Stupefacenti – Cassazione Penale 01/02/2016 N° 4074

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione Penale

Sezione: Sezione III

Data: 01/02/2016

Numero: 4074

Testo completo della Sentenza Stupefacenti – Cassazione Penale 01/02/2016 n° 4074:

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SENTENZA sul ricorso proposto da El Atrousse Mustapha, nato in Marocco il 14/7/1981 avverso la sentenza pronunciata dalla Corte di appello di Milano in data 22/9/2014; visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso; sentita la relazione svolta dal consigliere Enrico Mengoni; sentite le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Felicetta Marinelli, che ha chiesto l’annullamento con rinvio della sentenza quanto al trattamento sanzionatorio, e rigetto nel resto RITENUTO IN FATTO 1. Con sentenza del 22/9/2014, la Corte di appello di Milano confermava la pronuncia emessa il 10/2/2009 dal locale Tribunale, con la quale Mustapha El Atousse era stato giudicato colpevole del delitto di cui all’art. 73, comma 5, d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, e condannato alla pena di due anni di reclusione e 4.000,00 euro di multa; allo stesso era contestato – unitamente ad Abderrahim Bourbaa, giudicato separatamente – di aver ceduto sostanza stupefacente di tipo eroina a tale Valerio Catalano, e di aver detenuto a fine di spaccio 27 grammi di cocaina. 2. Propone ricorso per cassazione l’El Atrousse, a mezzo del proprio difensore, deducendo tre motivi: – violazione dell’art. 73, comma 5, contestato. La Corte di appello avrebbe confermato la sentenza di primo grado sebbene emessa allorquando la cornice edittale della norma era ben diversa dall’attuale; in particolare, avrebbe avallato un trattamento sanzionatorio determinato muovendo da una pena base di quattro anni di reclusione, ritenuta “medio-bassa” dal primo Giudice, pur rappresentando questa, oggi, il massimo edittale; – erronea applicazione dell’art. 73, comma 7, d.P.R. n. 309 del 1990. La Corte di merito avrebbe negato la circostanza attenuante in oggetto pur a fronte di molti elementi atti a giustificarla, atteso il contenuto delle dichiarazioni rese dal ricorrente; – omessa motivazione quanto alla richiesta di sospensione condizionale della pena. La sentenza nulla avrebbe disposto in ordine al beneficio di cui all’art. 163 cod. pen., pur formando questo oggetto di gravame. Con memoria depositata il 13/11/2015, la difesa del ricorrente ha ribadito il primo motivo, anche alla luce degli ultimi arresti delle Sezioni unite di questa Corte. CONSIDERATO IN DIRITTO 3. Il ricorso è parzialmente fondato. Non può essere accolto, innanzitutto, il motivo relativo al diniego della circostanza attenuante della collaborazione di cui all’art. 73, comma 7, d.P.R. n. 309 del 1990. Si osserva, invero, che la Corte di appello, pronunciandosi sulla medesima questione, ha sottolineato che l’El Atrousse si era limitato a chiamare in causa il complice, il cui ruolo nella vicenda risultava peraltro già acclarato per esser stato questi arrestato insieme al ricorrente, e per esser stato coinvolto anche dall’acquirente, Valerio Catalano; ancora, la sentenza ha rilevato che l’El Atrousse, pur ammettendo una stabile collaborazione con il correo, «nulla riferiva in merito a clienti e fornitori». Orbene, così motivando, il Collegio di merito ha fatto buon governo del principio, più volte affermato in sede di legittimità, per cui, ai fini della applicazione dell’attenuante del ravvedimento operoso di cui all’art. 73, comma 7, d.P.R. n. 309 del 1990, non è sufficiente il mero dato della offerta delle informazioni possedute, ma occorre che dette informazioni siano in grado di 2 consentire il perseguimento di un risultato utile di indagine che, senza la collaborazione stessa, non si sarebbe potuto ottenere (Sez. 6, n. 9069 del 14/1/2013, Squillace, Rv. 256002); in altri termini, per riconoscere detta attenuante speciale, «che si colloca in uno spazio più avanzato della mera collaborazione informativa, l’operosità da prendere in considerazione è quella che consente la realizzazione di uno dei risultati concreti previsti dalla citata norma e, specificamente, di interrompere la catena delittuosa in atto o di colpire i mezzi di produzione delle attività criminali» (Sez. 6, n. 37100 del 19/7/2012, Biasi, Rv. 253381). In sintesi, è necessario verificare la concretezza, l’utilità e la proficuità del contributo offerto dall’imputato (Sez. 3, n. 44478 del 19/7/2012, Kabbab, Rv. 253603). Quel che non è stato possibile accertare nel caso di specie – come da impugnata sentenza – difettando la prova dell’ampiezza e dell’efficacia dei contributi dichiarativi forniti. 4. Di seguito, la doglianza in punto di sospensione condizionale della pena; orbene, la stessa risulta parimenti infondata, atteso che l’appellante non aveva mai domandato l’applicazione del beneficio, né in sede di atto di gravame, né innanzi alla Corte di merito, come questo Collegio ha verificato dalla lettura del verbale a data 22/9/2014. Deve essentribadito, quindi, il costante principio di legittimità in forza del quale non possono essere dedotte, con il ricorso per cassazione, questioni sulle quali il Giudice di appello abbia correttamente omesso di pronunziarsi perché non devolute alla sua cognizione (per tutte, Sez. 2, n. 22362 del 19/4/2013, Di Domenica, Rv. 255940). 5. Da ultimo, il motivo in punto di trattamento sanzionatorio; lo stesso risulta invece fondato. Rileva al riguardo la Corte che – come noto – l’art. 73, d.P.R. n. 309 del 1990, contestato all’EL Atrousse, è stato di recente interessato da plurimi interventi manipolatori, quali la sentenza della Corte costituzionale n. 32 del 25/2/2014 (che ha reintrodotto la distinzione tra droghe “leggere” e droghe “pesanti”), il d.l. n. 146 del 23/12/2013, convertito dalla I. n. 10 del 21/2/2014 (che ha trasformato l’ipotesi attenuata di cui al comma 5 – riconosciuta al ricorrente – in fattispecie autonoma di reato, riducendo il massimo edittale da 6 a 5 anni di reclusione e confermando la pena pecuniaria da 3.000 a 26.000 euro) e, da ultimo, il d.l. 20 marzo 2014, n. 36, convertito, con modificazioni, dalla I. 16 maggio 2014, n. 79 (che, ancora in ordine al comma 5, ha novellato la cornice edittale – riducendola – nei termini della reclusione da 6 mesi a 4 anni e della multa da 1.032 a 10.329 euro). 3 Ciò premesso, la sentenza impugnata – deliberata il 22/9/2014, ovvero in epoca successiva a tutte le novelle appena richiamate – ha confermato il trattamento sanzionatorio imposto dal primo Giudice, pur all’epoca individuato a fronte di una cornice edittale diversa dall’attuale; e, soprattutto, ha confermato una sanzione che muove da una pena base pari a 4 anni di reclusione – oggi massimo edittale per la fattispecie di cui all’art. 73, comma 5, in esame – espressamente individuata dal G.i.p. di Milano su «valori medio-bassi rispetto al minimo edittale», non presentando la condotta, pur non lieve, «un enorme disvalore materiale». Valori invece ribaltati dal Collegio di appello, che ha ribadito lo stesso trattamento sanzionatorio in ragione della particolare gravità del reato, alla luce di tutti gli elementi oggettivi riscontrati; sì da pervenire, di fatto, ad una violazione “silenziosa” del divieto di reformatio in peius, che deve qui essere censurata annullando con rinvio la sentenza. Annulla la sentenza impugnata limitatamente al trattamento sanzionatorio, con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Milano. Rigetta, nel resto, il ricorso. Così deciso in Roma, il 17 novembre 2015

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