Verifica Della Correttezza Giuridica – Cassazione Penale 06/09/2017 N° 40552

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione VI

Data: 06/09/2017

Numero: 40552

Testo completo della Sentenza verifica della correttezza giuridica – Cassazione penale 06/09/2017 n° 40552:

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Penale Sent. Sez. 6 Num. 40552 Anno 2017
Presidente: PAOLONI GIACOMO
Relatore: GIORDANO EMILIA ANNA
Data Udienza: 19/07/2017

SENTENZA
sui ricorsi proposti da
Maggi Adriano, n. a Milano il 21/2/1960
Riboni Evelina Maria, n. a Milano il 2/5/1964
avverso il decreto del 16/1/2017 della Corte di appello di Milano
visti gli atti, il provvedimento impugnato e i ricorsi;
udita la relazione svolta dal consigliere Emilia Anna Giordano;
letta la richiesta del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore
generale Piero Gaeta, che ha concluso chiedendo dichiarare inammissibili i
ricorsi.

RITENUTO IN FATTO
1. La Corte di appello di Milano, con il provvedimento indicato in epigrafe, ha
respinto gli appelli proposti da Adriano Maggi e Evelina Maria Riboni avverso il
decreto del 7 luglio 2016 del Tribunale di Milano con il quale era stata disposta
nei confronti del Maggi la misura di prevenzione della sorveglianza speciale di
pubblica sicurezza con obbligo di soggiorno per anni due nonché la confisca
avente ad oggetto due immobili ubicati in Marcallo con Casone e i saldi di diversi
rapporti bancari, tra i quali quello, dell’importo di euro 113.543, facente capo ad
un conto corrente intestato a Evelina Maria Riboni, moglie del proposto, ma
ritenuto a questi riferibile.
2. La Corte milanese ha dato atto che nei confronti del Maggi, nella qualità
di amministratore di diritto della COFIMA e di amministratore di diritto e di fatto
della società MAECO s.r.l. e MAECO s.a.a, si era proceduto, sulla scorta di
indagini condotte dalla Guardia di Finanza, in un procedimento penale, il cui esito
non era ancora irrevocabile, per i reati di usura, accertati nel 2010 e fino al 2015
– traendone profitti per non meno di circa 245.000,00 euro – e per i delitti di
dichiarazione fraudolenta mediante utilizzo di fatture per operazioni inesistenti
consumati negli anni dal 2007 al 2014. Attraverso le indicate società il Maggi
aveva autoprodotto fatture false, di imponibile complessivo di euro 4.800.000,00
ed IVA pari a 978.000,00. La Guardia di Finanza, in particolare, aveva ricostruito
il reato di usura, all’esito di controlli incrociati e della dichiarazioni rese dai
soggetti usurati, anche sulla scorta della documentazione sequestrata poiché il
Maggi, per occultare i movimenti di denaro connessi alla vicende usurarie, aveva
dato ad essi veste fittizia di corrispettivi concernenti regolari operazioni
commerciali, fatturate e imputate nella contabilità delle due società. La Corte ha
dunque, ritenuto accertata l’attuale pericolosità sociale del Maggi, inquadrandolo
nelle categorie dei soggetti di cui all’art. 1, lett. a) e b) del d. Igs. 159/2011,
quantomeno a partire dall’anno 2007, in quanto orientato stabilmente alla
consumazione di traffici di reato e a vivere, anche in parte, con i proventi di detti
reati. Nel decreto impugnato si rileva che i redditi conseguiti dalle società
attraverso le quali il Maggi operava, benché dichiarati, dovevano ritenersi illeciti
poiché le società si erano avvalse di fatture per operazioni inesistenti di ingente
importo per mascherare i costi. La stessa cosa doveva ritenersi per i redditi
percepiti dalla Riboni, quale dipendente della società MAECO fino all’anno 2012
poiché solo apparentemente la Riboni svolgeva lavoro dipendente, riteneva,
dunque che era stato alimentato con provvista illecita, proveniente dal Maggi e
dalla MAECO, anche il conto corrente intestato alla Riboni. In relazione agli
immobili confiscati, si rileva che gli stessi erano stati acquistati con una provvista
riveniente dai conti della MAECO, quindi illecita, e che l’importo acquisito a titolo
di mutuo dalla Ing direct era affluito sui conti del proposto e della moglie ma non
era stato utilizzato per l’acquisto.
3. Con motivi affidati ai difensori di fiducia, e di seguito sintetizzati ai sensi
dell’art. 173 disp. att. cod. proc. pen. nei limiti strettamente indispensabili ai fini
della motivazione, propongono ricorso Adriano Maggi e la terza interessata,
Evelina Maria Riboni.
3.1 Adriano Maggi, denuncia vizio di violazione di legge per la ritenuta
sussistenza del presupposto di applicazione della misura, cioè l’attuale
pericolosità sociale. In particolare, nel ricorso a firma dell’avv. Pio Eugenio
Pomponio, deduce che le conclusioni, su tale punto, del decreto impugnato sono
contrastate dalla circostanza che il Maggi si trova sottoposto dall’agosto 2015
alla misura degli arresti domiciliari e non aveva mai dato adito a rilievi,
svolgendo, al contrario, attività di volontariato in favore di varie onlus, dato,
questo, da apprezzare con riguardo al contenuto della sentenza n. 291 della
Corte Costituzionale. Denuncia, inoltre l’indebito automatismo nella trasposizione
delle risultanze del processo penale di merito nel giudizio di prevenzione,
incentrato sulla prognosi della reiterazione di etiche delinquenziali e non alla
punizione di illecite condotte pregresse. Rileva che, ai fini della ritenuta
sproporzione degli accumuli patrimoniali, non possono essere valutati i redditi
sottratti a imposizione fiscale giacché ai fini della misura ablativa rileva che i
redditi siano frutto di attività illecite o ne costituiscano il reimpiego, accertamenti
nel caso non eseguiti poiché, semplicisticamente, è stato effettuato un raffronto
fra redditi percepiti e redditi consumati pur essendo assodato lo svolgimento di
lavoro dipendente, anche per il tramite di COFIMA e MAECO, del ricorrente.
Anche rispetto agli immobili ubicati in Marcallo con Casone, la decisione della
Corte è frutto di mero formalismo poiché, pur essendo stato pagato il
corrispettivo con anticipazione di denaro riveniente dalla MAECO, ciò non toglie
che la somma sia poi refluita nella società con il mutuo Ing Direct, il cui importo
va pertanto restituito al ricorrente.
3.1.1 Anche nel ricorso a firma dell’ avvocato Francesca Cattaneo e
avvocato Alessandro Zonca si denuncia, con il primo motivo violazione o erronea
applicazione di legge con riferimento agli artt. 1,4 e 6 D. Ivo 159/2011 poiché il
giudizio di pericolosità, posto a fondamento della misura di prevenzione
personale, appare fondato unicamente sul periodo di tempo e modalità con le
quali si sono svolti i fatti oggetto del procedimento penale n. 4923/2013,
pretermettendo la valutazione del complessivo giudizio sulla personalità quindi lo
stato di incensuratezza del ricorrente, il fatto che si tratta di persona dotata di
elevata preparazione professionale svolta presso istituti di primario livello e che è
soggetto estraneo a contesti delinquenziali. Erroneo è anche l’automatismo che
sottostà all’impugnato decreto e la preternnissione delle deduzioni difensive
quanto al lungo periodo di arresti domiciliari al quale è stato sottoposto; al fatto
che le società, delle quali si era avvalso non sono più operative; all’assoluzione
dal reato di estorsione. Analogo vizio inficia la disposta misura si prevenzione
patrimoniale non essendo stato raggiunto il necessario livello di prova per
ritenere sussistente la “sproporzione” tra beni confiscati e reddito ed attività
svolta, ovvero la prova che i beni oggetto di confisca siano frutto di reimpiego di
attività illecite, conclusione nel caso fondata sul mero raffronto tra redditi
percepiti e redditi consumati e trascurando la natura, in parte lecita, dell’attività
svolta. Non può giustificare la misura ablatoria la mera condotta
presuntivamente evasiva. La misura è inapplicabile, con riguardo al reato di
usura poiché il ricorrente svolgeva mera attività di consulenza e l’acquisto
dell’immobile di Marcallo con Casone può essere ricondotto all’erogazione del
mutuo conseguito da Ing Direct.. Con il terzo motivo denuncia violazione di
legge in relazione all’art. 191 cod. proc. pen. poiché il giudizio di prevenzione si
fonda su atti acquisiti nel procedimento penale e sommarie informazioni
testimoniali raccolte in assenza di contraddittorio, in violazione delle regole del
giusto processo sancite dall’art. 111 Cost.e che si risolvono in una inutilizzabilità
patologica e, pertanto, sussumibili nella richiamata applicabile anche al
procedimento di prevenzione.
3.2 Evelina Maria Riboni, in qualità di terza interessata denuncia: 3.2.1
violazione di legge, in relazione all’art. 4, comma 10, legge n. 1423 del 27
dicembre 1956 richiamato dall’art. 2 ter, comma 2, della legge n. 575 del 31
maggio 1965, avendo la Corte elaborato una motivazione meramente apparente,
come già il Tribunale, omettendo di considerare la consulenza tecnica contabile
del dr. Leonardi, depositata in data 25 maggio 2016, unitamente a nota
esplicativa la cui valutazione avrebbe condotto a valutazioni diametralmente
opposte. In particolare rileva che la consulenza tecnica – confermando l’impianto
della memoria depositata il 24 febbraio 2016 – aveva sottoposto ad analisi le
consistenze patrimoniali finanziarie della Riboni ed esaminato tutti i conti, nel
periodo 2009-2015 (con i due sotto-periodi 2009-2013 e 2014-2015) e si era
focalizzata sui flussi di denaro in entrata ed in uscita aventi come controparte il
coniuge, Adriano Maggi. La consulenza aveva accertato che la Riboni vantava un
autonomo reddito – reddito derivante da attività lavorativa (all’uopo erano state
prodotte le relative buste-paga) e che i flussi provenienti dal coniuge ( euro
120.000), intervenuti su un unico conto corrente, che corrispondevano alla metà
delle spese sostenute dalla Riboni, costituivano il contributo alle spese per il
mantenimento della famiglia, sopportate direttamente dalla Riboni. Il vizio
motivazionale emerge dalla circostanza che la Corte ha ritenuto che i
versamento le la metà diti provento dell’attività economica dell Riboni si
arrestano all’anno 2011 , a fronte di documentazione, evidentemente ingnroata,
attestante versamenti leciti e derivanti da attività lavorativa continuativa fino
all’anno 2015 e che la somma riveniente dal Maggi si attestava a 143.264.00
euro posto che i versamenti da lavoro dipedendente della Riboni a favore della
Maeco non trovavano corrispondenza sul conto della donna. La consulenza ha
calcolato il diverso importo spalmato su maggiore arco temporale, ed ha
accertato la totale coincidenza delle competenze nette maturate dalla Riboni in
relazione al rapporto lavorativo con la Maeco e quanto incassato. Erronea è la
deduzione della Corte che ha ritenuto ingiustificati gli accrediti sul presupposto
che la Riboni, avendo reddito autonomo, dovesse contribuire alle spese familiari,
rapportata ai computi del consulente che hanno individuato i versamenti del
Maggi nella metà di quanto, nei corrispondenti periodi, sopportato dalla Riboni e
la conseguente affermazione che il conto corrente de quo fosse, almeno per i
corrispondenti versamenti eseguiti dal Maggi, nella disponibilità di questi avendo
i coniugi optato per il regime di separazione dei beni; 3.2.2 violazione dell’art. 24
d. Igs. 159/2011 stante la insussistenza della intestazione fittizia delle somme di
denaro confiscate e la mancanza di disponibilità da parte dell’ing. Maggi, che
consegue dalla considerazioni innanzi svolte poiché la consulenza tecnica ha
dimostrato che le somme erano versate dal maggi a compensazione delle spese
sopportate in proprio dalla Riboni per il mantenimento del nucleo familiare ed in
assenza di operazioni che denotassero la disponibilità dello stesso da parte del
Maggi. Congruenti con la spesa media, adeguata al tenore di vita di una coppia
con figlio, erano le spese sopportate dalla Riboni ed il conseguente vizio di
motivazione del decreto impugnato secondo il quale non era possibile imputare
le somme corrisposte alle diverse causali e la scomposizione puramente virtuale
tra somme affluite e giacenze.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. I ricorsi sono, per plurime e convergenti ragioni, entrambi inammissibili.
2. Giova rammentare che in relazione al decreto in materia di misura di
prevenzione, sia che esso disponga la misura personale che quella patrimoniale,
il ricorso per cassazione è ammesso soltanto per violazione di legge, secondo il
disposto della legge 27 dicembre 1956, n. 1423, art. 4, commi 10 e 11,
richiamato dalla legge n. 575 del 31 maggio 1965, dall’art. 3 ter, comma 2,
confluito nell’art. 10 del d. I.vo 159/2011, richiamato dall’art. 27 del medesimo
decreto, in riferimento alla misura patrimoniale. In tale nozione si devono
ricomprendere sia gli “errores in iudicando” o “in procedendo”, sia quei vizi della
motivazione così radicali da rendere l’apparato argomentativo posto a sostegno
del provvedimento o del tutto mancante o privo dei requisiti minimi di coerenza,
completezza e logicità e quindi inidoneo a rendere comprensibile l’itinerario
logico seguito dal giudice, oppure, ancora, allorché le linee argomentative del
provvedimento siano talmente scoordinate e carenti dei necessari passaggi logici
da fare risultare oscure le ragioni che hanno giustificato la decisione della
misura. Tale vizio è, infine, ravvisabile quando il provvedimento non affronti le
tematiche poste con l’impugnazione, nella sostanza eluse ma non è estensibile
fino a ricomprendervi difetti motivazionali, consistenti nell’insufficienza,
contraddittorietà ed illogicità, che non possono trovare ingresso nel giudizio di
legittimità quali vizi di violazione di legge essendo espressamente previsti
dall’art. 606, comma 1, lett. e) quali vizi di motivazione. A siffatta circoscrizione
del perimetro cognitivo, proprio dei procedimenti di prevenzione, riconosciuta
come coerente con i precetti costituzionali (Corte cost. 8 sentenza nr. 106 del
15/4/2015), data la peculiarità del procedimento di prevenzione sia sul piano
processuale che su quello sostanziale si sommano i limiti intrinseci del giudizio di
legittimità, che, com’è noto, non può occuparsi della revisione del giudizio di
merito, né della valutazione dei fatti, ma deve attenersi alla verifica della
correttezza giuridica e logica del provvedimento impugnato, rispetto alle cui
statuizioni la Corte di cassazione non dispone del potere di sostituire una propria
alternativa decisione.
3.Rileva il Collegio che i motivi proposti nell’interesse del Maggi, sia quelli
sviluppati nell’impugnazione dell’avv. Pomponio che quelli del ricorso sottoscritto
dagli avv. Cattaneo e Zonca, si risolvono nella esatta riproposizione – anche con
piena coincidenza letterale, in più passaggi- dei motivi di appello , disattesi dalla
Corte milanese. Per tale aspetto i motivi non sfuggono alla censura di
inammissibilità, per aspecificità, mancando di confrontarsi criticamente con la
decisione impugnata e sollecitando alla Corte – come rilevato dal Procuratore
generale – una verifica quale terzo giudice del merito, ambito del perimetro di
legalità che, come noto, circoscrive e definisce anche il motivo di impugnazione
devoluto al giudizio della Corte di Cassazione.
4. Dalla struttura dei motivi di impugnazione discende anche la loro
genericità poiché le valutazioni svolte con riguardo al giudizio sulla personalità
del Maggi – quale lo stato di incensuratezza, la elevata capacità professionale,
l’avere operata in contesti estranei alla criminalità organizzata, passando per
quelle che attengono alla unicità e non definitività della condanna -, omettono di
confrontarsi con gli elementi indiziari posti a fondamento del giudizio di
pericolosità sociale, quindi della sua attualità e sulla proiezione prognostica
desunto dalle condotte che sono state ritenute integrare gravi reati, reiterati nel
tempo – secondo la scansione temporale riportata al punto 2 del ritenuto in fatto
– e frutto di una precisa e specifica organizzazione criminosa, facente capo alle
società COFIMA e MAECO attraverso le quali il Maggi, con sistematicità e
professionalità, si è dedicato alle attività di usura utilizzando, anche per
mascherare tali condotte illecite, le strutture societarie. Diffusamente, a pag. 5
del decreto impugnato, il giudice di appello si è soffermato sulle deduzioni
difensive evidenziando la irrilevanza dello stato di incensuratezza, della
estraneità a contesti mafiosi, dello svolgimento di attività professionale, anche
da lavoro dipendente, lecita poiché perlomeno dal 2006 al 2013 il Maggi si è
dedicato, in modo sistematico e professionale, ad attività delinquenziali
realizzando ingenti evasioni fiscali e altrettanto ingenti profitti usurai.
4.1 Ritiene il Collegio che la decisione impugnata non denuncia alcuna
aporia aporia logica ovvero carenza motivazionale poiché, sulla scorta di una
corretta ed esaustiva ricostruzione del compendio storico-fattuale oggetto della
regiudicanda,la Corte d’appello, ha compiutamente indicato le ragioni per le quali
ha ritenuto sussistenti gli elementi richiesti per la configurazione del giudizio di
pericolosità sociale e di attualità della stessa, evidenziando al riguardo gli aspetti
maggiormente significativi, dai quali ha tratto la conclusione che gli aspetti di
positiva valutazione sulla personalità del Maggi, illustrati dalla difesa, erano
superati dal fatto che si fosse dedicato, prima di essere scoperto, per lungo
tempo, ad attività di reato svolte in modo sistematico, professionale realizzando,
attraverso il noto sistema delle società cd. cartiere, ed avvalendosi di strutture
imprenditoriali apparentemente lecite, ingenti evasioni fiscali e altrettanto ingenti
profitti usurari, non essendo emersi elementi di segno contrario che ne attestino
il definitivo distacco dagli ambienti illeciti. Tali requisiti sono stati, correttamente
ricondotti alla categoria di cui all’art. 1, lett. a) e b) del d. Igs. 159/2011 con
conclusioni che riposano, in definitiva, su un quadro indiziario linearmente
rappresentato come completo ed univoco, e come tale in nessun modo
censurabile sotto il profilo della congruità e della correttezza logico –
argomentativa.
5. Né è fondato il rilievo difensivo secondo il quale la decisione è carente
sotto il profilo del giudizio di attualità della pericolosità tenuto conto del periodo
di custodia cautelare scontato dal Maggi agli arresti domciliari senza dar adito a
rilievi di sorta e, anzia svolgendo attività socialmente utile. E’ noto che con
sentenza n. 291 del 2013 la Corte costituzionale ha statuito, per quanto è qui di
interesse, l’illegittimità costituzionale dell’art. 15 del d. I.vo n. 159 del 2011,
nella parte in cui non prevede che, nel caso in cui l’esecuzione di una misura di
prevenzione personale resti sospesa a causa dello stato di detenzione per
espiazione di pena della persona ad essa sottoposta, l’organo che ha adottato il
provvedimento di applicazione debba valutare, anche d’ufficio, la persistenza
della pericolosità sociale dell’interessato nel momento dell’esecuzione della
misura, statuizione che, in buona sostanza, rimette, comunque al giudice della
prevenzione l’onere di accertare l’attualità della pericolosità del proposto (Sez. 1,
n. 30101 del 25/03/2015 – dep. 13/07/2015, Cambareri, Rv. 264616).
5.1 La Corte milanese, confermando le conclusioni alle quali era pervenuto il
Tribunale di Milano, ha congruamente motivato, con l’impugnato decreto,
l’attualità del giudizio di pericolosità sociale del Maggi, intesa quale prognosi di
reiterazione futura di condotte illecite, evidenziando la recente e prolungata
dedizione ad attività criminali che scolora i trascorsi e risalenti trascorsi di vita
lecita del Maggi e l’effetto deterrente della sofferta custodia cautelare, anche per
un periodo protratto e senza rilievi di sorta. Siffatta lettura, operata
nell’osservanza di un percorso rispettoso del richiesto accertamento sull’estremo
della pericolosità, non può qualificarsi come viziata da carenza o apparenza di
motivazione e risulta, invece adeguata e conforme alla più rigorosa
giurisprudenza di questa Corte, per la quale il giudizio di pericolosità sociale, ai
fini della persistenza della pericolosità, all’esito dello stato di detenzione, deve
avere ad oggetto la condotta del proposto, senza che possa prescindersi dal tipo
e dal grado di pericolosità ravvisata, una volta posto a raffronto con un
atteggiamento antisociale e delinquenziale protrattosi per anni, poiché la
formulazione del giudizio di pericolosità e della sua attualità non attiene
esclusivamente ad un mero dato temporale ma richiede la verifica della
“predisposizione del soggetto nei confronti di valori della convivenza civile”.
6.Generici e manifestamente infondati sono i rilievi difensivi che denunciano
l’automatismo della trasposizione dell’esito dell’unico procedimento penale a
carico del Maggi e la violazione dell’art. 191 cod. proc. pen.. Costante nella
giurisprudenza di legittimità è l’affermazione della piena autonomia dei due tipi
di procedimenti – quello penale e quello di prevenzione – e l’affermazione
dell’ampia libertà di cognizione da parte del giudice della prevenzione
nell’apprezzamento degli elementi probatori tratti da procedimenti penali in
corso, apprezzamento svincolato dal rispetto obbligatorio delle regole di giudizio
proprie del dibattimento penale in tema di prova indiziaria e di prova
dichiarativa, con gli unici vincoli di non fare ricorso a prove vietate e di dar conto
delle ragioni per le quali da quegli elementi si traggano i presupposti applicativi
della misura imposta (Sez. 1, n. 6613 del 17/01/2008, Carvelli e altri, Rv.
239358; Sez. 1 n. 20160 del 29/04/2011, Bagalà, Rv. 250278; Sez. 5, n. 49853
del 12/11/2013, L., Rv. 258939).
6.1 A fronte dell’ampia disamina delle risultanze investigative riportate nel
decreto impugnato – con riferimento al tenore delle dichiarazioni rese dalle
vittime di usura ed alla natura pressocchè documentale degli elementi acquisiti –
nel rispetto del principio di autonomia del procedimento di prevenzione rispetto a
quello penale, il giudice della prevenzione ha fatto ricorso a circostanze di fatto
emergenti dal procedimento penale – non ancora irrevocabile – sottoposti a
puntuale esame critico e dalle quali risultanze ha dedotto l’esistenza sul piano
della realtà delle specifiche circostanze fattuali che hanno consentito la
ricostruzione delle condotte del proposto, e giustificato la diretta incidenza sul
giudizio di pericolosità sociale, il tutto con motivazione esistente ed effettiva. Sul
punto il proposto ricorso si limita a deduzioni del tutto generiche e che investono
il metodo, consentito dalla legge ed avallato dalla giurisprudenza di legittimità
che lo stesso richiama, sulla scorta dell’asserita, ma insussistente, automatica
trasposizione dell’esito del procedimento penale in quello di prevenzione al cui
panorama valutativo, in sé come detto sufficiente, è rimasto estraneo il reato di
estorsione.
7.Con riguardo all’ultimo motivo di ricorso il ricorrente fa discendere dalla
mancata assunzione in contraddittorio della prova dichiarativa, un vizio che non
è sovrapponibile, stante l’autonomia tra i due procedimenti, alla procedura in
camera di consiglio, regolata dall’art. 127 cod. proc. pen., dall’art. 666 cod. proc.
pen., richiamato dall’art. 7, comma 9, del d. I.vo 159 del 2011 e dal complesso
delle disposizioni, pure integrate da interventi additivi del giudice delle leggi, in
materia di pubblicità dell’udienza, ovvero dall’interpretazione di questa Corte
(come statuito in tema di prova contraria in relazione alla confisca da Sez. U, n.
4880 del 26/06/2014, Spinelli ed altro, Rv. 262606) che disciplinano il
procedimento di applicazione della misura patrimoniale e nel quale il
dispiegamento del contraddittorio è, comunque, consentito mediante l’esame
degli atti, la possibilità di piena conoscenza del loro contenuto e della valenza
dimostrativa ai fini del procedimento e di controdeduzione. N e consegue la
genericità del rilievo difensivo tenuto conto che la difesa ha potuto acquisire
piena conoscenza di tutti gli atti posti a fondamento della misura e che neppure
allega di aver richiesto ai giudici di merito, senza averlo ottenuto, l’esame in
udienza delle persone escusse nella fase delle indagini preliminare, il che esclude
sotto ogni possibile profilo la violazione del contraddittorio e della parità di
facoltà deduttive tra accusa e difesa.
8.Parimenti generiche sono le ulteriori censure che investono la disposta
misura patrimoniale. Anche per tale aspetto la denuncia del ricorrente non si
confronta con il decreto impugnato che, esaminando le deduzioni sollevate con i
motivi di appello, si è soffermato sulla illiceità delle acquisizioni patrimoniali
conseguite dal Maggi attraverso le attività illecite, innanzi indicate, e la
genericità e la indimostrata esistenza di leciti profitti che, secondo la difesa,
questi avrebbe conseguito attraverso lo svolgimento di attività consulenziali in
favore delle società predette. La Corte ha sottolineato l’ingente volume di affari
illecite che gravitava intorno alle società e dei correlativi ingenti profitti da reato
confluiti anche nella disponibilità del ricorrente – i cui redditi, dal 2004 al 2013
consistono in compensi erogati da MAECO s.a.s e dividenti derivanti dalle attività
di MAECO s.a.s/s.r.l. e COFIMA s.a.s – , rispetto ai quali, eventuali profitti leciti,
peraltro privi di supporto documentale, perderebbero ogni autonoma rilevanza,
amalgamandosi nel coacervo degli ingenti profitti in modo da non consentire la
scomposizione della relativa provenienza ed imputabilità delle somme erogate o
giacenti sui conti correnti. A riguardo dell’acquisto degli immobili di Marcallo con
Casone la pretesa surroga del pagamento del prezzo di acquisto – imputabile a
somme rivenienti dalla società MAECO – con il mutuo contratto da Ing direct è
stata smentita, sulla scorta di una puntuale ricostruzione in fatto insindacabile
nel presente giudizio, dal rilievo che una parte consistente della somma mutuata
venne fatta transitare sul conto della Riboni, la quale non aveva effettuato il
pagamento al venditore.
9. Conclusivamente dalla motivazione del decreto impugnato, con
ineccepibile motivazione, espressiva di insindacabile apprezzamento di merito, si
evince che il giudice a quo ha ricostruito la causale illecita, le modalità e l’entità
dei proventi riconducibili all’attività svolta, quindi della sproporzione dei beni
posseduti rispetto a indimostrate fonti legittime idonee a giustificare, in presenza
del giudizio di pericolosità sociale, l’ablazione dei beni riconducibili al proposto,
senza alcun automatismo ablativo.
10. Non si sottrae all’esito della inammissibilità il ricorso proposto
nell’interesse della Riboni.
11.La consulenza prodotta dalla difesa in primo grado è stata oggetto di
illustrazione (cfr. pag. 9) ed analitica disamina sia nel decreto impositivo (cfr.
pag. 33) che nel provvedimento impugnato ( cfr. pag. 7), provvedimenti che non
ne hanno condiviso le conclusioni sul punto della illecita provenienza delle
somme, fittiziamente intestate alla ricorrente ma ritenute nella disponibilità del
Maggi e della sproporzione tra le somme oggetto di confisca e la capacità
reddituale della Riboni con motivazione del tutto aliena dalla mera apparenza,
censurata con i motivi di ricorso che, per tale aspetto, non sono aderenti alla
realtà e che, a ben vedere, si risolvono in una censura di puro merito, estranea
al perimetro di valutazione del giudice di legittimità, descritto al punto 2 del
considerato in diritto.
12.In particolare, nel decreto impositivo ed in risposta ai risultati illustrati
nella richiamata consulenza e nelle deduzioni difensive si dà atto, con riguardo
alla somma confiscata, che risulta comunque di importo non superiore alle
somme pervenute sul conto della Riboni da versamenti eseguiti dal Maggi e dalla
soc. MAECO, che, oltre alla somma di 40.000 euro, riveniente direttamente dal
mutuo Ing direct apparentemente contratto dal proposto per il pagamento del
corrispettivo di acquisto degli immobili di Marcallo con Casone, sono pervenuti, a
firma del Maggi, assegni bancari e circolari, distribuiti a partire dall’anno 2009
fino all’anno 2015, di importo pari a 77.292 e 56.778 euro negli anni 2012 e
2013 e di importo minore cioè euro 8.500,00 nell’anno 2009, euro 1.400,00
nell’anno 2011, euro 16.300,00 nell’anno 2014 ed euro 5.500,00 nell’anno 2015,
con la conseguenza che, in particolare per le annualità 2012 e 2013 i saldi recati
dal conto corrente confiscato risultano decisamente superiori agli importi
percepiti dalla Riboni quale reddito di lavoro dipendente dalla MAECO s.r.I./s.a.s..
Il Tribunale, sulla scorta delle risultanze della informativa della Guardia di
Finanza che, con metodo analitico, aveva proceduto alla ricostruzione del
rapporto fonti/impieghi – separatamente per il proposto e per la ricorrente -, ha
ritenuto che le somme recate dagli assegni a firma del Maggi e l’importo degli
assegni corrisposti alla Riboni a titolo di stipendio dalla MAECO, in un periodo
pienamente coincidente con l’attività illecita, non possono essere considerate di
natura lecita tenuto conto che il pagamento della retribuzione non è giustificato,
a meno che per le buste paga, da alcuna documentazione a sostegno che
comprovi l’effettivo svolgimento attività lavorativa della Riboni. Quanto alle
modalità di calcolo della sproporzione reddituale, concentrando l’attenzione sulle
autonome capacità reddituali, il Tribunale ha rilevato che, per una visione
complessiva fonti/impieghi, è necessario effettuare una valutazione unitaria del
nucleo familiare con la conseguenza che le spese sostenute dalla Riboni nel
quinquennio 2009/2013 (complessivamente ascendenti a 184.190,74) non
possono essere considerate gli unici impieghi della famiglia, tenuto conto della
spesa media di una famiglia, riferita al nucleo familiare di tre persone, e
dell’analisi dei flussi finanziari rilevabili dai rapporti bancari di cui era titolare il
proposto e indici, anch’essi di reddito consumato. A questo fine – cfr. pag. 27 del
decreto impositivo – il Tribunale ha richiamato le spese per il mantenimento della
famiglia direttamente rivenienti dai conti bancari del proposto e che attestavano,
ad es. il pagamento delle utenze domestiche, mediante RID bancario; delle rate
del mutuo per l’acquisto della casa; il pagamento della scuola privata della figlia,
spese mediche, viaggi ed altro ancora. In ogni caso, conclude il Tribunale,
sussiste il criterio alternativo, che, cioè, le somme rinvenute sul conto della
Riboni siano frutto di attività illecite o ne costituiscono il reimpiego, anche per
quelle percepite a titolo di stipendi, perlomeno nell’anno 2015.
13.La Corte di appello, esaminando le censure difensive – e riassumibili nel
dato che la causale degli accrediti del Maggi era da rinvenire nel contributo di
questi alle spese di mantenimento della famiglia sostenute in proprio dalla
coniuge e che a queste erano proporzionate, rappresentandone il 44,7% nel
periodo 2009/2013 e il 45,9% per il periodo 2013/2015, rispetto all’esborso di
euro 168.740,01, a tal fine sopportato dalla ricorrente – ha ritenuto che la tesi
difensiva muoveva da dati metodologici erronei cioè dall’assunto che le spese
sostenute dalla Riboni (come detto ascendenti nel quinquennio 2009/2013 a
euro 184.190,74), siano imputabili esclusivamente al sostentamento del nucleo
familiare, e non anche a spese personali e che la destinazione allegata, quella del
rimborso delle spese per il sostentamento familiare, era priva di qualsiasi
riscontro fattuale e del tutto arbitraria. Il giudice di appello ha, pertanto, ritenuto
che è illogico effettuare una scomposizione virtuale delle somme confluite sui
conti e delle giacenze, ponendo una correlazione tra esse e le uscite in relazione
alla diverse provenienze e, così, legittimare la conclusione, sostenuta dalla
difesa, secondo la quale le uscite sono attribuibili alle somme pervenute dal
Maggi e la somma confiscata ai leciti proventi di lavoro dipendente della Riboni.
Viceversa, stante l’autonomia patrimoniale della Riboni, gli accrediti del Maggi
sono ingiustificati e palesano come vi fosse una sostanziale commistione, che
prescinde dalla titolarità o contitolarità del conto e dal regime patrimoniale tra i
coniugi, delle relative disponibilità economiche fra il Maggi e la coniuge,
commistione che comporta la riferibilità al Maggi perlomeno delle somme versate
sul conto della Riboni con versamenti effettuati, ragionevolmente, per costituire
una provvista che potesse sfuggire alla scure della confisca, tanto più che sui
conti correnti personale del Maggi sono state rinvenute somme notevolmente
inferiori
14.Ritiene il Collegio, che non emergono, sulla scorta della ricostruzione
compiuta nel decreto impositivo e richiamata nel provvedimento impugnato,
omissioni sostanziali nella ricostruzione del flusso di denaro proveniente dal
proposto e dalla MAECO e sulla posizione reddituale, bancaria e finanziaria della
Riboni, sviluppata con metodo analitico (e le cui risultanze sono illustrate nelle
pagg. 20 e ss. del decreto impositivo), con inclusione di tutte le fonti di reddito
accertate della Riboni e muovendo proprio dal riconoscimento della autonoma
capacità reddituale della ricorrente: il tracciamento bancario dei pagamenti
eseguiti dal Maggi esclude in radice che le somme confiscate siano state apprese
in ragione della presunzione derivante dal rapporto di coniugio e, quindi, il
denunciato automatismo ablatorio. La completezza della disamina non è inficiata
dalla circostanza che il Tribunale si è soffermato nella descrizione delle specifiche
fonti di reddito della ricorrente, con riguardo ai redditi percepiti negli anni 2012,
2013 e 2015 rivenienti dalla MAECO, procedimento che non contrasta o nega
l’autonoma capacità reddituale della Riboni poiché mero passaggio motivazionale
rilevante ai fini della ricostruzione dei rapporti economici intrattenuti con la
MAECO. Si rivela, pertanto, aspecifica la deduzione difensiva, secondo la quale
sono stati ignorati i redditi prodotti dall’anno 2011 e fino all’anno 2015 ovvero il
denunciato errore di calcolo – sui flussi di denaro provenienti dal Maggi nei sette
anni (dal 2009 e fino al 2015) – o quello relativo all’importo delle spese
sostenute dalla Riboni per far fronte a spese personali e relative al nucleo
familiare (indicate in consulenza nell’importo di euro 168.740,01) poiché, invece,
le diverse conclusioni alle quali i giudici di merito sono pervenuti costituiscono il
frutto di valutazioni, per nulla illogiche, che muovono dall’importo delle somme
certamente versate sul conto dal Maggi e, quanto alle somme rivenienti da
MAECO, dalla ritenuta fittizietà del rapporto di lavoro della Riboni con la società,
dalla quale la ricorrente aveva conseguito redditi, anzi la totalità dei redditi da
lavoro dipendente denunciati negli anni 2012 e 2013, di importo esiguo (pari
negli anni in questione a euro 18.197,92 ed euro 12.728,52) rispetto agli importi
denunciati negli anni precedenti, agli importi movimentati sui conti ed a quelli
direttamente rivenienti dal Maggi negli anni in esame. Rileva, il Collegio che, il
proposto ricorso non smentisce il decreto impugnato nella parte in cui il giudice
della prevenzione esclude la sussistenza di elementi storico-fattuali idonei a
supportare la tesi della ricorrente, ferma sulla natura di rimborso dei versamenti
a proprio favore da parte del Maggi (dunque in compensazione di un presunto
credito maturato verso il coniuge), allegando, a riprova, l’adeguatezza del tenore
di vita supportato dall’allineamento all’indice ISTAT delle spese sostenute dalla
ricorrente, ed un calcolo percentuale sul complessivo ammontare e neppure
calcolato anno per anno, ma sugli importi totali.
15. Manifestamente infondato è l’ulteriore rilievo difensivo che attacca la
motivazione della sentenza di appello pervenuta alla conclusione che è illogico
effettuare una scomposizione virtuale delle somme confluite e delle giacenze,
ponendo una correlazione tra esse e le uscite in relazione alla diverse
provenienze e, così, legittimare la conclusione, sostenuta dalla difesa, secondo la
quale le uscite sono attribuibili alle somme pervenute dal Maggi e la somma
confiscata ai leciti proventi di lavoro dipendente della Riboni. Le conclusioni dei
giudici di merito riposano sui principi della fungibilità del denaro e
dell’anatocismo dell’illecito, che ostano una scomposizione e diversificazione
della imputazione delle uscite unicamente ad una parte di tali somme.
16.Ritiene il Collegio, al cospetto di tali motivazioni, che il ricorso non offra
elementi per valutare addirittura mancante, perché privo dei requisiti minimi di
coerenza, completezza e logicità il ragionamento seguito dai giudici di merito che
si sono confrontati con le argomentazioni della consulenza di parte ritenendo che
non ne fossero condivisibili le conclusioni disattendendole con una motivazione
che è ben lontana dai vizi denunciati e dal rigoroso perimetro che segna la
valutazione in sede di legittimità.
17.Alla inammissibilità dei ricorsi consegue la condanna dei ricorrenti al
pagamento delle spese processuali e ciascuno al versamento della somma
indicata in dispositivo in favore della cassa delle ammende.

P.Q.M.
Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle
spese processuali e ciascuno al versamento della somma di Euro
millecinquecento in favore della cassa delle ammende.
Così deciso il 19 luglio 2017

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