Sicurezza Pubblica – Cassazione Penale 18/11/2016 N° 49180

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Cassazione penale

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Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine

Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione I

Data: 18/11/2016

Numero: 49180

Testo completo della Sentenza Sicurezza pubblica – Cassazione penale 18/11/2016 n° 49180:

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine 

Ritenuto in fatto
1. Con decreto in data 25 settembre 2014 la Corte di appello di Napoli
confermava il provvedimento del Tribunale di Napoli del 26 febbraio 2013 che aveva
disposto la sottoposizione di Ciro Maddaluno alla misura di prevenzione della
sorveglianza speciale di p.s. per la durata di anni quattro, con obbligo di soggiorno nel
comune di residenza e la confisca di diversi beni immobili intestati alla moglie
Annamaria Barberio ed ai figli Domenico e Giuseppe Maddaluno.
1.1. A fondamento della decisione la Corte di merito rilevava l’applicabilità al caso
della disciplina previgente quella di cui al d.lgs. n. 159 del 2011 per essere stata la
proposta formulata in un momento antecedente l’entrata in vigore del predetto testo
normativo; nel merito, evidenziava che a carico del Maddaluno erano state acquisite
plurime ed attendibili prove della sua dedizione sistematica e professionale alla
commissione di reati contro il patrimonio ed in specie ad attività usuraria dall’inizio
degli anni ’80 sino al 1994 e della ripresa di tale impegno criminoso anche dopo il
periodo di carcerazione subito dal 1994 al 2001, quanto meno dal 2006 al 2011,
attività svolta dapprima individualmente, quindi nell’ambito del clan camorristico
Cuccaro, essendo tra l’altro egli legato al capo dell’organizzazione da rapporto di
affinità per averne questi sposato la figlia Anna. Da tali premesse deduceva il giudizio
di attuale pericolosità generica, per avere il ricorrente vissuto abitualmente con i
proventi di attività delittuose e, respinta la richiesta di rinnovazione dell’istruttoria per
l’esame dei testi indicati dalla difesa su circostanze non già oggetto di un principio di
prova documentale, sulla base dei dati fiscali e ricavati dagli atti negoziali di
acquisizione dei cespiti, ravvisava la sproporzione per difetto tra il prezzo dei beni
acquisiti dai terzi, stretti congiunti e già conviventi col proposto, ed i redditi dichiarati o
comunque percepiti, del tutto insufficienti a giustificare gli incrementi patrimoniali da
ritenersi ottenuti dal Maddaluno grazie ai proventi delle intraprese delittuose ed
intestati fittiziamente a moglie e figli.
2. Avverso detto provvedimento hanno proposto ricorso i terzi Annamaria
Barbieri, Domenico e Giuseppe Maddaluno a mezzo del loro difensore e procuratore
speciale, avv.toRoberto Guida, il quale ha lamentato erronea applicazione di legge in
relazione al disposto degli artt. 2-ter, commi 2, 3, 5 e 2-bis, comma 3, I. n. 575 del
1965 ed agli artt. 190 e 192 cod. proc. pen.. Secondo i ricorrenti, nel ragionamento
valutativo compiuto dalla Corte di appello la condizione personale di congiunto del
proposto comporterebbe in via automatica la presunzione d’intestazione fittizia dei beni
allo stesso riconducibili, da sottoporre a confisca in base ad elementi indiziari privi dei
requisiti di cui all’art. 192 cod. proc. pen. e la privazione in capo ai terzi della
possibilità di difesa in quanto l’ammissione della prova testimoniale richiesta sarebbe
subordinata all’esistenza, sulle stesse circostanze, di prova documentale. In tal modo
si sono affermati ed applicati principi di diritto estranei al sistema processuale, e non
sussiste la affermata presunzione assoluta di intestazione fittizia applicata dai giudici di
merito, poiché, al contrario, per confiscare beni di terzi è necessario che l’accusa offra
la prova di fatti e circostanze connotati da gravità, precisione e concordanza, tali da
superare il dato della coincidenza tra titolarità apparente e disponibilità effettiva dei
beni stessi (Sez. 2, n. 6977 del 23/02/2011) ed al terzo è riconosciuto il diritto pieno
ed incondizionato di chiedere l’ammissione di prove contrarie mediante la produzione
di documenti o l’assunzione di testimonianze. La conferma del provvedimento assunto
dal Tribunale di Napoli in data 5 dicembre 2012 ha illegittimamente compresso
l’esercizio del diritto alla prova contraria, garantito in maniera ampia ed incondizionata
anche nell’ambito del procedimento di prevenzione: pretendere che la testimonianza
sia ammissibile solo su circostanze per le quali sia fornito un principio di prova scritta
equivale a espropriare la parte terza della possibilità di difendersi provando. Né è
comprensibile come possa limitarsi tale diritto nelle situazioni in cui, per il tempo
trascorso o per impossibilità materiale, si versi nella condizione di non poter offrire la
pretesa prova documentale: pertanto, la decisione è illogica e sorretta da motivazione
apparente tanto più che alcuni dei testi indicati avrebbero dovuto riferire in merito a
circostanze diverse dai flussi finanziari, ossia Raffaele Maddaluno sulle modalità
attraverso le quali consentì alla cognata, Annamaria Barberio, di avviare in proprio una
piccola attività di rivendita al dettaglio di casalinghi unitamente alla sorella Patrizia,
sulla consistenza del patrimonio del genitore, Domenico Maddaluno (classe 1925), e
sulle modalità della divisione della relativa eredità, mai formalmente completata;
Vincenzo Viola, inoltre, avrebbe dovuto testimoniare sull’avvenuta concessione in
locazione non regolarizzata dell’immobile di Mondragone di proprietà della Barberio, i
cui proventi, secondo pratica diffusa, non erano stati dichiarati fiscalmente; gli operai
che ebbero a lavorare alla ristrutturazione dell’immobile di San Sebastiano al Vesuvio
avrebbero dovuto deporre sulle modalità ed i tempi di esecuzione dei lavori di
ristrutturazione e sulle condizioni del bene. La Corte di appello, in realtà, pare
giustificare l’esclusione dei testi sulla base di una presunzione di inattendibilità,
sebbene gli elementi offerti dall’accusa siano consistiti in buona parte in dichiarazioni
di soggetti ai quali era stato riconosciuto il diritto di mentire impunemente. Se, al
contrario, le testimonianze fossero state assunte si sarebbe consentito di far entrare
nel procedimento conoscenze che avrebbero modificato la decisione, non affidandola
ad argomentazioni illogiche e contraddittorie, tanto più che la confisca è stata disposta
nei riguardi di beni ed attività asseritamente caratterizzati da “illiceità derivata”, ossia
reimpiego di denaro provento di reato, rispetto ai quali non si è avuta materialmente la
possibilità di provare alcunché. Inoltre, risulta non corretto l’uso della testimonianza
resa da Giovanni Pecorella laddove ha descritto il locale adibito ad ufficio del proposto,
situato accanto all’attività commerciale del figlio Domenico, poiché il teste, chiamato a
portare a conoscenza dell’organo inquirente circostanze completamente diverse da
quelle che sono oggetto del presente procedimento di prevenzione, aveva
genuinamente affermato che Oro Maddaluno svolgeva le sue attività illecite in un
locale con un autonomo ingresso e separato da quello del figlio, sicché le sue
dichiarazioni non offrono dimostrazione del mantenimento da parte del proposto della
signoria sui beni e sulle attività commerciali formalmente riconducibili ai componenti
del suo nucleo familiare.
Del pari, le modalità di acquisto da parte di Domenico Maddaluno dell Audi A3, targata
CZ662TG, ed i proventi al medesimo derivati dall’aver concesso in locazione alla PGF
Snc di Schiavo Giovanni un locale deposito facente parte della villa di San Sebastiano
al Vesuvio, prima che fosse ristrutturata, sono state oggetto della testimonianza di
Giovanni Schiavo, oltre che dimostrate dal contratto di locazione avvenuto tra
quest’ultimo ed il terzo intestatario, ma la Corte di Appello ha egualmente sottoposto a
confisca quei beni avendo ritenuto inverosimile la circostanza dell’esistenza del
contratto di locazione solo perché non registrato, ritenendo insussistente il reddito
ricavato.
3. Il Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di cassazione, Antonio
Gialanella, con requisitoria scritta ha rassegnato le proprie conclusioni, chiedendo il
rigetto del ricorso. Secondo il P.G., la Corte di appello ha fatto corretta applicazione del
disposto dell’art. 2-ter I. n. 575 del 1965, che stabilisce una presunzione relativa di
appartenenza al proposto dei beni intestati a moglie e figli conviventi, e del criterio
della sproporzione tra beni acquisiti e redditi e attività svolte, specie se, come nel
caso, i terzi siano sprovvisti di effettiva capacità economica, circostanza ritenuta
sintomatica dell’intestazione solo formale. Anche in riferimento alla mancata
ammissione delle prove testimoniali, sostiene che il provvedimento è corretto, poiché
nel procedimento di prevenzione non è applicabile il disposto dell’art. 603 cod. proc.
pen., quanto il principio del costante adeguamento della situazione di diritto a quella di
fatto, sicché il giudice del gravame può avvalersi di elementi non esaminati in primo
grado, dei quali può disporre l’acquisizione ai sensi dell’art. 666 cod. proc. pen.,
comma 5, richiamato dall’art. 4 I. n. 1423 del 1956. La Corte di appello ha motivato in
ordine alla superfluità ed aspecificità delle prove richieste e non soltanto perché non
assistite da riscontro o da un principio di prova documentale, mentre il ricorso
prospetta una ricostruzione alternativa che pretende sia ritenuta più attendibile dal
giudice di legittimità.
Considerato in diritto
1. Il ricorso è fondato e merita accoglimento nei limiti in seguito specificati.
2. Non ha fondamento l’assunto difensivo che addebita alla Corte di appello la
violazione, nella forma dell’erronea applicazione, delle norme di legge, art. 2-ter,
commi 2, 3 e 5 ed art. 2-bis, comma 3, I. n. 575 del 1965, che regolano la confisca di
prevenzione di beni intestati a terzi diversi dal proposto.
2.1. il provvedimento in esame non ha affermato e nemmeno applicato alcuna
presunzione assoluta in danno dei ricorrenti, in quanto soggetti già legati al proposto
da convivenza e da stretto vincolo familiare, di coniugio e di parentela. Riscontrata la
pericolosità sociale non qualificata del Maddaluno, sottoposto a misura di prevenzio e
personale, in quanto ritenuto rientrare nella categoria prevista dal n. 1) dell’art. 1,
primo comma, n. 1, I. n. 1423 del 1956, quale soggetto dedito ad attività delittuosa ed
in quella prevista al n. 2 del primo comma del medesimo articolo quale persona che
abitualmente vive, almeno in parte, dei proventi ricavati dal crimine, i giudici di appello
hanno osservato come l’applicazione della misura di prevenzione reale nei confronti di
quella particolare categoria di terzi che annovera gli stretti congiunti conviventi sia
agevolata dalla presunzione relativa, non assoluta, di appartenenza al proposto dei
beni loro intestati prevista dall’art. 2-ter della legge n. 575 del 1965: tale disposizione
autorizza il sequestro e la confisca dei beni di cui la persona sottoposta a procedimento
di prevenzione risulta poter disporre direttamente o indirettamente, includendovi i beni
del coniuge, dei figli e degli altri conviventi sulla base del presupposto per cui il
soggetto pericoloso dispone l’assegnazione formale della disponibilità giuridica dei beni
ottenuti illecitamente alle persone di maggiore fiducia, cui è comunque consentita la
possibilità di offrire la prova idonea a vincere la presunzione ed a dimostrare
l’avvenuto acquisto dei beni nella loro titolarità con mezzi autonomi e la conservazione
della loro esclusiva disponibilità, onde esentarli da confisca.
2.2. Piuttosto, la Corte territoriale ha altrettanto correttamente ricordato la
condivisa linea interpretativa della giurisprudenza di legittimità, secondo la quale per i
beni di coniuge, figli e conviventi del proposto, anche se acquisiti al di fuori del biennio
antecedente la formulazione della proposta, nel qual caso opera la presunzione di cui
al comma tredicesimo dell’art. 2-ter I. n. 575 del 1965, il rapporto personale che lega
gli intestatari al proposto e l’assenza di mezzi propri in capo a costoro costituiscono
circostanze significative dell’attribuzione soltanto apparente e formale di tali beni alle
persone di maggior fiducia da parte del proposto non in grado di dimostrare la loro
lecita provenienza, senza la necessità di condurre specifici accertamenti (Sez. 5, n.
8922 del 26/10/2015, Poli, Rv. 266142; Sez. 1, n. 5184 del 10/11/2015,
Trubchaninova, Rv. 266247; Sez. 1, n. 17743 del 07/03/2014, Rienzi, Rv. 259608;
Sez. 6, n. 49878 del 06/12/2013, Mortellaro, Rv. 258140). Sulla base del rilievo
assegnato al legame personale ed alla condivisione di interessi e abitudini di vita, si è
giustificato il diverso trattamento riservato a detta categoria di soggetti rispetto a tutti
gli altri terzi estranei, persone fisiche o giuridiche, nei cui confronti non opera alcuna
presunzione ma devono essere acquisiti precisi elementi di prova circa il carattere
fittizio dell’intestazione.
3. E’, invece, fondato il secondo motivo di doglianza, che pone il tema delle
facoltà difensive spettanti ai terzi coinvolti dalla presunzione relativa di appartenenza
al proposto dei beni loro intestati e, in termini più generali, la questione dell’ampiezza
e delle modalità di esercizio delle facoltà difensive del proposto o dei terzi in tema di
prova. Al riguardo la Corte di merito ha confermato la decisione del Tribunale che
aveva escluso di poter ammettere le prove testimoniali articolate dalla difesa dei terzi
per contrastare la presunzione di fittizia intestazione, rilevando:
– la superfluità della testimonianza di Raffaele Maddaluno in ordine alle forniture
effettuate dalla ditta facente capo alla Barberio per l’intervenuta revoca del sequestro
dell’impresa e dei relativi beni aziendali e di quella del geom. Triviani sulla stima
dell’immobile ristrutturato di San Sebastiano al Vesuvio per l’avvenuta acquisizione
della relativa relazione;
– l’inammissibilità delle prove testimoniali che avrebbero dovuto essere acquisite da
Raffaele e Patrizia Maddaluno, fratelli del proposto, sulle modalità di suddivisione tra
gli eredi dei beni loro pervenuti per successione paterna, perché, non essendo questi
stati oggetto di denuncia di successione, erano da ritenersi illeciti; da Pasquale
Barberio sui lavori effettuati ed i relativi costi della ristrutturazione dell’immobile
acquistato da Domenico Maddaluno; da Vincenzo Viola sui proventi riscossi dalla
locazione della casa di vacanze della Barberio.
A giustificazione di tale giudizio i giudici di merito hanno riscontrato che,
vertendo le prove sulla disponibilità di flussi o derivazioni finanziarie, non corroborate
da un principio di prova scritta costituita da documentazione contabile, le stesse erano
incompatibili col procedimento di prevenzione, e comunque relative a circostanze
generiche o provenienti da soggetti titolari di interessi coinvolti dalla procedura. Ha
quindi aggiunto che in materia di percezione o dismissione di flussi di denaro le
allegazioni di lecita provenienza per essere ammissibili devono essere serie, fondate e
credibili, sicché affermazioni generiche sulla disponibilità di determinate risorse non
riscontrate e non riscontrabili mediante risultanze scritte incorrono nella sanzione
dell’inammissibilità.
3.1 In primo luogo osserva il Collegio che il provvedimento in esame afferma che
in linea di principio non essere strutturalmente compatibile la prova testimoniale con il
sistema della prevenzione ed il relativo procedimento. Non constano, tuttavia,
disposizioni di legge, di valenza generalizzata, oppure disciplinanti lo specifico
procedimento di prevenzione, che autorizzino siffatta conclusione, poiché il richiamo
alla facoltà del giudice del procedimento di cognizione di selezionare i mezzi di prova
articolati dalle parti per escluderne quelli superflui o irrilevanti, conferita dall’art. 495,
comma 4, cod. proc. pen., non offre copertura normativa alla sanzione
dell’inammissibilità della prova affermata soltanto in relazione alla sua natura
dichiarativa e non documentale. Non correttamente si pretende, dunque, di ricavare in
via interpretativa e con effetti generalizzanti dalle peculiarità del processo
prevenzionale, perché solo parzialmente assimilabile a quello penale di cognizione, una
disciplina limitativa alla facoltà del proposto e del terzo interessato coinvolto dal
provvedimento di confisca di richiedere l’ammissione di prove contrarie a quelle
acquisite per iniziativa dell’accusa e si propugna l’assunto per cui la testimonianza, in
relazione alle circostanze di fatto sulle quali dovrebbe essere assunta, in sé non è
idonea ad offrire elementi di conoscenza attendibili e persuasivi se non, in quanto
prova “debole”, asseverata da un atto documentale.
3.2 In realtà, la rassegna delle disposizioni regolatrici la materia non consente di
ricavarne il principio generale propugnato dai giudici di merito.
L’art. 4 I. n. 1423 del 1956 al comma 2 stabiliva espressamente che nel
procedimento di prevenzione dovessero essere osservate « in quanto applicabili, le
disposizioni degli artt. 636 e 637 del codice di procedura penale» allora vigente, rinvio
da intendersi riferito alle simmetriche ed attuali norme degli artt. 678 e 666 cod. proc.
pen., dettate per il procedimento di esecuzione e di sorveglianza.
L’art. 2-ter, comma 5, I. n. 575 del 1965 disponeva «se risulta che i beni
sequestrati appartengono a terzi, questi sono chiamati dal tribunale, con decreto
motivato, ad intervenire nel procedimento e possono, anche con l’assistenza di un
difensore, nel termine stabilito al tribunale, svolgere in camera di consiglio le loro
deduzioni e chiedere l’acquisizione di ogni elemento utile ai fini della decisione sulla
confisca». La previsione non introduceva alcuna limitazione tipologica agli strumenti
processuali deducibili dalla parte al fine di veicolare nel processo “ogni elemento utile”,
pretendendo solamente sul piano contenutistico la pertinenza e la rilevanza al thema
decidendum dei dati offerti.
Del pari l’art. 7 d.Lgs. n. 159 del 2011 in tema di misure di prevenzione
personali richiama in sostanza la previgente disposizione dell’art. 4 I. n. 1423 del 1956
e quindi al comma 7 contempla la possibilità che sia necessario interrogare il proposto
e, se questi non si presenti in via spontanea all’udienza, che ne venga disposto
«l’accompagnamento a mezzo di forza pubblica»; al comma 8 aggiunge una
previsione testuale significativa, per la quale l’esame a distanza dei testimoni può
essere disposto dal presidente del collegio nei casi e nei modi indicati all’articolo 147-
bis, comma 2, disp. att. cod. proc. pen., e al successivo comma 9 prevede che «per
quanto non espressamente previsto dal presente decreto, si applicano, in quanto
compatibili, le disposizioni contenute nell’ articolo 666 del codice di procedura penale».
A sua volta per le misure patrimoniali l’art. 23 del d.lgs. n. 159 del 2011 al
comma 1 sottopone il procedimento applicativo al rispetto, in quanto compatibili, delle
«disposizioni dettate dal titolo I, capo II, sezione I» ed al terzo comma, riproducendo
la formulazione dell’art. 2-ter, comma 5, I. n. 575 del 1965, stabilisce «3. All’udienza
gli interessati possono svolgere le loro deduzioni con l’assistenza di un difensore,
nonché chiedere l’acquisizione di ogni elemento utile ai fini della decisione sulla
confisca».
Deve dunque concludersi che, allo stato della disposizioni vigenti, la
regolamentazione del rapporto processuale di prevenzione, pur con i necessari
adattamenti, condizionati dall’assunzione di una decisione giudiziale non preceduta da
un accertamento irrevocabile di responsabilità penale, viene mutuata da quella del
processo di esecuzione: rileva in particolare che l’art. 666, comma 5, cod. proc. pen.
conferisca al giudice la facoltà di «chiedere alle autorità competenti tutti i documenti e
le informazioni di cui abbia bisogno», mentre «se occorre assumere prove, procede in
udienza nel rispetto del contraddittorio». Come avvertito dalla più attenta dottrina,
favorevole a riconoscere alla parte privata la più ampia facoltà di prova e controprova
anche nel procedimento per l’applicazione di misure di prevenzione, la norma offre
indicazioni del favore privilegiato accordato dal legislatore per il processo esecutivo alla
prova documentale, ma al contempo ammette che si ponga la necessità di allargare la
platea dei mezzi in grado di fornire dati conoscitivi rilevanti per la decisione senza al
contempo limitarne l’ammissibilità in dipendenza della loro natura non precostituita.
Pertanto, gli elementi deducibili dall’interpretazione testuale dei parametri normativi
essenziali contraddicono l’assunto espresso nel provvedimento in esame.
Anche sul piano sistematico le emergenze sono conformi, poiché indicazioni ancor
più persuasive e di concludente evidenza si traggono dall’art. 185 disp. att. cod. proc.
pen., che in funzione integrativa della previsione dell’art. 666 citata, sotto la rubrica
«assunzione delle prove nel procedimento di esecuzione», prevede «il giudice,
nell’assumere le prove a norma dell’art. 666 comma 5 del codice, provvede senza
particolari formalità anche per quanto concerne la citazione e l’esame dei testimoni e
l’espletamento della perizia», consentendo di superare qualsiasi obiezione
sull’inammissibilità di attività istruttoria perché incompatibile con la struttura
dell’udienza camerale; a sua volta l’art. 327-bis, comma 2,cod. proc. pen., riconosce la
legittima praticabilità di indagini difensive «per ricercare ed individuare elementi di
prova a favore del proprio assistito» (comma 1), «in ogni stato e grado del
procedimento, nell’esecuzione e per promuovere il giudizio di revisione»”, tanto
implicando la facoltà di sottoporre al vaglio critico del giudice i documenti così formati
o di chiedere l’esame delle fonti dichiarative individuate e previamente compulsate.
3.3. Venendo ora alla considerazione della natura del processo di prevenzione,
finalizzato a contenere la pericolosità individuale mediante imposizione di limitazioni
della libertà personale ed a colpire l’accumulo di forme di ricchezza illegalmente
acquisita mediante la sottrazione ai loro titolari, tenendo conto dell’interpretazione
ormai consolidata della giurisprudenza costituzionale e sovranazionale, non è
discutibile che si tratti di procedimento giurisdizionale, sottoposto al rispetto di principi
fondamentali del processo penale e qualificato come tale dall’intervento decisionale di
autorità giudicante terza rispetto alle parti, dalla contestazione di una forma specifica
di pericolosità e dalla formulazione di precisa “proposta” nel rispetto dei principi di
legalità e tassatività della stessa e delle misure da applicarsi, dal contraddittorio in
tutte le fasi procedimentali, dall’inviolabilità del diritto di difesa, dal doppio grado di
giurisdizione di merito e dalla possibilità di esperire mezzi d’impugnazione per ottenere
la revisione della decisione denunciata come ingiusta o illegittima.
Pur senza voler negare la diversità di struttura e di finalità rispetto al processo
penale che connota il procedimento di prevenzione, in quanto, il primo volto ad
accertare un determinato fatto-reato per il quale è stata esercitata l’azione penale dal
magistrato requirente, il secondo riguardante la pericolosità del soggetto, rivelata da
condotte non necessariamente quanto costituenti ex se reati, a seguito dell’assunzione
dell’iniziativa di formulare la domanda da parte di soggetti estranei all’ordine
giudiziario, perché appartenenti all’apparato amministrativo dello Stato (C. cost.,
sentenza n. 275 del 1996), ciò nonostante, come avvertito dalle Sezioni Unite di
questa Corte (Sez. U, n. 13426 del 25/03/2010, Cagnazzo, Rv. 246271) in riferimento
alla riconosciuta estensione al processo di prevenzione del divieto di utilizzo probatorio
delle intercettazioni illegalmente disposte nel corso delle indagini preliminari, •
l’autonomia dei due procedimenti quanto a decisioni e forme processuali «sta a
denotare la reciproca “insensibilità” delle acquisizioni dell’una sede rispetto a quelle
dell’altra e, dunque, l’assenza di connotati di pregiudizialità dei relativi moduli di
giudizio dei due procedimenti». In altri termini, l’oggetto dell’accertamento differisce
ed impone una «diversa “grammatica probatoria” che deve sostenere i rispettivi
giudizi».
Tanto però, ad avviso del Collegio, non legittima la conclusione della
sottoposizione del giudizio di prevenzione ad una disciplina – individuata in via
interpretativa e in assenza di precisi indici normativi, anzi con previsioni opposte – che
in materia di contraddittorio e del diritto alla prova imponga al proposto o al terzo
interessato al procedimento limitazioni alle facoltà deduttive legate soltanto alla natura
del mezzo istruttorio, con esiti incoerenti con i principi del giusto processo.
In particolare, sul tema del necessario rispetto del contraddittorio, esigenza di
matrice costituzionale perché elevata a principio generale di ogni processo dall’art. 111
Cost., sin dal 1993 la Suprema Corte di Cassazione ha affermato che «Il processo di
progressiva “giurisdizionalizzazione” del sistema delle misure di prevenzione, favorito
dalla costante evoluzione giurisprudenziale, impone, in linea di principio, l’osservanza
delle garanzie del diritto di difesa, in tutte le possibili estrinsecazioni» (sez. 5, n. 3311
del 25/10/1993, Ascione, Rv. 196298). Il diritto di difesa con l’ampiezza così
riconosciuta non può non estendersi anche al settore delle prove ed alla facoltà di
“difendersi provando”, indicata dall’art. 6 della Convenzione europea per i diritti
dell’uomo e delle libertà fondamentali quale garanzia perché il processo sia equo, che
esplicita come tale facoltà si possa esercitare mediante il diritto di interrogare e fare
interrogare i testi che riferiscono circostanze a carico, di ottenere la citazione e l’esame
dei testi a discarico e l’acquisizione di ogni altro mezzo di prova che incrementi la base
conoscitiva a disposizione del decidente in riferimento ai fatti oggetto della decisione.
Se così è, non pare accettabile che il diritto alla prova sia comprimibile per effetto di
divieti applicativi legati alla natura del mezzo di reperimento dei dati di conoscenza che
non siano ragionevolmente imposti da disposizione di legge a tutela di altri valori di
eguale rilevanza costituzionale.
Con ciò – si ripete – non s’intende negare che, per le già richiamate sue peculiari
finalità e per la sua disciplina positiva, non possa operarsi la perfetta assimilazione del
processo di prevenzione a quello penale di cognizione sul piano della regolamentazione
delle indagini preliminari e della formazione della prova in dibattimento, ma si vuole
soltanto affermare che la deroga ai principi del giusto processo non può ricavarsi per
effetto di opzioni interpretative non supportate da chiara previsione normativa e che si
pongono in contrasto, sia con l’art. 6 CEDU che, in quanto norma interposta in
relazione all’art. 117 Cost., rappresenta anche il paradigma di riferiment nella
ricostruzione del significato e nella finalità delle disposizioni degli ordinamenti
nazionali, sia con i pronunciamenti della giurisprudenza della Corte EDU e di quella
costituzionale in materia.
Al riguardo, la Corte di Strasburgo ha riconosciuto la riferibilità delle disposizioni
di cui l’art. 6 della Convenzione sul giusto processo anche al procedimento di
prevenzione italiano e ha osservato che «l’ammissibilità delle prove dipende
essenzialmente dalle norme del diritto nazionale e spetta in linea di principio ai giudici
interni, in particolare ai tribunali, di interpretare tale legislazione. Il ruolo della Corte è
limitato alla verifica della compatibilità con la Convenzione degli effetti di tale
interpretazione» ed escluso l’iniquità del procedimento di prevenzione, come delineato
dalla legislazione nazionale anche mediante il ricorso a presunzioni – istituto ritenuto
compatibile con le norme convenzionali (Corte EDU, sez. 2, sentenza del 17/06/2014,
Cacucci e Sabatelli contro Italia) ed espressamente previsto nella Direttiva del
Parlamento Europeo n. 2014/42/UE, approvata il 25/2/2014 -, per la sufficiente
garanzia di effettività del contraddittorio e del diritto di difesa che assicura, a ragione
dell’essere il proposto rappresentato da un avvocato di fiducia; del riconoscimento
della facoltà di partecipare alla procedura e presentare memorie ed i mezzi di prova
necessari per tutelare i suoi interessi in contraddittorio con la parte pubblica dinanzi a
tre organi di giudizio successivi; e dell’obbligo per i giudici italiani della prevenzione di
basare la loro decisione, non su meri sospetti, ma sull’accertamento e sulla valutazione
oggettiva dei fatti rappresentati dalle parti (tra le più recenti: Corte EDU Sez. 2
sentenza del 26/7/2011, Pozzi e altri contro Italia; Sez. 2, sentenza del 17/5/2011,
Capitani e Campanella contro Italia; Sez. 2, sentenza del 26/7/2011, Paleari contro
Italia).
Su posizioni analoghe anche le Sezioni Unite di questa Corte, che nella recente
pronuncia n. 4880 del 26/06/2014, Spinelli, Rv. 262606, hanno ribadito l’inviolabilità
del contraddittorio nel giudizio di prevenzione, in quanto «in tema di confisca di
prevenzione, anche a seguito delle modifiche apportate all’art. 2-ter, comma terzo,
primo periodo, della legge n. 575 del 1965, dalla legge 24 luglio 2008 n. 125, spetta
alla parte pubblica l’onere della prova della sproporzione tra beni patrimoniali e
capacità reddituale del soggetto, nonché della illecita provenienza dei beni,
dimostrabile anche in base a presunzioni, mentre è riconosciuta al proposto la facoltà
di offrire prova contraria». E proprio in riferimento ad un sistema processuale che
ammette come legittimo anche il ricorso alla prova presuntiva dalla valenza relativa
per la possibilità di offrire prova contraria, accordata al soggetto destinatario della
confisca mediante «la mera allegazione di fatti, situazioni od eventi che,
ragionevolmente e plausibilmente, siano atti ad indicare la lecita provenienza dei beni
oggetto di richiesta di misura patrimoniale e siano, ovviamente, riscontrabili» (Sez.U.
Spinelli, citata), la legalità dello statuto probatorio non può che postulare l’estensione
delle facoltà deduttive della parte privata anche all’indicazione di qualsiasi controprova
pertinente ed alla richiesta della sua ammissione, non costituendo sufficiente garanzia
di parità tra le parti e di corretta ed efficace esplicazione del contraddittorio, la mera
prospettazione di fatti favorevoli quando non si accompagni anche all’individuazione
del mezzo per poter far entrare quei fatti nel patrimonio conoscitivo del decidente ed
alla possibilità di ottenerne l’assunzione.
4. Resta da verificare a questo punto entro quali limiti la mancata ammissione da
parte del giudice di merito di controprova richiesta dai terzi nel processo prevenzionale
possa essere dedotta nel giudizio di legittimità.
4.1 E’ noto l’orientamento meno recente, ma riaffermato in verità in modo
meramente ripetitivo, senza un’illustrazione puntuale delle ragioni giustificatrici ed un
raffronto con le garanzie del giusto processo e senza considerare la necessità di
adottare un’interpretazione adeguatrice delle norme processuali, secondo il quale, nei
procedimenti che si svolgono in camera di consiglio – come è per quelli di prevenzione,
di sorveglianza e di esecuzione – non sono applicabili le norme sulla mancata
assunzione di una prova decisiva (art. 606, comma 1, lett. d, cod. proc. pen.,) e sul
diritto dell’imputato all’ammissione della prova a discarico sui fatti oggetto di prova a
carico, poiché, a norma dell’art. 495, comma 2, cod. proc. pen., il diritto
all’ammissione alla prova a discarico è previsto soltanto per il giudizio dibattimentale
(Sez. 5, n. 45139 del 23/04/2013, Casamonica, Rv. 257542; Sez. 1, n. 8641 del
10/02/2009, Giuliana, Rv. 242887; Sez. 1, n. 38947 del 01/10/2008, Greco, Rv.
241309; Sez. 3, n. 1779 del 12/08/1993, Cova, Rv. 195977).
4.2 Tale affermazione di principio, pur ricevendo innegabile alimento dalla
previsione testuale dell’art. 606 e dal raccordo sistematico tra la tassatività dei vizi
rappresentabili nel giudizio di cassazione ed il regime di deducibilità della controprova,
stabilito dall’art. 495 per il solo processo di cognizione, non può essere contraddetta in
linea generale. Ciò nonostante, in riferimento alla specifica condizione processuale del
terzo partecipe del processo di prevenzione – gravato ai sensi dell’art. 2-ter I. n. 575
del 1965 dell’onere di controdedurre in ordine alla proposta applicativa, esito di
complesse indagini patrimoniali e non, per non dovere soggiacere agli effetti
pregiudizievoli in termini di privazione definitiva della proprietà dei beni del regime
presuntivo, superabile soltanto mediante prova contraria, di fittizietà del trasferimento
e delle intestazioni di beni, effettuate a titolo gratuito, fiduciario o comunque anche
oneroso in suo favore nei termini temporali stabiliti -, è direttamente la legge
ordinaria, mediante le disposizioni dei citati artt. 2-ter I. n. 575 del 1965 e 23 d.lgs. n.
159 del 2011 – a prevedere ed esigere non soltanto un generico potere di
sollecitazione al giudice per approfondimenti istruttori su temi fattuali rilevanti, ma
l’assunzione di iniziative volte alla formulazione di richieste probatorie, aventi ad
oggetto strumenti conoscitivi “utili” ai fini della decisione sulla confisca. Il diniego di
tali mezzi, se non supportato da alcuna motivazione, oppure da motivazione incongrua
ed irragionevole perché elusiva delle norme positive generali quali l’art. 666 cod. proc.
pen. e di quelle specificamente riguardanti la posizione del terzo, sostanzia dunque il
vizio di violazione di legge deducibile quale motivo di ricorso per cassazione. Tale
soluzione appare frutto dell’analisi testuale delle disposizioni e dell’interpretazione della
disciplina sul ricorso per cassazione che la conforma alle previsioni convenzionali
dell’art. 6 CEDU, laddove stabilisce a favore dei soggetti terzi un nucleo di garanzie
minime, inclusivo della facoltà di dedurre mezzi di prova (Corte EDU, Sez. 2, sentenza
del 5/1/2010, Bongiorno ed altri contro Italia), e rende effettivo ed accessibile il diritto
alla prova anche attraverso la possibilità di revisione da parte del giudice di legittimità
della decisione che lo abbia compresso. Del resto, anche nella recentissima pronuncia
Sez. U, n. 27620 del 28/04/2016, Dasgupta, Rv. 267486, si è ripetuto che «I principi
contenuti nella Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle
libertà fondamentali, come definiti nella giurisprudenza consolidata della Corte EDU,
pur non traducendosi in norme direttamente applicabili nell’ordinamento nazionale,
costituiscono criteri di interpretazione – convenzionalmente orientata – ai quali il
giudice nazionale è tenuto a ispirarsi nell’applicazione delle norme interne».
Va quindi formulato il seguente principio di diritto: “Il terzo interessato chiamato a
partecipare al procedimento per l’applicazione di misure di prevenzione, compresa la
confisca con effetti ablatori definitivi del diritto di proprietà e destinatario della
presunzione relativa di fittizia intestazione di beni in realtà riferibili al proposto, può
dedurre col ricorso per cassazione il vizio di violazione di legge in caso il
provvedimento impugnato non offra alcuna motivazione al rigetto delle istanze
istruttorie, o la motivazione sia in contrasto con la disciplina positiva e con i principi del
contraddittorio e del diritto alla prova ed alla controprova, come stabiliti dagli artt. 2-
ter I. n. 575 del 1965 e 23 d.lgs. n. 159 del 2011 e dall’art. 6 Convenzione EDU, che
costituisce il parametro d’interpretazione delle norme dei singoli ordinamenti statuali».
5. In definitiva il panorama degli interventi esegetici come sopra riassunti ed il
riferimento nelle disposizioni positive che presiedono al processo di prevenzione alla
possibilità da parte del giudice di ammettere testimonianze da assumere all’udienza
camerale o a distanza, da intendersi come riferite a prove sia disposte d’ufficio sia
richieste dalle parti, compreso il proposto e gli eventuali terzi, avvalora la conclusione
dell’insussistenza di alcuna preclusione all’ammissibilità della prova per testi e
dell’assenza di ostacoli normativi o logici alla sua introduzione in riferimento ad uno
specifico oggetto, ossia ai fatti di cui s’intende offrire dimostrazione, quand’anche
riguardanti flussi finanziari.
Non s’ignora che nella prassi giudiziaria l’istruttoria ha natura prevalentemente
cartolare con assegnazione di principale rilievo alle informative di polizia, ai documenti
acquisiti in base ad indagini patrimoniali, alle sentenze emesse in altri procedimenti ed
ai verbali di prove in questi formati. Ciò non esclude, tuttavia, che possa farsi ricorso,
anche, a prove dichiarative.
Deve, perciò, pervenirsi alla formulazione del seguente principio di diritto «nel
procedimento di prevenzione, né la sua natura speciale rispetto al processo penale, né
esigenze di speditezza nella trattazione e di più agevole consultazione degli atti,
consentono di ritenere vietate le prove dichiarative, specie se queste costituiscano
l’unico strumento a disposizione del proposto o dei terzi per superare un giudizio
presuntivo e quindi per avvalersi del diritto di difesa rispetto alla contestazione di
pericolosità o di illecita accumulazione di ricchezza; e neppure è consentito
subordinarne l’ingresso nel processo di prevenzione secondo una sorta di gerarchia
delle prove che orienta le scelte decisionali all’ammissione degli atti già costituiti e solo
in via residuale anche delle testimonianze o di altre prove diverse a condizione che i
primi vi offrano almeno un parziale riscontro».
6. Nel caso specifico, il decreto in esame rivela un errore giuridico di fondo, sia
per avere ritenuto che la natura del procedimento fosse incompatibile in assoluto ed in
via generale con la prova testimoniale, sia per avere espresso una presunzione di
inattendibilità della stessa in dipendenza della qualità personale dei soggetti che
avrebbero dovuto fornirla senza si fosse trattato dei soggetti direttamente coinvolti
dalla procedura e portatori di interessi da questa intaccati, in tal modo anticipando in
modo improprio e metodologicamente scorretto il giudizio conducibile dopo l’avvenuta
escussione della fonte in relazione alla possibilità concreta di apprezzarne il contenuto.
Con tali rilievi non s’intende affermare che il diritto di difesa ed al
contraddittorio implichi per la parte l’ammissione incondizionata della prova per testi in
ogni caso e ad ogni condizione; la prova dichiarativa, come ogni tipo di prova, è
sempre soggetta al vaglio preliminare di pertinenza e congruità al thema decidendum
e di specificità delle relative circostanze, anche ai fini che in questo caso interessano,
della decisione sulla confisca, come stabilito dall’art. 2-ter I. n. 575 del 1965 e dall’art.
23, comma 3, d. Lgs. n. 159 del 2011.
Per le ragioni esposte, e in tali limiti, il provvedimento impugnato va annullato
con rinvio alla Corte di appello di Napoli, che procederà, in diversa composizione alla
luce dei principi generali dell’art. 34 cod. proc. pen., alla rinnovata valutazione
dell’appello alla luce dei principi di diritto sopra enunciati.
P. Q. M.
Annulla il provvedimento impugnato e rinvia per nuovo esame alla Corte di
appello di Napoli in diversa composizione.
Così deciso in Roma, il 6 luglio 2016.

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