Società – Cassazione Penale 9/12/2016 N° 52316

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione II

Data: 9/12/2016

Numero: 52316

Testo completo della Sentenza Società – Cassazione penale 9/12/2016 n° 52316:

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SENTENZA

sui ricorsi proposti da:

1. R.F.A., nato a (OMISSIS);

2. A.A., nato a (OMISSIS);

3. L.M.A., nato a (OMISSIS);

4. R. FIRE S.p.a., con sede in (OMISSIS), in persona del legale rappresentante;

avverso la sentenza del 18/06/2015 della Corte di Appello di Milano;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e i ricorsi;

udite le relazioni svolte dai Consiglieri Dott. Marco Maria Alma e Dott. Sergio Beltrani;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. FIMIANI Pasquale, che ha concluso chiedendo:

– quanto al reato di cui al capo A) ( art. 416 c.p. ), l’annullamento con rinvio della sentenza impugnata nei confronti di tutti gli imputati;

– quanto al reato di cui al capo B) ( artt. 81 e 640-bis c.p. ):

– nei confronti degli imputati A. e L.M., l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata limitatamente ai reati commessi fino al 26 marzo 2009, per essere gli stessi estinti per prescrizione, ed alla relativa confisca per equivalente; l’annullamento con rinvio della sentenza impugnata quanto al trattamento sanzionatorio ed alla confisca per equivalente per le condotte successive; il rigetto, nel resto, dei ricorsi;

– nei confronti dell’imputato R.F., l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata limitatamente ai reati commessi fini al 14 dicembre 2008, per essere gli stessi estinti per prescrizione, ed alla relativa confisca per equivalente; l’annullamento con rinvio della sentenza impugnata quanto al trattamento sanzionatorio ed alla confisca per equivalente per le condotte successive; il rigetto, nel resto, del ricorso;

– nei confronti dell’ente R. FIRE S.p.a., il rigetto del ricorso;

udito il difensore della parte civile Ministero dello Sviluppo Economico, avv. Maria Gabriella Vanadia, che ha concluso chiedendo il rigetto dei ricorsi e la conferma della sentenza impugnata anche in ordine alle statuizioni civili (con deposito di conclusioni scritte e nota spese, delle quali ha chiesto la liquidazione);

uditi i difensori dell’imputato R., avv. Gian Paolo Del Sasso e avv. Franco Coppi, che hanno concluso chiedendo l’accoglimento del ricorso;

udito il difensore dell’imputato A., avv. Monica Gambirasio, che ha concluso chiedendo l’accoglimento del ricorso;

uditi i difensori dell’imputato L.M., avv. Roberta Guaineri e avv. Salvatore Scuto, che hanno concluso chiedendo entrambi l’accoglimento del ricorso;

udito il difensore dell’ente R. FIRE S.p.a., avv. Carlo Enrico Paliero, che ha concluso chiedendo l’accoglimento del ricorso.

Svolgimento del processo

1. Con la sentenza indicata in epigrafe, la Corte di Appello di Milano ha confermato integralmente la sentenza con la quale, in data 21 luglio 2014, il Tribunale della stessa città aveva dichiarato R.F.A., A.A. ed L.M.A. colpevoli dei reati di associazione per delinquere (ex art. 416 c.p. , commi 1 e 2) e di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche ( artt. 110 e 640-bis c.p. ), condannandoli, previo riconoscimento del vincolo della continuazione (interna ed esterna) ex art. 81 cpv. c.p. tra tutti i fatti-reato contestati (così come nel dettaglio descritti nei relativi capi di imputazione), alle pene per ciascuno ritenute di giustizia, ed aveva, altresì, dichiarato l’ente R. FIRE s.p.a. responsabile dell’illecito da reato ascrittogli (D.Lgs. n. 231 del 2001, art. 5, comma 1, lett. a), art. 21, art. 24, commi 1 e 2 e art. 39 in relazione agli artt. 81 cpv. e 40-bis c.p., art. 61 c.p. , comma 1, n. 7), applicandogli le sanzioni ritenute di giustizia.

La Corte di appello ha confermato anche i provvedimenti di confisca adottati dal Tribunale.

2. Contro la predetta sentenza, gli imputati e l’ente (tutti con l’ausilio di difensori iscritti nell’apposito albo speciale) hanno proposto disgiuntamente ricorso per cassazione, deducendo i seguenti motivi, enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione, come disposto dall’art. 173 disp. att. c.p.p. , comma 1:

2.1. per R.F.A.:

2.1.1. Violazione dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b), per inosservanza ed erronea applicazione della normativa di cui alla L. 24 maggio 1977, n. 227 e del D.Lgs. 31 marzo 1998, n. 143 , di cui tenere conto per l’applicazione dell’art. 640-bis c.p. nonché per violazione dell’art. 606 c.p.p. , comma 1, lett. e), per travisamento della prova in merito alle dichiarazioni dei rappresentanti della Simest S.p.a. sulla liceità delle operazioni. Rileva parte ricorrente che la Corte di appello avrebbe fondato il proprio ragionamento partendo dall’errato presupposto che il contributo previsto dalla legge “Ossola” serve a compensare l’esportatore nazionale per il maggiore costo finanziario dell’esportazione legato al rischio-paese dell’acquirente straniero con la conseguenza che nelle ipotesi di vendite per contanti, non verificandosi alcun rischio per l’esportatore, nessun contributo deve essere versato allo stesso.

In realtà, evidenzia parte ricorrente:

a) a seguito dell’adozione della nuova circolare Simest 1/2015 il Comitato agevolazioni della stessa chiariva che la trading company estera può appartenere allo stesso gruppo dell’esportatore ed all’utilizzatore finale non devono essere applicate le medesime condizioni di vendita e di pagamento praticate alla società di trading estera;

b) è errato affermare che la percezione del contributo Ossola sarebbe avvenuto in violazione del Consensus che è solo un accordo non vincolante tra Stati;

c) la normativa italiana non menziona l’acquirente finale (end user) ma solo la “controparte estera” così dando per possibile che il rapporto commerciale tra end user e trader possa essere diverso rispetto alle condizioni di vendita tra produttore italiano e trader estero;

d) nel 99% dei casi delle esportazioni per le quali vengono erogati i contributi si registra la triangolazione estera attraverso un trader infragruppo;

e) ciò che avviene a valle dell’acquirente estero (il trader) è elemento estraneo alla erogazione dei contributi pubblici all’esportazione. Gli stessi funzionari Simest ( B.), sentiti come testi nel dibattimento avrebbero chiarito come il requisito per l’ammissione all’agevolazione era la dilazione del pagamento tra l’esportatore italiano e l’importatore estero (il trader) e non fra questi ed il cliente finale ed il teste M. ha confermato di avere ricevuto assicurazioni da Simest che le operazioni fino a quel momento compiute erano regolari con conseguente correttezza dei contributi erogati.

I Giudici del merito avrebbero, inoltre, errato nel momento in cui hanno ritenuto che i contributi non potevano essere ottenuti all’infuori dello schema tipico che vedeva l’utilizzo di un trader estero (che normalmente appartiene allo stesso gruppo del fornitore). Anche nella modulistica all’epoca predisposta e presentata a Simest era indicata ILVA SA come trader infragruppo ed il carteggio intercorso tra le parti (ma non richiamato dalla Corte di appello) chiariva esattamente e con trasparenza quali erano i rispettivi ruoli dei soggetti coinvolti nelle operazioni.

In sostanza, i Giudici di appello avrebbero erroneamente interpretato la legge “Ossola” la cui finalità in un’ottica macroeconomica è quella di realizzare le esportazioni con effetto positivo sulla crescita economica del Paese: grazie alla triangolazione commerciale di ILVA SA fu possibile uno sconto al cliente finale di cui hanno beneficiato le esportazioni di ILVA S.p.a. Avrebbero errato, quindi, i Giudici di primo grado quando hanno ritenuto che la contestata truffa sarebbe configurabile in quanto il trader era fittizio e creato solo per ottenere i contributi della legge “Ossola”, così come avrebbe errato la Corte di appello nel momento in cui ha ribaltato la prospettiva nella quale si era posto il Tribunale ritenendo che il pagamento cash da parte dell’utilizzatore finale avrebbe fatto venir meno la causa per l’ottenimento del contributo Simest.

2.1.2. Violazione dell’art. 606 c.p.p. , comma, 1, lett. b) ed e), per inosservanza della legge penale nonchè per contraddittorietà della motivazione, con riferimento alla sussistenza delle condotte decettive tipiche ai sensi della fattispecie di cui all’art. 640-bis c.p.

Evidenzia, al riguardo, parte ricorrente che la sentenza impugnata è contraddittoria nel momento in cui nella stessa si sostiene che se invece di un trader fittizio fosse stato utilizzato un trader reale allora l’operazione sarebbe da considerarsi lecita: in realtà non sarebbero stati indicati nella sentenza gli elementi in relazione ai quali ILVA SA doveva essere considerata un lecito operatore commerciale.

In sostanza, i Giudici del merito hanno ritenuto che ILVA S.p.a. non aveva diritto ai contributi Simest e che il fatto di avere rappresentato a quest’ultima di averne diritto è stato un raggiro, tuttavia non ne avrebbero spiegato in maniera univoca le ragioni. L’errore in primis sarebbe quello di aver considerato ILVA SA una società inesistente facendo confusione tra il piano tributario e quello della truffa. ILVA SA è un veicolo finanziario “a destinazione specifica” (cioè con obiettivo limitato e ben definito) secondo i principi contabili internazionali con la conseguenza che la mancanza di margine sulle attività di intermediazione e l’assenza di autonomia decisionale e direzionale sono perfettamente compatibili con tale tipo di società che non è un trader vero e proprio ma solo un “veicolo infragruppo”. Non v’era quindi esigenza di caricarla di costi dotandola di una struttura più consistente. In ogni caso si trattava di società effettivamente esistente anche secondo il diritto svizzero.

In tale ottica mancherebbe il “raggiro” in quanto non si sarebbe stata rappresentata al soggetto passivo una realtà diversa da quella reale: Simest ben sapeva (attraverso la modulistica prodotta ed i colloqui intrattenuti con i suoi funzionari) che ILVA SA serviva come veicolo per impostare l’operazione senza la quale il contributo non poteva essere erogato. Tuttavia, nonostante le menzionate evidenze processuali così come emerse dalle dichiarazioni dei testi B. e C., la Corte di appello ha affermato che la Simest era stata lasciata all’oscuro del fatto che il produttore/esportatore ILVA S.p.a. era anche il reale venditore all’end user e che solo una volta appresa la realtà dei fatti vennero bloccate le ulteriori erogazioni.

Nulla è stato quindi omesso nell’ambito dell’attività informativa a Simest alla quale fu rappresentata la natura di ILVA SA nella sua reale dimensione economica, tecnica e commerciale.

2.1.3. Violazione di cui all’art. 606 c.p.p. , comma 1, lett. e) per contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione, nonchè lett. b) per erronea applicazione dell’art. 640-bis c.p. anche in relazione all’elaborazione legislativa e giurisprudenziale del concetto di “abuso del diritto”. Evidenzia al riguardo parte ricorrente che, anche a voler ritenere che la creazione dello schema operativo de qua fosse finalizzato a forzare il normale meccanismo di erogazione dei contributi della legge “Ossola”, ci si troverebbe al più in presenza di una forma di “abuso del diritto” del tutto irrilevante sul piano penale atteso che nessuno vietava di istituire all’estero una società infragruppo che operasse come trader in relazione a tutte le esportazioni effettuate dalla capogruppo peraltro puntualmente rappresentate alla Simest.

2.1.4. Violazione di cui all’art. 606 c.p.p. , comma 1, lett. e) per contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione, nonchè lett. b) per erronea applicazione della legge penale quanto alla sussistenza di un’induzione in errore rilevante ai sensi dell’art. 640-bis c.p.. Evidenzia parte ricorrente che nel momento in cui la Corte di appello pone Simest al livello di un mero “osservatore distratto” ipotizza a carico della stessa una sorta di collusione con gli odierni imputati di fatto incompatibile con una ipotesi truffaldina. Già il Tribunale – secondo parte ricorrente – nell’affermare che ad essere stato indotto in errore era lo Stato italiano aveva confuso il piano della truffa con quello della legittimità dei contributi ottenuti, confondendo a sua volta il danneggiato con l’indotto in errore. La Corte di appello ha colto tale vizio nella sentenza del Tribunale ma ne ha minimizzato la portata parlando di “imprecisione lessicale”, tuttavia sarebbe poi incorsa in un argomentare illogico nel momento in cui ha sostenuto che fino all’intervento del commissario Bo. nessuno si era accorto della situazione in atto. Secondo parte ricorrente l’induzione in errore sarebbe stata ritenuta dalla Corte di appello sulla base di tre elementi tra loro contraddittori:

a) sull’idea che non vi sarebbero stati controlli sostanziali ed il management di ILVA ne avrebbe approfittato abusando della fiducia che in esso riponevano gli interlocutori di Simest;

b) Simest avrebbe inspiegabilmente trascurato di svolgere verifiche ed adottare precauzioni;

c) l’errore in cui è caduta Simest è addebitabile al fatto di essere un “osservatore distratto”. Tuttavia – osserva ancora parte ricorrente – tali piani di ragionamento sarebbero contraddittori ed illogici in quanto da un lato si sostiene (anche se ciò non è deducibile dalle risultanze processuali) che il raggiro è avvenuto grazie al fatto che il contesto non prevedeva sistemi di controllo (essendo fondato su di un sistema basato esclusivamente sulla “fiducia cieca” verso gli esportatori), mentre dall’altro si afferma che il fatto è avvenuto perchè Simest “inspiegabilmente” (in quanto avrebbe dovuto farlo) non ha adottato sistemi di controllo seri.

L’ipotesi che Simest conoscesse la reale struttura di ILVA SA ed erogasse i contributi ritenendo che questi fossero dovuti secondo quanto previsto dalla legge è invece stata esclusa dalle ipotesi “logiche” di ragionamento della Corte di appello. In sostanza ci si troverebbe in presenza di una induzione in errore della quale non si conoscono esattamente i contorni e non è neppure dato comprendere chi all’interno di Simest sarebbe stato indotto in errore e come si sarebbe sviluppato il relativo processo decisionale, nonchè quando si sarebbe formata l’erronea rappresentazione della realtà. Si tratta di chiarimenti che il dibattimento non ha fornito e che la sentenza impugnata ha trascurato.

2.1.5. Violazione di cui all’art. 606, comma 1, lett. b) ed e), per violazione di legge e vizi di motivazione in merito alla mancata derubricazione del reato di cui all’art. 640-bis c.p. in quello previsto e punito dall’art. 316-ter c.p. Evidenzia al riguardo parte ricorrente il fatto che la Corte di appello non risulta essersi posta il problema dell’eventuale derubricazione del reato di truffa in contestazione in quello di cui all’art. 316-ter c.p. atteso che ci si troverebbe non tanto in presenza di un “artifizio” quanto in presenza di “omissione di informazioni dovute”.

2.1.6. Violazione di cui all’art. 606, comma 1, lett. b) ed e), per violazione di legge e vizi di motivazione in merito alla sussistenza del reato di cui all’art. 416 c.p. Sostiene parte ricorrente che i Giudici del merito sarebbero incorsi in errore ritenendo la sussistenza degli elementi essenziali del reato de quo fondando la propria convinzione sulla base dell’assunto che la sussistenza di una associazione per delinquere si può desumere da indici provenienti dai reati-scopo. In realtà – secondo parte ricorrente – si sarebbe erroneamente confusa l’organizzazione dei reati-scopo con l’organizzazione della associazione a questi finalizzata con l’ulteriore conseguenza che R. e gli altri imputati sarebbero stati ritenuti partecipi ad una associazione per delinquere e non già meri concorrenti in una pluralità di truffe. La Corte di appello nel ricercare quel quid pluris necessario per la configurazione dell’autonomo reato di associazione per delinquere ritiene di individuarlo nella costituzione di ILVA SA da parte di A.A. su disposizione di R.F.A.. In sostanza la Corte di appello sarebbe incorsa in un vizio logico della motivazione relativa alla costituzione dell’associazione per delinquere affermando dapprima l’irrilevanza a tal fine dell’unione delle forze tra R., A. e L.M. e, poi, ponendo proprio questa unione di forze come condotta tipica del reato associativo. Poichè associazione per delinquere e truffa sono contestati come concorso formale di reati (solo in un secondo momento uniti sotto il vincolo della continuazione) gli stessi avrebbero dovuto riguardare condotte diverse realizzate in momenti diversi. La Corte di appello avrebbe quindi errato nel momento in cui ha ritenuto la condotta di costituzione di ILVA SA sia come apporto causale alla realizzazione della truffa, sia come condotta costitutiva dell’associazione così “sdoppiando” entro il medesimo reato continuato la stessa condotta. Analogo errore di metodo sarebbe stato compiuto nella delineazione del ruolo del L.M. nell’associazione con riguardo alla posizione della Eufintrade SA. I vizi della sentenza impugnata investirebbero, poi, anche il diverso profilo del vincolo associativo tra i consociati nel suo profilo sia oggettivo che soggettivo. Le sentenze dei Giudici di merito non darebbero adeguato conto della sussistenza tra i vari imputati ( R.F., L.M.A., A.A., Lo.Mo.Ba. e V.L.A.) dell’affectio societatis e di in che modo si sarebbe manifestata la consapevole partecipazione degli stessi all’associazione nel momento in cui la stessa costituisce fattispecie autonoma rispetto ai reati-fine. E’ paradossale, secondo la difesa, il fatto che A.A. non conosceva e non avrebbe mai incontrato alcuno dei presunti promotori dell’associazione (il L.M.), situazione questa del tutto trascurata dalla Corte di appello, ma è ancor più paradossale il fatto – sempre sottolineato dalla difesa del ricorrente – che non è stata neppure acquisita la prova che i due promotori dell’associazione ( R.F.A. e L.M.A.) si siano incontrati.

2.1.7. Violazione dell’art. 606 c.p.p. , comma 1, lett. b) ed e), per errata applicazione della legge penale con riferimento all’art. 133 c.p. sulla determinazione della pena e sul mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche ex art. 62-bis c.p..Sulla premessa che il Tribunale ha irrogato all’imputato R. una sanzione più elevata di quella richiesta dal Pubblico Ministero richiamando da un lato la gravità dei fatti-reato in relazione all’elevato profitto economico conseguito e, dall’altro, la capacità a delinquere dell’imputato che si sarebbe avvantaggiato di un sistema di erogazioni pubbliche interamente incentrato sulla lealtà tra le parti, segnala, innanzitutto la difesa del ricorrente che il contributo era calcolato per praticare al cliente finale uno sconto pari al 5% sul prezzo della fornitura, il che consentiva ad ILVA di non perdere clienti e nel contempo garantire l’economicità della propria attività di produzione e vendita. Errato sarebbe poi ritenere – come ha fatto la Corte di appello – che R.F. avrebbe tenuto una “condotta volutamente oppositiva alla esecuzione della misura cautelare da cui è stato attinto” avendo egli semplicemente esercitato le facoltà che la legge gli consentiva per opporsi all’esecuzione del mandato di arresto europeo che fu emesso allorquando si trovava all’estero (Inghilterra). Analoga doglianza investe il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche sostanzialmente legato anch’esso alla “resistenza” che il R. avrebbe tenuto in corso di processo.

2.1.8. Violazione di cui all’art. 606 c.p.p. , comma 1, lett. b), per inosservanza ed erronea applicazione delle disposizioni di cui agli artt. 640-bis, 640-quater e 322-ter c.p. in merito alle disposizioni inerenti la confisca. Sulla premessa che la confisca è stata disposta sui beni degli imputati per un valore equivalente al profitto delle truffe commesse ai danni di Simest, ricorda la difesa del ricorrente che la confisca “per equivalente” può essere disposta solo quando non sia possibile l’apprensione diretta del prezzo o del profitto del reato. Il Tribunale ha motivato la necessità di ricorrere alla confisca per equivalente evidenziando l’impossibilità di procedere alla confisca diretta per carenza di pertinenzialità essendo il profitto di reato consistito in somme liquide versate da Simest sui conti di ILVA S.p.a. e, non essendo possibile tracciare la movimentazione delle predette somme, ha optato per il regime alternativo di confisca. La decisone della Corte di appello che ha confermato quella del Tribunale si porrebbe però in contrasto con il più recente orientamento espresso dalle Sezioni Unite della Corte di cassazione (cfr. sentenze Gubert e Lucci) laddove si è affermato il fatto che l’essere il denaro per sua natura bene fungibile consente di superare il tema della pertinenzialità e di procedere quindi alla confisca “diretta”.

Sarebbe quindi stata possibile la confisca “diretta” del profitto del reato entro il patrimonio di ILVA S.p.a. soggetto non certo estraneo alle operazioni commerciali de quibus ma la questione non è stata affrontata in modo corretto dai Giudici del merito.

2.1.9. Impugnazione dell’ordinanza del Tribunale di Milano del 19/5/2014 in merito alla tardività della questione preliminare sulla costituzione di parte civile del Ministero dello Sviluppo Economico avanzata dalla difesa alla precedente udienza del 12/5/2014 per violazione dell’art. 606 c.p.p. , comma 1, lett. c), in relazione agli artt. 491 e 586 c.p.p.. Sul presupposto che R.F. è stato condannato, in solido con gli altri imputati, al risarcimento del danno in favore del predetto Ministero con l’assegnazione di una provvisionale di 15 milioni di Euro, rileva parte ricorrente di avere contestato in sede di udienza la carenza di legittimazione attiva del Ministero nell’esercizio dell’azione risarcitoria in quanto il soggetto danneggiato dai fatti era solo la Simest S.p.a. e non anche il Ministero che è socio della stessa. La predetta eccezione era stata tuttavia dichiarata inammissibile in quanto ritenuta tardiva.La doglianza è stata tuttavia riproposta in questa sede in quanto la contestazione relativa alla costituzione di parte civile del Ministero per lo Sviluppo Economico era di fatto stata proposta entro i termini di cui all’art. 491 c.p.p. allorquando non si era ancora chiusa la fase delle questioni preliminari. La Corte di appello non avrebbe sostanzialmente fornito motivazione in merito al rigetto dello specifico motivo di gravame.

2.2. per A.A.:

2.2.1. Nullità della sentenza impugnata ai sensi dell’art. 606 c.p.p. , comma 1, lett. b), per erronea applicazione dell’art. 640-bis c.p. in relazione alla ritenuta non necessità di accertare che una determinata persona fisica sia stata effettivamente indotta in errore.Secondo parte ricorrente la decisione assunta dai Giudici di merito sarebbe caratterizzata da una completa disarticolazione dello schema del reato di truffa che si sviluppa nella sequenza tipica dell’uso degli artifizi o raggiri, dell’induzione in errore, dell’atto di disposizione patrimoniale, del danno per la vittima e del profitto per il reo. La Corte di appello (e prima di essa il Tribunale) avrebbero reciso gli anelli dell’indicata catena ritenendo non necessario che una persona fisica sia stata indotta in errore da una condotta decettiva e verificare l’esistenza di una rapporto di causalità tra l’induzione in errore ed il conseguente atto di disposizione patrimoniale. In sostanza, secondo i Giudici di appello, per configurare il reato sarebbe sufficiente una “potenzialità della frode” in rapporto ad un soggetto “virtuale” (chiunque esso sia) che abbia agito in nome e per conto dell’ente deputato alle erogazioni. Ciò però si porrebbe in contrasto con la struttura del reato di truffa così come indicato dal nostro ordinamento e come chiarito dalle Sezioni Unite della Corte di cassazione che hanno affermato che l’elemento caratterizzante la truffa è costituito dalla “cooperazione artificiosa della vittima” con la conseguenza che vi è una incompatibilità logica tra usurpazione unilaterale e cooperazione della vittima. Non esiste, quindi, nel modello legale configurato dal legislatore una truffa “spersonalizzata” e “potenziale” come quello sostenuto dalla Corte di appello. Come recita la norma occorre che “taluno” (cioè un persona fisica individuata) sia stato indotto in errore, occorre cioè una causalità psicologica concepibile solo rispetto a delle persone fisiche determinate.

2.2.2. Nullità della sentenza impugnata ai sensi dell’art. 606 c.p.p. , comma 1, lett. b) ed e), per erronea applicazione dell’art. 640-bis c.p. nonchè per mancanza e contraddittorietà della motivazione con riferimento all’accertamento di un legame causale tra induzione in errore e atto di disposizione patrimoniale. Evidenzia parte ricorrente che i Giudici del merito sarebbero caduti in errore allorquando hanno ritenuto di poter prescindere dall’accertamento in concreto di un rapporto di “causalità” psicologica tra l’induzione in errore ed il conseguente atto di disposizione patrimoniale. Il Giudice non può adattare la fattispecie di reato a seconda del caso e comunque non può prescindere dall’accertamento concreto del rapporto di causalità richiesto dalla norma: l’idoneità dell’artifizio e del raggiro deve essere valutata in concreto ossia con riferimento diretto alla particolare situazione in cui è avvenuto il fatto ed alle modalità esecutive dello stesso, con conseguente idoneità delle condotte poste in essere a produrre l’effetto di induzione in errore del soggetto passivo.

2.2.3. Nullità della sentenza impugnata ai sensi dell’art. 606 c.p.p. , comma 1, lett. e), per mancanza e contraddittorietà della motivazione in relazione all’accertamento dell’effettivo inganno di Simest. Evidenzia parte ricorrente che il fatto di aver sposato l’idea di una “truffa potenziale” ha condotto la Corte di appello a ritenere sufficiente, per la prova della responsabilità, una valutazione di idoneità della frode e trarre in inganno e ciò a prescindere dalla verifica ex post dell’effettivo inganno ai danni dei funzionari Simest.

In sostanza, secondo la Corte di appello, se i funzionari Simest avessero saputo che il produttore esportatore ILVA S.p.a. era anche il reale venditore all’end user non avrebbero accordato il finanziamento. In realtà – si osserva nel ricorso – la motivazione sul punto della sentenza impugnata oltre che carente e contraddittoria è caratterizzata dal travisamento di prove decisive atteso che:

a) dall’istruttoria è emersa la prova (cfr. deposizioni dei testi C. e B.) che i funzionari Simest erano perfettamente a conoscenza del fatto che il produttore-esportatore ILVA S.p.a. era anche il reale venditore all’end user ma di ciò non se ne fa menzione nella sentenza impugnata; gli stessi funzionari Simest erano, poi, anche a conoscenza della presenza del trader svizzero (ILVA SA) legato allo stesso gruppo del produttore-esportatore e della prassi di riacquisto delle promissory notes nonostante si trattasse di un fatto del tutto estraneo ai requisiti dell’intervento di agevolazione;

b) le dichiarazioni del teste M. vanno in senso opposto a quello inteso dalla Corte di appello. Lo schema della fornitura multipla intercompany risultava essere assolutamente prevalente nella prassi del creditore-fornitore. Come detto, il quadro delle operazioni era perfettamente noto ai funzionari Simest e – prosegue parte ricorrente – mai gli stessi hanno affermato di essere stati ingannati o che se avessero saputo determinati dettagli dell’operazione non avrebbero accordato il contributo. Affermare il contrario equivale ad un travisamento della prova, così come omettere il riferimento alle dichiarazioni al riguardo dei funzionari Simest comporta un vizio di motivazione della sentenza impugnata. La Corte di appello avrebbe, inoltre, travisato anche le dichiarazioni del teste M. in quanto Simest mai ebbe a comunicargli che “le pratiche erano illegali”.

2.2.4. Nullità della sentenza impugnata ai sensi dell’art. 606 c.p.p. , comma 1, lett. e), per mancanza e contraddittorietà della motivazione in merito alla ritenuta fittizietà di ILVA SA ed alla sua rappresentazione “artefatta” nei confronti di Simest. Sulla premessa che la Corte di appello di Milano ha individuato nella costituzione e nella interposizione della società ILVA SA il segmento essenziale della condotta truffaldina, evidenzia parte ricorrente una serie di censure a detta valutazione ed in particolare:

a) che le argomentazioni relative all’esistenza ed alla operatività di ILVA SA sono disancorate da qualsivoglia dato probatorio;

b) che la Corte di appello ha omesso di considerare i numerosi elementi di prova presentati dalla difesa ed in grado di dimostrare l’effettiva consistenza di ILVA SA: la società era in effetti dotata di personale per lo svolgimento delle principali attività sociali compatibilmente con le esigenze di risparmio dei costi ed i bilanci evidenziavano costi operativi e gestionali del tutto incompatibili con una società fittizia quali, ad esempio, i documentati costi per la gestione e remunerazione della rete di agenti esteri; le sentenza impugnata sarebbe priva di motivazione al riguardo sebbene si trattasse di elementi caratterizzati da decisività;

c) che la motivazione della sentenza è contraddittoria nella parte in cui, da un lato, afferma che il gruppo ILVA avrebbe rappresentato in modo artefatto ed ingannatorio la reale natura di ILVA SA a Simest e, dall’altro, rimprovera i funzionari dell’ente deputato all’erogazione del contributo di essere stati “osservatori distratti”: chi ignora determinate circostanze, chi è distratto, chi non ha vigilato non può essere caduto in errore e quindi essere vittima di una condotta truffaldina.

2.2.5. Nullità della sentenza impugnata ai sensi dell’art. 606 c.p.p. , comma 1, lett. b) ed e), per erronea applicazione dell’art. 43 c.p. nonché per mancanza e contraddittorietà della motivazione con riferimento alla ritenuta sussistenza dell’elemento soggettivo del reato di cui all’art. 640-bis in capo al rag. A. Si duole parte ricorrente del fatto che i Giudici di entrambi i gradi del merito hanno affermato la sussistenza dell’elemento soggettivo del reato di truffa in capo all’ A. sulla base del ruolo rivestito dall’imputato nell’organigramma societario, così affermando una sorta di “responsabilità da posizione” in cui l’unico coefficiente soggettivo era rappresentato dalla mera “conoscenza” della presunta fittizietà delle operazioni e ciò senza la presenza e l’indicazione di alcun elemento di prova al riguardo. Il fatto che l’ A. sia stato convocato da R.F. ed incaricato di costituire una intercompany estera è – secondo la difesa – un elemento assolutamente neutro rispetto al dolo di truffa trattandosi di operazione del tutto legittima e non indicativa della consapevolezza di programmare e portare ad esecuzione un piano criminoso. Nè la consapevolezza e la volontà di ottenere dei contributi statali è di per sè elemento fondante il dolo di truffa soprattutto nel momento in cui l’ A. era stato informato della presenza di pareri legali e delle posizioni ufficiali assunte da Simest circa la regolarità del modus operandi del tutto analogo a quello di ILVA S.p.a. tenuto da altre società esportatrici ai fini della percezione del contributo statale.

Anche sotto tale profilo, confortato da documentazione prodotta dalla difesa dell’odierno ricorrente, la Corte di appello sarebbe rimasta totalmente silente relegando la propria valutazione circa la sussistenza dell’elemento soggettivo del reato a valutazioni di mero carattere presuntivo.

2.2.6. Nullità della sentenza impugnata ai sensi dell’art. 606 c.p.p. , comma 1, lett. e), per mancanza e contraddittorietà della motivazione in merito alla sussistenza del reato di associazione per delinquere di cui all’art. 416 c.p.. Si duole, innanzitutto, parte ricorrente della mancata dimostrazione del vincolo associativo che secondo la Corte di appello sarebbe da ritenersi provato sulla base dei seguenti due elementi:

a) il fatto che A. fu convocato da R.F. e ricevette l’incarico di costituire una intercompany estera al solo fine di beneficiare del contributi Ossola;

b) il fatto che il coimputato L.M. mise a disposizione per le operazioni la società di forfaiting Eufintrade. Tuttavia – prosegue parte ricorrente – quelli indicati non sono che i contributi causali alla ipotizzata condotta truffaldina che però nulla provano in relazione alla sussistenza di un “accordo associativo”. Mancherebbe quindi l’indicazione nella impugnata sentenza delle circostanze di fatto che al di là delle modalità di realizzazione della condotta truffaldina attesterebbero l’esistenza di un reale vincolo associativo finalizzato alla commissione di una serie indeterminata di delitti e destinato a durare nel tempo. A ciò si aggiungono le circostanze non esaminate dalla Corte di appello anche se rilevanti che:

a) i rapporti tra l’ A. e R.F. sono sempre rimasti circoscritti nel contesto di un rapporto lavorativo e professionale;

b) A. si è sempre limitato a svolgere le medesime mansioni amministrative e di natura contabile;

c) A. non ha mai conosciuto il presunto promotore dell’associazione contestata. Sotto un secondo profilo, poi, parte ricorrente evidenza la mancanza di prova di una consapevole permanente partecipazione del rag. A. ad una associazione per delinquere. Anche tale aspetto non sarebbe stato adeguatamente analizzato da Giudici del merito che avrebbero operato secondo un proprio convincimento soggettivo privo di riscontri negli atti del processo.

2.2.7. Nullità della sentenza impugnata ai sensi dell’art. 606 c.p.p. , lett. c), per inosservanza delle norme processuali di cui agli artt. 484 e 491 c.p.p. in ordine alla ritenuta intempestività della richiesta di esclusione della costituita parte civile Ministero dello Sviluppo Economico, nonchè dell’art. 78 c.p.p. , comma 1, lett. d), in relazione alla asserita ammissibilità del relativo atto di costituzione.Il motivo di ricorso, sostanzialmente analogo al nono motivo di ricorso formulato nell’interesse dell’imputato R., concerne la doglianza relativa alla ordinanza del Tribunale di Milano in data 19 maggio 2014 con la quale è stata dichiarata l’inammissibilità per tardività della richiesta delle difese degli imputati di esclusione della parte civile Ministero dello Sviluppo Economico per difetto del requisito richiesto dall’art. 78 c.p.p. , comma 1, lett. d). La questione è stata oggetto di specifico motivo di gravame innanzi alla Corte di appello che l’ha ritenuta infondata con argomentazioni che in questa sede sono oggetto di ulteriore doglianza. Secondo parte ricorrente i Giudici del merito avrebbero operato una erronea equiparazione tra il termine preclusivo per la presentazione dell’atto di esercizio dell’azione civile nel processo penale e quello per lo svolgimento delle questioni inerenti la costituzione di parte civile così come individuato dall’art. 491 c.p.p.

Questo, in sintesi, lo sviluppo cronologico della vicenda processuale:

– il 7 maggio 2014 innanzi alla Quarta Sezione del Tribunale di Milano venivano chiamati i due processi che venivano riuniti a carico delle persone fisiche e dell’ente R. FIRE;

– in tale udienza veniva depositato l’atto di costituzione di parte civile del Ministero dello Sviluppo Economico indi il processo veniva rinviato all’udienza del 12 maggio 2014 innanzi ad altra Sezione (la Terza) del Tribunale di Milano;

– all’udienza del 12 maggio 2014 veniva depositata la costituzione di parte civile della Simest e le difese degli imputati richiedevano la declaratoria di inammissibilità della costituzione di parte civile del Ministero;

– all’udienza del 19 maggio 2014 il Tribunale con ordinanza dibattimentale dichiarava inammissibile per tardività la costituzione di parte civile di Simest e dichiarava altresì inammissibile (sempre per intempestività) l’eccezione della difesa degli imputati sulla costituzione di parte civile del Ministero. Sottolinea la difesa del ricorrente il diverso assetto normativo e cronologico stabilito dagli artt. 484 e 491 c.p.p. circa la tempistica della costituzione di parte civile e la discussione delle questioni preliminari e segnala come dopo il deposito dell’atto di costituzione di parte civile i Giudici della Terza Sezione del Tribunale non emettevano alcun provvedimento circa l’ammissione della costituzione stessa così lasciando aperta la fase del contraddittorio sul punto, contraddittorio che veniva poi sviluppato all’udienza successiva innanzi alla Sezione del Tribunale effettivamente incaricata secondo i criteri tabellari della celebrazione del processo e prima dell’invalicabile sbarramento identificato dal legislatore nella dichiarazione di apertura del dibattimento. Nel merito segnala parte ricorrente che la costituzione di parte civile del Ministero dello Sviluppo Economico avrebbe dovuto essere dichiarata inammissibile non avendo lo stesso subito un danno diretto ed immediato dall’azione degli imputati: la società tratta in inganno secondo l’impostazione accusatoria è stata la Simest S.p.a. ed il Ministero non poteva vantare verso gli imputati il diritto al risarcimento del danno derivante da erogazioni compiute da altro ente né un eventuale danno all’immagine.

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