Tenuità Del Fatto – Cassazione Penale 16/11/2016 N° 48315

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione III

Data: 16/11/2016

Numero: 48315

Testo completo della Sentenza Tenuità del fatto – Cassazione penale 16/11/2016 n° 48315:

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RITENUTO IN FATTO
1. Con sentenza del 17 maggio 2016, il Tribunale di Napoli ha condannato
Anna Maria Quaranta alla pena di C 100,00 di ammenda, oltre al risarcimento dei
danni alle parti civili costituite, per il reato di cui all’art. 659 cod.pen. commesso
in Monte di Procida sino al 22/08/2011.
2. Avverso la sentenza Anna Maria Quaranta ha presentato ricorso per
cassazione, a mezzo del difensore di fiducia, e ne ha chiesto l’annullamento per i
seguenti motivi enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione,
come disposto dall’art. 173, comma 1, disp. att., cod. proc. pen.:
2.1. Con il primo motivo denuncia il vizio di motivazione in relazione alla
illogicità, contraddittorietà e mancanza di motivazione sulla affermazione della
responsabilità penale della ricorrente.
Argomenta la difesa che il giudice avrebbe ritenuto provata la responsabilità
della Quaranta, in relazione al reato di disturbo delle occupazioni e del riposo
delle persone (art. 659 cod.pen.), ponendo a fondamento della decisione di
condanna esclusivamente la denuncia presentata dalle persone offese, ritenendo
integrata la condotta medesima senza valutare il contributo offerto dai testimoni
della difesa, ritenuti inconferenti.
La motivazione del giudice sarebbe, poi, incompleta e priva di struttura
logica limitandosi il giudice a fare proprio il racconto delle persone offese, senza
argomentare l’attendibilità di costoro. All’assenza di impianto argomentativo si
accompagna, infine, l’assenza di motivazione sugli elementi costitutivi del reato.
2.2. Con il secondo motivo deduce la violazione di legge in relazione
all’articolo 659 cod.pen., sul rilievo che, nella sentenza impugnata, il giudice
avrebbe omesso di valutare se i rumori emessi dalla Quaranta fossero tali da
disturbare la quiete pubblica, limitandosi a ritenere che le urla della signora
avessero arrecato disturbo unicamente ai vicini denuncianti. Motivazione in
contrasto con gli arresti della giurisprudenza che richiedono che, per configurare
il reato di disturbo al» riposo e alla quiete delle persone, è necessario che le
emissioni sonore moleste siano idonee ad arrecare disturbo ad un numero
indeterminato di persone, in presenza di un luogo abitato.
2.3. Con il terzo motivo deduce la violazione della legge penale e vizio di
motivazione in relazione all’applicazione la causa speciale di non punibilità di cui
all’art. 131-bis cod. pen. Nella motivazione del provvedimento non si
ravviserebbero elementi per escludere la particolare tenuità del fatto ritenuta
anche la non abitualità del comportamento e lo stato di incensuratezza
dell’imputata, per tali ragioni chiede l’annullamento con rinvio.
3. In udienza, il Procuratore generale ha chiesto che il ricorso sia rigettato.
CONSIDERATO IN DIRITTO
4. Il ricorso è inammissibile per la manifesta infondatezza dei motivi.
5. Manifestamente infondata è la censura svolta nel primo motivo di
ricorso con cui la ricorrente deduce l’illogicità della motivazione in ordine
all’affermazione della responsabilità penale per il reato di cui all’art. 659 cod.pen.
La sentenza impugnata poggia su una motivazione tutt’altro che illogica e/o
carente, avendo il giudice del merito fondato il proprio convincimento sul
contenuto delle querele delle parti civili, oltre che dall’annotazione di servizio
della P.G., acquisite su accordo delle parti ex art. 493 cod.proc.pen. e, dunque,
utilizzabili quali prove, di cui ha dato ampio rilievo. Quanto al contenuto, da
questi emergeva che la Quaranta era solita iniziare le faccende domestiche in
prima mattina, mettendo la radio a volume altissimo e urlava con la figlia, e,
così, con i suoi inurbani comportamenti impediva il riposo delle persone in zona
altamente popolata, impedendo così ai vicini di svolgere qualsiasi attività della
vita quotidiana.
Il giudice ha poi rilevato che la pacifica ed ammessa circostanza che non
vi erano rapporti di buon vicinato tra la Quaranta e i denuncianti, con i quali vi
erano liti, scambi di insulti (vicini che, a dire della ricorrente, tentavano in tutti i
modi “di farle cambiare casa”), non influiva sulla veridicità del racconto, racconto
che non era scalfito dalle deposizioni dei testi della difesa che l’avevano descritta
come una persona “calma”. A pag. 2 della sentenza il Giudice metteva in
evidenza, a fini di confutare l’affermazione dei testi della difesa, secondo cui la
Quaranta era persona calma e “che non dà fastidio a nessuno”, i precedenti per
fatti analoghi.
Motivazione congrua e sorretta da un appa ,ri,to argomentativo che non
presenta profili di illogicità, a fronte della quale la ricorrente, al di là della mera
affermazione dell’assenza di un iter argomentativo, non prospetta critiche
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specifiche. Infine, alcuna carenzallmotivazione può predicarsi, contrariamente
all’assunto difensivo, con riguardo alla valutazione dei testi della difesa.
6. Parimenti manifestamente infondato è, anche, il secondo motivo di
ricorso con cui la ricorrente censura la sentenza in ordine alla prova del reato di
cui all’art. 659 cod.pen.
Al riguardo, è noto che l’art. 659 cod.pen. prevede due distinte ipotesi di
reato, quella prevista dal comma 1 del citato articolo, che è contestata alla
ricorrente, nella quale occorre l’accertamento in concreto del disturbo del riposz9
della quiete delle persone, e quella prevista nel comma successivo, che ha
riguardo alla condotta di disturbo nell’esercizio di una professione o di un
mestiere rumoroso in contrasto con le disposizioni di legge o le prescrizioni
dell’autorità.
Ciò premesso, il Giudice ha ampiamente motivato il concreto disturbo alla
quiete e al riposo di un numero indeterminato di persone fondato sul fatto che la
Quaranta, iniziando le faccende domestiche sin dalle sei del mattino,
accompagnate da condotte inurbane (accensione della radio ad alto volume e
litigi con la figlia) in zona altamente popolata di Napoli, ne impediva il ripo
lo svolgimento delle normali occupazioni. Motivazione congrua e adeguata
rispetto alla quale alcun profilo di carenza e/o illogicità della motivazione è
prospettabile.
7. Infine, alla stessa sorte non si sottrae anche l’ultimo motivo di ricorso
con il quale si censura la sentenza per non aver applicato la speciale causa della
particolare tenuità del fatto ex art. 131-bis cod.pen., a fronte di una pena esigua
di C 100 di ammenda a cui è stata condannata la ricorrente.
Nel caso di specie, Anna Maria Quaranta aveva chiesto l’applicazione dell’istituto
ne114 conclusioni formulate in udienza.
8. Come è noto, la speciale causa di non punibilità ex art. 131 bis
cod.pen. è applicabile, ai sensi del comma 1, ai soli reati per i quali è prevista
una pena detentiva non superiore, nel massimo, a cinque anni, ovvero la pena
pecuniaria, sola o congiunta alla predetta.
La rispondenza ai limiti di pena rappresenta, tuttavia, soltanto la prima
delle condizioni per l’esclusione della punibilità. Infatti, la norma richiede,
congiuntamente e non alternativamente, come si desume dal tenore letterale del
citato articolo, la particolare tenuità dell’offesa e la non abitualità del
comportamento.
Quanto al primo requisito – particolare tenuità dell’offesa- si articola, a
sua volta, in due “indici-requisiti”, che sono la modalità della condotta e l’esiguità
del danno o del pericolo, da valutarsi sulla base dei criteri indicati dall’art. 133
c.p., (natura, specie, mezzi, oggetto, tempo, luogo ed ogni altra modalità
dell’azione, gravità del danno o del pericolo cagionato alla persona offesa dal
reato/ intensità del dolo o grado della colpa). Al giudice, pertanto, spetta di
rilevare se, sulla base dei due “indici-requisiti” della modalità della condotta e
dell’esiguità del danno e del pericolo, valutati secondo i criteri direttivi di cui
all’art. 133 c.p., comma 1, sussista la particolare tenuità dell’offesa e, poi, che
con questo, coesista quello della non abitualità del comportamento.
Infatti solo in questo caso si potrà considerare il fatto di particolare
tenuità ed escluderne, conseguentemente, la punibilità.
Con riguardo alla non abitualità, l’art 131 bis comma 3 cod.pen. definisce
il comportamento abituale nel caso in cui l’autore del reato sia stato dichiarato
delinquente abituale, professionale o per tendenza, ovvero abbia commesso più
reati della stessa indole, anche se ciascun fatto, isolatamente considerato sia di
particolare tenuità, nonché nel caso in cui si tratti di reati che abbiano ad
oggetto condotte plurime, abituali e reiterate.
9. Tanto premesso, si osserva che, nel caso in esame, trattandosi del
reato di cui all’art. 659 cod.pen., non risultano superati i limiti di pena.
Quanto alla verifica degli ulteriori requisiti, sulla scorta di quanto emerge
dal giudizio di merito, rileva, il Collegio, che la sentenza impugnata ha
evidenziato elementi ostativi ad un giudizio di astratta applicabilità dell’art. 131-
diumA
bis cod.pen. individuati nella reiterazioneycondotta e, in definitiva, nella sua
abitualità (“continui, reiterati e inurbani comportamenti …”), difettando, dunque,
il requisito della non abitualità del comportamento.
A proposito di quest’ultima condizione, che rileva nel caso concreto,
questa Corte (Sez. 3, n. 29897, Gau, Rv 264034) ha evidenziato che il concetto
di non abitualità del comportamento, che consente l’applicazione della causa di
non punibilità, trova specifico aggancio nella relazione illustrativa del D.Lgs. n.
28 del 2015.
Nel ricordare che il ricorso all’espressione “non abitualità del
comportamento” è il risultato della scrupolosa osservanza della legge delega da
parte del legislatore delegato e si pone su un piano diverso rispetto alla
“occasionalità” utilizzata dal D.P.R. n. 448 del 1988 e dal D.Lgs. n. 274 del
2000, ha poi evidenziato che, sempre secondo la relazione, tale comma,
aggiunto su sollecitazione espressa nel parere della Commissione giustizia della
Camera dei deputati, descriverebbe soltanto alcune ipotesi in cui il
comportamento non può essere considerato non abituale, ampliando quindi il
concetto di “abitualità”, entro il quale potranno collocarsi altre condotte ostative
alla declaratoria di non punibilità.
10. Ciò posto, con riguardo al caso in scrutinio, la non abitualità del
comportamento è stata implicitamente esclusa, dal giudice del merito proprio in
ragione della accertata condotta “continuata e reiterata” (pag. 2).
11. Il ricorso deve essere dichiarato inammissibile e la ricorrente deve
essere condannata al pagamento delle spese processuali ai sensi dell’art. 616
cod.proc.pen. Tenuto, poi, conto della sentenza della Corte costituzionale in data
del 13 giugno 2000, n. 186, e considerato che non vi è ragione di ritenere che il
ricorso sia stato presentato senza “versare in colpa nella determinazione della
causa di inammissibilità”, si dispone che la ricorrente versi la somma,
determinata in via equitativa, di euro 2.000,00 in favore della Cassa delle
Ammende.
P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna -ricorrente al pagamento delle
spese processuali e al versamento di C 2.000,00 in favore della Cassa delle
Ammende.
Così deciso il 11/10/2016

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