Tipicità Penale – Cassazione Penale 27/05/2016 N° 22474

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezioni Unite

Data: 27/05/2016

Numero: 22474

Testo completo della Sentenza Tipicità penale – Cassazione penale 27/05/2016 n° 22474:

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SENTENZA sui ricorsi proposti da 1. Passarelli Michele, nato a Rende il 06/01/1943 2. Iannini Eliseo, nato a L’Aquila 1’11/01/1959 avverso la sentenza del 24/03/2014 della Corte di appello dell’Aquila visti gli atti, la sentenza impugnata e i ricorsi; udita la relazione svolta dal componente Maurizio Fumo; udito il Pubblico Ministero, in persona dell’Avvocato generale Carmine Stabile, che ha concluso chiedendo il rigetto dei ricorsi; uditi i difensori del ricorrente Iannini, avv.ti Cristiana Valentini e Massimo Manieri, che hanno concluso per raccoglimento del ricorso. RITENUTO IN FATTO 1. La Corte di appello dell’Aquila, con sentenza in data 24 marzo 2014, ha parzialmente riformato la pronunzia di primo grado nei confronti di Michele Passarelli ed Eliseo Iannini, imputati entrambi di bancarotta fraudolenta distrattiva e documentale e, il solo Passarelli, di bancarotta da reato societario, per i quali le pene sono state rideterminate in melíus. 1.1. Il giudice di primo grado aveva dichiarato i predetti colpevoli dei reati rispettivamente loro ascritti ai capi A (Passarelli: artt. 216, primo comma, nn. 1 e 2, 219, primo comma e secondo comma, n. 1, 2231. fall), B (Passarelli: artt. 223, secondo comma, n. 1, I. fall., con riferimento all’art. 2621 cod. civ.); C (Iannini: artt. 216, primo comma, n. 2, 219, primo e secondo comma, 223 I. fall) e D (entrambi: artt. 216, primo comma, n. 2, 219, primo e secondo comma, 223 I. fall.). 1.2. La vicenda riguarda il fallimento della s.p.a. L’Aquila Calcio, dichiarato con sentenza del 28 luglio 2004. Secondo quanto si legge in sentenza, Passarelli, nella sua qualità di amministratore della società L’Aquila Calcio, dal 12 aprile 1999 al 30 gennaio 2004, e Iannini, quale amministratore di fatto dal luglio 2003, distraevano somme di denaro, sia prelevandole direttamente (invero alcuni prelevamenti di cassa – si assume – non avevano giustificazione), sia emettendo sine titulo assegni della s.p.a., sia incassando assegni destinati alla società, ma non lasciando traccia del relativo importo nelle scritture contabili (utilizzando la somma per scopi estranei a quelli aziendali), sia appostando in bilancio falsi esborsi. E invero il Tribunale aquilano, prima, e la Corte di appello, poi, hanno evidenziato, tra l’altro (con particolare riferimento alla posizione di Passarelli), la falsità di una fattura, apparentemente emessa dalla società Alcatraz per la copertura del manto erboso del campo di calcio. Secondo i giudici di merito, si era trattato di una prestazione inesistente. Inoltre, non veniva annotato in contabilità il rilevante importo di euro 327.775, per altro da considerare come contropartita di spese, a loro volta, non documentate. Vi erano poi stati bonifici a favore della ditta Elledi per servizi eseguiti non per conto della fallita, bonifici effettuati in realtà per estinguere debiti personali del Passarelli. Sempre il Passarelli, poi, si legge in sentenza, poneva in essere false comunicazioni sociali, in modo da ingannare i destinatari delle stesse (e al fine di conseguire l’ingiusto profitto pari alle consumate distrazioni), cagionando oltretutto, in tal modo, il dissesto della società, conseguenza diretta – dunque – della condotta falsificatoria (artt. 223, secondo comma, n. 1, I. fall. e 2621 cod. 2 civ.), consistita: a) nel riportare, tra i costi di produzione del bilancio 2003, voci fittizie, per un importo di euro 513.675,62; b) nell’informare il pubblico dell’avvenuta ricostituzione del capitale sociale della società L’Aquila Calcio – contrariamente al vero – per l’importo di euro 1.217.675,00, ricostituzione, in realtà, mai avvenuta per tale entità, dal momento che venivano fittiziamente indicate come ricomprese in tale “operazione” anche somme già indicate quali “anticipazioni soci” negli anni 2001, 2002 e 2003, per un ammontare complessivo di euro 288.217,2. 1.3. Gli imputati sono stati riconosciuti colpevoli anche di bancarotta fraudolenta documentale, poiché tenevano le scritture contabili in modo da non consentire la ricostruzione del movimento degli affari, annotando crediti inesistenti, facendo risultare fittizie operazioni di anticipazioni soci, omettendo di annotare introiti ed altro. Invero, si legge nella sentenza di primo grado, confermata sul punto, in appello, che venivano sistematicamente annotati, a far tempo dal bilancio 2001, crediti inesistenti; altre false annotazioni venivano effettuate per mascherare singole condotte distrattive di prelevamento di somme di denaro. 2. Iannini e Passarelli ricorrono per cassazione avverso la sentenza d’appello. 3. Gli avvocati Massimo Manieri e Cristiana Valentini, nell’interesse dello Iannini, articolano quattro motivi. 3.1. Censurano, innanzitutto, la mancata assunzione di prove decisive. Invero il Tribunale aveva, a suo tempo, ammesso l’esame di tutti gli imputati, ma non vi aveva poi proceduto. Gli altri coimputati, a vario titolo prosciolti, dovevano essere considerati “testimoni puri” e il contributo di conoscenza che avrebbero potuto offrire per la ricostruzione della complessa vicenda processuale non avrebbe dovuto essere ignorato. Viene anche denunciato vizio di motivazione della sentenza di secondo grado, la quale non fornisce risposta adeguata, poiché si limita a rilevare che gli imputati erano rimasti contumaci. Ma tale circostanza non precludeva la possibilità che gli stessi fossero citati in giudizio per rendere o negare il consenso all’esame dibattimentale. Ai sensi dell’art. 603 cod. proc. pen., la invocata decisione della Corte territoriale avrebbe dovuto essere considerata propedeutica alla richiesta di rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale. 3.2. Con il secondo motivo, si deduce travisamento degli atti e mancanza di motivazione, essendo state erroneamente valutate le dichiarazioni della teste 3 Frammolini; da tali dichiarazioni non poteva certo dedursi il ruolo di amministratore di fatto in capo allo Iannini. Peraltro, anche i contributi provenienti dagli altri testi sarebbero stati non correttamente interpretati dai giudici del merito, come risulta evidente dal raffronto del testo della decisione impugnata con i verbali della istruzione dibattimentale. Invero, il solo testimone Bizzarri ebbe a dichiarare di essere stato assunto direttamente da Iannini, come medico sociale della squadra di calcio. 3.3. Con il terzo motivo, si assume che la condotta attribuita allo Iannini non sarebbe comunque integrativa degli estremi della figura dell’amministratore di fatto. I difensori fanno, in particolare, riferimento: a) a quanto la Corte distrettuale crede di poter desumere dal verbale assembleare del 31 ottobre 2003 (in cui si dava atto dell’intervenuto passaggio delle quote sociali dal Passarelli allo Iannini e della sua attività di controllo del bilancio), atteso che la prima circostanza è del tutto neutra e la seconda è pienamente giustificata dall’interesse del futuro acquirente circa le reali condizioni della società della quale si accingeva ad acquisire quote; b) al fatto che, da un certo momento in poi, lo stesso fosse apostrofato dai dipendenti come “presidente” della società e che tale qualifica apparisse anche sul sito intemet della stessa, atteso che è noto che, in determinati contesti socio-culturali, si abbonda nell’attribuire titoli onorifici e si indulge nelle iperboli encomiastiche; c) alla sottoscrizione da parte sua di un importante contratto di sponsorizzazione per la società sportiva, quasi che solo il presidente o il dominus della compagine possano attivarsi in tal senso. In sintesi: tali emergenze non sarebbero per nulla significative di attività di gestione da parte del ricorrente. 3.4. Con il quarto motivo, si denunzia l’inutilizzabilità, ovvero la nullità, della perizia contabile, acquisita al fascicolo del dibattimento, poiché tale acquisizione non era stata preceduta dal necessario esame del perito, nonostante quest’ultimo fosse stato ascoltato in sede di incidente probatorio. 3.5. In data 15 febbraio 2016 è stata depositata dalla difesa di Iannini uno scritto intestato “motivi nuovi”, con il quale si ribadisce l’asserito “completo travisamento” delle risultanze dell’istruttoria dibattimentale, soprattutto nella valutazione della prova testimoniale a carico del ricorrente, segnalando ulteriormente alcune incongruenze tra quanto risultante dai verbali di udienza e quanto desunto dalla sentenza d’appello circa il ruolo di amministratore di fatto di Iannini. Invero, i testi Mastrantonio, Rosati e Ianni ebbero a chiarire di essere stati assunti ben prima che il ricorrente entrasse in contatto con la squadra di 4 calcio. Il solo Bizzarri, come premesso, ha affermato di essere stato assunto dallo Iannini, precisando tuttavia che ciò era avvenuto in quanto l’imputato era in procinto di acquistare la società. 4. Nell’interesse del Passarelli sono stati proposti due ricorsi. 4.1. L’avvocato Antonio Valentini deduce un unico motivo, con il quale sostiene, da un lato, che la sentenza impugnata non avrebbe adeguatamente considerato che il ricorrente aveva lasciato la gestione della società oltre un anno prima della dichiarazione di fallimento, di talché non gli si poteva addebitare alcun fatto di bancarotta fraudolenta; dall’altro, che il giudice di appello avrebbe operato una erronea valutazione della sussistenza dell’elemento psicologico, mancando l’indicazione della consapevolezza che il fatto distrattivo fosse commesso in danno dei creditori. 4.2. L’avvocato Fabrizio Giancarli, a sua volta, deduce violazione di legge processuale per quel che riguarda le notifiche del decreto di citazione in appello e dell’estratto contumaciale della sentenza di secondo grado, evidenziando, che il ricorrente aveva, in un primo tempo, eletto domicilio presso il proprio difensore di fiducia, per poi – subito dopo la condanna ad opera della sentenza di primo grado – revocare detta elezione. Tuttavia le notifiche sopra indicate erano state erroneamente eseguite presso il primo domicilio, e cioè presso lo studio dell’avv. Giancarli. Ciò ha determinato, secondo il ricorrente, nullità assoluta ed insanabile. 5. I ricorsi sono stati assegnati ratione materiae alla Quinta Sezione penale, la quale, all’udienza del 2 marzo 2016, ha rilevato che, tra i reati per i quali è intervenuta condanna del Passarelli e in relazione ai quali è stato proposto ricorso, vi è anche quello previsto e punito dal combinato disposto degli artt. 223, secondo comma, I. fall. e 2621 cod. civ. (capo B della imputazione), sulla cui eventuale, sopravvenuta, parziale abrogazione è di recente sorto un contrasto interpretativo nella giurisprudenza di legittimità. Per tale ragione, con ordinanza depositata in data 4 marzo 2016, la Quinta Sezione ha rimesso alle Sezioni Unite la questione in ordine al seguente quesito: “Se, in tema di false comunicazioni sociali, la modifica con cui l’art. 9 della legge 27 maggio 2015, n. 69, che ha eliminato, nell’art. 2621 cod. civ., l’inciso ‘ancorché oggetto di valutazioni’, abbia determinato un effetto parzialmente abrogativo della fattispecie, ovvero se tale effetto non si sia verificato”. 5.1. L’ordinanza passa in rassegna gli arresti giurisprudenziali contrapposti, che hanno dato luogo al contrasto (peraltro interno alla medesima Quinta Sezione e concentrato nei primi mesi dopo l’entrata in vigore del nuovo testo normativo). Da un lato, si pongono le sentenze n. 33774 del 16/06/2015, ric. Crespi, Rv. 264868 e n. 6916 del 08/01/2016, ric. Banca Popolare dell’Alto Adige, Rv. 265492; dall’altro, la sentenza n. 890 del 12/11/2015, dep. 2016, ric. Giovagnoli, Rv. 265491. Secondo le prime due pronunzie, che sottolineano la incidenza del dato letterale, la significativa eliminazione dell’inciso predetto ha determinato l’abrogazione parziale del reato di falso in bilancio con riferimento ai così detti falsi “valutativi” (o “estimativi”). Si sarebbe dunque verificata una vera e propria successione di leggi penali con effetto abrogativo e l’esplicito riferimento ai «fatti materiali» contenuto nell’art. 2621 cod. civ. starebbe ulteriormente a provare che il legislatore ha voluto escludere dal perimetro della repressione penale le attestazioni conseguenti a processi intellettuali di carattere, appunto, valutativo. Secondo la sentenza Giovagnoli (che, temporalmente, si interpone tra le due sopra citate e che predilige un criterio ermeneutico di tipo storico-sistematico), la soppressione dell’inciso deve ritenersi priva di conseguenze, atteso che esso era, già nelle precedenti “versioni” della norma incriminatrice, da considerare non essenziale, in quanto semplicemente atto a meglio descrivere e specificare ad abundantiam la condotta di reato. 5.2. L’ordinanza in questione, che si interroga anche sugli effettivi confini concettuali del “falso valutativo”, ribadisce, infine, che le anomalie di bilancio, attraverso le quali – secondo la ipotesi di accusa, condivisa dai giudici del merito – si è consentito alla società fallita di evitare l’adozione delle necessarie deliberazioni di messa in liquidazione e scioglimento, coinvolgono inevitabilmente la questione dell’interpretazione del nuovo dettato dell’art. 2621 cod. civ., in quanto, se si aderisse al primo orientamento giurisprudenziale, dovrebbe rilevarsi, immediatamente, da parte della Corte di cassazione, una causa di esclusione del reato, ai sensi dell’art. 129 cod. proc. pen., destinata ad emergere – in ogni caso – in sede di esecuzione ex art. 673 cod. proc. pen. 6. Il Primo Presidente, con decreto del 4 marzo 2016, ha assegnato i ricorsi alle Sezioni Unite, destinando per la trattazione la odierna udienza. 7. Risulta depositata successivamente al predetto provvedimento, in data 30 marzo 2016, altra sentenza della Quinta Sezione penale (n. 12793, ric. Beccari e altri, deliberata il 2 marzo scorso), che riprende e approfondisce il percorso argomentativo della sentenza Giovagnoli. 6 8. Il Procuratore generale ha fatto pervenire memoria scritta, con la quale, argomentando articolatamente, conclude per il rigetto dei ricorsi. 9. E’ stata irritualmente presentata dai difensori di Iannini ulteriore memoria difensiva, datata 31 marzo 2016 e quindi intempestiva. CONSIDERATO IN DIRITTO 1. Appare necessario, ancor prima di esaminare le censure specificamente proposte con i ricorsi del Passarelli e dello Iannini, affrontare il quesito per il quale i ricorsi stessi sono stati rimessi alle Sezioni Unite penali della Corte di cassazione. Invero, pur se il delitto di bancarotta da reato societario non è stato oggetto di specifiche censure da parte dei difensori del Passarelli, non di meno, come correttamente si osserva nell’ordinanza di rimessione, l’accertamento della eventuale, parziale eliminazione della rilevanza penale del così detto falso valutativo nell’ambito della fattispecie criminosa di cui all’art. 2621 cod. civ., comporterebbe, quale conseguenza della aboliti° criminis, la immediata declaratoria di annullamento senza rinvio in parte qua, senza possibilità di ulteriori approfondimenti. 1.2. Il quesito, dunque, ben può essere sintetizzato come segue: “se, in tema di false comunicazioni sociali, abbia ancora rilievo il falso valutativo”. Si tratta di chiarire se la modifica con cui l’art. 9 legge 27 maggio 2015, n. 69, che ha eliminato, nell’art. 2621 cod. civ. e nell’art. 2622 cod. civ. (limitatamente alla ipotesi commissiva), l’inciso «ancorché oggetto di valutazioni», abbia determinato, o non, un effetto parzialmente abrogativo della fattispecie. 2. Allo scopo, è indispensabile, innanzitutto, richiamare i termini in cui il contrasto si è manifestato. 3. La Quinta Sezione, con la sentenza n. 33774 del 16/06/2015, Crespi, Rv. 264868, ha affermato, in tema di bancarotta fraudolenta impropria da reato societario (art. 223, secondo comma, n. 1, I. fall.), che la nuova formulazione degli artt. 2621 e 2622 cod. civ., introdotta dalla legge 27 maggio 2015, n. 69, ha determinato – eliminando l’inciso “ancorché oggetto di valutazioni” ed inserendo il riferimento, quale oggetto anche della condotta omissiva, ai «fatti 7 materiali non rispondenti al vero» – una vera e propria successione di leggi, con effetto abrogativo, limitato, ovviamente, alle condotte di falsa valutazione di una realtà effettivamente sussistente. La medesima Sezione, poi, con la pronuncia n. 6916 del 08/01/2016, Banca Popolare dell’Alto Adige, Rv. 265492, ha ribadito l’affermazione di parziale abrogazione riferita ai reati di cui agli artt. 2621 e 2622 cod. civ., ritenendo, tuttavia, escluse da tale effetto abrogativo l’esposizione di crediti materialmente falsi, perché indicati con un valore difforme dal dato reale o perché descritti come certi, laddove, invece, essi avevano natura solo potenziale, in quanto oggetto di contenzioso. D’altra parte, la stessa sentenza Crespi aveva escluso dall’effetto parzialmente abrogativo l’esposizione di crediti inesistenti perché originati da contratti fittizi, nonché l’esposizione di crediti concernenti i ricavi di competenza dell’esercizio successivo, così come l’esposizione di crediti relativi ad una fattura emessa a fronte di operazioni inesistenti; ciò in quanto trattasi di ipotesi, tutte, riferibili a condotte sussumibili nella categoria dei falsi materiali e non già di quelli cd. “valutativi”. 4. Entrambe le sentenze sopra indicate valorizzano innanzitutto il dato testuale della nuova disposizione normativa, confrontato con il precedente testo di legge e con quello dell’art. 2638 cod. civ.. Esse assumono che “la scomparsa” dell’inciso «ancorché oggetto di valutazioni» (che, nel previgente testo, ineriva alla espressione «fatti materiali non rispondenti al vero») appare altamente significativa, atteso che, oltretutto, il legislatore ha mantenuto fermo l’inciso nel successivo art. 2638, così manifestando uno specifico intento, mirato ad escludere la rilevanza penale delle stesse nella sola ipotesi delle false comunicazioni sociali e non anche nel reato di ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza. Si osserva poi che la nuova versione non si limita alla semplice elisione del predetto inciso, ma richiede che i fatti materiali siano anche rilevanti («fatti materiali rilevanti, non rispondenti al vero»). Non si tratterebbe, dunque, della semplice applicazione del criterio dell’ubi voluit dixit, atteso che proprio l’aggiunta dell’aggettivazione “rilevanti” vincola ulteriormente l’interprete ad una lettura più restrittiva della portata della norma incriminatrice. D’altra parte, si osserva che la recente modifica della fattispecie omissiva dell’art. 2621 cod. civ. rende manifesta la volontà del legislatore di circoscrivere l’area del penalmente perseguibile alle sole condotte non integranti “falsi valutativi”. E ciò si deduce, secondo le ricordate sentenze, anche dal fatto che il nuovo testo non fa più riferimento ad “informazioni”, come nel previgente 8 articolato (che recava: «ovvero omettono informazioni la cui comunicazione è imposta dalla legge»), ma, ancora una volta, a «fatti materiali rilevanti», la cui comunicazione è imposta dalla legge e la cui omissione determina la punibilità della condotta. Dunque: l’espunzione delle “valutazioni” dalla disposizione normativa non può non essere priva di significato, anche – e soprattutto – perché la valutazione è connaturata al concetto di informazione, termine quest’ultimo che, non a caso, è stato espressamente sostituito nella nuova formulazione normativa. 4.1. Peraltro, secondo la tesi “abrogazionista”, ulteriore elemento indicativo, utilizzabile quale canone ermeneutico deriverebbe dalla “parallela” lettura della normativa in tema di frode fiscale (art. 4, lett. f), legge n. 516 del 1982 e succ. legge n. 154 del 1991), nella quale l’inserimento della espressione «fatti materiali» rispondeva all’intento – pacificamente ammesso – di evitare conseguenze penali derivanti da “valutazioni”; e ciò in ragione della possibilità di errore o di interpretazioni opinabili, in conseguenza della complessità della normativa tributaria. In particolare, poi, nella sentenza n. 6916 del 2016 si osserva che l’aggettivo “materiali”, riferito ai «fatti non rispondenti al vero», oggetto delle false comunicazioni sociali, non va inteso semplicemente come antitetico al termine “immateriali”, in quanto, in realtà, esso sottintende un’accezione riconducibile alla stretta oggettività dei fatti, vale a dire ad un dato che, in quanto tale, è estraneo ai risultati valutativi. Si argomenta: il legislatore ha indicato i fatti penalmente rilevanti utilizzando l’espressione «fatti materiali rilevanti». Dunque: “materialità” e “rilevanza” dei fatti, a meno di non voler ritenere la precisazione normativa del tutto superflua, devono necessariamente stare a significare concetti distinti e non impropri sinonimi. 4.2. Conclusivamente si sostiene nella pronunzia da ultimo indicata che la soppressione dell’inciso più volte ricordato «ha ridotto l’estensione incriminatrice della norma alle appostazioni contabili che attingono fatti economici materiali, escludendone quelle prodotte da valutazioni, pur se moventi da dati oggettivi». 5. Tra le due sentenze sopra citate (n. 33774 del 2015, Crespi e n. 6916 del 2016, Banca Alto Adige) si colloca la pronunzia di segno contrario, sempre della Quinta Sezione, n. 890 del 12/11/2015, dep. 2016, Giovagnoli, Rv. 265491, secondo la quale, viceversa, vi è piena sovrapponibilità, quanto alle condotte punibili, tra il testo della disposizione di cui all’art. 2621 cod. civ., nella sua formulazione antecedente alla novella del 2015, e quello successivo. Si sostiene che il falso “valutativo” è tuttora penalmente rilevante, nonostante la legge n. 69 9 del 2015 abbia eliminato dal testo della disposizione l’inciso «ancorché oggetto di valutazioni». Invero l’esclusivo riferimento ai «fatti materiali», oggetto di falsa rappresentazione, non ha avuto l’effetto di escludere dal perimetro della repressione penale gli enunciati valutativi, i quali, viceversa, ben possono esser definiti falsi, quando si pongano in contrasto con criteri di valutazione normativamente determinati, ovvero tecnicamente indiscussi. 5.1. Secondo l’assunto di tale sentenza, la precedente fisionomia della fattispecie delle false comunicazioni sociali ha subito un complessivo e significativo riordino; invero, a fronte delle due distinte, precedenti ipotesi (la prima, prevista dall’originario art. 2621 cod. civ., in termini di reato contravvenzionale; la seconda come delitto di danno), sono state configurate distinte tipologie di reato, a seconda che si tratti di società non quotate (odierno art. 2621 cod. civ.) o quotate (odierno art. 2622 cod. civ.). Si tratta, in entrambi i casi, di delitti di pericolo, connotati da dolo specifico e punibili di ufficio. Si fa poi menzione della introduzione di due nuovi articoli, e cioè gli artt. 2621-bis e 2621-ter cod. civ. L’art. 2621-bis prevede, al primo comma, una pena ridotta (reclusione da sei mesi a tre anni), nel caso in cui i fatti di cui all’art. 2621 siano di lieve entità, «tenuto conto della natura e delle dimensioni della società e delle modalità o degli effetti della condotta»; il medesimo regime sanzionatorio è previsto dal comma secondo per i fatti di cui allo stesso art. 2621 cod. civ. – salvo che costituiscano più grave reato – se riguardanti società che non superino i limiti indicati dal secondo comma dell’art. 1 del r.d. 16 marzo 1942, n. 267, stabilendo che, in ipotesi siffatta, la procedibilità è a querela da parte della società, dei soci, dei creditori o degli altri destinatari della comunicazione sociale. L’art. 2621-ter stabilisce, invece, la non punibilità, ex art. 131-bis cod. pen., per particolare tenuità del fatto, qualora il giudice valuti «in modo prevalente, l’entità dell’eventuale danno cagionato alla società, ai soci o ai creditori conseguente ai fatti di cui agli articoli 2621 e 2621-bis». 5.2. Dopo un sintetico excursus storico, la sentenza Giovagnoli, in un’ottica “prospettica” della volontà della legge (eventualmente non coincidente con la intenzione del legislatore), affronta il problema in chiave strettamente sistematica, muovendo, comunque, dal canone ermeneutico di riferimento, individuato nell’art. 12 delle “preleggi”. Al proposito, si afferma che l’inciso «ancorché oggetto di valutazioni» si sostanzia in una proposizione di natura tipicamente concessiva, introdotta da congiunzione “ancorché”, notoriamente equivalente ad altre tipiche e similari (“sebbene”, “benché”, “quantunque”, “anche se” ecc.). Le si attribuisce, conseguentemente, finalità “ancillare”, con funzione esplicativa e chiarificatrice del nucleo sostanziale della proposizione 10 principale. In altre parole, si sostiene che il legislatore dell’epoca volle semplicemente significare che, nei “fatti materiali” oggetto di esposizione nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali, dirette ai soci o al pubblico, erano (sono) da intendersi ricompresi anche quelli “oggetto di valutazione”. Si tratterebbe, dunque, di una mera specificazione/chiarificazione, la cui soppressione lascerebbe intatta la portata della norma incriminatrice. 5.3. D’altra parte, si sostiene nella sentenza in questione, “materialità” e “rilevanza” dei fatti economici da rappresentare in bilancio sono semplicemente connotazioni gemelle ed esprimono l’esigenza della corretta informazione cui è tenuto il redattore. I termini predetti non andrebbero assunti nella loro accezione comune, in quanto si tratta di espressioni del linguaggio contabile, derivanti dalla terminologia anglosassone (in un’ottica di adeguamento, anche lessicale, alla normativa europea e sovrannazionale in genere). “Materialità”, pertanto, altro non vuol significare che essenzialità, nel senso che, nella redazione del bilancio, devono essere riportati (e valutati) solo dati informativi essenziali, cioè significativi ai fini dell’informazione: quelli utili e necessari per garantire la «rappresentazione veritiera e corretta della situazione patrimoniale, finanziaria ed economica della società e del risultato economico di esercizio» (art. 2423 cod. civ.). “Rilevanza”, a sua volta, è concetto relativo (di origine comunitaria: cfr. art. 2, punto 16, della Direttiva 2013/34/UE, relativa ai bilanci di esercizio, ai bilanci consolidati ed alle relative relazioni di talune tipologie di imprese, direttiva recepita nel nostro ordinamento con decreto legislativo 14/08/2015, n. 136, entrato in vigore il 16/09/2015), in quanto essa deve essere apprezzata in rapporto alla funzione precipua dell’informazione, cui sono preordinati i bilanci e le altre comunicazioni sociali, dirette ai soci ed al pubblico. Vale a dire che l’informazione, per essere giudicata corretta, non deve essere tale da influenzare, in modo distorto, le decisioni dei destinatari, non deve, cioè, essere ingannevole e fuorviante. Dunque, l’informazione è rilevante «quando la sua omissione o errata indicazione potrebbe ragionevolmente influenzare le decisioni prese dagli utilizzatori sulla base del bilancio dell’impresa», con la precisazione che «la rilevanza delle singole voci è giudicata nel contesto di altre voci analoghe». 5.4. D’altronde, la legge 27 maggio 2015, n. 69, recante “Disposizioni in materia di delitti contro la pubblica amministrazione, di associazioni di tipo mafioso e di falso in bilancio”, si iscrive nell’ambito di una “strategia anticorruzione”, atteso che proprio il falso in bilancio viene considerato come un 11 “reato-spia” dei fenomeni corruttivi. Invero, attraverso l’appostazione contabile di false fatturazioni vengono costituiti i cc.dd. “fondi neri”, che ben possono essere destinati al pagamento di tangenti o alla consumazione di altre attività contra legem. Escludere dal novero dei falsi punibili quello valutativo significherebbe frustrare le finalità della legge, volte a perseguire ogni illecita attività, preordinata ad alimentare o ad occultare il fenomeno della corruzione. 5.5. Quanto al fatto che l’inciso più volte ricordato («ancorché oggetto di valutazione») sia stato conservato nel corpo dell’art. 2638 cod. civ., mentre è stato eliminato dall’art. 2621, la sentenza n. 890 del 2016 contesta in radice la lettura proposta dalle sentenze nn. 33774/2015 e 6916/2016 (ubi voluit dixit), trattandosi di due fattispecie (artt. 2621 e 2638) non comparabili per natura ed obiettività giuridica e per le finalità, non omologhe, che perseguono. A voler seguire l’opposta tesi, si profilerebbe una opzione interpretativa probabilmente incostituzionale, in quanto la redazione del medesimo bilancio, recante falsi valutativi, sarebbe penalmente irrilevante se il documento è diretto ai soci ed al pubblico e sarebbe, viceversa, penalmente rilevante se rivolto alle autorità pubbliche di vigilanza. 6. Come premesso, dopo il decreto del Primo Presidente, che assegnava il ricorso alle Sezioni Unite e prima della odierna udienza, è stata depositata il 30 marzo 2016 altra sentenza, deliberata dalla Quinta Sezione in data 2 marzo (ricorrenti: Beccari e altri), che si allinea con la pronunzia Giovagnoli, ulteriormente argomentando sul punto. Dopo aver riassunto i termini della questione e dopo aver ricordato le contrapposte pronunzie, la sentenza prende posizione nel senso della permanente rilevanza penale del falso valutativo, osservando che «negare la possibilità che il falso possa realizzarsi mediante valutazioni significa negare lo stesso veicolo con il quale si realizza il falso, posto che il bilancio si struttura di per sé necessariamente anche in un procedimento valutativo, i cui criteri sono indicati dalla legge, come chiaramente evincibile dal disposto di cui all’art. 2426 cod. civ.». Viene tuttavia precisato che non qualsiasi difformità dal modello legale di bilancio determina – quasi si tratti di un meccanismo automatico – la falsità del bilancio stesso. Si deve, viceversa, fare riferimento alla idoneità del dato falsamente esposto ad indurre concretamente in errore il lettore del documento «in una dimensione di significativa valorizzazione della qualità del falso». In ciò, d’altra parte, e non in altro, consisterebbe quel requisito della “rilevanza” preteso dal legislatore del 2015. 6.1. Quanto all’aggettivazione “materiali” (riferita a “fatti”), la sentenza de qua concorda con quanto sostenuto nella sentenza Giovagnoli, sostenendo che si 12 tratta di espressione priva di un reale valore innovativo e atta ad «escludere dalla sfera della punibilità le opinioni di natura soggettiva, i pronostici, le previsioni, i progetti, le dichiarazioni di intenti ecc.». 6.2. Non significativa, viceversa, per la questione in discussione appare altra sentenza della Quinta Sezione (n. 37570 del 08/07/2015, Fiorini, Rv. 265020), la quale, pur affermando la sussistenza di un rapporto di continuità normativa della nuova fattispecie di cui all’art. 2622 cod. civ. con quella previgente (e la conseguente successione di leggi penali ai sensi dell’art. 2 cod. pen.), fa riferimento alla condotta di mancata esposizione in bilancio di poste attive effettivamente esistenti nel patrimonio sociale e, dunque, a una ipotesi di falso omissivo certamente non valutativo, ma consistente in una vera e propria preterizione della annotazione di una voce di bilancio. 7. Allo scopo di affrontare – con la doverosa sistematicità la problematica sottoposta all’esame delle Sezioni Unite, è necessario procedere ad una, sia pur sintetica, ricognizione della stratificazione normativa che, nel corso degli anni, ha connotato la fattispecie del falso in bilancio, concentrando, innanzitutto, l’attenzione sull’adozione della formula verbale utilizzata per descrivere l’oggetto della condotta di falsificazione. 7.1. Nel codice di commercio del 1882 (Zanardelli) era utilizzata l’espressione «fatti falsi»; il legislatore del 1942 preferì indicare la falsità con una litote («fatti non rispondenti al vero»), espressione rimasta in vigore sino al 2002, quando, con il decreto legislativo n. 61 del 2002, fu sostituita da «fatti materiali non rispondenti al vero, ancorché oggetto di valutazioni» (adottata, come si è visto, anche nella formulazione del delitto di ostacolo all’esercizio delle funzioni di vigilanza, di cui all’art. 2638 cod. civ.); infine, la legge n. 69 del 2015 ha preferito «fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero», eliminando l’inciso «ancorché oggetto di valutazioni» ed aggiungendo l’aggettivo «rilevanti» al sintagma «fatti materiali». La legge da ultimo evocata ha anche eliminato il riferimento alla omissione di «informazioni» la cui comunicazione sia imposta per legge, espressione sostituita, a sua volta, dalla previsione della omissione della comunicazione (ancora una volta) di «fatti materiali» sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria, quando tale comunicazione sia dovuta per legge. 7.2. Per altro, finalità dichiarata di tale ultimo intervento legislativo è stata quella di ripristinare una significativa risposta sanzionatoria ai fatti di falsità in bilancio, ritenendosi non adeguato l’assetto repressivo introdotto dal decreto legislativo n. 61 del 2002, connotato dalla introduzione, accanto alla ipotesi delittuosa (art. 2622), di una figura contravvenzionale (art. 2621 cod. civ., nella 13 precedente versione, con conseguente, considerevole, abbreviazione del termine di prescrizione), dalla procedibilità a querela (prevista, nell’ipotesi delittuosa, in relazione alle società non quotate, ai sensi dell’art. 2622, primo comma), oltre che da scelte tecniche quantomeno innovative, quali il sistema delle “soglie di rilevanza”, scandite da precisi riferimenti percentuali, al di sotto delle quali la falsità realizzata diveniva, per previsione legislativa, “quantità trascurabile”. 7.3. Ebbene, la riforma introdotta dalla legge 27 maggio 2015, n. 69 ha perseguito il dichiarato fine di tendere al ripristino della “trasparenza societaria”, eliminando la precedente bipartizione tra contravvenzione di pericolo (art. 2621 nella versione precedente) e delitto di danno (art. 2622) e sostituendola con la previsione di una fattispecie “generale” delittuosa (di pericolo) per le società non quotate (art. 2621), e con la introduzione di una ipotesi “speciale” (sempre delittuosa), concernente le false comunicazioni sociali delle società quotate, punita più severamente (art. 2622 cod. civ.). Vengono poi previsti un’ipotesi “minore” ed un caso di irrilevanza penale (artt. 2621-bis e 2621-ter cod. civ.). Risultano così significativamente rideterminati tanto la condotta punibile, quanto l’elemento psicologico che deve sostenerla; viene poi ripristinata la procedibilità d’ufficio (salvo che per le falsità minori, realizzate in seno a «società che non superano i limiti indicati dal secondo comma dell’articolo 1 del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267», che, ai sensi dell’art. 2621-bis, secondo comma, cod. civ., rimangono procedibili a querela). Sono state inoltre eliminate le “soglie di rilevanza” ed è stata, infine, inasprita la risposta sanzionatoria (con conseguente applicabilità di misure cautelari – coercitive ed interdittive – ed adottabilità di mezzi di ricerca della prova particolarmente penetranti, quali le intercettazioni telefoniche e ambientali). 7.4. All’esito del ricordato intervento riformatore, la condotta, pertanto, risulta essere quella di colui (amministratore, direttore generale, dirigente preposto alla redazione dei documenti contabili societari, sindaco o liquidatore) il quale, «nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali dirette ai soci o al pubblico, previste dalla legge», espone «fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero», ovvero omette «fatti materiali rilevanti, la cui comunicazione è imposta dalla legge, sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale la stessa appartiene, in modo concretamente idoneo ad indurre altri in errore». In particolare, è da notare che i «fatti materiali» (senza ulteriore specificazione) costituiscono l’oggetto della sola condotta (commissiva) di esposizione, contemplata dall’art. 2622 cod. civ.; viceversa, i fatti materiali 14 «rilevanti» costituiscono l’oggetto tipico dell’omessa esposizione nel medesimo art. 2622 cod. civ. e rappresentano anche l’oggetto della condotta tipica – sia nella forma commissiva, sia nella forma omissiva – nell’art. 2621 cod. civ. Scomparse le ipotesi contravvenzionali, il delitto di cui all’art. 2622 cod. civ. (relativo alle società che emettono strumenti finanziari ammessi alla negoziazione nel mercato regolamentato italiano o di altro paese aderente alla Unione europea), punito con pena ben più elevata rispetto al passato (così come il reato-base ex art. 2621), si è trasformato da fattispecie di danno in fattispecie di pericolo, e come reato di pericolo è stata plasmata la fattispecie ex art. 2621 cod. civ.. Ciò non toglie, ovviamente, che la alterazione del bilancio ben possa causare anche un immediato danno (si pensi ad esempio al dettato dell’art. 2433 cod. civ., per il quale, come è noto, non possono essere pagati dividendi se non per utili realmente conseguiti). Sono poi state abolite le soglie di punibilità, ma è stato introdotto il requisito della “rilevanza” della alterazione di bilancio. Per quel che riguarda l’elemento soggettivo, l’avverbio “consapevolmente” precisa e delimita ulteriormente il dolo, che si atteggia certamente come diretto. Sul versante processuale, l’aumento della pena edittale comporta la possibilità di far ricorso a più incisivi e penetranti mezzi di ricerca della prova (in pratica, alle intercettazioni). Può allora dirsi che ratio della norma è – riconoscibilmente – la tutela tanto della veridicità, quanto della completezza (che, d’altronde, della veridicità costituisce un presupposto) dell’informazione societaria, sempre avendo come referente finale le potenziali ripercussioni negative delle falsità sulle sfere patrimoniali della società, dei soci, dei creditori e del pubblico. 8. Come si è visto, le quattro sentenze sopra illustrate (nn. 33774/2015, Crespi; 890/2015, dep. 2016, Giovagnoli; 6916/2016, Banca Popolare dell’Alto Adige; 12793/2016, Beccari) concentrano la loro attenzione, innanzitutto, sul dato letterale della norma, operando, in particolare, un’analisi comparativa tra il testo attualmente vigente (dopo la modifica operata dalla legge 69/2015) e quello immediatamente precedente. Grande rilievo viene attribuito alla soppressione dell’inciso «ancorché oggetto di valutazioni», nonché alla sostituzione, con riferimento alla condotta omissiva, del termine «informazioni». Al proposito, va subito detto che eccessiva appare l’enfatizzazione di tale strumento ermeneutico, atteso che l’interpretazione letterale altro non è che un (indispensabile) “passaggio” funzionale verso la completa ed esaustiva intelligenza del comando legislativo. E invero, è certamente corretto l’assunto per il quale, in base all’art. 12 delle “preleggi”, «nell’applicare la legge, non si 15 può ad essa attribuire altro senso che quello fatto palese dal significato proprio delle parole, secondo la connessione di esse, e dalla intenzione del legislatore»; tuttavia non può certo negarsi che proprio l’intenzione del legislatore deve essere “estratta” dall’involucro verbale (“le parole”), attraverso il quale essa è resa nota ai destinatari e all’interprete. Che poi detta intenzione non si identifichi con quella dell’Organo o dell’Ufficio che ha predisposto il testo, ma vada ricercata nella volontà statuale, finalisticamente intesa (come correttamente sostiene la sentenza Giovagnoli) è fuor di dubbio. 8.1. Quando, come nel caso in esame, un nuovo testo normativo prende il posto di uno precedente, operando, non un’aggiunta o una sostituzione di un’espressione verbale ad un’altra, ma una mera soppressione di una frase (peraltro, sintatticamente subordinata), è di tutta evidenza che uno sforzo ermeneutico che si arrestasse, appunto, all’involucro verbale e si risolvesse in un’analisi lessicale non potrebbe dare risultati soddisfacenti. E invero, poiché sarebbe paradossale chiedersi quale sia il significato proprio di parole soppresse, non resta che interrogarsi sul significato della frase come risulta dopo la soppressione. Nessuna norma può essere presa in considerazione isolatamente, ma va valutata come componente di un “insieme”, tendenzialmente unitario e le cui “parti” siano reciprocamente coerenti. 8.2 Se dunque, per una corretta interpretazione delle norme, non è sufficiente verba earum tenere, sed vim ac potestatem, allora appare necessario, concentrandosi sul caso in scrutinio, soffermarsi, principalmente, a riflettere, da un lato, sul complessivo impianto dell’assetto societario come tracciato nel codice civile (e in parte ridisegnato dalla legge 69/2015), in una visione logico- sistematica della materia, dall’altro, sulle conseguenze derivanti dall’una o dall’altra interpretazione, non essendo dubbio che la valutazione di tali conseguenze costituisce una sorta di controprova della (correttezza della) necessaria interpretazione teleologica. 9. Orbene, in ragione di quanto sopra premesso, sembra opportuno, anziché partire dalla esegesi testuale (e comparativa) degli articolati normativi che si sono succeduti nel tempo, affrontare il problema, innanzitutto, sotto l’aspetto sistematico, vale a dire in una visione – organica e tendenzialmente unitaria e coerente – dell’intera materia societaria in tema di bilancio e del sottosistema delle norme penali poste a tutela della corretta redazione del predetto documento, partendo dal presupposto – non contestabile – che l’oggetto della tutela penale è da individuarsi nella “trasparenza societaria”. 16 Il codice civile regolamenta la redazione del bilancio nella Sezione Nona, Capo Quinto, Titolo Quinto, Libro Quinto. Vengono in particolare rilievo gli articoli da 2423 a 2427. Il legislatore non solo si fa carico di indicare la struttura e il contenuto del bilancio, ma detta i criteri di redazione dello stesso e – per quel che in questa sede maggiormente interessa – impone canoni di valutazione e indica quale debba essere il contenuto della nota integrativa.

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