Udienza Preliminare – Cassazione Penale 03/03/2017 N° 10549

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione VI

Data: 03/03/2017

Numero: 10549

Testo completo della Sentenza Udienza preliminare – Cassazione penale 03/03/2017 n° 10549:

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Penale Sent. Sez. 6 Num. 10549 Anno 2017
Presidente: PAOLONI GIACOMO
Relatore: PETRUZZELLIS ANNA
Data Udienza: 09/02/2017

SENTENZA
sul ricorso proposto dal
P.m. presso il Tribunale di Roma
avverso la sentenza del 05/05/2016 del Gup del Tribunale di Roma emessa nel
procedimento a carico di
Gulinelli Paolo, nato a Roma il 14/11/1952
Lo Conte Concetta, nata a Messina il 20/01/1954
Migliorini Alberto, nato a Roma il 11/07/1946
visti gli atti, il provvedimento denunziato ed il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Anna Petruzzellis;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Alfredo
Pompeo Viola, che ha concluso per l’annullamento con rinvio della sentenza
impugnata;
uditi l’avv. Alessandro Russo per Gulinelli, l’avv. Fabrizio Merluzzi per Lo Conte,
l’avv. Bianca Maria D’Ugo in sostituzione dell’avv. Carlo Arnulfo per Migliorini,
che hanno concluso per l’inammissibilità o in subordine il rigetto del ricorso;

RITENUTO IN FATTO
1. Il Gup del Tribunale di Roma, con sentenza del 05/05/2016, ha dichiarato
non doversi procedere nei confronti di Paolo Gulinelli, Concetta Lo Conte e
Alberto Migliorini, in ordine ai reati di cui agli artt. 323 e 479 cod. pen. loro
ascritti, perché il fatto non costituisce reato.
I predetti risultano, in tempi diversi, responsabili della AGEA (agenzia per
le erogazioni in agricoltura), nonché Gulinelli e Migliorini anche amministratori in
tempi successivi della società SIN spa, a capitale misto pubblico privato. Tali
organismi avevano l’incarico di verificare la restituzione dei contributi erogati
dalla comunità europea in favore degli agricoltori, e fornirne un resoconto
all’ente erogatore, al fine di consentire l’attribuzione delle eventuali sofferenze
allo Stato nazionale, ove ascrivibili a cattiva amministrazione di quest’ultimo, in
luogo che farli ricadere sulla comunità europea.
In tal senso i responsabili dell’AGEA erano tenuti a redigere un prospetto
trimestrale attinente ai rapporti debitori; risulta che nel tempo, e segnatamente
fino al 2007, probabilmente in conseguenza di scarsa chiarezza delle disposizioni
applicative, era stato redatto un elenco autonomo di sofferenze non accertate in
via amministrativa o giudiziaria, condizione quest’ultima specificamente richiesta
al fine dell’inserimento del registro debitori nella disciplina dettata in argomento,
e derivanti invece da errori tecnici, o relativi a contributi erogati in base a
disposizioni non più in vigore, situazioni che non venivano portate a conoscenza
dell’organismo europeo; per l’effetto si è prodotto un consolidamento della
situazione debitoria, che non ha consentito il recupero delle somme dovute.
La registrazione anomala indicata, applicata fino al 2007, aveva
perpetuato i suoi effetti negativi poiché anche in epoca successiva tali dati non
erano emersi e le non corrette risultanze pregresse sono state avvalorate dalla
certificazione che doveva accompagnare l’invio del registro debitori, rilasciata dai
singoli responsabili dell’AGEA periodicamente, che attestava la regolarità delle
registrazioni, attività in relazione alla quale era stato contestato il delitto di falso.
Il Gup nel provvedimento impugnato, dopo aver analizzato la situazione di
fatto, attribuendola per il pregresso ad erronea interpretazione delle norme
dettate in tema di formazione del registro debitori, situazione mutata solo nel
2008, ha concluso nel senso liberatorio indicato, ascrivendo le condotte, pur
verificate, ad erronea valutazione del corretto criterio di gestione, e quindi a
colpa, elemento psicologico estraneo alla fattispecie delittuosa di cui all’art. 323
cod. pen., in considerazione: dell’uniformità dei comportamenti tenuti, pur nella
successione del potere di rendicontazione presso i diversi responsabili dell’AGEA
alternatisi nel tempo; del mancato accertamento di un interesse specifico di
favore o vantaggio nei confronti di particolari categorie di debitori, verifica già
effettuata dagli inquirenti; della natura documentale dell’approfondimento, che
escludeva un ulteriore sviluppo dell’accertamento sul punto in sede
dibattimentale,
Ad analoghe conclusioni il giudicante è pervenuto anche in relazione al
delitto di falso, nel presupposto che l’attestazione dovesse essere espressa dal
responsabile pro tempore dell’AGEA, al quale non risultavano essere mai stati
consegnati i dati corretti, in possesso della SIN spa, società tenuta alla
contabilizzazione; tale condizione imponeva di escludere la consapevole falsità
della certificazione oggetto dell’imputazione, attribuita ai responsabili dell’ente
certificatore.
2. Il P.m. presso il Tribunale di Roma ha proposto ricorso con il quale
rileva:
2.1. violazione di legge, ai sensi dell’art. 606 comma 1 lett.b) cod. proc.
pen., per avere il giudicante operato una valutazione di merito, che esula
dall’ambito della cognizione rimessagli nella fase, che deve essere circoscritta
alla valutazione di possibile sviluppo dell’ipotesi di accusa nel corso del
dibattimento, mentre il giudicante si è spinto a verificare la sussistenza di
elementi indicatori del dolo nel reato, con analisi rimessa invece al giudice del
merito, ricercando una prova logica incompatibile con l’ambito dell’accertamento
processuale a lui attribuito.
In particolare, è risultata così preclusa l’acquisizione in dibattimento delle
dichiarazioni di Polizzi —responsabile dell’ufficio contenziosi comunitari dal 2012-,
in parte riportate nella sentenza, sulla base delle quali era possibile datare la
l’emersione dell’esigenza di un nuovo approfondimento in ordine alla modalità di
registrazione del pregresso già nell’ottobre 2012, per effetto di una riunione
organizzata sul punto. La circostanza conduce ad escludere che la condotta
tenuta fino all’anno successivo fosse riconducibile a mancata percezione della
effettiva natura dell’obbligo incombente sui responsabili dell’agenzia. Tale lettura
si pone in contrasto con la ricostruzione fornita dagli indagati, riguardante una
interpretazione univoca offerta dall’ufficio sulle disposizioni sul punto, di cui
sarebbe stata presa coscienza solo nell’anno successivo.
2.2. Si deduce contraddittorietà ed illogicità della motivazione nella parte
in cui, pur dando conto di quanto appena espresso in ordine alla consapevolezza
sulla presenza nella banca dati di indicazioni non classificabili come errori
amministrativi, colloca poi tale coscienza solo nel maggio 2013, senza superare
l’opposta risultanza richiamata.
Risulta priva di giustificazione la valutazione sulla ritenuta universalità
dell’erronea interpretazione della circolare del 2008, in ordine alla non corretta
classificazione degli errori amministrativi, che ha escluso dalla rendicontazione
una serie di debiti non qualificabili in tale ambito.
3. Con memoria depositata nei termini la difesa di Migliorini ha contestato
l’ammissibilità del ricorso proposto, rilevando che, al di fuori dall’ambito in cui
l’impugnazione è formulabile ai sensi dell’art. 606 cod. proc. pen., il ricorrente
sollecita una difforme valutazione di merito, estranea all’ambito valutativo
rimesso alla Corte di legittimità, e risulta aspecifica nella parte in cui,
lamentando il mancato vaglio dibattimentale, non individua quali prove
sarebbero in grado di superare l’incertezza sugli elementi costitutivi dei reati.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso è inammissibile in quanto proposto per motivi non consentiti
e manifestamente infondato.
2. Bisogna ricordare che ai fini della pronuncia della sentenza di non luogo
a procedere, il criterio di valutazione per il giudice dell’udienza preliminare non è
l’innocenza dell’imputato, ma l’inutilità del dibattimento, anche in presenza di
elementi probatori contraddittori od insufficienti (principio pacifico; da ultimo sul
punto Sez. 4, n. 32574 del 12/07/2016, P.C. in proc. Trimarchi e altri, Rv.
267457); nello svolgimento di tale giudizio questi è tenuto solo a verificare se gli
elementi acquisiti a carico dell’imputato risultino irrimediabilmente insufficienti o
contraddittori, in ragione delle indagini effettuate nel corso delle indagini, e dei
loro ipotizzabili sviluppi.
Che tale analisi non si fermi ad una valutazione di tipo squisitamente
processuale è chiaramente previsto dalla disposizione di cui all’art. 425 comma 1
cod. proc. pen., nella parte in cui preliminarmente prevede che il Gup operi una
verifica di sussistenza delle cause di proscioglimento, anche quelle direttamente
involgenti l’elemento psicologico del reato; tale analisi si sviluppa secondo una
doppia valutazione basata su quanto già acquisito e risultante dalle indagini, e
sulla previsione dei possibili arricchimenti, secondo la prospettazione delle parti,
per consentire l’acquisizione di prove sugli elementi costitutivi delle fattispecie
contestate, dovendo escludersi, in caso contrario, la funzione del rinvio a giudizio
che va commisurata alla prospettabile funzione chiarificatrice del dibattimento
(in argomento tra le altre, Sez. 6, Sentenza n. 17951 del 13/10/2015,
dep. 29/04/2016, imp. P.M., P.C. in proc. Barone e altri, Rv. 267310)
Il dato normativo esclude la fondatezza dell’interpretazione posta a base
del proposto ricorso, in ragione della quale sarebbe preclusa al giudicante
qualsiasi valutazione di tipo logico sull’esistenza degli elementi costitutivi del
reato, poiché quel che è precluso effettivamente è un giudizio su fattispecie i cui
contorni siano suscettibili di difforme definizione sulla base degli elementi di
prova acquisibili ed indicati dal P.m., non la valutazione delle indagini già svolte,
ove le stesse si presentino, per loro natura, insuscettibili di ulteriore sviluppo sui
punti essenziali al fine di definire la fattispecie contestata. Ciò in quanto ogni
indagine sull’elemento psicologico del reato, come già detto espressamente
richiamata dal testo dell’art. 425 cod. proc. pen., presuppone per il suo corretto
svolgimento anche valutazioni di tipo logico, mentre quel che rileva al fine della
piena validità di tale giudizio è che emerga l’impossibilità di superare tali
valutazioni sulla base di prove da acquisire. Del resto la preclusione posta a
fondamento dell’impugnazione, e ricavata dal ricorrente dal principio di diritto
fissato da un precedente della Corte di legittimità (Sez. 2, n. 15942 del
07/04/2016, P.G. in proc. I e altro, Rv. 266443), risulta non univocamente
emergente da tale statuizione, posto che anche tale pronuncia fa leva sulla
necessità che il giudizio si fondi su di una impossibilità di sviluppo in
dibattimento, che costituisce l’elemento differenziale sulla base del quale operare
l’accertamento di conformità al modello legale della decisione assunta
È quello che risulta avvenuto nel caso di specie ove giova richiamare la
valutazione preliminare che ha costituito la base di partenza della ricostruzione
giustificatrice del provvedimento impugnato, all’atto in cui il Gup ha sottolineato
la completezza delle indagini svolte dalla guardia di finanza, la loro natura
strettamente documentale, che aveva consentito di cristallizzare l’accertamento
della discrasia tra quanto emergeva dalla banca dati gestita dalla SIN spa e
quanto riportato dal’AGEA nel registro debitori, che aveva seguito una
procedura, valutata erronea nel 2008, che aveva interessato il periodo
comprendente tutto il 2007, per poi procedere ad una diversa classificazione
dall’anno successivo, lasciando impregiudicato il pregresso.
A fronte di tale ricostruzione dell’evoluzione degli eventi con riguardo
all’imputazione di abuso di ufficio, il Gup è andato alla ricerca di elementi
rivelatori non solo della violazione di legge realizzata dai responsabili pro
tempore dell’AGEA e della collegata SIN spa nella compilazione dei rapporti
debitori loro rimessa, ma anche dell’ulteriore violazione, funzionale a creare un
vantaggio, a sé stessi o a terzi, o un danno a categorie definite di soggetti
passivi, elementi che devono caratterizzare il dolo intenzionale, tipico del la
fattispecie.
L’impugnante in argomento, senza smentire gli elementi di valutazione
utilizzati in proposito dal Gup per pervenire alla decisione di proscioglimento,
deduce la mancata considerazione della prova acquisibile sul punto in
dibattimento, individuandola nell’audizione del dr. Polizzi, dirigente dell’ufficio
contenzioso comunitario, che risulta già escusso in sede di indagine, senza
indicare quale ulteriore campo di approfondimento, non ancora praticato e
sicuramente dirimente sui punti controversi, possa consentire di esplorare tale
testimonianza, poiché solo tale prospettiva renderebbe l’acquisizione idonea a
superare le deduzioni logiche del giudicante con riferimento agli indicatori
opposti della mancanza degli elementi costitutivi dell’accusa. Si deve poi rilevare
per completezza che, rispetto alla necessaria verifica degli elementi costitutivi
del delitto di cui all’art. 323 cod. pen., essi riguardano necessariamente
l’estremo della doppia ingiustizia, che agisce quale dato costitutivo
caratterizzante la fattispecie.
In ogni caso, a fronte delle osservazioni del ricorrente al riguardo si deve
rimarcare che l’analisi svolta dal Gup sull’elemento psicologico non esula dal
campo di indagine rimessogli, all’atto in cui questa si svolga sulla base della
prognosi di sviluppo ed accertamento sul punto dell’approfondimento
dibattimentale, poiché la funzione del giudizio rimesso a tale autorità è quella di
agire quale filtro, teso ad evitare il passaggio alla fase dibattimentale in assenza
di elementi fondanti l’accusa, insuscettibili di essere arricchiti in quella sede e di
impedire alla fonte l’aumento dei giudizi dibattimentali, destinati a concludersi,
con ragionevole certezza, con pronunce assolutorie, in quanto prive di sbocchi di
approfondimento.
3. Ad analoghe conclusioni di inammissibilità, si deve pervenire anche per
quel che attiene alla decisione di proscioglimento dal reato di falso, in relazione
alla quale si denuncia una contraddizione interna del provvedimento.
Premesso che i tre indagati risultano raggiunti dall’accusa nella loro
qualità di responsabili dell’AGEA e ciascuno in relazione alle annualità in cui si è
sviluppata tale gestione, l’impugnante segnala l’incongruenza della ricostruzione
posta a base della sentenza, che si assume la mancanza di consapevolezza della
falsa attestazione, nel presupposto che i dati falsi fossero in possesso della SIN
spa, e non fossero stati trasmessi all’AGEA, cosicché i certificatori
sottoscrivevano l’attestazione di conformità in totale buona fede.
In proposito il P.m. impugnante segnala che Gulinelli e Migliorini, nel
periodo successivo alla loro carica di legale rappresentate AGEA, hanno rivestito
analoga funzione presso la SIN spa, ma l’obiezione risulta ignorare lo sviluppo
diacronico di tale incarico rispetto ai tempi a cui si riferisce l’imputazione, posto
che a ciascuno di essi viene attribuita esclusivamente l’attività di falsificazione
eseguita in proprio e quindi, secondo l’impostazione dell’impugnazione, in epoca
antecedente alla condizione di consapevolezza, non quella di istigatore della
falsità altrui.
Quanto alla falsità attribuita alla Lo Conte, l’unica che avrebbe rivestito la
funzione di responsabile AGEA nell’ultimo periodo, successivo all’emersione della
irregolarità, il P.m. contesta la mancanza di consapevolezza, nel presupposto
che, almeno dalla data dell’ottobre 2012 risulti raggiunta dalla donna, sulla base
di quanto esposto nella sentenza, la consapevolezza della non attendibilità dei
dati forniti dalla SIN spa successivamente certificati dai responsabili AGEA,
circostanza che ritiene essere in contraddizione con l’assunto della carenza
dell’elemento psicologico.
Si deve a tale ultimo proposito considerare che la sentenza, attraverso
una ricostruzione in fatto la cui aderenza ai dati presenti in atti non risulta
contestata dal ricorrente, accerta che questa, all’esito di quanto conosciuto nel
corso del 2012 si attivò perché la SIN spa le fornisse tutti i dati delle
inadempienze antecedenti al 2008, non confluite nel registro debitori, e dà conto
che gli organi preposti trasmisero tali dati con mail solo nel maggio 2013, epoca
successiva alle eseguite perquisizioni, cosicché pur volendo ritenere tali dati
immediatamente fruibili al fine di una corretta retrospettiva ricostruzione
contabile, questi avrebbero dovuto confluire nella certificazione formata entro
fine l’agosto 2013 (i due mesi successivi al trimestre di riferimento, secondo la
prescrizione amministrativa al riguardo), contestazione che, se pur formalmente
rientrante nel capo di imputazione, che data al 2014 la fine del periodo di
riferimento, risulta estranea all’accertamento svolto dalla guardia di finanza nel
marzo 2013, ed in relazione alla cui effettiva sussistenza lo stesso impugnante
non fonda i suoi rilievi, che si fermano, per quel che riguarda la Lo Conte,
all’inattività intercorrente tra l’ottobre 2012 ed il marzo 2013.
Tale delimitazione temporale impone di considerare giustificata dalla
pronuncia impugnata l’insussistenza della falsità per effetto della mancanza dei
dati in possesso del funzionaria su cui formulare la difforme certificazione,
pervenuti solo successivamente.
La circostanza evidenzia, anche sotto questo profilo, la manifesta
infondatezza del ricorso.

P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso.
Così deciso il 09/02/2017

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