Società – Cassazione Penale 14/04/2016 N° 15639

Società – Cassazione penale 14/04/2016 n° 15639 leggi la sentenza gratuitamente su leggesemplice.com

Cassazione penale

Consulta tutte le sentenze della cassazione penale

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine

Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione V

Data: 14/04/2016

Numero: 15639

Testo completo della Sentenza Società – Cassazione penale 14/04/2016 n° 15639:

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine 

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

B.A., nato a (OMISSIS);

C.F.P., nato a (OMISSIS);

R.V., nato a (OMISSIS);

RO.PA., nato a (OMISSIS);

CA.NI., nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza n. 304/2013 della Corte di Appello di Palermo del 13.2.2015;

visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dott. Roberto Amatore;

udito il Pubblico Ministero in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. Salzano Francesco che ha concluso per il rigetto dei ricorsi;

udito per l’imputato R.V. l’Avv. Stefano Pellegrino, che ha concluso, anche in sostituzione dell’Avv. Cavaretta difensore dell’imputato C., riportandosi ai motivi del ricorso;

udito per gli imputati B.A., Ro.Pa. e Ca.Ni., l’Avv. Raffaele Bonsignore, che ha concluso chiedendo l’accoglimento del ricorso;

Svolgimento del processo

1. Con la sentenza impugnata la Corte di Appello di Palermo, in parziale riforma della sentenza emessa in data 10.7.2012 dal Tribunale di Trapani, ha assolto l’appellante B. dal reato di cui al capo B della rubrica (bancarotta fraudolenta patrimoniale) per non aver commesso il fatto riducendo conseguentemente la pena e ha confermato nel resto la sentenza di condanna gravata per i reati di bancarotta fraudolenta documentale (Capo A), bancarotta fraudolenta patrimoniale per distrazione (Capo B) e bancarotta tramite operazioni dolose (Capo C).

1.2 Avverso la sentenza ricorrono gli imputati indicati in epigrafe per il tramite dei loro difensori, deducendo svariati motivi di doglianza.

1.3 Il ricorso proposto nell’interesse di B.A. deduce, come primo motivo, ai sensi dell’art. 606 c.p.p. , comma 1, lett. b, c ed e, violazione degli artt. 40 e 43 cod. pen. , e artt. 216 e 219 L. fall., nonchè artt. 2403 e 2407 cod. civ., oltre che dell’art. 125 cod. proc. pen. Osserva il ricorrente che, in relazione alla bancarotta fraudolenta documentale, la sua imputazione nella qualità di componente del collegio sindacale era giuridicamente errata per il fatto che a far data dal 1996 non aveva più ricoperto la qualifica di revisore contabile e dunque non poteva neanche rivestire l’incarico di sindaco; che, pertanto, essendo nulla la deliberazione sociale della sua nomina, non poteva neanche considerarsi formalmente investito della posizione di garanzia, e come tale non era imputabile ai sensi dell’art. 40 cpv cod. pen.; che, inoltre, anche a voler ritenere superabile la censura e a ritenere possibile l’imputazione per il reato in esame a titolo omissivo improprio nella veste di “sindaco di fatto”, la sentenza impugnata era carente sotto il profilo motivazionale, in quanto non aveva dato conto degli elementi sintomatici rilevanti per la contestazione del reato di bancarotta fraudolenta documentale a titolo di contributo omissivo; che la mera presenza dei sindaci in sede di approvazione assembleare dei bilanci non era circostanza idonea a provare la compartecipazione di quest’ultimi alla dolosa irregolare tenuta della contabilità in modo tale da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio sociale e della movimentazione degli affari; che pertanto era stata affermata la penale responsabilità dei componenti del collegio sindacale sulla base della loro semplice posizione di garanzia; che invece per la imputazione a titolo concorsuale per i sindaci è necessario che l’azione ovvero l’omissione di quest’ultimi abbia avuto una effettiva incidenza causale sull’evento realizzatosi; che, peraltro, anche il capo di imputazione scontava la predetta lacuna nei termini della mancata indicazione del contributo fornito per la commissione del fatto dannoso. Deduce inoltre sempre il ricorrente il vizio di motivazione in ordine alla sussistenza del reato di bancarotta fraudolenta documentale; osserva inoltre che mancava nella sentenza impugnata la corretta indicazione delle ragioni per le quali la condotta imputabile fosse ascrivibile non a titolo di mera negligenza, ma a titolo di dolosa volontà di rendere difficoltosa la ricostruzione della contabilità in danno dei creditori; rileva altresì che il giudice di appello aveva omesso di valutare che una parte della documentazione era stata rinvenuta dalla curatela all’interno della consorziata GM s.r.l. in data 25.2.2005.

1.4 Con il secondo motivo di doglianza il ricorrente B. denunzia, ai sensi dell’art. 606 c.p.p. , comma 1, lett. b, c ed e, violazione degli artt. 40, 43 e 110 cod. pen., e artt. 216 e 223 L. Fall.. Osserva il ricorrente, in relazione al reato contestato al capo C della rubrica (art. 110, art. 119, comma 2, n. 1, 223, comma 1 e comma 2, n. 2, L. Fall.), che possono essere riproposte le medesime doglianze sollevate in relazione al reato di bancarotta documentale per l’assenza a suo carico di una posizione di garanzia quale sindaco della società (non avendo rivestito il ruolo di revisore contabile e dunque essendo illegittima la sua nomina a sindaco) e non essendo stato spiegato il suo contributo intenzionale nelle contestate condotte omissive nel controllo e nella vigilanza della società dichiarata fallita.

1.5 Con il terzo motivo il B. deduce, ai sensi dell’art. 606, comma 1, lett. b, c ed e, violazione degli artt. 62 bis e 133 c.p. e art. 125 cod. proc. pen. Denuncia, cioè, il vizio di motivazione in ordine alla mancata concessione delle richieste attenuanti generiche.

2. Propone ricorso anche l’imputato RO.PA., deducendo due motivi di doglianza.

2.1 Con il primo motivo il ricorrente denunzia violazione degli artt. 40 e 43 cod. pen. , e artt. 216 e 219 L. Fall., nonchè artt. 2403 e 2407 cod. civ. , oltre che dell’art. 125 cod. proc. pen. Osserva il ricorrente che, in relazione alla bancarotta fraudolenta documentale, la sua imputazione nella qualità di componente del collegio sindacale era giuridicamente errata per il fatto che a far data dal 1996 non aveva più ricoperto la qualifica di revisore contabile e dunque non poteva neanche rivestire l’incarico di sindaco; che, pertanto, essendo nulla la deliberazione sociale della sua nomina, non poteva neanche considerarsi formalmente investito della posizione di garanzia e come tale non era imputabile ai sensi dell’art. 40 cpv cod. pen.; che, inoltre, anche a voler ritenere superabile la censura e possibile pertanto l’imputazione per il reato in esame a titolo omissivo improprio nella veste di “sindaco di fatto”, la sentenza impugnata era carente sotto il profilo motivazionale in quanto non aveva dato conto degli elementi sintomatici rilevanti per la contestazione del reato di bancarotta fraudolenta documentale a titolo di contributo omissivo; che la mera presenza dei sindaci in sede di approvazione assembleare dei bilanci non era circostanza idonea a provare la compartecipazione di quest’ultimi alla dolosa irregolare tenuta della contabilità in modo tale da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio sociale e della movimentazione degli affari; che pertanto era stata affermata la penale responsabilità dei componenti del collegio sindacale sulla base della loro semplice posizione di garanzia; che invece per la imputazione a titolo concorsuale per i sindaci è necessario che l’azione ovvero l’omissione di quest’ultimi abbia avuto una effettiva incidenza causale sull’evento realizzatosi; che peraltro anche il capo di imputazione scontava la predetta lacuna nei termini della mancata indicazione del contributo fornito per la commissione del fatto dannoso. Deduce inoltre sempre il ricorrente il vizio di motivazione in ordine alla sussistenza del reato di bancarotta fraudolenta documentale; osserva inoltre che mancava nella sentenza impugnata la corretta indicazione delle ragioni per le quali la condotta imputabile fosse ascrivibile non a titolo di mera negligenza ma a titolo di dolosa volontà di rendere difficoltosa la ricostruzione della contabilità in danno dei creditori; rileva altresì che il giudice di appello aveva omesso di valutare che una parte della documentazione era stata rinvenuta dalla curatela all’interno della consorziata GM s.r.l. in data 25.2.2005.

2.2 Con il secondo motivo il ricorrente RO. deduce, ai sensi dell’art. 606, comma 1, lett. b, c ed e, violazione degli artt. 62 bis e 133 c.p. e art. 125 cod. proc. pen.. Denuncia, cioè, il vizio di motivazione in ordine alla mancata concessione delle richieste attenuanti generiche.

3. Anche l’imputato CA.NI. propone ricorso per cassazione, affidando la sua impugnativa a due motivi di doglianza.

3.1 Con il primo motivo il ricorrente denunzia violazione degli artt. 40 e 43 cod. pen. , e artt. 216 e 219 L. Fall., nonchè artt. 2403 e 2407 cod. civ. , oltre che dell’art. 125 cod. proc. pen.. Osserva il ricorrente che, in relazione alla bancarotta fraudolenta documentale, la sua imputazione nella qualità di componente del collegio sindacale era giuridicamente errata per il fatto che a far data dal 1996 non aveva più ricoperto la qualifica di revisore contabile e dunque non poteva neanche rivestire l’incarico di sindaco; che, pertanto, essendo nulla la deliberazione sociale della sua nomina, non poteva neanche considerarsi formalmente investito della posizione di garanzia e come tale non era imputabile ai sensi dell’art. 40 cpv cod. pen.; che, inoltre, anche a voler ritenere superabile la censura e possibile l’imputazione per il reato in esame a titolo omissivo improprio nella veste di “sindaco di fatto”, la sentenza impugnata era carente sotto il profilo motivazionale in quanto non aveva dato conto degli elementi sintomatici rilevanti per la contestazione del reato di bancarotta fraudolenta documentale a titolo di contributo omissivo; che la mera presenza dei sindaci in sede di approvazione assembleare dei bilanci non era circostanza idonea a provare la compartecipazione di quest’ultimi alla dolosa irregolare tenuta della contabilità in modo tale da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio sociale e della movimentazione degli affari; che pertanto era stata affermata la penale responsabilità dei componenti del collegio sindacale sulla base della loro semplice posizione di garanzia; che invece per la imputazione a titolo concorsuale per i sindaci è necessario che l’azione ovvero l’omissione di quest’ultimi abbia avuto un’effettiva incidenza causale sull’evento realizzatosi;

che peraltro anche il capo di imputazione scontava la predetta lacuna nei termini della mancata indicazione del contributo fornito per la commissione del fatto dannoso. Deduce inoltre sempre il ricorrente il vizio di motivazione in ordine alla sussistenza del reato di bancarotta fraudolenta documentale; osserva inoltre che mancava nella sentenza impugnata la corretta indicazione delle ragioni per le quali la condotta imputabile fosse ascrivibile non a titolo di mera negligenza, ma a titolo di dolosa volontà di rendere difficoltosa la ricostruzione della contabilità in danno dei creditori; rileva altresì che il giudice di appello aveva omesso di valutare che una parte della documentazione era stata rinvenuta dalla curatela all’interno della consorziata GM srl in data 25.2.2005.

3.2 Con il secondo motivo il ricorrente CA. deduce, ai sensi dell’art. 606, comma 1, lett. b, c ed e, violazione degli artt. 62 bis e 133 c.p. e art. 125 cod. proc. pen. Denuncia, cioè, il vizio di motivazione in ordine alla mancata concessione delle richieste attenuanti generiche.

4. Si duole della sentenza qui impugnata anche l’imputato C., il quale propone svariati motivi di doglianza.

4.1 Denunzia il ricorrente l’omessa motivazione in relazione al reato di bancarotta documentale. Osserva il ricorrente che sia la Guardia di Finanza che il curatore fallimentare erano riusciti a portare a termine il lavoro di ricostruzione delle transazioni commerciali della fallita e di chiusura della procedura fallimentare, dichiarata quest’ultima per insussistenza di attività. Deduce il ricorrente che la motivazione resa sul punto dal giudice di appello si fondava su un assioma illogico, e cioè che il mancato rinvenimento dell’attivo fallimentare era dovuto alla mancata tenuta delle scritture contabili; che anche l’ulteriore riferita circostanza della irregolarità della contabilità determinata dall’inclusione nella stessa di sette fatture per operazioni inesistenti era illogica e inconferente, giacchè non rilevava ai fini della possibile ricostruzione integrale della contabilità.

4.1.1 Si lamenta il ricorrente anche dell’omessa motivazione in relazione al reato di bancarotta distrattiva di beni strumentali.

Deduce l’illogicità della motivazione sulla base del fatto che già il 18 dicembre 2001 la G.d.F. aveva accertato la mancanza dei beni strumentali in questione e che il fallimento era stato dichiarato nell’agosto del 2004, con ciò evidenziandosi l’inesistenza di un collegamento tra la contestata distrazione ed il fallimento.

4.1.2 Denunzia infine l’illogicità della motivazione in relazione anche alla distrazione attraverso le false fatture. Deduce l’erroneità della motivazione là dove quest’ultima aveva ritenuto accertata la distrazione a fronte della dimostrazione dell’evanescenza della struttura imprenditoriale del soggetto che aveva solo apparentemente fornito la prestazione e che tale erroneità era stata aggravata dall’ulteriore motivazione resa dal giudice di appello secondo cui la distrazione era comunque evincibile dalla sovrafatturazione delle predette prestazioni. Rileva il ricorrente che tale motivazione era stata invece sconfessata dalla prova dell’effettività delle prestazioni rese da parte del fornitore e dall’effettività dei pagamenti che pertanto non erano stato il frutto di distrazioni.

4.1.3 Deduce inoltre il ricorrente l’illogicità della motivazione in ordine al reato di bancarotta mercè operazioni dolose e la nullità della sentenza per violazione dell’art. 521 cod. proc. pen.. Rileva il ricorrente che, mentre nel capo di imputazione era stata quantificata la distrazione per Euro 2.777.548,48, l’istruttoria, tramite il perito, l’aveva invece indicata in una cifra superiore ai tre milioni di Euro, con ciò rendendo palese una discrasia tra accusa e sentenza di condanna. Deduce, infine, l’erroneità della motivazione anche in relazione al profilo della mancata distinzione degli ambiti di responsabilità dei diversi imputati in relazione al mancato pagamento del debito erariale di cui peraltro era evidente la non azionabilità per difetto di notifica.

4.1.4 Si duole anche del travisamento del fatto in relazione alla data delle sue dimissioni dalla carica sociale.

5. Propone impugnazione infine l’imputato R.V., avanzando anch’egli svariati motivi di censura.

5.1 Denunzia il ricorrente R.V. l’omessa motivazione in relazione al reato di bancarotta documentale. Osserva il ricorrente che sia la Guardia di Finanza che il curatore fallimentare erano riusciti a portare a termine il lavoro di ricostruzione delle transazioni commerciali della fallita e di chiusura della procedura fallimentare, dichiarata quest’ultima per insussistenza di attività.

Deduce il ricorrente che la motivazione resa sul punto dal giudice di appello si fondava su un assioma illogico, e cioè che il mancato rinvenimento dell’attivo fallimentare era dovuto alla mancata tenuta delle scritture contabili; che anche l’ulteriore riferita circostanza della irregolarità della contabilità determinata dall’inclusione nella stessa di sette fatture per operazioni inesistenti era illogica e inconferente, giacchè non rilevava ai fini della possibile ricostruzione integrale della contabilità.

5.2 Si lamenta sempre il ricorrente R.V. anche dell’omessa motivazione in relazione al reato di bancarotta distrattiva di beni strumentali. Deduce l’illogicità della motivazione sulla base del fatto che già il 18 dicembre 2001 la G.d.F. aveva accertato la mancanza dei beni strumentali in questione e che il fallimento era stato dichiarato nell’agosto del 2004, con ciò evidenziandosi l’inesistenza di un collegamento tra la contestata distrazione ed il fallimento.

5.3 Denunzia infine la illogicità della motivazione in relazione anche alla distrazione attraverso le false fatture; deduce l’erroneità della motivazione là dove quest’ultima aveva ritenuta accertata la distrazione a fronte della dimostrazione della evanescenza della struttura imprenditoriale del soggetto che aveva solo apparentemente fornito la prestazione e che tale erroneità era stata aggravata dall’ulteriore motivazione resa dal giudice di appello secondo cui la distrazione era comunque evincibile dalla sovrafatturazione delle predette prestazioni. Rileva il ricorrente che tale motivazione era stata invece sconfessata dalla prova dell’effettività delle prestazioni rese da parte del fornitore e dall’effettività dei pagamenti che pertanto non erano stato il frutto di distrazioni.

5.4 Deduce inoltre il ricorrente R.V. l’illogicità della motivazione in ordine al reato di bancarotta mercè operazioni dolose e la nullità della sentenza per violazione dell’art. 521 cod. proc. pen. ; rileva che, mentre nel capo di imputazione era stata quantificata la distrazione per Euro 2.777.548,48, l’istruttoria, tramite il perito, la aveva invece indicata in una cifra superiore ai tre milioni di Euro, con ciò rendendo palese una discrasia tra accusa e sentenza di condanna.

5.5 Si duole infine della erroneità della motivazione anche in relazione al profilo della mancata distinzione degli ambiti di responsabilità dei diversi imputati in relazione al mancato pagamento del debito erariale di cui peraltro era evidente la non azionabilità per difetto di notifica.

5.6 Deduce infine il travisamento del fatto in relazione alla data delle sue dimissioni dalla carica sociale.

Motivi della decisione

6.1 ricorsi sono tutti infondati e vanno pertanto rigettati.

6.1 Possono essere esaminati il primo e il terzo motivo di ricorso del ricorrente B. unitamente ai due motivi di doglianza avanzati dagli altri due ricorrenti RO. e CA., riguardando i medesimi motivi doglianza ed involgendo la soluzione delle medesime questioni giuridiche.

6.1 Si dolgono in prima istanza i predetti ricorrenti, in relazione all’imputazione per il reato di bancarotta fraudolenta documentale, dell’erroneità della decisione impugnata nella parte in cui non aveva ritenuto rilevante la circostanza fattuale secondo cui, non avendo più rivestito la qualifica di revisori dei conti, non avrebbero potuto più ricoprire anche la carica di componenti del Collegio sindacale.

Ebbene, la doglianza è manifestamente infondata.

Ed invero, la circostanza riguardante la dedotta mancanza di una qualità soggettiva per rivestire la carica di componente del collegio sindacale può al più rilevare come causa di invalidità della delibera sociale di conferimento dell’incarico (per l’eventuale dedotta violazione di legge) ovvero porsi come fonte di responsabilità contrattuale del sindaco nei confronti della società nel cui seno si esercita la detta funzione, ma non può certo incidere, una volta accettato l’incarico, sulla insorgenza in capo al soggetto nominato, ancorché illegittimamente per il predetto vizio, della relativa posizione di garanzia e dunque per l’eventuale imputazione a titolo omissivo improprio ai sensi del capoverso dell’art. 40 cod. pen.

Ne discende la infondatezza delle doglianze così sollevate nei ricorsi B., RO. e CA.

6.2 Ma anche le ulteriori censure avanzate dai predetti ricorrenti quanto all’accertata omissione di controllo nella veste di sindaci sull’operato degli organi di amministrazione della società fallita non colgono nel segno.

6.3 In termini generali e ricostruttivi, giova ricordare che, in tema di bancarotta, questa Corte di legittimità ha avuto modo di precisare che è configurabile il concorso dei componenti del collegio sindacale nei reati commessi dall’amministratore della società, anche a titolo di omesso controllo sull’operato di quest’ultimo o di omessa attivazione dei poteri loro riconosciuti dalla legge (Cass., Sez. 5, n. 31163 del 01/07/2011 – dep. 05/08/2011, Checchi, Rv. 250555). Detto altrimenti, nei reati di bancarotta è ammissibile il concorso di un componente del collegio sindacale con l’amministratore di una società, che può realizzarsi anche attraverso un comportamento omissivo del controllo sindacale, il quale non si esaurisce in una mera verifica formale, quasi a ridursi ad un riscontro contabile nell’ambito della documentazione messa a disposizione dagli amministratori, ma comprende il riscontro tra la realtà e la sua rappresentazione (Cass., Sez. 5, n. 8327 del 22/04/1998 – dep. 14/07/1998, Bagnasco e altri, Rv. 211368).

6.3.1 Pertanto, sussiste la responsabilità, a titolo di concorso nel reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, del componente del collegio sindacale qualora sussistano puntuali elementi sintomatici, dotati del necessario spessore indiziario, in forza dei quali l’omissione del potere di controllo – e, pertanto l’inadempimento dei poteri-doveri di vigilanza il cui esercizio sarebbe valso ad impedire le condotte distrattive degli amministratori – esorbiti dalla dimensione meramente colposa per assurgere al rango di elemento dimostrativo di dolosa partecipazione, sia pure nella forma del dolo eventuale, per consapevole accettazione del rischio che l’omesso controllo avrebbe potuto consentire la commissione di illiceità da parte degli amministratori (Cass., Sez. 5, n. 26399 del 05/03/2014 – dep. 18/06/2014, Zandano, Rv. 260215). Ed invero, oltre alle ipotesi eccezionali – configurabili in linea astratta – di condotte positive o commissive in concorso con altri, tali da integrare gli estremi della bancarotta fraudolenta, la responsabilità a carico dei sindaci è, normalmente, ravvisabile a titolo di concorso omissivo, alla stregua dell’art. 40 cod. pen. , comma 2, e cioè sotto il profilo della violazione del dovere giuridico di controllo che, ordinariamente, inerisce alla loro funzione, sub specie dell’equivalenza giuridica, sul piano della causalità, tra il non impedire un evento che si ha l’obbligo di impedire ed il cagionarlo.
E’ noto che, nella disciplina codicistica sostanziale, sia nel previgente regime che nell’assetto novellato dalla riforma del diritto societario di cui al D.Lgs. 17 gennaio 2003, n. 6 , il collegio sindacale è tipico organo di controllo, chiamato a vigilare sull’amministrazione della società, con il compito di garantire l’osservanza della legge ed il rispetto dell’atto costitutivo nonchè di accertare che la contabilità sia tenuta in modo regolare (cfr. Cass. Sez. 5, n. 45237 del 12/11/2001, rv 221014; e, per il nuovo regime, Sez. 1 civ, n. 22911 del 11/11/2010, rv 614607).

6.3.2 Ne consegue che in quanto investiti di peculiari funzioni di controllo, da esercitare, peraltro, con la diligenza del mandatario, secondo la vecchia formulazione dell’art. 2407 cod. civ. (oggi con la professionalità e la diligenza richieste dalla natura dell’incarico), anche i sindaci, dunque, possono essere chiamati a rispondere dei reati di bancarotta fraudolenta per fatti propri degli amministratori.

L’obbligo di vigilanza non è, pertanto, limitato al mero controllo contabile, ma deve estendersi anche al contenuto della gestione (ai sensi dell’art. 2403 cod. civ. , commi 1, 3 e 4; oggi dell’art. 2403 bis cod. civ.), cosicchè il controllo sindacale, se non investe in forma diretta le scelte imprenditoriali, non si risolve neppure in una mera verifica contabile limitata alla documentazione messa a disposizione dagli amministratori, ma comprende anche un minimo di riscontro tra la realtà effettiva e la sua rappresentazione contabile (cfr., in tal senso, anche Cass. Sez. 5, n. 8327 del 22/04/1998, rv. 211368).

6.3.3 Tuttavia, l’ipotesi del coinvolgimento dei sindaci non può fondarsi, acriticamente, soltanto sulla loro posizione di garanzia e discendere, tout court, dal mancato esercizio dei doveri di controllo, ma postula – per indiscussa giurisprudenza di legittimità – l’esistenza di elementi sintomatici, dotati del necessario spessore indiziario, della loro partecipazione, in qualsiasi modo, all’attività degli amministratori ovvero di valide ragioni che inducano a ritenere che l’omesso controllo abbia avuto effettiva incidenza causale nella commissione del reato da parte degli amministratori (Cass., Sez. 5, n. 15360 del 21/04/2010, rv. 246956).

6.3.4 In tema di bancarotta, non può essere esclusa la configurabilità del dolo eventuale nell’ipotesi in cui un membro di collegio sindacale abbia consapevolmente omesso di esercitare i doveri impostigli dalla legge con la previsione della conseguente tenuta caotica dei libri e delle scritture contabili da parte degli amministratori della società ed abbia accettato il rischio che, anche a causa della sua condotta omissiva, venisse posta in essere la bancarotta fraudolenta documentale. Nel dolo eventuale, infatti, si considerano voluti non solo i risultati che l’agente abbia posto come fine ultimo dell’azione, ma anche quelli che sono previsti quale conseguenza del proprio comportamento. Ciò avviene non solo ogni qualvolta tali risultati appaiono certi, ma altresì quando appaiono probabili (Sez. 5, n. 5927 del 21/11/1989 – dep. 24/04/1990, PIRAS A., Rv. 184141).

6.4 Tutto ciò premesso, osserva la Corte come in realtà la sentenza impugnata, facendo buon governo dei principi giurisprudenziali da ultimo ricordati, ha correttamente motivato anche in punto di concorso dei sindaci nelle condotte di bancarotta fraudolenta documentale meglio descritte in rubrica, evidenziando la loro partecipazione attiva alle assemblee societarie di approvazione dei bilanci del consorzio e fornendo il loro parere favorevole diretto ad ottenere l’approvazione delle relative delibere. Senza contare che, per l’imputato B., il ruolo svolto anche come liquidatore dell’impresa fallita rende ancora più chiaro il quadro probatorio posto a sostegno del profilo di consapevolezza in ordine al mancato recupero della contabilità mancante e alla mancata predisposizione del bilancio di liquidazione della società.

6.5 Le ulteriori censure avanzate dal B. in ordine all’elemento soggettivo del reato qui in esame non sono anch’esse meritevoli di accoglimento, e ciò in ragione del fatto che la Corte di merito ha correttamente motivato in ordine alla consapevolezza del detto imputato delle condotte antigiuridiche poste in essere dagli amministratori e della omissione di ogni controllo in tal senso accettando il rischio che fossero poste in essere le condotte di bancarotta fraudolenta sopra esaminate, e ciò anche in ragione della consapevolezza delle contestazioni avanzate dalla Guardia di Finanzia nelle due verifiche del 2000 e 2001 e della continua attestazione da parte dei collegio sindacale, di cui il detto imputato era Presidente, della regolarità del bilancio del consorzio.

7. In ordine, poi, al secondo motivo di doglianza sollevato dal B. in relazione al reato di cui al capo C della rubrica (e ci cui all’art. 110, art. 119, comma 2, n. 1, art. 223, comma 1 e comma 2, n. 2 L. Fall. ), occorre qui richiamare quanto già sopra osservato in relazione alle medesime doglianze avanzate dal ricorrente in tema di bancarotta fraudolenta documentale, evidenziando, da un lato, l’irrilevanza della censura in tema di mancanza della qualità soggettiva di revisore contabile per l’insorgere della responsabilità penale a titolo di reato omissivo improprio e, dall’altro, la mancata e dolosa, per lo meno a titolo di dolo eventuale, attivazione dei poteri di controllo e di segnalazione innanzi alle irregolarità contabili poste in essere dagli amministratori per evitare il mancato pagamento dei debiti erariali e previdenziali ed il conseguente dissesto della società oggetto della contestazione penale per il predetto titolo di reato. Anche in tal caso la Corte distrettuale, facendo buon governo dei principi raffinati dalla giurisprudenza di legittimità in tema di reato omissivo improprio, ha fornito una corretta risposta motivazionale ai motivi di censura avanzati in appello, chiarendo, come già esaminato per la bancarotta documentale, la responsabilità omissiva del sindaco e il suo concorso a titolo di dolo eventuale.

8. Quanto alle censure avanzate dai ricorrenti B., RO. e CA. in punto di mancata concessione delle richieste attenuati generiche, ritiene la Corte che le relative doglianze siano invero inammissibili.

8.1 Sul punto, occorre ricordare che, secondo il consolidato orientamento della Suprema Corte, il vizio logico della motivazione deducibile in sede di legittimità deve risultare dal testo della decisione impugnata e deve essere riscontrato tra le varie proposizioni inserite nella motivazione, senza alcuna possibilità di ricorrere al controllo delle risultanze processuali; con la conseguenza che il sindacato di legittimità deve essere limitato soltanto a riscontrare l’esistenza di un logico apparato argomentativo, senza spingersi a verificare l’adeguatezza delle argomentazioni, utilizzate dal giudice del merito per sostanziare il suo convincimento, o la loro rispondenza alle acquisizioni processuali (in tal senso, ex plurimis, Sez. 5, n. 4295 del 07/10/1997, Di Stefano, Rv. 209040). Tale principio, più volte ribadito dalle varie sezioni della Corte di Cassazione, è stato altresì avallato dalle stesse Sezioni Unite, le quali hanno precisato che esula dai poteri della Corte di Cassazione quello di una rilettura degli elementi di fatto, posti a sostegno della decisione, il cui apprezzamento è riservato in via esclusiva al giudice di merito, senza che possa integrare il vizio di legittimità la mera prospettazione di una diversa, e per il ricorrente più adeguata, valutazione delle risultanze processuali (Sez. U., n. 6402 del 30/04/1997, Dessimone, Rv. 207945). E la Corte regolatrice ha rilevato che anche dopo la modifica dell’art. 606 c.p.p. , lett. e), per effetto della L. 20 febbraio 2006, n. 46 , resta immutata la natura del sindacato che la Corte di Cassazione può esercitare sui vizi della motivazione, essendo rimasto preclusa, per il giudice di legittimità, la pura e semplice rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione o l’autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione o valutazione dei fatti (Sez. 5, n. 17905 del 23/03/2006, Baratta, Rv. 234109). Pertanto, in sede di legittimità, non sono consentite le censure che si risolvono nella prospettazione di una diversa valutazione delle circostanze esaminate dal giudice di merito (ex multis Sez. 6, n. 22445 del 08/05/2009, Candita, Rv.244181).

8.2 Delineato nei superiori termini l’orizzonte del presente scrutinio di legittimità, osserva subito la Corte che le censure mosse dai predetti ricorrenti, oltre che ad essere state formulate in modo del tutto generico e dunque per tale verso non ricevibili, propongono, in buona sostanza, una richiesta di rivisitazione del giudizio di merito svolto dalla Corte distrettuale per negare la richiesta concessione delle attenuanti generiche, con ciò evidenziando profili di censura non verificabili in questa sede di giudizio di legittimità, se non accompagnati da una contestuale allegazione di un vizio argomentativo della sentenza impugnata. Ed invero, la Corte ha correttamente spiegato il percorso logico seguito per negare il richiesto beneficio, fondando tale giudizio sulla valutazione di particolare gravità dei reati contestati e dunque procedere oltre nell’esame delle ragioni già valutate dai giudici di merito significherebbe entrare nell’area delle valutazioni contenutistiche delle prove, come tali inibite al giudice di legittimità.

Ne discende la inammissibilità dei motivi di ricorso così avanzati dai ricorrenti.

9. Va ora esaminato il ricorso presentato nell’interesse dell’imputato C.

9.1 Ebbene, le censure avanzate in ordine al vizio motivazionale relativo al reato di bancarotta documentale non sono in alcun modo condivisibili. Sul punto, il ricorrente solleva profili del tutto irrilevanti ai fini dell’accertamento della penale responsabilità per il titolo di reato sopra indicato. Ed invero, appare evidente che le circostanze fattuali, secondo cui, nonostante la irregolare tenuta della contabilità, la Guardia di Finanzia sia riuscita a ricostruire le transazioni commerciali ed il curatore fallimentare sia del pari riuscito a chiudere il fallimento per insussistenza dell’attivo risultano non rilevare al fine di accertare la commissione della contestata bancarotta fraudolenta documentale, atteso che dagli accertamenti eseguiti nel corso della istruttoria dibattimentale è emerso che la documentazione rinvenuta dalla Guardia di Finanza era comunque manchevole dei bilanci dal 1999 al 2003 (oltre che di altra documentazione contabile specificatamente indicata) e che, nonostante il “recupero” di parte dei documenti custodi presso la sede del consorzio, la tenuta delle scritture contabili non era comunque idonea a consentire la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari.

Orbene, a fronte di tale accertamento dal contenuto non equivoco la circostanza che il curatore sia riuscito a chiudere il fallimento (peraltro, per inesistenza dell’attivo) e che la Guardia di Finanza sia riuscita, in parte, a ricostruire la movimentazione degli affari assume francamente una valenza di scarso significato.

9.2 Ma anche l’ulteriore doglianza avanzata in relazione al reato di bancarotta distrattiva di beni strumentali non è meritevole di accoglimento, atteso che ciò che rileva per l’integrazione del reato di bancarotta fraudolenta è che i predetti beni non siano stati rinvenuti nel compendio fallimentare, a nulla rilevando il momento in cui gli stessi siano stati sottratti dagli amministratori o da terzi.

Peraltro, va osservato che, anche in ordine a quest’ultima doglianza, la Corte distrettuale ha fornito un’adeguata risposta motivazionale, come tale ineccepibile sul piano argomentativo, evidenziando invero che per integrare il reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale rileva qualunque comportamento distrattivo dell’imprenditore senza che quest’ultimo abbia poi determinato il dissesto dell’impresa.

9.3 In ordine, poi, al lamentato vizio motivazione della sentenza impugnata per la contestata distrazione attraverso la falsa fatturazione, osserva anche qui la Corte come le doglianze avanzate dal ricorrente non colgano nel segno, atteso che, con motivazione anche in questo caso esente da vizi argomentativi, ha evidenziato le esistenza di una sorta di interposizione fittizia nella erogazione delle prestazioni inesistenti, e ciò nel senso che, ancorchè i lavori fossero stati effettivamente eseguiti, le prestazioni inesistenti riguardavano proprio l’attività di noleggio dei macchinari, come era dimostrato peraltro dalla evanescenza delle imprese attraverso le quali dovevano essere prestate le dette attività di noleggio e come inoltre accertato anche nella sentenza del Tribunale di Trapani.

9.4 Non sono neanche condivisibili le ulteriori censure avanzate dal ricorrente in merito la reato di bancarotta di cui al Capo C della rubrica, atteso che, come correttamente rilevato dal giudice di appello, la diversa quantificazione del perito del Tribunale dei debiti ammessi al passivo e del conseguente danno cagionato alla impresa fallita e determinante per l’insorgenza della situazione di dissesto del consorzio non ha determinato alcuna incertezza ovvero indeterminatezza dell’editto accusatorio nè ha tanto meno determinato violazione dell’art. 521 cod. proc. pen. posto a presidio del diritto di difesa dell’imputato.

La diversa determinazione dell’entità del passivo fallimentare può al più rivestire rilevanza in ordine alla quantificazione del danno cagionato alla impresa fallita e ai creditori, ma non rileva in alcun modo sul piano della lesione del diritto di difesa dell’imputato che è stato posto in grado di esercitare le sue prerogative difensive in relazione all’addebito correttamente rilevato nel capo di imputazione.

Va aggiunto che alcuna rilevanza assume, sul piano dell’accertamento della penale responsabilità degli imputati, la circostanza fattuale relativa alla notifica o meno dei ruoli esattoriali, giacchè dall’istruttoria dibattimentale è emersa con chiarezza la enormità del debito erariale per omesso versamento di imposte Irpeg, Iva e Ilor, e ciò nonostante gli amministratori nulla hanno operato per i necessari pagamenti dovuti, determinando così il dissesto dell’impresa.

9.4 Quanto infine alle doglianze sollevate dal C. in ordine al travisamento del fatto riguardante la data delle intervenute dimissioni, osserva la Corte come anche qui il giudice di appello abbia chiarito con estrema precisione che, a fronte dell’allegazione relativa alla data delle dimissioni del detto imputato coincidente con il 14 novembre 2000, solo il successivo 22 giugno 2001 l’organo amministrativo del consorzio dava atto delle intervenute dimissioni e provvedeva a sostituirlo.

10. In relazione al ricorso presentato dall’imputato R., occorre evidenziare come quest’ultimo abbia in realtà proposto le medesime doglianze già avanzate dal ricorrente C., con la conseguenza che occorre richiamare qui integralmente le osservazioni già subito sopra svolte per giustificare l’integrale rigetto di tutte le doglianze così nuovamente proposte.

Va solo precisato, per quanto concerne l’ultimo profilo di censura attinente all’asserito travisamento del fatto, che anche qui la Corte di merito ha con precisione scandito la tempistica relativa alla successione degli incarichi nell’organo amministrativo del consorzio, evidenziando che il R. aveva svolto le funzioni di vice presidente del consiglio di amministrazione dal 1995 sino al 21 giugno 2001 allorquando assunse la carica di presidente del medesimo consiglio. Con la conseguenza che l’arco temporale così ricostruito è stato coincidente sia con la condanna per omessa dichiarazione Iva relativa all’anno 2000 (causativa di una evasione di imposta di 500 milioni di lire) sia con la seconda verifica fiscale della G.d.F. Ne discende che anche qui le censure sollevate dal ricorrente risultano del tutto infondate.

P.Q.M.

Rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento ciascuno delle spese processuali.

Così deciso in Roma, il 23 febbraio 2016.

Depositato in Cancelleria il 14 aprile 2016

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine