Violazione Di Domicilio – Cassazione Penale 22/03/2017 N° 13912

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione V

Data: 22/03/2017

Numero: 13912

Testo completo della Sentenza Violazione di domicilio – Cassazione penale 22/03/2017 n° 13912:

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Penale Sent. Sez. 5 Num. 13912 Anno 2017
Presidente: SETTEMBRE ANTONIO
Relatore: SCARLINI ENRICO VITTORIO STANISLAO
Data Udienza: 16/02/2017

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
FERRARI GUERINO nato il 07/09/1941 a CASARANO
avverso la sentenza del 07/01/2015 della CORTE APPELLO di LECCE
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita in PUBBLICA UDIENZA del 16/02/2017, la relazione svolta dal Consigliere
ENRICO VITTORIO STANISLAO SCARLINI
Udito il Procuratore Generale in persona del MARILIA DI NARDO

RITENUTO IN FATTO
1 – Con sentenza del 7 gennaio 2015, la Corte di appello di Lecce, in parziale
riforma della sentenza del locale Tribunale, eliminava le sole statuizioni civili,
confermando così la condanna, agli effetti penali, di Guerino Ferrari per il delitto
di violazione di domicilio a danno di Monica Calò, da lui consumato il 16 luglio
2007.
La prova delle responsabilità del Ferrari promanava dall’essere stato
riconosciuto dalla Calò in alcune fotografie in cui era stato ritratto mentre
penetrava nel cortile della sua abitazione, staccava le tende e le riponeva a
terra.
Le istantanee, prodotte agli atti, erano state scattate da una persona che le
aveva consegnate ad un conoscente della Calò che aveva così potuto identificare
il responsabile dello smontaggio delle tende.
La Corte, rispondendo ad una censura dell’appellante, affermava anche la
sussistenza della violenza sulle cose (anche se non era stata contestata la
relativa aggravante, prevista dall’art. 614, comma quarto, cod. pen., neppure in
fatto), perché l’imputato, introdottosi nel cortile dell’abitazione altrui, aveva
smontato le tende e le aveva appoggiate a terra, così mutando lo stato di fatto
durante la sua illecita permanenza nelle pertinenze del domicilio.
La Corte eliminava, però, le statuizioni civili perchè la parte interessata non
aveva presentato, in prime cure, le sue conclusioni.
2 – Propone ricorso l’imputato, a mezzo del suo difensore, articolando le
proprie censure in quattro motivi.
2 – 1 – Con il primo motivo deduce la mancata assunzione di una prova
decisiva e la violazione di legge.
La difesa aveva chiesto invano l’escussione, ai sensi dell’art. 195 codice di
rito, dei due soggetti che avrebbero consentito di riferire alla persona offesa che
l’imputato aveva violato il suo domicilio: colui che aveva scattato le foto che
ritraevano il ricorrente all’interno della sua abitazione e colui che, ricevutele dal
primo, le aveva consegnate alla Calò.
2 – 2 – Con il secondo motivo lamenta il vizio di motivazione in ordine alla
certa identificazione di colui che sarebbe penetrato nel cortile dell’abitazione
della Calò, non ricavabile dalle mere affermazioni di costei.
2 – 3 – Con il terzo motivo deduce la violazione di legge ed in particolare
dell’art. . 614 cod. pen., avendo i giudici del merito errato nel qualificare il fatto
come violazione di domicilio essendo il Ferrari penetrato nel cortile
dell’abitazione della Calò solo per smontare le tende, sottostanti al suo balcone,
in ordine al cui posizionamento pendeva controversia civile. Si sarebbe pertanto
dovuta qualificare la condotta come esercizio arbitrario delle proprie ragioni.
2 – 4 – Con il quarto motivo lamenta la violazione di legge ed il difetto di
motivazione in riferimento alla mancata applicazione delle circostanze attenuanti
previste dai numeri 2 e 4 dell’art. 62 cod. pen., la cui richiesta era stata oggetto
di specifico motivo di appello.
La provocazione era consistita nell’ applicare illecitamente le tende tanto che
un provvedimento d’urgenza del giudice civile ne aveva ordinata la rimozione.
2 – 5 – Con il quinto motivo si deduce l’estinzione per prescrizione del
delitto contestato.
CONSIDERATO IN DIRITTO
Il ricorso è inammissibile.
1 – Il primo motivo è manifestamente infondato posto che la prova della
responsabilità del ricorrente non poggia sulle dichiarazioni della Calò come teste
de relato ma come teste diretto del fatto che le fotografie in atti ritraggono
l’imputato e lo ritraggono mentre è all’interno della sua proprietà, nel cortile del
suo domicilio, dove si era clandestinamente introdotto.
Non è quindi spazio per l’applicazione del disposto dell’art. 195 del codice di
rito.
2 – Il secondo motivo è anch’esso manifestamente infondato perché versato
in fatto e perché la Corte territoriale aveva argomentato, con motivazione priva
di vizi logici manifesti, come fosse attendibile il riconoscimento dell’imputato da
parte della persona offesa, anche in considerazione del riscontro logico
consistente nella constatazione che l’individuo che si era introdotto nel suo
cortile aveva staccato le tende del balcone, realizzando proprio quella condotta
che lo stesso ricorrente afferma di avere perseguito giudizialmente.
3 – Anche il terzo motivo è manifestamente infondato visto che il ricorrente,
introducendosi clandestinamente nelle pertinenze del domicilio della Calò, non ha
compiuto una condotta tutta sussumibile nell’ipotesi astratta prevista dall’art.
393 cod. pen. (l’esercizio arbitrario delle proprie ragioni, con violenza sulle cose)
posto che, per staccare le tende, il ricorrente aveva dovuto attendere che la Calò
fosse assente da casa in modo da potersi introdurre clandestinamente nel suo
domicilio, così realizzando un’ulteriore condotta rispetto al mero esercizio
arbitrario del proprio diritto consistito nel distacco delle tende dal suo balcone
(da ultimo: Sez. 5, n. 8383 del 27/09/2013, Coppari, Rv. 259044).
4 – Il quarto motivo, speso in relazione al diniego delle circostanze
attenuanti previste dai numeri 2 e 4 dell’art. 62 cod. pen., è inammissibile
perché era già tale la censura mossa con l’atto di appello, avendo la difesa
censurato la loro mancata concessione non perché ne sussistessero gli elementi
di fatto ma solo perché la loro concessione avrebbe condotto il giudice ad
irrogare una pena più mite.
5 – Il quinto motivo è manifestamente infondato posto che la declaratoria di
inammissibilità del ricorso non consente di tenere conto del decorso del tempo
dopo la pronuncia della sentenza impugnata, e, in fatto, al momento della
pronuncia della sentenza d’appello, non erano ancora decorsi i sette anni e sei
mesi necessari per la sua estinzione.
2 – All’inammissibilità del ricorso segue la condanna del ricorrente al
pagamento delle spese processuali e, versando il medesimo in colpa, della
somma di euro 2.000,00 in favore della Cassa delle ammende.

P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di euro 2.000,00 in favore della Cassa delle
ammende.
Così deciso in Roma il 16 febbraio 2017.

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