Trasparenza Fiscale – Cassazione Penale 18/07/2017 N° 35173

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione III

Data: 18/07/2017

Numero: 35173

Testo completo della Sentenza trasparenza fiscale – Cassazione penale 18/07/2017 n° 35173:

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Penale Sent. Sez. 3 Num. 35173 Anno 2017
Presidente: SAVANI PIERO
Relatore: SOCCI ANGELO MATTEO
Data Udienza: 26/04/2017

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
BARTOLI GIOVANNI nato il 13/06/1967 a LECCO
avverso la sentenza del 23/04/2015 della CORTE APPELLO di MILANO
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita in PUBBLICA UDIENZA del 26/04/2017, la relazione svolta dal Consigliere
ANGELO MATTEO SOCCI
Udito il Procuratore Generale in persona del dott. FULVIO BALDI
che ha concluso per: “Rigetto del ricorso”;
sentito il difensore dell’imputato, Avv. Alessio Mascia, che ha concluso per:
“Accoglimento del ricorso”.

RITENUTO IN FATTO
1. Con sentenza della Corte di appello di Milano del 23 aprile
2015, in parziale riforma della decisione del giudice per le indagini
preliminari del Tribunale di Lecco del 16 aprile 2012, si è dichiarato di
non doversi procedere nei confronti di Giovanni Bartoli perché il reato di
cui all’articolo 8, comma 1, d. Igs. N. 74 del 2000 era estinto per
prescrizione – capo A dell’imputazione – e rideterminata la pena per il
residuo reato di cui al capo B (art. 10 d.lgs. 74/2000; accertato in Lecco
dal 1 gennaio 2006 fino al 31 dicembre 2007) in mesi 6 di reclusione.
2. L’imputato ha proposto ricorso in Cassazione, tramite il
difensore, per i motivi di seguito enunciati, nei limiti strettamente
necessari per la motivazione, come disposto dall’art 173, comma 1, disp.
att., cod. proc. pen.
2. 1. Violazione di legge e vizio di motivazione in relazione agli
art. 178, 191 cod. proc. pen. e 220 disp. att. cod. proc. pen.
Tutti gli atti compiuti successivamente al 5 maggio 2009 dalla
Guardia di finanza e allegati alla originaria richiesta di rinvio a giudizio
devono ritenersi inutilizzabili, perché compiuti in divieto della disposizione
dell’art. 220, disp. att. cod. proc. pen.
La motivazione della Corte di appello risulta viziata. Il
procedimento penale era rubricato dal 1 luglio 2010 a carico del
ricorrente, ma le indagini erano iniziate con una apparente verifica
amministrativa della Guardia di Finanza che sin dal 5 maggio 2009 in
occasione della verifica fiscale nei confronti di una società che aveva
avuto rapporti con il ricorrente quale commercialista (la Frà Galdino
Immobiliare s.r.I.). Nei confronti del Bartoli è stata compiuta una
illegittima indagine penale sostanziale nelle apparenti vesti di
accertamento tributario.
Sin dal maggio 2009 accertata la falsità della fattura era stata
inviata la comunicazione di reato al rappresentante dell’utilizzatore della
fattura emessa dal ricorrente; ne consegue che anche per il ricorrente da
tale data la guardia di finanza avrebbe dovuto trasmettere la notizia di
reato; tale omissione si riversa non solo sul capo A – estinto per
prescrizione – ma anche sul capo B dell’imputazione, poiché nella verifica
la Guardia di Finanza aveva acquisito l’elenco dei clienti del ricorrente
beneficiari delle fatture del Bartoli non rinvenute nella sua contabilità.
Inoltre il mancato rispetto delle garanzie procedurali, viziando la raccolta
degli elementi di prova, comporta che gli stessi non potevano essere
utilizzati per l’acquisizione di atti probatori successivi, quali gli
interrogatori del ricorrente (dove gli atti inutilizzabili furono utilizzati per
le contestazioni).
Agli atti del dibattimento non risulta acquisito il PVC (processo
verbale di constatazione), e quindi illogica risulta la motivazione della
Corte di appello che si riferisce al PVC. Nessun effetto sanante inoltre
comporta la scelta del rito abbreviato sugli atti inutilizzabili
(inutilizzabilità patologica), come illogicamente ritenuto dalla Corte di
appello.
2. 2. Mancanza, contraddittorietà e illogicità della motivazione con
riferimento al tempo del commesso delitto ex art. 10 d. Igs. 74 /2000.
Per la Corte di appello la responsabilità del ricorrente risulterebbe
dalle ammissioni del ricorrente nel corso dell’interrogatorio.
Stante l’inutilizzabilità denunciata con il primo motivo, e l’assenza
agli atti del PVC, non risultano altre prove per la responsabilità del
ricorrente.
Dalla lettura dei verbali di interrogatorio, infatti, non risulta
nessuna confessione sulla distruzione o l’occultamento della
documentazione. Nel momento della richiesta della Guardia di Finanza il
ricorrente rispondeva di non aver conservato copia della documentazione
avendo omesso di annotarla nella dichiarazione dei redditi. Il ricorrente
ha solo omesso di esibire la documentazione agli operanti, non potendosi
escludere (in assenza di prova contraria) che la stessa neppure fosse
mai stata stampata. Quindi non risulta nessuna prova di occultamento, o
di distruzione, della documentazione. La mancata creazione del
documento cartaceo non rientra nell’ipotesi dell’art. 10, d. Igs. 74/2000.
Manca inoltre la prova del dolo specifico, poiché la condotta di
omessa registrazione non è punibile. Non si tratterebbe di una
eliminazione fisica – involontaria od accidentale – bensì di un’omessa
esibizione di documenti mai detenuti. La Corte di appello invece desume
la pregressa esistenza della documentazione, sulla base della competenza
professionale del ricorrente. Del resto la Guardia di Finanza era già in
possesso della documentazione (acquisita presso i clienti del ricorrente) e
quindi anche per quest’aspetto non è configurabile il reato. Infatti la
documentazione era stata acquisita antecedentemente alla richiesta di
documentazione effettuata al ricorrente.
Nessuna prova è stata assunta sulla permanenza della condotta di
occultamento della documentazione, mentre al più potrebbe sostenersi
che il ricorrente abbia distrutto il cartaceo, immediatamente dopo la
creazione e l’invio ai clienti. La distruzione si sarebbe consumata fino al
31 dicembre 2007, e quindi al 30 giugno 2015 il reato risulterebbe
prescritto.
2. 3. Mancata concessione delle generiche, vizio di motivazione e
violazione di legge.
Il ricorrente si è sottoposto a due interrogatori e si è reso sempre
disponibile, non ha partecipato al giudizio perché rito abbreviato. La Corte
di appello nega le generiche sulla presunta mancanza di ravvedimento.
Tale motivazione non è logica.
Ha chiesto pertanto l’annullamento della sentenza impugnata.

CONSIDERATO IN DIRITTO
3. Il ricorso risulta inammissibile per manifesta infondatezza dei
motivi.
La sentenza impugnata della Corte di appello (e la sentenza di
primo grado, doppia conforme) relativamente al reato di cui al capo B
dell’imputazione adeguatamente motiva, senza contraddizioni e senza
manifeste illogicità, rilevando come la prova dell’occultamento della
documentazione deriva dalla stessa confessione del ricorrente, resa nel
corso dei due interrogatori del 5 ottobre 2010 e del 15 aprile 2011, nel
corso dei quali ammetteva di non aver annotato per mero errore le
fatture e che non aveva conservato copia delle fatture.
Il ricorrente sostiene che l’invalidità delle operazioni della Guardia
di Finanza in violazione dell’artt. 220 disp. att., cod. proc. pen. comporti
anche l’invalidità degli interrogatori, inoltre sostiene un travisamento
degli stessi da parte dei giudici di merito (non risulta nessuna
confessione).
Relativamente al travisamento del contenuto degli interrogatori
si deve rilevare che lo stesso, se commesso, è avvenuto in primo grado e
non in appello, senza che nei motivi di appello sia stato proposto il
relativo motivo: “Il travisamento della prova, se ritenuto commesso dal
giudice di primo grado, deve essere dedotto al giudice dell’appello, pena
la sua preclusione nel giudizio di legittimità, non potendo essere dedotto
con ricorso per Cassazione il vizio di motivazione in cui sarebbe incorso il
giudice di secondo grado se il travisamento non gli era stato
rappresentato” (Sez. 5, n. 48703 del 24/09/2014 – dep. 24/11/2014,
Biondetti, Rv. 26143801).
Inoltre deve osservarsi che il verbale della deposizione è
trascritto solo in parte nel ricorso introduttivo e ciò già sarebbe sufficiente
– da solo – per l’inammissibilità del relativo motivo: “Il ricorso per
Cassazione, per difetto di motivazione in ordine alla valutazione di una
dichiarazione testimoniale, deve essere accompagnato, a pena di
inammissibilità, dalla integrale produzione dei verbali relativi o dalla
integrale trascrizione in ricorso di detta dichiarazione, in quanto
necessarie ai fini della verifica della corrispondenza tra il senso probatorio
dedotto dal ricorrente ed il contenuto complessivo della dichiarazione”
(Sez. F, n. 32362 del 19/08/2010 – dep. 26/08/2010, Scuto ed altri, Rv.
24814101; vedi anche Sez. 6, n. 9923 del 05/12/2011 – dep.
14/03/2012, S., Rv. 25234901).
3. I.. Relativamente alle violazioni dell’art. 220 disp. att. cod.
proc. pen. anche volendo ritenere una loro configurazione (in linea
teorica) l’invalidità resterebbe limitata agli atti (fonti probatorie) acquisiti
dalla Guardia di Finanza, e al verbale – PVC – e non anche agli
interrogatori avvenuti con le garanzie di legge (vedi Sez. 1, n. 42010 del
28/10/2010 – dep. 26/11/2010, Raso e altro, Rv. 24902101; Sez. 3, n.
15372 del 10/02/2010 – dep. 22/04/2010, Fiorillo, Rv. 24659901: “È
causa di inutilizzabilità dei risultati probatori la violazione delle
disposizioni del codice di procedura penale la cui osservanza, nell’ambito
di attività ispettive o di vigilanza, è prevista per assicurare le fonti di
prova in presenza di indizi di reato”; Sez. 3, n. 6881 del 18/11/2008 –
dep. 18/02/2009, Ceragioli e altri, Rv. 24252301; Sez. 3, n. 7820 del
01/04/1998 – dep. 03/07/1998, Molayem M, Rv. 21122501).
Ai sensi dell’art. 185, comma 1, cod. proc. pen., infatti, la nullità
di un atto rende invalidi gli atti consecutivi che dipendono da quello
dichiarato nullo, e gli interrogatori non sono atti consecutivi che
dipendono dagli accertamenti della Guardia di Finanza, come
conseguenza necessaria ed imprescindibile: “Quando una violazione
processuale non determina, in concreto, alcun pregiudizio ai diritti di
difesa, deve escludersi che la eventuale nullità possa estendersi anche
agli atti successivi, ai sensi dell’art. 185 cod. proc. pen., in quanto tale
effetto si produce solo quando sia stato effettivamente condizionato il
compimento degli atti che sono conseguenza necessaria ed
imprescindibile di quello nullo e non degli atti che si pongono
semplicemente in obbligata sequenza temporale con quest’ultimo” (Sez.
6, n. 33261 del 03/06/2016 – dep. 29/07/2016, Lombardo, Rv.
26767001).
4. In tema di reati tributari, l’impossibilità di ricostruire il reddito
od il volume d’affari derivante dalla distruzione o dall’occultamento di
documenti contabili non deve essere intesa in senso assoluto e sussiste
anche quando è necessario procedere all’acquisizione presso terzi della
documentazione mancante. (Sez. 3, n. 36624 del 18/07/2012 – dep.
21/09/2012, Pmt in proc. Pratesi, Rv. 25336501).
Nel nostro caso la documentazione è stata rinvenuta presso terzi
e non presso il ricorrente con la conseguenza della sussistenza del reato:
“In tema di reati tributari, il delitto di cui all’art. 10 D.Lgs. 10 marzo
2000, n. 74, tutelando il bene giuridico della trasparenza fiscale, è
integrato in tutti i casi in cui la distruzione o l’occultamento della
documentazione contabile dell’impresa non consenta o renda difficoltosa
la ricostruzione delle operazioni, rimanendo escluso solo quando il
risultato economico delle stesse possa essere accertato in base ad altra
documentazione conservata dall’imprenditore e senza necessità di
reperire “aliunde” elementi di prova” (Sez. 3, n. 20748 del 16/03/2016 –
dep. 19/05/2016, Capobianco, Rv. 26702801).
5. Come correttamente ritenuto dalla Corte di appello
l’occultamento della documentazione è reato permanente (Sez. 3, n.
38376 del 09/07/2015 – dep. 22/09/2015, Palermo, Rv. 26467601), e il
reato si configura nei confronti del ricorrente perché soggetto che aveva
istituito una contabilità obbligatoria e non aveva nella disponibilità la
documentazione. La documentazione era stata certamente formata
poiché le fatture erano state rinvenute presso terzi (e il ricorrente doveva
a sua volta conservare e annotare nella sua contabilità la
documentazione); infine le decisioni di merito correttamente pongono in
risalto la professione del ricorrente (commercialista) relativamente al
dolo.
Infine deve rilevarsi che anche la sola condotta di non stampare
la documentazione, costituisce già un occultamento della stessa agli
accertatori.
6. Relativamente al trattamento sanzionatorio e alla motivazione
sulle circostanze attenuanti generiche, si rileva che anche sul punto il
ricorso risulta inammissibile.
La pena (di mesi 6 di reclusione, con la riduzione per il rito) è
stata contenuta dal Giudice prossima al minimo edittale (pena da 6 mesi
ad anni 5 di reclusione), e quindi non necessitava una particolare
motivazione, e il richiamo ai criteri dell’art. 133 cod. pen. risulta
adeguato. (Sez. 2, n. 28852 del 08/05/2013 – dep. 08/07/2013, Taurasi
e altro, Rv. 256464).
La decisione sulla concessione o sul diniego delle attenuanti
generiche è rimessa alla discrezionalità del giudice di merito, che
nell’esercizio del relativo potere agisce con insindacabile apprezzamento,
sottratto al controllo di legittimità, a meno che non sia viziato da errori
logico-giuridici. (Sez. 2, n. 5638 del 20/01/1983 – dep. 14/06/1983,
ROSAMILIA, Rv. 159536; Sez. 5, n. 7562 del 17/01/2013 – dep.
15/02/2013, P.G. in proc. La Selva, Rv. 254716; Sez. 6, n. 14556 del
25/03/2011 – dep. 12/04/2011, Belluso e altri, Rv. 249731).
Le attenuanti generiche previste dall’art. 62-bis cod. pen. sono
state introdotte con la funzione di mitigare la rigidità dell’originario
sistema di calcolo della pena nell’ipotesi di concorso di circostanze di
specie diversa e tale funzione, ridotta a seguito della modifica del giudizio
di comparazione delle circostanze concorrenti, ha modo di esplicarsi
efficacemente solo per rimuovere il limite posto al giudice con la
fissazione del minimo edittale, allorché questi intenda determinare la
pena al di sotto di tale limite, con la conseguenza che, ove questa
situazione non ricorra, perché il giudice valuta la pena da applicare al di
sopra del limite, il diniego della prevalenza delle generiche diviene solo
elemento di calcolo e non costituisce mezzo di determinazione della
sanzione e non può, quindi, dar luogo né a violazione di legge, né al
corrispondente difetto di motivazione. (Sez. 3, n. 44883 del 18/07/2014 –
dep. 28/10/2014, Cavicchi, Rv. 260627).
Nel caso in esame la Corte di appello motiva adeguatamente
rilevando l’entità della violazione e le qualità professionali del ricorrente.
Alla dichiarazione di inammissibilità consegue il pagamento in
favore della Cassa delle ammende della somma di C 2.000,00, e delle
spese del procedimento, ex art 616 cod. proc. pen.

P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al
pagamento delle spese processuali e della somma di C 2.000,00 in favore
della Cassa delle ammende.
Così deciso il 26/04/2017

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