Trattamento Penitenziario – Cassazione Penale 21/12/2016 N° 54448

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione I

Data: 21/12/2016

Numero: 54448

Testo completo della Sentenza Trattamento penitenziario – Cassazione penale 21/12/2016 n° 54448:

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RITENUTO IN FATTO
1. Il Tribunale di sorveglianza di Roma con ordinanza in data 17 dicembre 2015
respingeva la richiesta nell’interesse di Morelli Francesco, finalizzata ad ottenere, da
un lato, il differimento della pena ex art. 147 comma 1 n. 2 cod. pen. ovvero, in
subordine, l’applicazione della misura della detenzione domiciliare ex art. 47 ter
comma 1 ter L. 26 luglio 1975, n.354.
Premetteva il giudice a quo che il Morelli era stato condannato per concorso
esterno in associazione mafiosa e che il Tribunale di Milano, il 24/4/2013, aveva già
disposto, pendente iudicio, nei suoi confronti la misura degli arresti domiciliari presso
una struttura ospedaliera, con prosecuzione presso il domicilio, per le condizioni di
salute incompatibili con il regime carcerario.
Si era indicato come il Morelli fosse affetto da depressione maggiore, con perdita
di peso talmente rilevante da rappresentare rischio di intaccamento della funzione di
organi ad elevata dignità funzionale, nonché dell’equilibrio idroelettrolitico, con
pericolo di suicidio.
La richiesta di differimento della pena era stata già respinta dal Magistrato di
sorveglianza nonostante le due relazioni sanitarie del 19 e del 23 novembre 2015. Da
esse risultava la patologia della depressione maggiore ed il particolare che il regime
carcerario avrebbe potuto aggravare la condizione patologica. Si aggiungeva, tuttavia,
in quei documenti clinici che l’esame obiettivo non aveva, comunque, rivelato
patologie organiche, né uno stato di denutrizione.
Il Tribunale dava, ancora, atto che all’istanza era stata allegata una certificazione
del CSM del 22/10/2015, in cui si evidenziavano idee di rovina e di suicidio.
Il 26 novembre 2015, dopo la notifica del provvedimento con cui era stata
respinta la richiesta di differimento dell’esecuzione della pena, il Morelli aveva tentato
il suicidio.
Ricoverato presso il Policlinico Umberto I era stata redatta una relazione
dettagliata in data 10-12-2015 sulla sua condizione di salute; era seguita altra
relazione, in data 14/12/2015, che dava conto di un leggero miglioramento, grazie alle
cure ed all’ambiente terapeutico. Permaneva, tuttavia, nel quadro clinico la condizione
di depressione maggiore e l’intenzionalità anticonservativa in caso di ripristino della
carcerazione.
Il Tribunale di sorveglianza escludeva che ricorressero le condizioni per
l’applicazione del regime di detenzione domiciliare ai sensi dell’art. 47 ter comma 1 ter
L. 26 luglio 1975, n.354 nel concorso delle condizioni di cui agli artt. 146 e 147 cod.
pen.
In primo luogo si osservava che il differimento per malattia psichiatrica era
previsto solo nelle ipotesi in cui quest’ultima si fosse risolta in una patologia organica
e che, in ogni caso, là dove la malattia psichiatrica avesse impedito l’esecuzione
ordinaria della pena non avrebbero trovato applicazione gli artt. 146 e 147 cod. pen.,
ma MI’art. 148 cod. pen. con conseguente ricovero in OPG ovvero in casa di cura.
Il Tribunale di sorveglianza richiamava, poi, la relazione del 23/11/2015, che
attestava l’insussistenza a carico del Morelli di patologie organiche ed in cui non si
evidenziava uno stato di denutrizione. Il fatto nuovo del suicidio era, altresì,
interpretato come una scelta volontaria di sottrarsi al carcere e, dunque, come
un’iniziativa strumentale ad orientare la decisione del Tribunale.
Ininfluente era ritenuta, in particolare, la documentazione allegata dalla difesa.
Unica eccezione era costituita da due relazioni della Asl in data 21/11/2015 e
2/12/2015. In esse si dava, invero, atto di un’accentuazione della malattia negli ultimi
mesi, con disturbo del sonno e incompatibilità della condizione di salute con il regime
carcerario.
Il Tribunale di sorveglianza giungeva, tuttavia, alla conclusione che la
documentazione richiamata non fosse idonea a fondare l’accoglimento della richiesta
e, in ogni caso, assumeva che, pur ipotizzata una grave infermità ai sensi dell’art. 147
comma 1 n. 2 cod. pen., non si sarebbe potuta ignorare la pericolosità sociale elevata
dell’istante che risultava ostativa all’accoglimento del differimento ex art. 147 ult.
comma cod. pen.
2. Ricorre per cassazione Morelli Francesco a mezzo del difensore di fiducia e
deduce i seguenti motivi. Premette che era sottoposto al momento del passaggio in
giudicato della sentenza – che gli aveva inflitto la pena di anni otto mesi tre di
reclusione per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa – alla misura degli
arresti domiciliari, in atto dal 23 aprile 2013.
La richiesta era stata avanzata proprio in ragione delle gravi condizioni di salute,
incompatibili con il regime carcerario.
2.1. Con il primo motivo lamenta il vizio di motivazione.
Il Tribunale di sorveglianza aveva, in definitiva, richiamato la condizione di
salute, ritenendo, tuttavia, prevalente la pericolosità del Morelli con una valutazione in
re ipsa, inferita dalla gravità dei reati per i quali vi era stata condanna.
Il ragionamento cedeva ad una valutazione presunta della pericolosità, approccio
contrario agli arresti giurisprudenziali più recenti. La necessità delle valutazioni
sull’attualità e sul grado della pericolosità sociale, del resto, afferma il ricorrente,
erano presenti anche nella decisione della Corte costituzionale n. 97 del 2015.
Il vizio di motivazione si apprezzava anche in relazione alle considerazioni
espresse dal tribunale sulle certificazioni sanitarie della ASL, documentazione rispetto
alla quale il medesimo Tribunale di sorveglianza aveva avanzato più d’una perplessità.
Aveva annotato il giudice a quo che il profilo psichiatrico e la sua compatibilità con il
regime carcerario erano stati valutati pur in difetto d’una richiesta espressa da parte
dell’Autorità Giudiziaria. Lo stesso Tribunale di sorveglianza non aveva, tuttavia,
esplicitato da cosa derivassero le perplessità opposte.
OSSERVA IN DIRITTO
1. Il ricorso è fondato, per quanto si passa ad esporre.
1.1. Il Tribunale di sorveglianza ha premesso che l’istante si trovava agli arresti
domiciliari per le sue condizioni di salute, ritenute incompatibili con il regime
carcerario, giusta ordinanza del Tribunale di Milano del 24 aprile 2013. Il
provvedimento era stato assunto all’esito di una diagnosi clinica di “depressione
maggiore”, con episodi di tale rilevanza da costituire rischio per organi ad elevata
funzionalità, con pericolo di suicidio.
La decisione del giudice a quo, riprendendo quanto aveva già anticipato il
Magistrato di sorveglianza, si è fondata su due relazioni sanitarie (del 19 e del 23
novembre 2015). Ciascuna dava conto del persistere della patologia testé evocata di
“depressione maggiore” e dei rischi ad essa connessi, che il regime carcerario avrebbe
potuto aggravare. Si era, tuttavia, annotato che l’esame obiettivo non aveva,
comunque, rivelato patologie organiche, né uno stato di denutrizione.
Il Tribunale di sorveglianza interpretava, infine, un tentativo di suicidio del 26
novembre 2015, come una scelta volontaria finalizzata a sottrarsi al carcere.
Aggiungeva che, sia la relazione redatta presso il Policlinico Umberto I, del 10-12-
2015, sia quella del 14/12/2015, avevano, del resto, dato conto di un leggero
miglioramento, grazie alle cure ed all’ambiente terapeutico.
2. Deve in primo luogo osservarsi che il Tribunale di sorveglianza ha escluso che
sussistessero le condizioni per l’applicazione del regime di detenzione domiciliare ai
sensi dell’art. 47 ter comma 1 ter L. 26 luglio 1975, n.354 nel concorso delle
condizioni di cui agli artt. 146 e 147 cod. pen. D’altro canto, il differimento è stato,
altresì, escluso sia ex art 147 comma 1 n 2 cod. pen., sia per effetto della malattia
psichiatrica, ipotesi in cui sarebbe stato ammissibile solo in caso di sua risoluzione in
una patologia di tipo organico. Di converso, là dove la malattia psichiatrica avesse
impedito l’esecuzione ordinaria della pena non avrebbero trovato applicazione gli artt.
146 e 147 cod. pen., ma dell’art. 148 cod. pen. con conseguente ricovero in OPG
ovvero in casa di cura.
2.1. Ebbene, a prescindere dalla lettura che il Giudice a quo ha inteso
prospettare dell’art. 148 cod. pen. – e da ogni possibile dubbio di ragionevolezza che
da quel tipo d’interpretazione potrebbe in astratto derivare (pur senza considerare che
l’art. 47 ter comma 1 ter L. 26 luglio 1975, n.354 non distingue tra malattia organica
e psichica in senso strett – va sottolineato come questa Corte ha già avuto modo di
spiegare che lo stato di salute incompatibile con il regime carcerario, idoneo a
giustificare il differimento dell’esecuzione della pena per infermità fisica o la
applicazione della detenzione domiciliare, non è limitato alla patologia implicante un
pericolo per la vita. In funzione dell’applicazione degli istituti indicati, ed al fine di
evitare che l’esecuzione della pena si trasformi in una condizione inumana e
degradante, si deve, piuttosto, avere riguardo ad ogni stato morboso o scadimento
fisico capace di determinare una situazione di esistenza al di sotto di una soglia di
dignità da rispettarsi pure (ed innanzitutto) nella congiuntura della restrizione
carceraria stessa (Sez.1, sentenza n. 22373 del 08/05/2009 Cc. (dep. 28/05/2009),
Aquino, Rv. 244132; Sez.1, sentenza n. 16681 del 24/1/2011 Cc. (dep 29/4/2011,
Buonanno, Rv. 249966).
2.2. Nel caso di specie il Tribunale di sorveglianza ha escluso che sussistessero le
condizioni per disporre il differimento dell’esecuzione o la detenzione domiciliare sulla
scorta di un esame parziale e lacunoso della documentazione richiamata. Soprattutto,
ha disatteso le relazioni cliniche allegate nell’interesse della parte e con cui avrebbe
avuto, di converso, obbligo di confrontarsi, anche al solo scopo di confutarne le
affermazioni.
In particolare, il giudice a quo, pur dando atto che in entrambe le relazioni
richiamate (quella del 19 e del 23 novembre 2015) si prospettasse la permanenza di
un quadro clinico di depressione maggiore e d’una intenzionalità anticonservativa, in
caso di ripristino della carcerazione, si è limitato a valorizzare, in funzione della sua
decisione, la sola conclusione che l’esame obiettivo non aveva, comunque, rivelato
patologie organiche, né uno stato di denutrizione. Con ciò ha trascurato di
t,
soffermarsi sulla complessità della patologia/sulle conseguenze che sarebbero potute
derivare dall’indicata ed accertata condizione di depressione maggiore, oltre che dal
suo possibile aggravarsi in ragione della detenzione. Si trattava, infatti, di
un’eventualità espressamente indicata nella documentazione clinica richiamata dallo
stesso Tribunale.
Né può ritenersi appagante la motivazione sviluppata per disattendere sul punto
specifico la documentazione allegata dalla difesa, che dava conto di una condizione di
incompatibilità tra il quadro patologico e la situazione di restrizione.
Le due relazioni della Asl, in data 21/11/2015 e 2/12/2015, di epoca
sostanzialmente coeva alle precedenti, davano, invero, atto di un’accentuazione della
malattia negli ultimi mesi, con disturbo del sonno ed attestavano l’indicata
“incompatibilità” della condizione di salute con il regime carcerario.
La motivazione del provvedimento impugnato non si confronta con questo
aspetto che costituisce il nucleo centrale del tema decidendum.
Improprio, peraltro, va ritenuto il riferimento operato alla circostanza che la
struttura pubblica indicata avesse certificato detta condizione d’incompatibilità, pur in
assenza di una richiesta espressa da parte dell’Autorità Giudiziaria.
Si tratta, invero, di documentazione proveniente da struttura pubblica e
fidefacente, rispetto alla quale non risulta siano stati sviluppati argomenti appaganti
per disattenderne i contenuti.
Non adeguatamente supportata, in termini motivazionali, è, ancora, la
conclusione cui è giunto il Tribunale di sorveglianza che, pur ipotizzata una grave
infermità ai sensi dell’art. 147 comma 1 n. 2 cod. pen., ha ritenuto ostativo
all’accoglimento della domanda stessa la pericolosità sociale dell’istante medesimo.
Quel profilo, invero, risulta inferito dal solo delitto commesso e, dunque, operando una
valutazione in una logica di pura retrospezione, senza soffermarsi in maniera adeguata
sulle ragioni e gli elementi che si sarebbero dovuti richiamare per ritenere concreto,
all’attualità, quel profilo di pericolosità personale, stimato ostativo ai sensi dell’art. 147
ult. comma cod. pen. .
3. Alla luce di quanto premesso la decisione impugnata va annullata con rinvio
per nuovo esame. Il giudice del rinvio si conformerà ai principi di diritto che si passa
ad enunciare.
Tenuto conto della continuità concettuale tra la fase processuale e quella
d’esecuzione penale e della stretta connessione tra gli artt. art. 3 Convenzione EDU
27 comma 3 Cost., 32 Cost., 275 comma 4 cod. proc. pen., 147 cod. pen. e 47 ter
comma 1 ter L. 26 luglio 1975, n.354, va ritenuto principio generale di sistema quello
per cui la restrizione cautelare o in esecuzione di pena non può attuarsi, allorquando,
per la gravità della condizione patologica del soggetto in vinculis, si impone a costui
una sofferenza aggiuntiva non necessaria ai fini del trattamento esecutivo o della
medesima restrizione interinale e, soprattutto, quando non si possa assicurare al
detenuto un sistema di cure adeguato e conforme al comune senso di umanità.
L’indicata continuità tra la fase processuale e trattamentale di tipo esecutivo,
impone, altresì, al giudice – a fronte di dati o documentazione clinica che giunga a
divergenti conclusioni sulla compatibilità tra il quadro patologico ed il regime restrittivo
– di approfondire la questione, ricorrendo all’ausilio specifico della perizia. Ciò in
ragione del livello squisitamente tecnico delle indagini medico-legali richieste.
Questa Corte ha, d’altro canto, già affermato analogo principio in tema di revoca
o di sostituzione della custodia cautelare in carcere ex art. 299, comma quarto-ter in
presenza di condizioni di salute incompatibili con lo stato di detenzione o, comunque,
tali da non consentire adeguate cure inframurarie (Sez.6, sentenza n. 4050 del
09/01/2008 Cc. (dep. 25/01/2008), Mancuso, Rv. 238405; Sez. 1 sentenza n. 28738
del 01/07/2010 Cc. (dep. 21/07/2010), Mulè, Rv. 248391; Sez.1, sentenza n. 12698
del 14/02/2008 Cc. (dep. 25/03/2008), Santapaola, Rv. 239374; Sez.3, sentenza n.
5934 del 17/12/2014 Cc. (dep. 10/02/2015), Lula, Rv. 262160).
Proprio nell’impostazione del “nuovo” codice di rito, la formulazione dell’art. 220
cod. proc. pen. induce viepiù a convalidare la prospettiva logica segnalata e ad
affermare l’inesistenza di un principio di “autonoma” e “libera” cognizione del giudice
penale su questioni tecniche. Lo stesso legislatore con l’espressione “la perizia è
ammessa quando occorre svolgere indagini … o acquisire dati o valutazioni che
richiedono specifiche competenze tecniche, scientifiche ” sottolinea la necessità del
ricorso allo strumento d’approfondimento specialistico che integra ed agevola la
conoscenza giudiziale. Tutto ciò nella consapevolezza dei limiti strutturali e connaturali
all’idea tradizionalmente espressa dal principio dello “iudex peritus peritorum”». Resta
ferma, ovviamente, la devoluzione al giudice stesso del «riesame critico sull’elaborato
peritale, nel contraddittorio delle parti> (in questo senso Relazione al P.P. del 1988, p.
137 s.).
P.Q.M.
Annulla l’ordinanza impugnata e rinvia per nuovo esame al Tribunale di
sorveglianza di Roma.
Così deciso in Roma, il 29 novembre 2016

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