Sequestro Preventivo – Cassazione Penale 24/08/2016 N° 35454

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione III

Data: 24/08/2016

Numero: 35454

Testo completo della Sentenza Sequestro preventivo – Cassazione penale 24/08/2016 n° 35454:

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SENTENZA sul ricorso proposto da Banca Apulia S.p.A. avverso l’ordinanza dell’11/1/2016 del Tribunale del riesame di Roma; visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso; sentita la relazione svolta dal consigliere Enrico Mengoni; lette le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale, che ha concluso chiedendo l’annullamento dell’ordinanza limitatamente al secondo motivo, con rigetto nel resto RITENUTO IN FATTO 1. Con ordinanza dell’11/1/2016, il Tribunale del riesame di Roma rigettava il ricorso proposto da Banca Apulia s.p.a. avverso il decreto di sequestro preventivo emesso il 9/12/2015 dal Giudice per le indagini preliminari del locale Tribunale, così confermando il vincolo su un conto corrente (con saldo attivo di 10.119,50 euro), un conto dossier titoli istituito a garanzia di 5.065 azioni (per un controvalore di 154.482,50 euro) ed un conto corrente pegno (del valore di 100.000 euro) nella disponibilità di David Biancifiori, indagato per plurimi delitti di cui al d. Igs. 10 marzo 2000, n. 74; a parere del Collegio, i pegni costituiti sul conto titoli e sul secondo conto corrente dovevano qualificarsi come regolari, non già irregolari, sì da dover esser sottratti alla disponibilità dell’indagato con la misura in esecuzione. 2. Propone diffuso ricorso per cassazione la Banca Apulia, a mezzo del proprio difensore, deducendo i seguenti motivi: – inosservanza ed erronea applicazione degli artt. 1782, 1834, 1851, 1852 ss. cod. civ.. Il Tribunale avrebbe ritenuto configurato un pegno regolare in forza di numerosi elementi, tutti privi di significativo rilievo; l’unico dato decisivo, infatti, sarebbe rappresentato dalla circostanza che il vincolo sarebbe stato disposto su somme oggetto di deposito bancario (cui accedeva un contratto di conto corrente), le quali – ai sensi dell’art. 1834 cod. civ. – divengono automaticamente di proprietà della banca, a prescindere dall’eventuale costituzione del pegno. Questo, infatti, inciderebbe sul titolo giustificativo (non più solo custodia, ma garanzia), comportando una novazione dell’obbligazione, ma non intaccherebbe il diritto dominicale in capo alla banca; la quale – essendo già ab origine proprietaria del bene – non potrebbe dunque costituire sullo stesso che un pegno irregolare ex art. 1851 cod. civ., come tale insuscettibile di confisca per equivalente, giusta costante giurisprudenza di questa Corte; – inosservanza ed erronea applicazione degli artt. 125, 321, 322, 324, comma 5, cod. proc. pen., 240 cod. pen., 2786 ss. cod. civ.. L’ordinanza avrebbe omesso qualsivoglia motivazione con riguardo alla domanda subordinata sollevata con il gravame, con la quale si chiedeva – quantomeno – la limitazione dell’efficacia del provvedimento di sequestro alle sole facoltà inerenti alla posizione dell’indagato, impregiudicate le facoltà correlativamente spettanti alla banca sui medesimi beni sottoposti a vincolo. Al riguardo, il Collegio di merito avrebbe erroneamente affermato che l’istituto di credito aveva chiesto di esser nominato custode, e che comunque l’affidamento della custodia è scelta discrezionale del Giudice; ciò, però, non risponderebbe al vero, poiché l’istanza sarebbe stata volta soltanto ad ottenere la limitazione del vincolo nei termini appena citati, peraltro in conformità con la costante giurisprudenza di legittimità che impone tale scissione delle rispettive sfere di disponibilità. 3. Con requisitoria scritta del 15/4/2016, il Procuratore generale presso questa Corte ha chiesto rigettarsi il primo motivo di ricorso, poiché infondato alla luce dell’accertata disponibilità delle somma in pegno in capo all’indagato, ed accogliersi il secondo, annullando sul punto l’ordinanza. 2 CONSIDERATO IN DIRITTO 4. Il gravame risulta fondato limitatamente al secondo motivo, emergendo il primo, per contro, come meritevole di rigetto. Al riguardo, osserva innanzitutto questa Corte che, in sede di ricorso per cassazione proposto avverso provvedimenti cautelari reali, l’art. 325 cod. proc. peri, ammette il sindacato di legittimità soltanto per motivi attinenti alla violazione di legge. Nella nozione di “violazione di legge” rientrano, in particolare, la mancanza assoluta di motivazione o la presenza di motivazione meramente apparente, in quanto correlate all’inosservanza di precise norme processuali, ma non l’illogicità manifesta, la quale può denunciarsi nel giudizio di legittimità soltanto tramite lo specifico e autonomo motivo di ricorso di cui alla lett. e) dell’art. 606 stesso codice (v., per tutte: Sez. U, n. 5876 del 28/01/2004, P.C. Ferazzi in proc. Bevilacqua, Rv. 226710; Sez. U, n. 25080 del 28/05/2003, Pellegrino S., Rv. 224611). 5. Ciò premesso, ritiene il Collegio – con riferimento alla prima doglianza – che la stessa, dietro la parvenza della violazione di plurime disposizioni codicistiche, contenga di fatto una censura all’apparato motivazionale del provvedimento, nei termini dell’illogicità, sì da non poter esser ammessa in questa sede; la questione – relativa al solo conto corrente n. 014 6014570144190 – afferisce alla natura del pegno costituito con la lettera del 4/3/2015 (per 100.000,00 euro a fronte di un fido di 250.000,00 euro), regolare od irregolare, ed alla risposta che il Tribunale ha fornito sul punto. Risposta che, a giudizio della Corte, risulta tutt’altro che assente o meramente apparente, e men che meno violativa delle norme indicate nel gravame, sì da non poter essere censurata sul punto con l’invocato annullamento dell’ordinanza. Al riguardo, appare opportuna una premessa. 6. L’art. 1851 cod. civ. (Pegno irregolare o garanzia di anticipazione) stabilisce che “Se, a garanzia di uno o più crediti, sono vincolati depositi di danaro, merci o titoli che non siano stati individuati o per i quali sia stata conferita alla banca la facoltà di disporre, la banca deve restituire solo la somma o la parte delle merci o dei titoli che eccedono l’ammontare dei crediti garantiti. L’eccedenza è determinata in relazione al valore delle merci o dei titoli al tempo della scadenza dei crediti.” Orbene, come costantemente affermato dalla giurisprudenza di questa Corte (ex multis, Sez. 3, n. 42464 del 10/6/2015, Banca Popolare di Marostica, Rv. 265393; Sez. 1, 17 ottobre 2013, n. 49719, Rv. 257823), il pegno irregolare in tema di anticipazione bancaria risponde ad uno schema negoziale di portata generale ed è accomunabile al pegno c.d. “regolare” (artt. 2784 c.c. e ss.) sia 3 per il profilo strutturale della “natura reale” del contratto, sia per il profilo funzionale della condivisa “causa di garanzia”. Esso è, però, connotato da una sua specificità di contenuto e di effetti; in particolare, quello reale, che nel pegno regolare si esaurisce nella creazione di uno ius in re aliena opponibile erga omnes, assume, invece, nel pegno irregolare la più ampia valenza di un vero e proprio trasferimento di proprietà delle cose attribuite in garanzia. Inoltre, l’obbligazione restitutoria gravante sul creditore concerne il tantundem di quanto ricevuto in garanzia, mentre nel pegno regolare ha ad oggetto la medesima res di cui egli ha avuto temporaneamente la detenzione. In sintesi, il pegno irregolare può essere definito come il contratto con cui il garante consegna e attribuisce in proprietà al creditore denaro o beni aventi un prezzo corrente di mercato, e per ciò reputati fungibili con il denaro, dei quali l’accipiens deve restituire il tantundem solo se e quando interviene l’adempimento dell’obbligazione garantita; altrimenti, l’obbligazione restitutoria attiene all’eventuale eccedenza del valore dei beni trasferiti in proprietà rispetto al valore della prestazione garantita rimasta inadempiuta (Cass. civ., Sez. U., 14 maggio 2001, n. 202; 25 ottobre 2011, n. 16725). Il contratto di pegno irregolare, di conseguenza, non elimina il diritto a pretendere l’adempimento, quanto piuttosto esaurisce in limine l’interesse del creditore a percorrere la via della esecuzione forzata, essendo anticipato con lo strumento negoziale l’effetto finale della tutela processuale. Ne consegue, per quanto qui rileva, che il sequestro penale presso il creditore di beni costituiti dall’indagato-debitore in pegno irregolare vincolerebbe, a garanzia degli interessi perseguiti con la misura cautelare reale, beni non più di proprietà del costituente, non potendo d’altra parte il sequestro presso terzi avere ad oggetto crediti puramente eventuali; dal che, l’illegittimità della misura (tra le altre, Sez. 3, n. 40784 del 12/5/2015, Gagliardelli, Rv. 264988; Sez. 1, n. 49719 del 17/10/2013, Cassa Rurale-Banca di credito cooperativo di Treviglio, Rv. 257823). 7. Ciò premesso, come correttamente affermato dall’ordinanza impugnata la configurabilità del pegno irregolare deve esser verificata alla luce di due elementi «caratterizzanti e costitutivi», quali la fungibilità del bene oggetto della garanzia ed il potere dispositivo in capo al creditore; elementi che, peraltro, devono esser verificati nel loro concreto atteggiarsi, per come voluto dalle parti nel contratto sottoscritto, ed a prescindere dal formale nomen iuris che le stesse hanno voluto assegnare al negozio medesimo, di rilevanza meramente indicativa. Ed allora, il provvedimento in esame – al riguardo – ha innanzitutto esaminato le clausole del contratto di pegno del 7/1/2015 avente ad oggetto 5.065 titoli della Banca Veneto s.p.a., concesso dal Biancifiori a garanzia di un fido per 500 mila euro; all’esito di questa verifica, lungamente motivata (pagg. 4 5 -8) il Collegio ha quindi ritenuto sussistenti i tipici indici di un pegno regolare, evidenziando, tra l’altro, che: 1) le parti avevano fatto riferimento a strumenti finanziari dematerializzati e non, «tanto che nel riquadro descrittivo dell’oggetto del pegno si fa indicazione di titoli della Banca con un codice ISIN preciso»; 2) era stata fornita alla banca analitica indicazione per la vendita dei titoli, in caso di inadempimento (art. 7), quel che «è del tutto stridente con la fattispecie del pegno irregolare»; 3) l’art. 13 del contratto richiamava l’art. 45 del regolamento Consob del 23/12/1998 e succ. modd., da ritenersi applicabile esclusivamente alle ipotesi di pegno regolare. Considerazioni all’esito delle quali il Tribunale ha concluso – quanto alla garanzia costituita sui titoli – nei termini del negozio da ultimo citato; considerazioni, ancora, sulle quali il ricorso non spende alcuna considerazione, e da ritenere pertanto non contestate. 8. Quanto precede assume poi particolare rilievo nell’ottica (questa sì) evidenziata dalla Banca con il presente ricorso, relativa al pegno costituito sul conto corrente; ed invero, il primo indice che l’ordinanza ha impiegato per ritenere – anche in questo caso – la sussistenza di un pegno regolare è proprio che «il contratto stipulato il 4/3/2015 avente ad oggetto il saldo di conto corrente ha le identiche clausole di quello previsto per gli strumenti finanziari; clausole che mal si attagliano alla peculiare fattispecie, ove deve necessariamente assumere rilievo decisivo la volontà delle parti». Ancora, il Collegio di merito ha sottolineato che, al momento del sequestro, il conto era intestato al costituente (Biancifiori), soggetto diverso dal debitore (la “DI BI Technology s.r.I., a lui riconducibile), e nessun trasferimento della banca era stato disposto; e che, pur essendo l’obbligazione principale scaduta da mesi, la banca creditrice non aveva effettuato alcuna operazione volta all’acquisizione definitiva dei beni. In forza di questi elementi oggettivi, l’ordinanza ha quindi concluso che «la mancanza di disposizioni specifiche nella regolamentazione pattizia, soprattutto con riferimento ai poteri esercitabili dalla banca in caso di inadempimento del debitore alla scadenza del debito garantito, anzi il riferimento (art. 7 del contratto) a procedure di esecuzione, induce a ritenere che anche in questo caso le parti abbiano inteso stipulare un contratto di pegno regolare, non potendosi ritenere implicitamente, in forza solo della natura del bene oggetto di pegno, realizzata la funzione traslativa» e, pertanto, dispositiva del bene. 9. Orbene, tale ultimo riferimento, a parere del Collegio, risulta di centrale rilievo nell’ottica in esame, invero relativa all’imposizione di una misura volta a privare un soggetto – per l’appunto – della disponibilità di un bene, nel timore che questa possa frustrare la successiva confisca dello stesso, in caso di condanna. In altri termini, e come adeguatamente indicato dal Tribunale del 5 riesame, l’elemento rilevatore della “regolarità/irregolarità” del pegno deve esser rinvenuto, più che nel dato formale (sul quale unicamente si fonda il primo motivo di gravame), nel profilo sostanziale della disponibilità di quanto sottoposto a vincolo: qualora detta disponibilità residui in capo al debitore – come evidenziato nell’ordinanza – il pegno non può esser qualificato come irregolare, a prescindere dalla forma che si è attribuita allo stesso, così giustificandosi una misura cautelare la cui ratio è, per l’appunto, quella di privare l’indagato della disponibilità medesima del bene. 10. E senza che – come accennato – possano rilevare in questa sede le valutazioni astratte compiute dalla banca ricorrente, legate alla tipicità del contratto di deposito bancario ed alla lettera dell’art. 1834 cod. civ. (a mente del cui comma 1 “Nei depositi di una somma di danaro presso una banca, questa ne acquista la proprietà, ed è obbligata a restituirla nella stessa specie monetaria„ alla scadenza del termine convenuto ovvero a richiesta del depositante, con l’osservanza del periodo di preavviso stabilito dalle parti o dagli usi”) e dell’art. 1782 cod. civ. (per il cui comma 1 “Se il deposito ha per oggetto una quantità di danaro o di altre cose fungibili, con facoltà per il depositario di servirsene, questi ne acquista la proprietà ed è tenuto a restituire altrettante della stessa specie e qualità”), non anche al negozio effettivamente voluto e stipulato dalle parti con la successiva costituzione del pegno, per come interpretato dal Tribunale con affermazioni non manifestamente illogiche e fondate su oggettivi riscontri investigativi e documentali, a muover dalla lettera del contratto medesimo; valutazioni, quelle della ricorrente, che dunque prescindono dal profilo sostanziale dell’accordo e dall’individuazione del soggetto nella cui disponibilità – unico profilo decisivo, si ribadisce – le somme si trovavano. Soggetto che, peraltro, lo stesso gravame individua proprio nell’indagato Biancifiori, allorquando – con riferimento al secondo motivo, fondato – afferma che «in forza della concessione dei suddetti pegni, il soggetto concedente (l’indagato, n.d.e.) può ora vantare solo una residuale disponibilità sugli stessi». La doglianza, pertanto, deve essere rigettata. 11. Fondato, per contro, risulta il secondo motivo, relativo alla domanda subordinata proposta dalla banca con il gravame di merito, ed oggetto di risposta solo apparente da parte del Collegio; domanda con la quale la Banca Apulia chiedeva che il vincolo, quantomeno, fosse limitato alle facoltà inerenti alla posizione dell’indagato, impregiudicate quelle correlativamente spettanti sugli stessi beni al creditore pignoratizio (ad esempio, il diritto di voto derivante dalle azioni). 12. Al riguardo, occorre rilevare che – come già affermato da questa Corte (Sez. 3, n. 44010 del 24/9/2015, Veneto Banca, non massimata) e richiamato 6 dalla ricorrente – risulta fondamentale l’insegnamento delle S.U. 18 maggio 1994 n. 9, che – proprio in un caso di sequestro di titoli dall’indagato costituiti in pegno a favore di un istituto di credito – riconosce sì che il sequestro preventivo (in quel caso si trattava della fattispecie di cui all’articolo 321, primo comma, cod. proc. pen.) “può avere ad oggetto anche beni che siano stati costituiti dall’indagato in pegno regolare, e ciò in quanto la disponibilità di questi da parte del creditore, pur penetrante, non può essere considerata assoluta né esaustiva di tutte le facoltà spettanti al debitore garante il quale, oltre all’eventuale recupero dell’eccedenza del pegno, può sempre alienare il bene o attivarsi per l’estinzione dell’obbligazione ed ottenere la restituzione dell'”eadem res” fornita in garanzia”, ma precisa che in questo caso comunque “il giudice di merito che dispone la misura può limitare l’estensione del vincolo alle facoltà spettanti al debitore indagato o imputato, lasciando impregiudicate le facoltà di esclusiva pertinenza del creditore pignoratizio estraneo all’illecito penale; ed anzi tale scissione delle rispettive sfere di disponibilità, ai fini di una diversa diversificazione dell’ambito di efficacia del vincolo, è da considerarsi doverosa quando le esigenze cautelari che fondano la misura consistono nel pericolo di commissione di nuovi reati, o di aggravamento di quelli già commessi, derivante soltanto dal comportamento del debitore indagato.” Tale lettura, pur ormai risalente, viene tuttora seguita dalla giurisprudenza di questa Suprema Corte (conformi Sez. 2, 21 ottobre 2003 n. 47400 e Sez. II, 7 novembre 2008 n. 45400; e cfr. pure Sez. 3, 27 gennaio 1998 n. 379, nonché, sostanzialmente sulla stessa linea a proposito dei limiti di incidenza della successiva confisca sui beni oggetto di pegno, S.U. 28 aprile 1999 n. 9, alla quale parimenti ha aderito la giurisprudenza successiva). Compete, pertanto, al Giudice che sequestra, o, in caso di ricorso, al Giudice del riesame, valutare se sia il caso di limitare il vincolo per scindere la posizione del creditore rispetto a quella dell’indagato ai fini dell’efficacia della cautela; quello che il Giudice deve operare, invero, non è un automatico e totale assoggettamento del terzo all’interesse pubblico, bensì un bilanciamento, per quanto possibile ovvero nella misura ottimale, tra quest’ultimo e l’interesse privato. 13. Ciò premesso, osserva la Corte che la motivazione sulla presente doglianza risulta – come accennato – meramente apparente, essendosi il Collegio di merito limitato ad affermare che “l’affidamento della custodia dei beni sequestrati è scelta discrezionale del giudice sulla quale i terzi non possono comunque interloquire” e che “nemmeno la nomina della Banca quale custode consentirebbe alla stessa di soddisfarsi sui beni medesimi fino a concorrenza del vantato credito”. Quel che, all’evidenza, non costituisce quel bilanciamento di interessi appena citato che, per contro, il Giudice è chiamato a compiere. Con conseguente annullamento dell’ordinanza sul punto. 7 Annulla con rinvio l’ordinanza impugnata al Tribunale di Roma. Così deciso in Roma, il 12 luglio 2016

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