Stranieri – Consiglio Di Stato 06/09/2016 N° 3822

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Cassazione penale

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Tipo: Consiglio di Stato

Sezione: Sezione III

Data: 06/09/2016

Numero: 3822

Testo completo della Sentenza Stranieri – Consiglio di Stato 06/09/2016 n° 3822:

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SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 3303 del 2016, proposto dal signor Lamine Diop, rappresentato e difeso dall’avvocato Andrea Maestri, con domicilio eletto presso il signor Ivan Pupetti in Roma, viale di Vigna Pia, n. 60;
contro

La Questura di Forlì-Cesena e la Prefettura di Forlì-Cesena ed il Ministero dell’Interno, rappresentati e difesi per legge dall’Avvocatura Generale dello Stato, presso i cui uffici sono domiciliati in Roma, via dei Portoghesi, n. 12;
per la riforma

della sentenza del T.A.R. per l’Emilia Romagna, Sede di Bologna, Sez. I, n. 108/2016, resa tra le parti, concernente un diniego di rinnovo di un permesso di soggiorno per attesa di occupazione;

Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;

Visti gli atti di costituzione in giudizio della Questura di Forlì-Cesena, della Prefettura di Forlì-Cesena e del Ministero dell’Interno;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nella camera di consiglio del giorno 21 luglio 2016 il pres. Luigi Maruotti e udito l’avvocato dello Stato Maria Vittoria Lumetti;

Considerato che è stata prospettata dal collegio la possibilità che all’esito della camera di consiglio sarebbe stata pubblicata la sentenza di definizione del secondo grado del giudizio e rilevato che effettivamente sussistono i relativi presupposti;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

FATTO e DIRITTO

1. L’appellante ha chiesto al Questore di Forlì-Cesena il rinnovo del suo permesso di soggiorno.

Avverso il decreto del Questore che ha respinto l’istanza, egli ha proposto ricorso gerarchico al Prefetto di Forlì-Cesena.

Con la decisione del 23 luglio 2015, il Prefetto ha respinto il ricorso gerarchico, rilevando che l’interessato aveva già fruito di un permesso per attesa occupazione e non aveva reperito alcun lavoro, mentre non poteva essere considerato rilevante un documento attestante l’assunzione come collaboratore domestico.

2. Con il ricorso n. 882 del 2015 (proposto al TAR per l’Emilia Romagna), l’interessato ha impugnato la decisione del Prefetto, chiedendone l’annullamento per violazione di legge ed eccesso di potere.

3. Il TAR, con la sentenza n. 108 del 2016, ha respinto il ricorso ed ha compensato le spese del giudizio.

In particolare, il TAR ha considerato ragionevole la determinazione dell’Amministrazione di non attribuire rilevanza alla prospettata assunzione come collaboratore domestico, poiché il datore di lavoro per l’anno 2015 ha presentato un cud che ha attestato un reddito di euro 13.665, «insufficiente per mantenere un dipendente».

4. Con l’appello in esame, l’interessato ha riproposto le censure di primo grado ed ha chiesto che, in riforma della sentenza del TAR, il ricorso originario sia accolto.

Le Amministrazioni appellate si sono costituite in giudizio ed hanno chiesto il rigetto del gravame.

Alla camera di consiglio del 21 luglio 2016, la causa è stata trattenuta per la decisione.

5. Ritiene la Sezione che l’appello vada respinto, perché infondato.

5.1. Con esso, non è stata censurata la statuizione del TAR, che ha ritenuto ragionevole la valutazione dell’Amministrazione di considerare irrilevante la prospettata assunzione come lavoratore domestico, in ragione dei redditi percepiti dal datore di lavoro.

5.2. Inoltre, come ha rilevato la decisione del Prefetto, per la verifica dei requisiti reddituali, non rileva la convivenza col cugino, regolarmente soggiornante in Italia.

5.3. L’assenza obiettiva del requisito reddituale, rilevata dagli atti del Questore e del Prefetto, nonché dal TAR, rende irrilevanti i richiami dell’appellante all’art. 22, comma 11, all’art. 29, comma 3, e all’art. 5, comma 5, del testo unico n. 286 del 1998, che non risultano pertinentemente richiamati.

Infatti, una volta scaduto il permesso per attesa occupazione, il rinnovo del permesso è subordinato alla dimostrazione della sussistenza dei requisiti reddituali, rispetto ai quali non può essere considerata equipollente l’iscrizione alle liste dei centri di collocamento.

6. Per le ragioni che precedono, l’appello va respinto.

La condanna al pagamento delle spese e degli onorari del secondo grado del giudizio segue la soccombenza. Di essa è fatta liquidazione nel dispositivo.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Terza) respinge l’appello n. 3303 del 2016, per le ragioni esposte in motivazione.

Condanna d’appellante al pagamento di euro 500 (cinquecento) in favore delle Amministrazioni appellate, per spese ed onorari del secondo grado del giudizio.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

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