Sequestro Penale – Cassazione Penale 12/09/2017 N° 41541

Sequestro penale – Cassazione penale 12/09/2017 n° 41541 leggi la sentenza gratuitamente su leggesemplice.com

Cassazione penale

Consulta tutte le sentenze della cassazione penale

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine

Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione III

Data: 12/09/2017

Numero: 41541

Testo completo della Sentenza Sequestro penale – Cassazione penale 12/09/2017 n° 41541:

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine 

Penale Sent. Sez. 3 Num. 41541 Anno 2017
Presidente: AMOROSO GIOVANNI
Relatore: CERRONI CLAUDIO
Data Udienza: 16/05/2017

SENTENZA
sui ricorsi proposti da
1. Granata Ciro, nato a Napoli il 03/08/1994
2. Prisco Giovanni, nato a Torre del Greco il 04/08/1974
avverso l’ordinanza del 09/09/2016 del Tribunale di Napoli
visti gli atti, il provvedimento impugnato e i ricorsi;
udita la relazione svolta dal consigliere Claudio Cerroni;
lette le richieste del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore
generale Luigi Birritteri, che ha concluso per l’inammissibilità dei ricorsi
RITENUTO IN FATTO
1. Con ordinanza del 9 settembre 2016 il Tribunale di Napoli, in funzione di
Giudice del riesame, ha confermato il decreto di sequestro probatorio emesso il
14 luglio 2016 dal Pubblico ministero nei confronti di Ciro Granata e Giovanni
Prisco in relazione al reato di cui agli artt. 40 e 49 d.lgs. 26 ottobre 1995, n.
504, ed avente ad oggetto la documentazione contabile ed informatica
necessaria per verificare l’eventuale scarico abusivo di carburante in relazione
altresì alla possibile sottrazione al pagamento delle accise da parte di tutti coloro
che erano interessati al commercio del prodotto petrolifero.
2. Avverso il predetto provvedimento gli interessati, tramite il difensore,
hanno proposto ricorsi per cassazione formulando tre articolati motivi
d’impugnazione.
2.1. Col primo motivo i ricorrenti hanno lamentato l’illegittima acquisizione e
detenzione da parte della Polizia giudiziaria della documentazione appresa
nell’ambito della perquisizione disposta, per i reati di truffa colà perseguiti, dal
Pubblico ministero presso la Procura della Repubblica del Tribunale di Arezzo. In
specie il Pubblico ministero procedente per fatti di violazione di pagamento di
accise aveva disposto il sequestro senza por mente alla legittimità, o meno,
dell’apprensione della documentazione fino a quel momento detenuta dagli
operanti, ed in relazione alla quale il Prisco aveva inutilmente formulato richiesta
di riesame, stante la mancata fissazione dell’udienza in camera di consiglio.
2.2. Col secondo motivo è stata dedotta violazione di legge in ragione della
mera apparenza di motivazione in ordine ai requisiti di fumus e periculum, dal
momento che il provvedimento impugnato si era limitato a prendere atto della
tesi accusatoria in ordine alle pretese violazioni in tema di accertamento o
pagamento delle accise, omettendo invece di rilevare l’impossibile astratta
configurabilità degli illeciti e la mancanza di nesso pertinenziale tra cose oggetto
di sequestro e i reati ipotizzati. In ragione di ciò, doveva ritenersi integrata la
stessa violazione di legge, in considerazione della carenza anche grafica di
motivazione.
2.3. Col terzo motivo, in relazione alla violazione di legge stante la mera
apparenza della motivazione, era lamentata la funzione meramente esplorativa
del decreto di sequestro, senza spiegazione della relazione di pertinenza tra
materiale rinvenuto e reati ipotizzati alla base del sequestro, quantomeno sotto il
profilo della semplice possibilità di un rapporto tra cose e reato, peraltro non
astratta ed avulsa dal caso concreto.
3. Il Procuratore generale ha concluso nel senso dell’inammissibilità del
ricorso.

CONSIDERATO IN DIRITTO
4. I ricorsi sono infondati.
4.1. In relazione al primo motivo di impugnazione, corretto si presenta il
rilievo in forza del quale in questa sede non può che essere oggetto di verifica il
decreto di sequestro operato in autonomia dal Pubblico Ministero procedente, a
nulla rilevando quanto in tesi compiuto nell’ambito di differente procedimento.
In proposito, tra l’altro, va in ogni caso ricordato il costante principio in forza
del quale l’annullamento per mancata convalida del sequestro operato di
iniziativa dalla polizia giudiziaria non preclude la possibilità per il P.M. di disporre
autonomamente il sequestro probatorio dei medesimi beni, atteso che il principio
del ne bis in idem comporta l’impossibilità di reiterare un provvedimento solo
quando sia intervenuta pronuncia giurisdizionale, non più soggetta ad
impugnazione, che abbia escluso la sussistenza delle condizioni per disporlo, e
non anche nell’ipotesi di caducazione di un originario provvedimento ablativo per
motivi puramente formali (Sez. 2, n. 2276 del 06/10/2015, dep. 2016, Gaeta,
Rv. 265772; conf. ad es. Sez. 2, n. 41786 del 06/10/2015, Miccichè e altri, Rv.
264776, secondo cui l’omessa convalida del sequestro operato di iniziativa dalla
polizia giudiziaria non preclude la possibilità per il P.M. di disporre
autonomamente, finché sono in corso le indagini preliminari, il sequestro
probatorio delle medesime cose: nella fattispecie così giudicata, in assenza di
convalida del sequestro, l’interessato aveva richiesto la restituzione dei beni, che
il P.M. rigettava ordinando il sequestro dei beni già appresi).
In specie, il Pubblico ministero ha provveduto in autonomia con decreto di
sequestro probatorio del 14 luglio 2016, a prescindere quindi da ogni possibile ed
eventuale censura nei riguardi dell’attività precedentemente posta in essere dalla
polizia giudiziaria anche in esito a delega ricevuta da altra e distinta autorità
giudiziaria.
4.2. Per quanto poi riguarda il secondo motivo di censura, in sede di riesame
del sequestro probatorio il Tribunale è chiamato a verificare l’astratta
configurabilità del reato ipotizzato, valutando il fumus commissi delicti in
relazione alla congruità degli elementi rappresentati, non già nella prospettiva di
un giudizio di merito sulla concreta fondatezza dell’accusa, bensì con esclusivo
riferimento alla idoneità degli elementi, su cui si fonda la notizia di reato, a
rendere utile l’espletamento di ulteriori indagini per acquisire prove certe o
ulteriori del fatto, non altrimenti esperibili senza la sottrazione del bene
all’indagato o il trasferimento di esso nella disponibilità dell’autorità giudiziaria
(Sez. 2, n. 25320 del 05/05/2016, Bulgarella e altri, Rv. 267007).
Al riguardo, il provvedimento ha operato non contestato riferimento a nota
della Polizia giudiziaria in atti, dalla quale si desumeva il coinvolgimento in un
vasto giro di frodi dell’Iva extracomunitaria, contestualmente ipotizzando
sottrazione ad accertamento o a pagamento dell’accisa su prodotti petroliferi.
In proposito, osserva la Corte che, in tema di ricorso per cassazione
proposto avverso provvedimenti cautelari reali, l’art. 325 cod. proc. pen.
ammette il sindacato di legittimità soltanto per motivi attinenti alla violazione di
legge. Nella nozione di “violazione di legge” rientrano, in particolare, gli errores
in iudicando o in procedendo, al pari dei vizi della motivazione così radicali da
rendere l’apparato argomentativo a sostegno del provvedimento del tutto
mancante o privo dei requisiti minimi di coerenza, completezza e ragionevolezza,
come tale apparente e, pertanto, inidoneo a rendere comprensibile l’itinerario
logico seguito dal Giudice (Sez. 5, n. 43068 del 13/10/2009, Bosi, Rv. 245093;
v. anche Sez. 6, n. 6589 del 10/01/2013, Gabriele, Rv. 254893); per contro, non
può esser dedotta l’illogicità manifesta della motivazione, la quale può
denunciarsi nel giudizio di legittimità soltanto tramite lo specifico ed autonomo
motivo di cui alla lett. e) dell’art. 606, stesso codice (v., per tutte: Sez. U, n.
5876 del 28/01/2004, Bevilacqua, Rv. 226710; Sez. U, n. 25080 del
28/05/2003, Pellegrino S., Rv. 224611).
In specie, non può certamente affermarsi la mera apparenza della
motivazione, atteso che sono comunque esplicitate ragioni e contesto della
misura siccome disposta. Né, quanto all’esplicito riferimento alla nota della Pg in
relazione al fumus, risulta essere stata spesa parola in senso contrario, se non
con generico riferimento al procedimento pendente avanti al Giudice aretino, che
di altre ipotesi di reato appare peraltro occuparsi.
4.3. In relazione infine al terzo motivo d’impugnazione, è legittimo il
sequestro fondato su fatti che lo giustificano sul piano razionale e rispetto ai
quali è configurabile una notitia criminis, la cui effettiva sussistenza e
consistenza può essere, tuttavia, definitivamente accertata solo attraverso atti
invasivi (Sez. 3, n. 44928 del 14/06/2016, Cerroni e altro, Rv. 268774).
Vero è, al riguardo, che è stato ritenuto illegittimo il sequestro probatorio a
fini meramente esplorativi, volto ad acquisire la notítia criminis in ordine ad un
eventuale illecito non ancora individuato nella sua qualificazione giuridica e nella
sua specificità fattuale (Sez. 3, n. 24561 del 17/05/2012, Vicentini e altro, Rv.
252767). Se questo è vero, peraltro, da un lato l’ipotesi di reato risulta in specie
già compiutamente formulata e l’indagine è all’evidenza volta al definitivo
accertamento di siffatta ipotesi; dall’altro è stato osservato che il decreto di
sequestro probatorio del corpo di reato deve essere necessariamente sorretto, a
pena di nullità, da idonea motivazione in ordine al presupposto della finalità
perseguita, in concreto, per l’accertamento dei fatti, potendo farsi ricorso ad una
formula sintetica nel solo caso in cui la funzione probatoria del corpo del reato
sia connotato ontologico ed immanente del compendio sequestrato, di immediata
evidenza, desumibile dalla peculiare natura delle cose che lo compongono (Sez.
3, n. 1145 del 27/04/2016, dep. 2017, Bernardi, Rv. 268736).
In specie, è proprio il provvedimento impugnato a dare appunto conto che si
trattava di documentazione di immediata ed esclusiva valenza probatoria
(documentazione contabile e bancaria, materiale informatico di riferimento),
trattandosi invero di “cose in grado di rappresentare il concreto svolgimento
dell’attività imprenditoriale svolta da ciascuno degli indagati e verificare così
l’ipotizzata irregolarità sotto il profilo fiscale e tributario”.
4.4. In definitiva, quindi, i motivi di impugnazione non risultano fondati alla
stregua dei rilievi che precedono.
5. Al rigetto dei ricorsi siccome proposti consegue la condanna dei ricorrenti
al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.
Rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.
Così deciso in Roma il 16/05/2017

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine