Tentativo Di Estorsione – Cassazione Penale 04/07/2016 N° 27368

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione II

Data: 04/07/2016

Numero: 27368

Testo completo della Sentenza Tentativo di estorsione – Cassazione penale 04/07/2016 n° 27368:

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SENTENZA
sul ricorso 7738-2012 proposto da:
FINCOBAS SRL 06508780159, elettivamente domiciliato in
ROMA, V.LE G. MAllINI 119, presso lo studio
dell’avvocato MARIA GRAZIA BATTAGLIA, che lo rappresenta
e difende unitamente all’avvocato FABIO CUCCHIELLA;
– ricorrente –
contro
D’ALFONSO GIOVANNI DLFGNN27H2413080, elettivamente
domiciliato in ROMA, VIALE DELLE MILIZIE 19, presso lo
studio dell’avvocato ALDO LUCIO LANIA, che lo
rappresenta e difende unitamente all’avvocato PAOLO
GIUGGIOLI;
– controricorrente –
avverso la sentenza n. 2548/2011 della CORTE D’APPELLO
di MILANO, depositata il 19/09/2011;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica
udienza del 24/11/2016 dal Consigliere Dott. GUIDO
FEDERICO;
udito l’Avvocato BATTAGLIA Maria Grazia, difensore del
ricorrente che ha chiesto l’accoglimento del ricorso;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. GIANFRANCO SERVELLO che ha concluso che
negli atti complementari non vi è prova della notifica
della sentenza impugnata ne produzione della stessa,
chiede improcedibilità ai sensi art.369, c.2, nel merito
accoglimento 1 0motivo rigetto dei restanti motivi del
ricorso.
Esposizione del fatto
Con atto di citazione notificato il 17.5.2004 Fincobas srl conveniva
innanzi al Tribunale di Milano Giovanni D’Alfonso per sentir dichiarare
l’illegittimità delle opere realizzate dal convenuto, in quanto eseguite in
violazione delle disposizioni di cui all’art. 905 c.c., oltre che in
violazione del DM 1444/1968 e della L.R. 23.11.2001 e 19.11.1999, e
per l’effetto condannare quest’ultimo alla rimozione delle opere ed al
ripristino dello status alto ante, oltre al risarcimento dei danni.
Il convenuto, costituitosi, resisteva.
Il Tribunale di Milano, espletata Ctu, rigettava la domanda.
La Corte d’Appello di Milano con la sentenza n.2548/2011 pubblicata il
19 settembre 2011 confermava integralmente la sentenza impugnata.
La Corte d’Appello rilevava anzitutto che la domanda si riferiva
unicamente all’intervento edilizio eseguito da Giovanni D’Alfonso ( tra
l’agosto 2002 ed il novembre 2003) avente ad oggetto la realizzazione ex
novo di un sopralzo con affaccio diretto sula terrazza di proprietà
dell’attrice, che si assumeva effettuato in violazione dell’artt. 905 c.c.
nonché del DM 1444/1968 e delle L.R. 22/99 e 18/01 , onde erano
inammissibili tutte le allegazioni e questioni relative alle opere effettuate
da altro soggetto, la società Interscambi, nonchè quelle estranee a
distanze ed altezze, ivi comprese quelle relative alla regolarità della DIA.
La Corte affermava, inoltre, che in base agli accertamenti del Ctu, non
superati dalle censure dell’appellante, le opere realizzate dall’appellato
non violavano la norme sulle distanze ex art.873 c.c., ai sensi del DM
1968/1444, considerate le caratteristiche del parapetto in muratura del
terrazzo D’Alfonso, la cui altezza era inferiore a tre metri.
Avuto riguardo invece al recupero del sottotetto, il giudice del gravame
affermava, da un lato che le censure della Fincobas erano inconferenti, in
quanto attenevano alla regolarità amministrativa della DIA senza
incidere sul rispetto delle distanze, e dall’altro che la normativa regionale
in materia di recupero dei sottotetti a fini abitativi consentiva
modificazioni delle altezze di colmo e di gronda, nonché delle linee di
pendenza delle falde comportanti aumenti di altezza e volume.
Per la cassazione di detta sentenza ha proposto ricorso Fincobas srl, con
tre motivi, illustrati da memoria ex art. 378 cpc.
Giovanni D’Alfonso resiste con controricorso.
Considerato in diritto
Devono anzitutto disattendersi le eccezioni pregiudiziali di
inammissibilità del ricorso per violazione dell’art. 366 n.6) e 369 cpc
cpc, atteso che secondo il consolidato indirizzo di questa Corte, in tema
di giudizio per cassazione, l’onere del ricorrente, di cui all’art. 369,
comma 2, n. 4, c.p.c., come modificato dall’art. 7 del d.lgs. n. 40 del
2006, di produrre, a pena di improcedibilità del ricorso, “gli atti
processuali, i documenti, i contratti o accordi collettivi sui quali il ricorso
si fonda” è soddisfatto, sulla base del principio di strumentalità delle
forme processuali, quanto agli atti e ai documenti contenuti nel fascicolo
di parte, anche mediante la produzione del fascicolo nel quale essi siano
contenuti e, quanto agli atti e ai documenti contenuti nel fascicolo
d’ufficio, mediante il deposito della richiesta di trasmissione presentata
alla cancelleria del giudice che ha pronunciato la sentenza impugnata,
munita di visto ai sensi dell’art. 369, comma 3, c.p.c., ferma, in ogni caso,
l’esigenza di specifica indicazione, a pena di inammissibilità ex art. 366,
n. 6, c.p.c., degli atti, dei documenti e dei dati necessari al reperimento
degli stessi (Cass. 195/2016).
Tali oneri sono stati assolti dalla ricorrente.
Deve altresì disattendersi la richiesta, formulata dal Procuratore generale
all’odierna udienza, di improcedibilità del ricorso per mancato deposito
della copia notificata della sentenza impugnata, ai fini della verifica
dell’osservanza del termine ex artt. 325 e 326 cpc.
Si osserva infatti che la sentenza della Corte d’Appello di Milano risulta
notificata esclusivamente alla parte Fincobas srl presso la sua sede , in
forma esecutiva ed unitamente al pedissequo atto di precetto.
Orbene secondo il consolidato indirizzo di questa Corte la notifica
della sentenza in forma esecutiva, indirizzata alla controparte
personalmente, è inidonea a far decorrere il termine breve
d’impugnazione nei confronti sia del destinatario che del notificante,
mancando qualsiasi indicazione atta a far ritenere che la parte notificante
perseguisse l’obiettivo, ulteriore rispetto all’impulso della procedura
esecutiva, di portare la sentenza a conoscenza della controparte per il
tramite del suo rappresentante processuale, professionalmente qualificato
a vagliare l’opportunità dell’impugnazione(Cass.15389/2007) .
In tal caso la notifica della sentenza, effettuata con modalità diverse da
quelle specifiche alle quali la legge riconnette l’effetto particolare della
decorrenza del termine breve per l’impugnazione ai sensi degli artt. 325 e
326 cod. proc. civ., ha esclusivamente funzione propedeutica
all’esecuzione, ai sensi dell’art. 479 cod. proc. Civ.(Cass.13428/2010).
Ciò premesso, con il primo motivo la ricorrente denunzia la violazione e
falsa applicazione dell’art. 9 comma 1 n.2) DM 1444/68 , in relazione
all’art. 360 n.3) codice di rito, censurando la sentenza impugnata per aver
omesso di rilevare che le murature di tamponamento realizzate
nell’ambito dell’intervento del signor D’Alfonso violavano la distanza
minima tra pareti finestrate ed edifici antistanti, censurando in particolare
la statuizione secondo cui il sopralzo da questi realizzato non
costituirebbe un volume urbanistico in quanto , consistendo in un
parapetto in muratura, non sarebbe idoneo ad integrare “distanza”,
essendo inferiore a tre metri di altezza.
Secondo la prospettazione del ricorrente attesa l’inderogabilità delle
disposizioni dettate dall’art. 9 DM 1444/1968 il parapetto in muratura è
una costruzione che costituisce distanza, senza che possano a ciò essere
di ostacolo inesistenti limiti di altezza.
La censura, riconducibile più appropriatamente ad un difetto di
sussunzione della situazione di fatto alla fattispecie normativa, è
destituita di fondamento.
Ed invero, pacifico che il parapetto in muratura realizzato dal resistente
non superava i tre metri di altezza, secondo il consolidato indirizzo di
questa Corte, ai muri di cinta, qualificati dalla destinazione alla
recinzione di una determinata proprietà, dall’altezza non superiore a tre
metri, dall’emersione dal suolo, nonché dall’isolamento di entrambe le
facce da altre costruzioni (Cass.3037/2015) si applica l’esenzione dal
rispetto delle distanze tra costruzioni, prevista dall’art. 878 cod. civ.
Il muro di cinta non è infatti considerato costruzione di cui tenere conto
ai fini del calcolo delle distanze legali tra edifici e delle facoltà concesse
al vicino di realizzare il proprio fabbricato in aderenza o in appoggio, con
la conseguenza che le distanze legali devono essere computate come se il
muro non esistesse (Cass. 10461/2011) .
La Corte ha pertanto escluso la dedotta violazione sul rilievo, emergente
dalla Ctu e non specificamente contestato dalla ricorrente, che la parete
finestrata Fincobas distava circa 8 mt. dal confine, mentre la parete del
resistente era ad una distanza di 3,60 mt., con la conseguenza che la
distanza tra le due pareti finestrate era di circa 11,60, ed era quindi
conforme alla previsione dell’ad 9 DM 1444/1968.
Con il secondo motivo si denunzia violazione e falsa applicazione degli
artt. 63, 64 e 65 L.R. n.12/2005, lamentando che tali disposizioni, in
relazione alle modalità di recupero dei sottotettti a fini abitativi, non
consentivano la realizzazione del manufatto edificato dal resistente.
Il motivo, che presenta profili di inammissibilità in quanto la legge
regionale di cui si assume la errata applicazione è successiva alla
realizzazione dell’intervento edilizio del resistente ed alla stessa
instaurazione del giudizio, è nel merito infondato.
Come evidenziato dalla Corte d’appello, infatti , esulano dal presente
giudizio le questioni relative alla regolarità della DIA ed in genere quelle
inerenti al rapporto tra privato e PA, cui si riferisce la normativa
regionale citata dal ricorrente, inidonea ad incidere sul rispetto delle
distanze tra costruzioni, fermo restando che, secondo quanto accertato
dalla Corte d’Appello, con valutazione di merito che, in quanto fondata
su motivazione logica, coerente ed esaustiva non è censurabile nel
presente giudizio, l’intervento di recupero del sottotetto effettuato dal
resistente è pienamente conforme alla normativa regionale in materia.
Con l’ultimo motivo si denunzia la contraddittorietà della motivazione
circa un fatto controverso e decisivo del giudizio, ex art. 360 n.5) cpc,
avuto riguardo alle censure che essa ricorrente aveva mosso all’operato
del Comune di Milano ed alla regolarità della DIA, anche sotto il profilo
amministrativo.
Il motivo è inammissibile, non risultando individuato nè lo specifico
“fatto controverso” né la sua decisività ai fini della decisione della causa.
Si osserva peraltro che la Corte ha affermato, in modo del tutto coerente,
che l’intervento del D’Alfonso era pienamente regolare dal punto di vista
urbanistico, e, che, come attestato dal certificato di destinazione
urbanistica emesso dal Comune di Milano, e confermato dal Ctu,
l’immobile in oggetto , contrariamente a quanto dedotto dal consulente di
parte ricorrente, non era soggetto a vincoli monumentali ed ambientali.
Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso
Condanna la ricorrente alla refusione delle spese del presente giudizio
che liquida in 5.200,00 €, di cui 200,00 € per rimborso spese vive.
Cosí deciso in Roma il 24 novembre 2016

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