Violenza Alle Persone – Cassazione Penale 26/09/2017 N° 44234

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione II

Data: 26/09/2017

Numero: 44234

Testo completo della Sentenza violenza alle persone – Cassazione penale 26/09/2017 n° 44234:

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Penale Sent. Sez. 2 Num. 44234 Anno 2017
Presidente: DIOTALLEVI GIOVANNI
Relatore: COSCIONI GIUSEPPE
Data Udienza: 13/09/2017

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
ANNIBALDI Francesco, nato il 05/04/1983
avverso la sentenza n. 2230/2015 in data 21/06/2016 della Corte di Appello di
ANCONA;
visti gli atti, la sentenza impugnata e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Dott. Giuseppe COSCIONI;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott.
Franca ZACCO, che ha concluso chiedendo dichiararsi l’inammissibilità del
ricorso;
Udito il difensore della parte civile Avv.Massimo CANONICO, il quale si è
associato alla richiesta del Procuratore Generale e ha depositato conclusioni
scritte e nota spese;
Udito il difensore dell’imputato, Avv.Antonio D’ALESSANDRO, che si è riportato ai
motivi di ricorso;

RITENUTO IN FATTO
1. Il difensore di Annibaldi Francesco ricorre per cassazione avverso la sentenza
della Corte di Appello di Ancona del 21/06/2016 con la quale era stata
confermata la sentenza di primo grado di condanna di Annibaldi per i reati di
tentata estorsione e lesioni; in particolare, Annibaldi era stato ritenuto essere il
mandante di richieste di denaro e di un pestaggio, eseguito da altre persone, ai
danni di Abbondanzieri Alessandro per ottenere somme di denaro.
1.1 II difensore del ricorrente lamenta come la Corte di appello di Ancona
sosteneva che mandante del pestaggio sarebbe stata anche la moglie di
Annibaldi, Viviano Alessia che però non agiva autonomamente, ma seguendo le
indicazioni del marito, ma ciò era in contrasto con alcuni atti del processo, quali
la telefonata tra Viviano Alessia e Failla Adriana, il pizzino mandato da Annibaldi
ad Abbondanzieri una settimana dopo, il fatto che nel corso del pestaggio uno
degli aggressori, Useini Besinn, aveva detto ad Abbondanziari “devi dare i soldi
ad Alessia”, i contatti telefonici avvenuti prima e dopo il pestaggio tra Useimi e la
Viviano e l’amicizia tra i due.
1.2 II difensore eccepisce inoltre l’errata qualificazione giuridica del reato di
tentata estorsione: la Corte di appello aveva sbagliato nel ritenere Annibaldi e
Abbondanzieri soci della Black Service s.r.I., in quanto lo stesso Abbondanzieri
aveva riferito che Annibaldi era un dipendente e risultava che il primo era
l’amministratore di fatto della società; sia che si ritenesse Annibaldi dipendente,
sia che lo si ritenesse socio, era comunque certo che lo stesso vantasse crediti
nei confronti di Abbondanzieri e della società da lui gestita, per cui non poteva
essere configurato il reato di tentata estorsione; neppure era condivisibile
l’assunto della Corte di appello secondo cui il pestaggio di Abbondanzieri, viste le
modalità con cui era stato posto in essere, andava ben oltre i limiti del reato di
cui all’art. 393 cod.pen., posto che la distinzione tra i due reati andava vista
soltanto a seconda della giustizia o meno del profitto perseguito.
1.3 II difensore lamenta infine che la Corte di appello di Ancona aveva
erroneamente escluso il vincolo della continuazione tra i fatti di causa e la
sentenza del giudice per l’udienza preliminare presso il Tribunale di Ancona, visto
che vi erano gli stessi soggetti (Annibaldi ed Abbondanzieri), i medesimi reati
(estorsione), la medesima area geografica, il medesimo arco temporale e le
medesime modalità criminose.

CONSIDERATO IN DIRITTO
2. Il ricorso proposto è manifestamente infondato.
2.1 Sul primo motivo di ricorso, si deve precisare che parte ricorrente,
sotto il profilo del vizio di motivazione e dell’asseritamente connessa violazione
di legge nella valutazione del materiale probatorio, tenta in realtà di sottoporre
alla Corte di legittimità un nuovo giudizio di merito; al Giudice di legittimità è
infatti preclusa – in sede di controllo della motivazione – la rilettura degli
elementi di fatto posti a fondamento della decisione o l’autonoma adozione di
nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti e del relativo
compendio probatorio, preferiti a quelli adottati dal giudice del merito perché
ritenuti maggiormente plausibili o dotati di una migliore capacità esplicativa.
Tale modo di procedere trasformerebbe, infatti, la Corte nell’ennesimo
giudice del fatto, mentre questa Corte Suprema, anche nel quadro della nuova
disciplina introdotta iegge 20 febbraio 2006 n. 46, è – e resta – giudice della
motivazione. In sostanza, in tema di motivi di ricorso per cassazione, non sono
deducibili censure attinenti a vizi della motivazione diversi dalla sua mancanza,
dalla sua manifesta illogicità, dalla sua contraddittorietà (intrinseca o con atto
probatorio ignorato quando esistente, o affermato quando mancante), su aspetti
essenziali ad imporre diversa conclusione del processo; per cui sono
inammissibili tutte le doglianze che “attaccano” la persuasività, l’inadeguatezza,
la mancanza di rigore o di puntualità, la stessa illogicità quando non manifesta,
così come quelle che sollecitano una differente comparazione dei significati
probatori da attribuire alle diverse prove o evidenziano ragioni in fatto per
giungere a conclusioni differenti sui punti dell’attendibilità, della credibilità, dello
spessore della valenza probatoria del singolo elemento (Sez. 6, n. 13809 del
17/03/2015, Rv. 262965).
Al riguardo si è anche chiarito che in tema di ricorso per cassazione, sono
inammissibili quei motivi che – come nel caso in esame – deducendo il vizio di
manifesta illogicità o di contraddittorietà della motivazione, riportano meri stralci
di singoli brani di prove dichiarative, estrapolati dal complessivo contenuto
dell’atto processuale al fine di trarre rafforzamento dall’indebita frantumazione
dei contenuti probatori. (in tal senso: Sez. 1, n. 23308 del 18/11/2014, dep.
2015, Savasta, Rv. 263601).
Nel caso di specie va, poi, ulteriormente ricordato che con riguardo alla
decisione in ordine all’odierna parte ricorrente ci si trova dinanzi ad una c.d.
“doppia conforme” e cioè doppia pronuncia di eguale segno per cui il vizio di
travisamento della prova può essere rilevato in sede di legittimità solo nel caso
in cui il ricorrente rappresenti (con specifica deduzione) che l’argomento
probatorio asseritamente travisato è stato per la prima volta introdotto come
oggetto di valutazione della motivazione del provvedimento di secondo grado. Il
vizio di motivazione può infatti essere fatto valere solo nell’ipotesi in cui
l’impugnata decisione ha riformato quella di primo grado nei punti che in questa
sede ci occupano, non potendo, nel caso di c.d. “doppia conforme”, superarsi il
limite del devolutum con recuperi in sede di legittimità, salvo il caso in cui il
giudice d’appello, per rispondere alle critiche dei motivi di gravame, abbia
richiamato atti a contenuto probatorio non esaminati dal primo giudice (Sez. 4,
n. 19/10/2009, Buraschi, Rv. 243636; Sez. 1, n. 24667 del 15/6/2007,
Musumeci, Rv. 237207; Sez. 2, n. 5223 del 24/1/2007, Medina, Rv 236130; Sez.
4, n. 5615 del 13/11/2013, dep. 2014, Nicoli, Rv. 258432).
Nel caso in esame, invece, il giudice di appello ha esaminato lo stesso
materiale probatorio già sottoposto al tribunale e, dopo aver preso atto delle
censure dell’appellante, è giunto, con riguardo alla posizione dell’imputato, alla
medesima conclusione della sentenza di primo grado; la Corte ha infatti
evidenziato come Annibaldi fosse solito dare direttive dal carcere per la
riscossione di crediti, sia mediante “pizzini”, sia mediante disposizioni orali alla
madre e alla moglie; che la mattina dell’aggressione subita da Abbondanzieri,
Annibaldi aveva avuto un colloquio con la madre; che uno degli aggressori,
Useimi Besinn, ha avuto contatti telefonici con la moglie di Annibaldi sia prima
che dopo l’aggressione; e che lo stesso Useimi viene citato da Annibaldi come
soggetto da “mandare” per riscuotere soldi nel colloquio del 4 febbraio 2014.
2.2 Quanto al secondo motivo di ricorso, vi è un aspetto che risulta
dirimente nel caso di specie: il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni,
sia con violenza sulle cose che sulle persone, rientra, diversamente da quello di
estorsione, tra i cosiddetti reati propri esclusivi o di mano propria, perciò
configurabili solo se la condotta tipica è posta in essere da colui che ha la
titolarità del preteso diritto. Ne deriva che, in caso di concorso di persone nel
reato, solo ove la condotta tipica di violenza o minaccia sia posta in essere dal
titolare del preteso diritto è configurabile il concorso di un terzo estraneo
nell’esercizio arbitrario delle proprie ragioni (per agevolazione, o anche morale),
mentre, qualora la condotta sia realizzata da un soggetto diverso dal creditore,
essa può assumere rilievo soltanto ai sensi dell’ art. 629 cod. pen. (si vedano, in
tal senso, Sez. 2, n. 46288 del 28/06/2016, Rv. 268360 e Sez. 2, n. 41433 del
27/04/2016, Rv. 268630).
Inoltre, si deve rilevare come nel caso in esame la Corte di appello abbia
osservato come “l’agguato posto in atto va, per le modalità ‘esecutive’, ben oltre
i limiti della ‘ragion fattasi’, assumendo i contorni di una spedizione finalizzata
anche a punire l’Abbondanzieri per il sospetto (rivelatosi fondato) di una
possibile ‘collaborazione’ con le Forze dell’Ordine” (pag. 23 sentenza impugnata).
Il richiamato principio costituisce frutto della constatazione che nel paradigma
dell’esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza alle persone, la
modalità strumentale, violenta o minacciosa, non può trasmodare in
manifestazioni sproporzionate e gratuite, in intima contraddizione con l’elemento
psicologico della fattispecie condensato nella convinzione dell’esercizio, sia pure
solo preteso, di un diritto. Del resto, pare difficilmente contestabile come
l’oggettività giuridica del delitto di esercizio arbitrario delle proprie ragioni con
violenza o minaccia alle persone di cui all’art. 393 cod. pen., anche per la sedes
materiae, sia la tutela delle situazioni aventi apparenza di legalità contro le altrui
violente manomissioni (v., Sez. 5, n. 7507 del 18/05/1983, Coppola, Rv.
160227).
La pretesa arbitrariamente attuata dall’agente deve quindi corrispondere
perfettamente all’oggetto della tutela apprestata in concreto dall’ordinamento
giuridico, e ciò che caratterizza il reato è pertanto la sostituzione, operata
dall’agente, dello strumento di tutela pubblico con quello privato: ne consegue
che nel delitto di cui all’art. 393 cod. pen., la condotta violenta o minacciosa non
è mai fine a sé stessa, ma è strettamente connessa alla finalità dell’agente di far
valere il preteso diritto, rispetto al cui conseguimento si pone come elemento
accidentale, e pertanto non può mai consistere in manifestazioni del tutto
incompatibili con il ragionevole intento di far valere un diritto. Quando la
minaccia o violenza, invece, si estrinseca in forme di tale forza intimidatoria e di
sistematica pervicacia che vanno al di là di ogni ragionevole intento di far valere
un diritto, e la condotta finisce con l’essere fine a sé stessa, allora la coartazione
dell’altrui volontà è finalizzata a conseguire un profitto che assume di per sé i
caratteri dell’ingiustizia (v., Sez. 6, n. 17785 del 25/03/2015, Pipitone, Rv.
263255; Sez. 2, n. 9759 del 10/02/2015, Gargiuolo e altro, Rv. 263298; Sez. 1,
n. 32795 del 02/07/2014, Donato, Rv. 261291).
2.3 Relativamente al mancato riconoscimento della continuazione tra i fatti per
cui è processo e la sentenza del giudice per l’udienza preliminare presso il
Tribunale di Ancona si deve innanzitutto rilevare la mancanza di specificità del
motivo, in quanto la sentenza richiamata non è stata allegata al ricorso per
cassazione; sul punto appare comunque esaustiva la motivazione della Corte di
appello secondo la quale appare inverosimile che Annibaldi, socio di
Abbondanzieri nel commercio di cocaina e nell’estorcere somme ai cessionari,
abbia potuto inizialmente deliberare di svolgere analoghe condotte estorsive
proprio nei confronti di Abbondanzieri (pag 24 sentenza impugnata).
3. Per le considerazioni esposte, dunque, il ricorso deve essere dichiarato
inammissibile. Ai sensi dell’art. 616 c.p.p , con il provvedimento che dichiara
inammissibile il ricorso, la parte privata che lo ha proposto deve essere
condannata al pagamento delle spese del procedimento nonché, ravvisandosi
profili di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità, al pagamento
a favore della cassa delle ammende della somma di C 1.500,00, così
equitativamente fissata in ragione dei motivi dedotti.

P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di C 1.500,00 a favore della Cassa delle
ammende e delle spese processuali del grado in favore della parte civile
Abbondanzieri Alessandro, che liquida in C 3.510,00, oltre accessori di legge
nella misura del 15%, C.P.A ed IVA
Così deciso in Roma il 13/09/2017

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