Stupefacenti – Cassazione Penale 28/10/2016 N° 45694

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione VI

Data: 28/10/2016

Numero: 45694

Testo completo della Sentenza Stupefacenti – Cassazione penale 28/10/2016 n° 45694:

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SENTENZA
sul ricorso proposto da:
ZUCCARO FRANCESCO nato il 18/12/1987 a CATANIA
avverso l’ordinanza del 26/05/2016 del TRIB. LIBERTA’ di CATANIA
sentita la relazione svolta dal Consigliere PIERLUIGI DI STEFANO;
sentite le conclusioni del PG ANTONIO BALSAMO che ha chiesto il rigetto del
ricorso
RITENUTO IN FATTO
Zuccaro Francesco propone ricorso avverso l’ordinanza del Tribunale di Catania
che il 26 maggio 2016 confermava l’applicazione della misura della custodia cautelare
in carcere per il reato di cui all’art. 73 d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309. Il Tribunale
confermava la sussistenza di gravi indizi della detenzione di hashish diviso in 38 dosi
per un peso complessivo lordo di circa 45 g, ritenendo che le modalità della condotta
indicassero lo stabile inserimento del ricorrente nel traffico di stupefacenti in essere
nella zona ove il fatto era accertato, «sede di una nota piazza di spaccio cittadino»,
sussistendo quindi un concreto rischio di reiterazione della condotta che, tenuto altresì
conto di un reato di evasione commesso nel quinquennio, imponeva la applicazione
della custodia in carcere.
Con il primo motivo deduce la violazione di legge per la erronea qualificazione
del fatto e, comunque, per la totale mancanza di motivazione sulle deduzioni della
difesa al riguardo. La droga era in quantità tale da rientrare agevolmente nell’ambito
della ipotesi del comma 5 dell’art. 73 I. cit.. Con il secondo motivo deduce la violazione
di legge ed il vizio di motivazione quanto alla ritenuta sussistenza delle esigenze
cautelari, affermata con un mero ed acritico richiamo alle motivazioni del primo
giudice. Inoltre non vi è motivazione sulla riferibilità della somma sequestrata ad
attività di spaccio. Con il terzo motivo deduce la violazione di legge ed il vizio di
motivazione per la mancata verifica della attualità del pericolo di recidiva, non
essendosi tenuto conto della risalenza del precedente specifico e della evasione. In
ogni caso, il decorso del tempo andava valutato quale ragione di generico
affievolimento delle esigenze cautelari.
CONSIDERATO IN DIRITTO
Il ricorso è fondato quanto alla qualificazione giuridica del fatto.
Va rammentato che “In tema di reati concernenti gli stupefacenti, la fattispecie
autonoma di cui al comma quinto dell’art. 73 del d.P.R. n. 309 del 1990 è configurabile
nelle ipotesi di cosiddetto piccolo spaccio, che si caratterizza per una complessiva
minore portata dell’attività dello spacciatore e dei suoi eventuali complici, con una
ridotta circolazione di merce e di denaro nonché di guadagni limitati e che
ricomprende anche la detenzione di una provvista per la vendita che, comunque, non
sia superiore – tenendo conto del valore e della tipologia della sostanza stupefacente
– a dosi conteggiate a “decine”. (Sez. 6, n. 15642 del 27/01/2015 – dep. 15/04/2015,
Driouech, Rv. 263068)”.
La attuale qualificazione della ipotesi del comma 5 art. cit. come reato autonomo,
affiancato a quelli del comma 1 e 2 del medesimo articolo, implica la necessità che,
per la corretta qualificazione, venga accertato e motivato non solo il dato della
detenzione illecita di stupefacente, ma anche gli ulteriori elementi che consentano di
riportare tale circostanza di base nell’una o nell’altra fattispecie. Non può, invece, più
seguirsi il “vecchio” schema del rapporto tra reato base ed eventuale attenuante
(quando la detenzione illecita di stupefacente rientrava comunque nelle ipotesi del
comma 1 o 2 dell’art. 73, ponendosi dopo, e solo eventualmente, il tema della
ricorrenza della ipotesi attenuata). Salva ovviamente la situazione in cui ci si trovi di
fronte a quantità e/o modalità della condotta che riportino immediatamente il fatto in
uno dei due reati, rendendo superflua una motivazione ad hoc, di norma dovrà
specificarsi quali altri elementi, a fronte del mero dato della detenzione di
stupefacente in una quantità che sia in sé compatibile con le due diverse ipotesi di
reato, consentano di qualificare correttamente il fatto.
Nel caso di specie, invero, il solo dato della quantità considerato nella ordinanza
(quantità che, per come descritta, appare la provvista per la successiva rivendita e
non è di per sé sola indice di maggiore disponibilità) sarebbe maggiormente indicativo
proprio della sussistenza della diversa ipotesi “lieve” invocata dal ricorrente.
L’unico ulteriore dato di fatto citato nella ordinanza, peraltro al solo fine della
valutazione delle esigenze cautelari, e che potrebbe indicare la ragione per la quale si
è ritenuto implicitamente che ricorra l’ipotesi più grave tra le fattispecie di detenzione
a fini di spaccio di stupefacenti, riguarda la presunta partecipazione del ricorrente ad
un più ampio traffico di droga.
Ma tale elemento, necessario per qualificare la condotta come estranea al
“piccolo” spaccio, consiste, nel testo della ordinanza, essenzialmente in un presunto
fatto notorio, ovvero l’essere il luogo di accertamento della detenzione di droga una
“piazza di spaccio” (termine con il quale, plausibilmente, si intende un luogo di
vendita continuativa al minuto di sostanza stupefacente sotto una unica “regia”).
Poiché, però, non è dubbio che quanto affermato nella decisione non sia certamente
un “fatto notorio”, va considerato come l’ordinanza non abbia fornito alcuna
indicazione e valutazione degli elementi di fatto che dimostrerebbero la circostanza
ritenuta (implicitamente) determinante nella qualificazione giuridica del fatto.
Si impone quindi l’annullamento dell’ordinanza perché, con nuovo giudizio sul
punto, si accerti se vi siano elementi di fatto tali da dimostrare la collocazione della
condotta del ricorrente in una attività di spaccio di rilevante entità, dandone conto
con adeguata motivazione, o se gli elementi siano limitati alla prova di contemporanea
detenzione per la vendita della sola droga in sequestro, dovendone in tal caso il
giudice di rinvio trarne le conseguenze alla luce della sopra citata definizione del fatto
tipico previsto dalla disposizione incriminatrice del comma 5 dell’articolo citato.
L’accoglimento del primo motivo comporta che sia il giudice di rinvio a rivalutare
il profilo delle esigenze cautelari, oggetto degli altri motivi del ricorrente, sulla scorta
delle conclusioni in tema di qualificazione giuridica del fatto.
PQM
Annulla l’ordinanza impugnata limitatamente alla configurabilità dell’art.73,
comma 5, d.p.r. 309/1990 alle esigenze cautelari, e rinvia al Tribunale di Catania per nuovo esame.
Roma così deciso nella camera di consiglio del 28 settembre 2016.

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