comunitaria che non può risolvere interpretando tale norma, mai
disapplicandola, può sollevare la questione pregiudiziale sull’interpretazione della
stessa davanti alla Corte di Giustizia a norma dell’art. 267 TFUE; rinvio
pregiudiziale interpretativo che è obbligatorio per i giudici nazionali di ultima
Istanza.
E’ da menzionare, infine, la Direttiva 2011/36/UE per la prevenzione e la
repressione della tratta di esseri umani e la protezione delle vittime, che ha
indicato quali “violenze gravi alla persona” la tortura, l’uso forzato di droghe, lo
stupro e altre forme di violenza psicologica, fisica o sessuale. Tale disposizione è
stata integralmente recepita nel nostro ordinamento dall’art. I del decreto
legislativo 4 marzo 2014, n. 24, recante, appunto, “Attuazione della direttiva
2011/36UE relativa alla prevenzione e la repressione della tratta di esseri umani
e la protezione delle vittime e che sostituisce la decisione-quadro del Consiglio
2002/629/GAI”.
Ed ancora, in merito alle politiche di contrasto nei confronti della violenza,
viene in rilievo la Direttiva 2011/991UE, volta ad istituire l’Ordine di protezione
europeo (OPE), attuata con decreto legislativo 11 febbraio 2015, n. 9.
L’OPE è una decisione con la quale l’autorità di un Paese dell’Unione dispone
che gli effetti di una misura di protezione, disposta a tutela di una persona
vittima di reato, si estendano al territorio di un altro Paese membro nel quale la
persona protetta risieda o soggiorni o dichiari di voler risiedere o soggiornare
(artt. 1 e 2, n. 1, Direttiva 2011/99/UE e art. 2, comma 1, lett. c), d.lgs. n. 9 del
2015). Si tratta di un importante strumento di cooperazione giudiziaria
finalizzato a rafforzare la protezione di quelle vittime che vogliano esercitare il
loro diritto di cittadini dell’Unione di circolare e risiedere liberamente nel
territorio degli Stati membri (Considerando n. 6 Dir. 2011/99/UE e art. 1 d.igs.
9/2015). Lt decreto legislativo n. 9 del 2015, agli artt. 5 e 9, circoscrive il
riconoscimento dell’OPE alle misure cautelari dell’allontanamento della casa
familiare (art. 282-bis cod. proc. pen.) e del divieto di avvicinamento ai luoghi
frequentati dalla persona offesa (art. 282-ter cod. proc. pen.), stabilendo altresì
(art. 4 che inserisce all’interno dell’art. 282-quater cod. proc. pen. un nuovo
comma 1-bis) l’obbligo, per [‘autorità giudiziaria procedente, di informare la
persona offesa circa la facoltà di richiedere l’emissione di un ordine di protezione
europeo.
Per quanto di interesse ai fini della presente trattazione, è importante
sottolineare che i destinatari delle misure di protezione sono le vittime, anche
potenziali, di reati che mettano in pericolo la vita, l’integrità fisica o psichica, la
libertà personale, la sicurezza o l’integrità sessuale del soggetto da proteggere e
che una posizione di particolare rilievo è attribuita alle vittime della violenza di
genere o nelle relazioni strette, che si esprime con violenze fisiche, molestie,
aggressioni sessuali, stalking, intimidazioni o altre forme indirette di coercizione
(Considerando n. 9 e n. 11 della direttiva).
In definitiva, dalla lettura delle fonti sovranazionali sopracitate emerge come
l’espressione “violenza alla persona” sia sempre intesa in senso ampio,
comprensiva non solo delle aggressioni fisiche ma anche morali o psicologiche e
che lo stalking rientri tra le ipotesi “significative” di violenza di genere che
richiedono particolari forme di protezione a favore delle vittime. Si tratta di
indicazioni che costituiscono un fondamentale riferimento per addivenire ad una
interpretazione delle norme interne conforme al diritto europeo.
7. Conclusioni.
7.1. La soluzione positiva al quesito inizialmente posto emerge chiaramente
da quanto si è detto.
L’obbligo di avviso obbligatorio alla persona offesa dai reati commessi con
violenza alla persona, di cui all’art. 408, comma 3-bis, cod. proc. pen., è stato
introdotto al fine di ampliare i diritti di partecipazione della vittima al
procedimento penale; il testo normativo in cui è contenuto si prefigge lo scopo di
dare specifica protezione alle vittime della violenza di genere, specie ove si
estrinsechi contro le donne o nell’ambito della violenza domestica; il reato di atti
persecutori, al pari di quello dei maltrattamenti in famiglia, rappresenta, al di là
della sua riconducibilità ai reati commessi con violenza fisica, una delle
fattispecie cui nel nostro ordinamento è affidato il compito di reprimere tali
forme di criminalità e di proteggere la persona che la subisce; la storia
dell’emendamento con cui è stata introdotta la nozione di «delitti commessi con
violenza alla persona» dimostra la volontà del legislatore di ampliare il campo
della tutela oltre le singole fattispecie criminose originariamente indicate; la
nozione di violenza adottata in ambito internazionale e comunitario è più ampia
di quella positivamente disciplinata dal nostro codice penale e sicuramente
comprensiva di ogni forma di violenza di genere, contro le donne e nell’ambito
delle relazioni affettive, sia o meno attuata con violenza fisica o solo morale, tale
da cagionare cioè una sofferenza anche solo psicologica alla vittima del reato.
Il reato di atti persecutori, al pari di quello di maltrattamenti, rientra a pieno
titolo in tale categoria.
7.2. Può pertanto enunciarsi il seguente principio di diritto: “La disposizione
dell’art. 408, comma 3-bis, cod. proc. pen., che stabilisce l’obbligo di dare avviso
alla persona offesa della richiesta di archiviazione con riferimento ai delitti
commessi con ‘violenza alla persona’, è riferibile anche ai reati di atti persecutori
e di maltrattamenti, previsti rispettivamente dagli articoli 612-bis e 572 cod.
pen., perché l’espressione ‘violenza alla persona’ deve essere intesa alla luce del
concetto di violenza di genere, quale risulta dalle pertinenti disposizioni di diritto
internazionale recepite e di diritto comunitario”.
8. Le conseguenze.
8.1. E’ pacifica la giurisprudenza di questa Corte secondo cui l’omesso
avviso della richiesta di archiviazione alla persona offesa che ne abbia fatto
richiesta determina la violazione del contraddittorio e la conseguente nullità, ex
art. 127, comma 5, cod. proc. pen., del decreto di archiviazione, impugnabile
con ricorso per cassazione (fra le tante, da ultimo, Sez. 4, n. 49764 del
13/11/2014, Ignoti, Rv. 261172; Sez. 6, n. 24273 del 19/03/2013, Tonietto, Rv.
255108; Sez. 2, n. 20186 del 08/02/2013, Azzarà, Rv. 255968).
Da tempo (per tutte, Sez. 2, n. 1929 del 22/12/2009, dep. 2010, Arcini, Rv.
246040) la giurisprudenza di questa Corte ha infatti chiarito che tale ipotesi
presenta carattere ancor più radicale – agli effetti della vanificazione del diritto
al contraddittorio – rispetto al caso, espressamente disciplinato dall’art. 409,
comma 2, cod. proc. pen., e sanzionato con la nullità ex art. 127, comma 5, cod.
proc. pen., del mancato avviso alla persona offesa che ha proposto opposizione
della fissazione dell’udienza davanti al giudice per le indagini preliminari. Ed
anche la Corte costituzionare, fin da epoca risalente, ha avuto modo di
pronunciarsi sul tema della tutela della persona offesa dal reato cui non venga
data notizia della richiesta di archiviazione avanzata dal pubblico ministero,
nonostante l’espressa domanda formulata nella notizia di reato o
successivamente alla sua presentazione, concludendo nel senso della necessità
di riconoscere, in tale eventualità, alla stessa parte offesa, il diritto di proporre
ricorso per cassazione, in ragione, appunto, del carattere ancor più radicare –
agli effetti della vanificazione del diritto al contraddittorio – che quella omissione
presenta rispetto al caso espressamente disciplinato dal codice (Corte cost.,
sentt. nn. 353 del 1991 e 413 del 1994).
Analoga tutela deve ricevere il presente caso, in cui viene violato l’obbligo,
positivamente previsto dall’art. 408, comma 3-bis, cod, proc. pen., di dare alla
persona offesa l’avviso di cui si discute, a prescindere da ogni eventuale
richiesta. Si tratta infatti di una prescrizione avente ad oggetto un obbligo
informativo che mira a rafforzare la posizione di una determinata categoria di
persone offese, come risulta dalla ratio dell’intervento normativo in cui è
contenuta ed è confermato dall’ampliamento del termine concesso per prendere
visione degli atti e presentare opposizione, raddoppiato rispetto a quello
ordinario.
8.2. Il ricorso è dunque fondato e il provvedimento impugnato deve essere
annullato senza rinvio. Gli atti vanno trasmessi al Procuratore della Repubblica
presso il Tribunale di Milano per l’ulteriore corso.
P.Q.M.
Annulla senza rinvio il decreto impugnato e dispone trasmettersi gli atti al
Procuratore della Repubblica di Milano.
Così deciso il 29/01/2016.

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine