Stupefacenti – Cassazione Penale 12/12/2016 N° 52545

Stupefacenti – Cassazione penale 12/12/2016 n° 52545 leggi la sentenza gratuitamente su leggesemplice.com

Cassazione penale

Consulta tutte le sentenze della cassazione penale

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine

Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione VI

Data: 12/12/2016

Numero: 52545

Testo completo della Sentenza Stupefacenti – Cassazione penale 12/12/2016 n° 52545:

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine 

SENTENZA
sui ricorsi proposti da
1. Petrovic Dragonnir, nato a Belgrado (Serbia) il 16/04/1949
2. Rakovic Goran, nato a Podgorica (Montenegro) il 08/12/1966
avverso la sentenza del 03/11/2015 della Corte di appello di Milano
visti gli atti, il provvedimento impugnato e i ricorsi;
udita la relazione svolta dal consigliere Ersilia Calvanese;
udite le richieste del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore
generale Mario Maria Stefano Pinelli, che ha concluso chiedendo il rigetto dei
ricorsi;
udito il difensore, avv. Andrea Maria Tomaselli, anche in sostituzione degli avv.
Luigi Colaleo e Antonio Ranieli, che haptconcluso chiedendo l’accoglimento dei
ricorsi.
RITENUTO IN FATTO
1. Con sentenza del 3 novembre 2015, la Corte di appello di Milano,
sull’appello degli imputati e del Pubblico Ministero, riformava parzialmente la
sentenza pronunciata, all’esito di giudizio abbreviato, dal Giudice dell’udienza
preliminare del Tribunale di Milano, dichiarando Dragomir Petrovic e Goran
Rakovic responsabili del reato di cui agli art. 74 (capo A) e 73 (capo I) d.P.R. n.
309 del 1990 e confermando le restanti statuizioni.
In primo grado, Petrovic era stato condannato per varie imputazioni di
detenzione illecita di cocaina (capi B, B-1, G, H) e Rakovic per la cessione illecita
continuata di cocaina (capo M), tutte commesse tra il 2013 e il gennaio 2014,
mentre entrambi erano stati assolti dall’imputazione di aver fatto parte – il primo
quale capo, promotore ed organizzatore ed il secondo quale partecipe – di un
sodalizio criminale dedito al narcotraffico (capo A), nonché della detenzione
illecita di due chili di cocaina (capo I).
Secondo il primo Giudice, gli elementi raccolti – formati essenzialmente dagli
esiti dei servizi di intercettazione e di osservazione di p.g. – avevano rivelato un
quadro frammentario e non concludente quanto alla sussistenza, struttura e
composizione della ipotizzata associazione, difettando in particolare la prova del
pactum sceleris ed emergendo a contrario lo svolgimento di attività criminali da
parte degli imputati, frutto di accordi occasionali ed estemporanei.
Quanto capo I), il Giudice dell’udienza preliminare aveva altresì ritenuto
insufficiente l’unica prova raccolta, consistente nella conversazione captata in cui
Petrovic aveva fatto riferimento all’invio del «Goran» con «due chili».
La Corte di appello valutava al contrario provata la sussistenza del sodalizio
criminale, evidenziando che l’attività delittuosa si era protratta senza soluzione di
continuità (e con cadenza quotidiana) per un periodo certamente non breve, con
la costante progettazione e programmazione di ampio respiro dell’attività di
narcotraffico (con la ricerca di nuovi e più vantaggiosi canali di rifornimento, e
l’acquisizione di nuova clientela), neppure rallentata dagli intervenuti arresti, e la
commissione dei reati contestati e con la preparazione di altre analoghe attività
illecite, che solo per lo scarso materiale investigativo e per l’arresto dei partecipi
non si erano tradotte in autonome imputazioni.
Quanto ai mezzi a disposizione dell’associazione, la Corte di appello
evidenziava come la stessa disponesse di una struttura organizzativa
consistente, potendo contare su luoghi dove custodire la droga (due individuati
nei box del sodale Sergio Mercuri; altri non identificati ma la cui esistenza era
emersa dalle conversazioni captate), su mezzi finanziari (certamente esistenti
per supportare gli affari emersi dalle indagini), sulla disponibilità di corrieri e
mezzi di trasporto, sulla disponibilità di consolidate e stabili relazioni con i
fornitori (che consentivano al gruppo la continuità negli approvvigionamenti e
nelle condotte di traffico), su una rete stabile di clienti, gestiti anche
singolarmente dai sodali, sulla disponibilità di telefoni cellulari (spesso intestati a
terze persone o alle società del sodale Carlo Maffeis) per gestire i traffici illeciti e
di luoghi sicuri (con particolare riferimento ai due soggetti di vertice Petrovic e
Mercuri).
L’organizzazione criminale, secondo la Corte territoriale, era gerarchica con
la ripartizione di ruoli: a capo di essa vi era Petrovic, che curava personalmente i
rapporti con i fornitori della droga e veniva costantemente informato dai sodali di
qualunque vicenda relativa all’associazione, facendo leva sulla sua carriera
criminale che gli conferiva un’aura di indiscusso predominio all’interno del
gruppo; mentre Rakovic fungeva da deputato alla gestione dello stupefacente in
fase di stoccaggio e di distribuzione, sotto la direzione di Petrovic e del sodale
Mercuri, risultando uomo di fiducia del primo che lo utilizzava per i compiti più
delicati (come anche da interprete nelle trattative con gli slavi), venendo altresì
delegato per custodire lo stupefacente.
Dell’associazione facevano parte altresì Sergio Mercuri, in una posizione
apicale, ma subordinata al Petrovic, dimostrando competenze specifiche; nonché
gli altri sodali, Carlo Maffeis (che aveva costituito una società al solo scopo di
consentire a Petrovic, che doveva scontare la pena dell’ergastolo, di poter uscire
dal carcere e riprendere le attività criminali), il figlio di Petrovic, Cristian (con
ruoli meramente esecutivi e coinvolto dal padre nella fase di contatto con gli
acquirenti all’ingrosso), Janes Migliore e Maurizio Bonalumi.
La Corte territoriale riteneva inoltre provata la penale responsabilità di
Petrovic e Rakovic anche per il reato di cessione di cocaina contestato al capo I),
risultando chiaro il tenore delle conversazioni intercettate (che dimostravano da
un lato che Petrovic stava trattando con altri una nuova fornitura, dall’altro il
coinvolgimento del Rakovic, che era stato contattato da chi era interessato ad
avere informazioni sulla partita e dallo stesso Petrovic per avere notizie
sull’arrivo della droga e poi delegato da questi alla consegna ad un cliente).
La stessa Corte non accoglieva i gravami degli imputati che avevano mosso
contestazioni in ordine alla prova dei reati per i quali erano stati condannati in
primo grado, nonché sul trattamento sanzionatorio.
2. Avverso la suddetta sentenza, ricorrono per cassazione i difensori di
Dragomir Petrovic e di Goran Rakovic con atti distinti, chiedendone
l’annullamento per i motivi di seguito illustrati.
2.1. Con un atto di ricorso presentato nell’interesse di Petrovic, si deducono
dieci motivi.
Con il primo motivo si denuncia violazione di legge e vizio di motivazione in
relazione agli artt. 74 d.P.R. n. 309 del 1990, 187 e 192 cod. proc. pen.,
sostenendo che la sentenza impugnata non avrebbe offerto una motivazione
idonea a scardinare l’impianto argomentativo della decisione assolutoria e
superare quei profili critici individuati dal primo giudice, limitandosi a riproporre i
medesimi elementi già valutati e ritenuti insufficienti e a presentare una generica
ed inidonea elencazione di elementi fattuali. Quanto ai suddetti elementi, il
ricorrente evidenzia che trattasi di dati o non decisivi o meramente assertivi.
Con il secondo motivo, si deduce violazione di legge e vizio di motivazione in
relazione agli artt. 74 d.P.R. n. 309 del 1990, 187 e 192 cod. proc. pen.,
sostenendo che la sentenza impugnata avrebbe in modo erroneo attribuito
all’imputato il ruolo apicale all’interno all’associazione, facendo leva su alcune
captazioni dalle quali emergeva unicamente il rispetto riservatogli per la sua
carriera delinquenziale, mentre gli elementi indiziari raccolti dimostrerebbero lo
svolgimento da parte del medesimo di attività assolutamente materiali.
Con il terzo motivo, si deduce violazione di legge e mancanza di motivazione
in relazione agli artt. 74, comma 3, d.P.R. n. 309 del 1990 e 59 cod. pen., per
aver la sentenza impugnata applicato la suddetta aggravante in relazione alla
partecipazione del figlio Cristian Di Paolo Petrovic e di Carlo Maffeis, giudicati
separatamente con rito ordinario, senza tuttavia motivare sulla loro condizione di
tossicodipendenti o di semplici occasionali utilizzatori e sulla consapevolezza da
parte dei sodali di tale loro condizione.
Con il quarto motivo, si lamenta violazione di legge e vizio di motivazione in
relazione agli artt. 73 d.P.R. n. 309 del 1990, 187 e 192 cod. proc. pen., non
avendo la sentenza impugnata, quanto alla decisione di riforma per il capo I),
esplicitato gli elementi indiziari rilevanti, bensì soltanto riportato gli stralci di
conversazioni captate dal contenuto criptico e difficilmente intelligibile.
Con il quinto motivo, si denuncia violazione di legge e vizio di motivazione in
relazione agli artt. 73 d.P.R. n. 309 del 1990, 187 e 192 cod. proc. pen., per
aver la sentenza impugnata erroneamente ritenuto, in ordine al capo H), la
disponibilità da parte dell’imputato della sostanza oggetto della presunta offerta.
Con il sesto motivo, si deduce violazione di legge e vizio di motivazione in
relazione all’art. 73 d.P.R. n. 309 del 1990, per aver erroneamente e senza
adeguata motivazione respinto la richiesta di assorbimento delle condotte di cui
ai capi B-1), G) e H), relative al possesso di non precisati quantitativi di droga,
in quella contestata al capo B).
Con il settimo motivo, si lamenta violazione di legge e vizio di motivazione
in relazione agli artt. 132, 133 e 81 cod. pen., per aver trascurato le doglianze
versate nell’atto di appello, ritenendole erroneamente assorbite dalla mutata
situazione processuale e non fornendo sul punto una motivazione in particolare
sulla dosimetria degli aumenti per la continuazione; inoltre erroneo risulterebbe
il calcolo degli aumenti (cinque anni di reclusione in luogo dei quattro indicati).
Con l’ottavo motivo, si denuncia mancanza di motivazione in relazione agli
artt. 62-bis, 69 e 132 cod. pen., per non aver preso in considerazione il gravame
in ordine al diniego delle circostanze attenuanti generiche.
Con il nono motivo, si deduce violazione di legge e vizio di motivazione in
relazione all’art. 99 cod. pen., per non aver motivato l’applicazione della recidiva
reiterata, ex art. 99, quinto comma, cod. pen., come richiesto a seguito della
declaratoria di illegittimità costituzionale n. 185 del 2015.
Con il decimo motivo, si lamenta violazione di legge e vizio di motivazione in
relazione agli artt. 99, secondo comma, n. 3, 61, primo comma, n. 11-quater
cod. pen., avendo applicato entrambe le circostanze aggravanti, aventi ad
oggetto la medesima situazione (nuovo reato commesso dopo l’esecuzione della
pena), senza applicare la regola dell’assorbimento prevista dall’art. 68 cod. pen.
Con altro atto di ricorso, presentato nell’interesse di Petrovic, si articolano
due motivi di annullamento, ribadendosi le censure già esaminate con il primo e
sesto motivo.
2.2. Per Goran Rakovic si chiede l’annullamento della sentenza impugnata
per due motivi.
Con il primo motivo, si deduce la nullità della sentenza di appello per
manifesta illogicità in relazione alla affermazione di responsabilità al capo A), in
quanto basata su dati indimostrati (la sudditanza dell’imputato nei confronti di
Mercuri) o mere supposizioni (la collocazione del nascondiglio offerto dal Rakovic
e il riferimento allo stupefacente), risultando provato al contrario che questi si
rapportava al solo Petrovic e non ad altri. Illogica sarebbe anche la risposta
fornita dalla Corte territoriale alla prodotta sentenza con la quale erano stati
assolti il Drakovic e gli altri correi dal reato associativo con rito ordinario,
ipotizzando un bagaglio conoscitivo più limitato contrariamente
all’approfondimento probatorio che quel rito assicura e dando luogo per le
posizioni giudicate in via definitiva ad un contrasto di giudicati.
Con il secondo motivo, si lamenta l’errore in cui sarebbe incorsa la Corte di
appello nell’escludere la rilevanza, ai fini della concessione delle attenuanti
generiche, dello stato di tossicodipendenza, ritenendo sufficiente l’esclusione
dell’aggravante riferita al reato associativo (art. 74, comma 3, d.P.R. n. 309 del
1990), in realtà mai contestata. La motivazione sarebbe illogica anche per non
aver valutato per la dosimetria della pena il comportamento processuale
dell’imputato, che aveva con l’ammissione dei fatti dimostrato segni di
resipiscenza. Del tutto mancante risulterebbe infine la motivazione in ordine alla
quantificazione della pena.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. I ricorsi possono essere accolti nei limiti di seguito indicati.
2. Relativamente al ricorso di Petrovic si devono ritenere infondati i seguenti
motivi.
2.1. Il primo motivo relativo alla tenuta della motivazione in ordine alla
ritenuta ipotesi delittuosa di cui all’art. 74 d.P.R. n. 309 del 1990 non ha
fondamento.
Le critiche contenute nel ricorso del 4 aprile 2016 si risolvono in una
generica critica al ragionamento probatorio della Corte territoriale, volta soltanto
a contrastare la sussistenza degli indici rivelatori del sodalizio criminale,
definendo non «tranqulizzanti» le prove utilizzate, senza peraltro illustrare le
specifiche ragioni poste a fondamento della censura e quindi impedendo
l’esercizio del controllo di legittimità (tra tante, Sez. 3, n. 16851 del 02/
03/2010, Cecco, Rv. 2469809.
Va rigettata anche la censura sviluppata nel ricorso del 15 aprile 2016,
relativa alla violazione della regola che impone al giudice della riforma del
giudizio assolutorio una motivazione «rinforzata». La sentenza impugnata ha
infatti fatto buon governo dei principi da tempo affermati dalla giurisprudenza di
legittimità (tra le tante, Sez. 6, n. 10130 del 20/01/2015, Marsili, Rv. 262907;
Sez. U, n. 27620 del 28/04/2016, Dasgupta, in motivazione).
La sentenza di primo grado, pur avendo desunto dal compendio probatorio
«con ottima evidenza» la prova della dedizione degli imputati alle attività di
narcotraffico (come dimostravano i rapporti illeciti intessuti sin dal 2012 tra gli
imputati, con la creazione di una società-schermo, che durante il periodo di
indagine si erano rivelati di intensità quotidiana), aveva ritenuto che l’accordo
criminale tra costoro era da ritenersi «occasionale e limitato» alla commissione
dei singoli delitti, pur ispirato da un medesimo disegno criminoso che li
comprendeva e prevedeva tutti, e che quindi difettasse la prova di un accordo
volto all’attuazione di un programma criminale, contemplante, con carattere di
permanenza, la commissione di una serie non preventivamente determinata di
delitti. A tal fine, secondo il primo giudice, nessuna valenza dimostrativa poteva
essere assegnata alla mera reiterazione di un tipico modus operandi o la
meticolosità con cui venivano preparati i traffici illeciti o la personalità degli
imputati.
A differenza del primo giudice, che aveva svalutato la portata dimostrativa
del materiale probatorio raccolto, analizzato tuttavia in modo alquanto
approssimativo, la Corte territoriale ne ha effettuato una penetrante valutazione,
come in premessa esposto, attraverso l’esame di tutte le evidenze processuali,
dimostrando così di aver operato un vaglio approfondito delle tesi contrapposte,
rilevando che quella fatta propria dal giudice di primo grado risultava soltanto
parziale rispetto a dati processuali di decisiva ed avversa significazione, sicché
non poteva essere condivisa. Non si è trattato quindi, come sostenuto nel
ricorso, di mera rilettura alternativa dei medesimi dati processuali.
Invero, la sentenza di primo grado aveva analizzato, ritenendolo
insufficiente, soltanto il dato della ripetuta commissione di reati ex art. 73 d.P.R.
9 ottobre 1990, n. 309, trascurando invece altri significativi indici sintomatici
dell’esistenza dell’associazione, che la sentenza impugnata ha dettagliatamente
evidenziato, in conformità con il consolidato insegnamento della giurisprudenza
di legittimità (tra le tante, Sez. 6, n. 9061 del 24/09/2012, dep. 2013, Cecconi,
Rv. 255312), secondo cui, ai fini della configurabilità dell’associazione finalizzata
al traffico illecito di sostanze stupefacenti, non è richiesto un patto espresso fra
gli associati, potendo desumersi la prova del vincolo dalle modalità esecutive dei
reati-fine e dalla loro ripetitività, dalla natura dei rapporti tra i loro autori, dalla
ripartizione di compiti e ruoli fra i vari soggetti in vista del raggiungimento del
comune obiettivo di effettuare attività di commercio di stupefacenti.
Come anche di recente precisato dalla Suprema Corte (Sez. 3, n. 47264,
08/09/2016, Biondillo, non mass.; Sez. 2, n. 16540 del 27/03/2013, Piacentini,
Rv. 255491), sotto il profilo ontologico, è sufficiente anche un’organizzazione
minima perché il reato si perfezioni e, sotto il profilo probatorio, la ricerca dei
tratti organizzativi è essenzialmente diretta a provare, attraverso tale dato
sintomatico, l’esistenza dell’accordo indeterminato a commettere più delitti che
di per sé concreta il reato associativo.
Quanto alle critiche mosse a pag. 9 del ricorso del 15 aprile 2016 agli
elementi fattuali indicati dalla sentenza impugnata, va rilevato che le censure di
genericità sono manifestamente infondate, ben potendo la motivazione integrarsi
con altri atti del procedimento (la sentenza di primo grado e l’atto di appello del
P.M.), quando questi in particolare abbiano un contenuto essenzialmente
descrittivo o ricostruttivo della realtà oggetto di condivisione; mentre quelle
relative al significato attribuito al dato processuale sono inammissibili,
proponendo una non consentita incursione nella valutazione delle prove, come
noto, sottratta al controllo del giudice di legittimità.
2.2. Anche il secondo motivo, relativo all’attribuzione al Petrovic del ruolo
apicale (capo, organizzatore e promotore) del sodalizio criminale non ha
fondamento alcuno.
Il ricorrente non si confronta infatti con la motivazione della sentenza
impugnata che, ben lungi dal limitarsi al dato fattuale del mero rispetto riservato
dagli interlocutori intercettati alla persona del Petrovic, ha evidenziato gli
elementi dimostrativi del ruolo da questi rivestito all’interno al gruppo (impartiva
ordini, curava personalmente i rapporti con i fornitori, che riceveva
personalmente nel quartiere generale dell’associazione e presso il bar di via
Osimo, veniva costantemente informato di tutte le vicende del gruppo, tanto da
stigmatizzare il comportamento di chi avevano assunto iniziative personali e non
con lui condivise per l’importazione di un carico di 10 chili di cocaina dall’Olanda;
veniva identificato da gli altri sodali come il «capo»).
Si tratta di circostanze che provano che il ruolo apicale, anche in termini di
organizzazione e promozione, è stato in concreto esercitato dal Petrovic.
2.3. Il quarto motivo, relativo al capo I) della rubrica non è fondato.
Come in premessa indicato, la Corte di appello ha indicato in modo esplicito
le evidenze probatorie utilizzate per dimostrare che la conversazione intercorsa
tra Rakovic e Petrovic avesse ad oggetto lo stupefacente (ovvero le
conversazioni che avevano preceduto quest’ultima, nelle quali i sodali stavano
predisponendo la fornitura da smerciare ad un cliente). Si tratta di motivazione
che si sottrae per completezza e logicità alle censure difensive e, in quanto
basata su un più ampio panorama indiziario, che rendeva del tutto erronea la
decisione del giudice di primo grado, soddisfa parimenti lo standard richiesto per
la riforma in peius.
2.4. Il quinto motivo, relativo al capo H), risulta aspecifico, poichè non si
confronta con la motivazione della sentenza impugnata, che in ordine all’offerta
di stupefacente effettuata dal Petrovic ha ben evidenziato che questi avesse
dichiarato nelle conversazioni captate che la sostanza era nella sua disponibilità
(circostanza confermata anche dalle intercettazioni dei giorni successivi).
2.5. Il sesto motivo, relativo alla richiesta di assorbimento delle condotte nel
capo B), è affetto da genericità (non spiega affatto il ricorrente perché la
sentenza impugnata sia errata), oltre che manifestamente infondato, posto che
la motivazione risulta adeguata e puntuale.
3. Sono invece fondati i seguenti motivi presentatati da Petrovic relativi al
trattamento sanzionatorio.
3.1. Va premesso che, nell’atto di appello, presentato il 28 aprile 2015, il
ricorrente aveva invocato un trattamento sanzionatorio più clemente, sia in
ordine alla ritenuta recidiva (della quale si contestava anche la tipologia) sia in
ordine al diniego delle circostanze attenuanti generiche di cui all’art. 62-bis cod.
pen.
La sentenza impugnata, peraltro, a pag. 22, ha erroneamente ritenuto i
suddetti rilievi assorbiti dalla mutata situazione processuale, derivante
dall’accoglimento dell’appello del P.M., omettendo di pronunciarsi sui punti attinti
dall’appello.
Devono pertanto essere accolti sia l’ottavo motivo di ricorso, avente ad
oggetto l’omessa motivazione sulle circostanze attenuanti generiche, sia il nono
motivo di ricorso, relativo alla recidiva.
L’assenza di motivazione sulla recidiva non fa comprendere (né a tal fine
può soccorrere la sentenza di primo grado, che risulta anch’essa silente sul
punto) quale tipologia sia stata ritenuta rispetto a quella contestata
(segnatamente, nel capo di imputazione: «reiterata, ex art. 99, comma 1, 2 n 3,
3, 3, 4 cod. pen., avendo commesso un reato tra quelli indicati nell’art. 407
comma 2 lettera a durante l’esecuzione della pena alternativa alla detenzione»).
A ciò deve aggiungersi che, a seguito della declaratoria di illegittimità
costituzionale della c.d. recidiva obbligatoria (Corte cost. n. 185 del 2015),
anche per tale tipologia di recidiva è necessario l’accertamento della concreta
significatività del nuovo episodio delittuoso – in rapporto alla natura e al tempo di
commissione dei precedenti e avuto riguardo ai parametri indicati dall’art. 133
cod. pen. – sotto il profilo della più accentuata colpevolezza e della maggiore
pericolosità dell’imputato.
3.2. L’annullamento sul punto della recidiva assorbe il decimo motivo,
relativo al concorso delle circostanze artt. 99, secondo comma, n. 3, e 61, primo
comma, n. 11-quater cod. pen.
E’ opportuno peraltro fare alcune precisazioni.
La circostanza aggravante di cui all’art. 61, primo comma, n. 11-quater cod.
pen. – consistente nel fatto che il soggetto ha commesso un delitto non colposo
durante il periodo in cui era ammesso ad una misura alternativa alla detenzione
– è stata prevista con la novella dell’art. 3 L. n. 199 del 2010 nell’ambito del
programma per fronteggiare l’emergenza penitenziaria, attraverso il ricorso a
misure di esecuzione della pena al di fuori delle strutture carcerarie.
Il fondamento dell’aggravamento è rinvenuto dalla dottrina nella maggior
gravità del fatto commesso tradendo l’atto di fiducia dell’ordinamento,
rappresentato dall’ammissione dell’imputato ad una misura alternativa alla
detenzione al carcere, per l’esecuzione di una pena detentiva riportata in
occasione della condanna per un precedente reato. Misura che postula una
cooperazione da parte di chi subisce la pena e che questi immancabilmente
frustra se commette un delitto non colposo durante il tempo in cui è ammesso a
qualsivoglia misura alternativa.
L’art. 99, secondo comma, n. 3 cod. pen., a sua volta, prevede un
consistente aumento della pena (fino alla metà) se il nuovo delitto non colposo è
stato commesso durante o dopo l’esecuzione della pena.
E’ stato di recente affermato che la recidiva va qualificata quale circostanza
aggravante pertinente al reato che richiede un accertamento, nel caso concreto,
della relazione qualificata tra lo status e il fatto che deve risultare sintomatico, in
relazione alla tipologia dei reati pregressi e all’epoca della loro consumazione, sia
sul piano della colpevolezza che su quello della pericolosità sociale (Sez. U, n.
20798 del 24/02/2011, Indelicato, Rv. 249664).
Ciò premesso, appare evidente che le due circostanze aggravanti vengano a
sovrapporsi, nel senso che quella di cui all’art. 61 cod. pen. è una specificazione
della situazione fattuale generale prevista dall’art. 99 cod. pen., e, applicando le
regole dettate dall’art. 68, primo comma, cod. pen., risulterebbe la prima
sempre assorbita dalla seconda, in quanto comporta un aumento di pena
maggiore. Quindi è da ritenersi limitato l’ambito applicativo dell’ipotesi
circostanziale prevista dall’art. 61 cod. pen. ad ipotesi residuali (ovvero nei soli
casi in cui non si faccia applicazione della recidiva, sia perché la misura
alternativa alla detenzione, durante l’esecuzione della quale viene commesso un
delitto non colposo, consegue alla condanna per un precedente delitto colposo o
per una contravvenzione; sia quando il giudice ritenga in concreto di non
applicare la contestata recidiva).
3.3. E’ fondato anche il terzo motivo, relativo alla ritenuta aggravante di cui
all’art. 74, comma 3, d.P.R. n. 309 del 1990 (partecipazione all’associazione di
Carlo Maffeis e Cristian Di Paolo Petrovic, persone dedite all’uso di sostanze
stupefacenti).
Sul punto, la sentenza impugnata omette di motivare. Né può ritenersi
sufficiente, per configurare la suddetta aggravante, il passaggio contenuto a pag.
16 della sentenza impugnata, là dove riporta il giudizio espresso da parte di
soggetti esterni all’associazione sull’inaffidabilità di Cristian Di Paolo Petrovic, a
causa della sua dipendenza dalla droga.
La affermazione risulta sguarnita di alcun riscontro sull’effettivo uso da parte
di costui di sostanze stupefacenti con continuità.
Si impone al riguardo l’annullamento della sentenza impugnata per un
nuovo giudizio sul punto.
3.4. E’ parimenti fondato il settimo motivo, relativo all’aumento della pena
per l’art. 81, secondo comma, cod. pen.
E’ fondata tanto l’eccezione di assenza di motivazione sulla determinazione
della pena, con riguardo alla quantificazione degli aumenti da apportare in
continuazione per i reati-fine, non avendo la Corte territoriale illustrato le ragioni
dell’esercizio del suo potere discrezionale, tenuto conto in particolar modo che si
versava in ipotesi di riforma in sede di appello; tanto la censura relativa al
computo della pena, là dove, dopo aver stabilito i singoli aumenti per la
quantificazione (segnatamente, due anni di reclusione per il capo B-1 e sei mesi
di reclusione per i restanti quattro capi), determina in cinque anni (e non in
quattro) di reclusione il complessivo aumento.
Si impone conseguentemente l’annullamento anche su tale punto della
sentenza impugnata per un nuovo giudizio.
4. Il ricorso di Rakovic è fondato nei limiti di seguito indicati.
4.1. Il primo motivo di ricorso, nel quale si contesta la partecipazione del
ricorrente al sodalizio criminale, è privo di fondamento.
I rapporti tra Rakovic e gli altri sodali (e quindi non solo con Petrovic), come
il suo inserimento nel traffico di stupefacenti, sono dimostrati dalle
intercettazioni richiamate dalla sentenza impugnata, ampiamente versate
nell’atto del P.M. e che quest’ultima ha legittimamente richiamato.
Non risulta censurabile la motivazione là dove ha tratto conferma del
compito svolto dal Rakovic di custode dello stupefacente da una serie di
conversazioni (nella conversazione n. 1421 questi e Petrovic avevano infatti fatto
riferimento ad un luogo – «la baracca» – dove poter occultare lo stupefacente e
il Rakovic lo aveva rassicurato che avrebbe fatto un controllo per verificarne lo
stato; in altra conversazione lo stesso Rakovic, che risultava abitare all’interno di
una cascina di un’azienda agricola, nel far riferimento a qualcosa da occultare
(verosimilmente stupefacente, stante il linguaggio criptico), aveva assicurato di
aver già provveduto a nascondere qualcosa «di fuori»), risultando la stessa
frutto di un plausibile ragionamento logico.
Né può di per sé rilevare quanto affermato nella sentenza di primo grado
(non definitiva e allegata tra l’altro solo per stralci), emessa a conclusione del
giudizio ordinario nei confronti degli altri correi, essendo diverso il criterio di
valutazione proprio dei due riti, di per sé tale da condurre fisiologicamente ad
esiti opposti (tra tante, Sez. 3, n. 13032 del 18/12/2013, dep. 2014, Tosi, Rv.
258687), e ciò vale anche per le incidentali valutazioni delle posizioni (anche
quella del ricorrente) non oggetto di quel giudizio.
4.2. Parzialmente fondato è il secondo motivo relativo alla dosimetria della
pena.
Quanto al diniego delle circostanze attenuanti generiche di cui all’art. 62-bis
cod. pen., la Corte di appello effettivamente ha utilizzato un dato (l’aggravante
ex art. 74, comma 3, d.P.R. n. 309 del 1990) indimostrato (come osservato al
par. 3.3.), ma ha in ogni caso fornito una motivazione ulteriore e assorbente, in
ordine alla quale il ricorrente formula soltanto critiche generiche (sulla
spontaneità della collaborazione) o meramente oppositive (sul valore attenuante
della tossicodipendenza).
Va ribadito a tale ultimo riguardo che, nel motivare il diniego della
concessione delle attenuanti generiche, non è necessario che il giudice prenda in
considerazione tutti gli elementi favorevoli o sfavorevoli dedotti dalle parti o
rilevabili dagli atti, ma è sufficiente che egli faccia riferimento a quelli ritenuti
decisivi o comunque rilevanti, rimanendo tutti gli altri disattesi o superati da tale
valutazione (tra le tante, Sez. 3, n. 28535 del 19/03/2014, Lule, Rv. 259899).
E’ fondato invece il rilievo mosso dal ricorrente alla quantificazione della
pena, che, in considerazione della decisione riformatrice anche su tale punto (sia
per la recidiva, esclusa in primo grado, sia per la misura degli aumenti per la
continuazione), necessitava di una motivazione che esplicitasse le ragioni
dell’esercizio da parte della Corte di appello del potere discrezionale. Al contrario,
la sentenza impugnata non fornisce alcuna motivazione al riguardo.
5. Sulla base di quanto premesso, la sentenza impugnata deve essere
annullata per entrambi i ricorrenti limitatamente alla determinazione della pena
sui specifici punti sopra indicati, con rinvio ad altra Sezione della Corte di appello
di Milano per un nuovo giudizio.
Per il resto i ricorsi devono essere rigettati.
P.Q.M.
Annulla la sentenza impugnata limitatamente alla determinazione della pena
e rinvia per nuovo giudizio ad altra Sezione della Corte di appello di Milano.
Rigetta ne resto i ricorsi.
Così deciso il 07/10/2016.

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine