Sequestro – Cassazione Penale 21/12/2016 N° 54218

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione III

Data: 21/12/2016

Numero: 54218

Testo completo della Sentenza Sequestro – Cassazione penale 21/12/2016 n° 54218:

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SENTENZA
sul ricorso proposto da
INTINI ENRICO, nato a Noci il 15.7.1962
avverso la ordinanza del 10.2.2016 del Tribunale del Riesame di Firenze
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Donatella Galterio;
lette le richieste del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore
generale Pasquale Fimiani, che ha concluso chiedendo la declaratoria di
inammissibilità del ricorso
RITENUTO IN FATT3
1.11 Tribunale del Riesame di Firenze con ordinanza pronunciata in data
10.2.2016 ha confermato il decreto di sequestro preventivo finalizzato alla
confisca per equivalente fino alla concorrenza di C 2.381.552,00, corrispondente
al valore dell’imposta evasa, disposto dal GIP nei confronti di Enrico Intini per
omesso versamento dell’Imposta sul Valore Aggiunto dovuta per il periodo di
imposta 2011 in qualità di Amministratore Delegato fino al 2012 9
successivamente, liquidatore della società Sistemi per la Meteorologia e
l’Ambiente dichiarata fallita nel marzo 2013 ai sensi dell’art.10-ter d. Igs
74/2000. Avverso tale pronuncia quest’ultimo ha proposto ricorso per Cassazione
con due distinti motivi. Con il primo deduce la inosservanza da parte del giudice
del Riesame del termine perentorio di 5 gg. previsto dall’art.309, 5 0 comma
c.p.p. per la trasmissione degli atti da parte della Procura sostenendo
l’incondivisibilità dell’interpretazione data dalle pronunce delle Sezioni Unite che
hanno escluso la natura perentoria di detto termine per le misure cautelari reali
con una lettura incompatibile con la novella 47/2015 e volta ad avallare prassi
dilatorie tra l’introduzione dell’istanza di riesame e la pronuncia della decisione,
incompatibili con i principi costituzionali posti a garanzia del giusto processo.
2. Con il secondo motivo il ricorrente deduce l’illegittimità del decreto di
sequestro stante la mancata stima del valore dei beni pignorati rispetto al
profitto del reato in violazione dei criteri di proporzionalità ed adeguatezza,
peraltro essendosi inizialmente sostenuta la verosimile capienza del patrimonio
immobiliare dell’indagato, a qualche giorno di distanza contraddetta dal
sequestro di vari c/c accesi presso otto diversi istituti di credito senza alcuna
motivazione circa l’insufficienza della copertura offerta dai beni già pignorati.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il primo motivo avente ad oggetto la contestazione di un’interpretazione
ormai consolidata dell’art.324 c.p.p. in ordine alla natura del termine previsto
per la trasmissione degli atti da parte dell’autorità giudiziaria procedente al
Tribunale del Riesame nel procedimento di impugnazione innanzi a tale giudice
del provvedimento di sequestro, deve ritenersi inammissibile. Invero, la natura
meramente ordinatoria del termine fissato dall’art.324, 3 0 comma c.p.p.,
reiteratamente affermata, sin dalla pronuncia delle Sezioni Unite n.26268/2013,
dalla giurisprudenza di legittimità ha trovato espressa conferma anche a seguito
dell’entrata in vigore della novella 47/2015 che ha modificato il 7° comma de
medesimo art.324: si è infatti ritenuto non applicabile, anche dopo l’entrata in
vigore della novella, il termine perentorio di cinque giorni per la trasmissione
degli atti al tribunale, previsto dall’art. 309, comma quinto, cod. proc. pen., con
conseguente perdita di efficacia della misura cautelare impugnata in caso di
trasmissione tardiva, bensì il diverso termine indicato dall’art. 324, comma terzo,
cod. proc. pen., che ha natura meramente ordinatoria, per cui, nel caso di
trasmissione frazionata degli atti, il termine perentorio di dieci giorni, entro cui
deve intervenire la decisione a pena di inefficacia della misura, decorre dal
momento in cui il tribunale ritiene completa l’acquisizione degli atti (Sez. 3, n.
44640 del 29/09/2015 – dep. 06/11/2015, Zullo, Rv. 26557101). Avendo
peraltro il suddetto principio trovato confermato in una recente sentenza delle
Sezioni Unite con l’affermazione secondo la quale il rinvio dell’art.324, 7° comma
c.p.p. all’art.309, 10 0 comma c.p.p. deve intendersi riferito alla formulazione
codicistica originaria di quest’ultima norma (Sez. U. n. 18954/2016), deve
escludersi che il provvedimento impugnato sia affetto da alcuna nullità malgrado
il tempo intercorso tra il deposito del ricorso e la trasmissione degli atti da parte
dell’autorità procedente.
2. Del pari inammissibile deve ritenersi il secondo motivo essendosi con esso
il ricorrente limitato a lamentare la violazione del principio di proporzionalità tra
il valore dei beni sequestrati e l’ammontare del profitto del reato cui doveva
essere commisurata la misura ablatoria disposta ai suoi danni, senza indicare
alcuno specifico elemento fattuale o documentale a fondamento della dedotta
sproporzione. Pur contestando la illegittimità dell’estensione del sequestro,
inizialmente disposto sui soli immobili, anche ai conti correnti, non risulta
tuttavia dall’ordinanza impugnata che l’Intini abbia fornito alcuna indicazione né
del valore dei cespiti né delle provviste in giacenza sui conti bancari, dei quali
neppure vi è menzione nel presente ricorso. Vertendosi in tema di sequestro
preventivo finalizzato alla confisca per equivalente disposto a seguito di un reato
tributario occorre chiarire, alla luce della finalità dell’istituto che consente,
qualora non sia possibile individuare i beni che costituiscono il prodotto, il prezzo
o il profitto del reato , il sequestro e la successiva confisca di altri beni di cui il
reo abbia la disponibilità anche per interposta persona fisica o giuridica, per un
valore corrispondente, che la misura in esame va riferita nell’ipotesi di reati
tributari all’ammontare dell’imposta evasa, configurante un indubbio vantaggio
patrimoniale direttamente derivante dalla condotta illecita e, in quanto tale,
riconducibile alla nozione di profitto del reato, costituito dal risparmio economico
conseguente alla sottrazione degli importi evasi alla loro destinazione fiscale, di
cui certamente beneficia il reo, unitamente agli interessi maturati e alle sanzioni
dovute in seguito all’accertamento del debito tributario (Sez. 3, 23 ottobre 2012,
n. 45849). Proprio in ragione della specifica finalità perseguita non vi è, ai fini
della determinazione dell’ammontare di tale peculiare figura di sequestro,
necessità di accertare l’esatta corrispondenza fra profitto e quantum sequestrato
non vigendo alcun onere preventivo di effettuare perizia estimativa sui beni da
sottoporre a sequestro, essendo sufficiente che il giudice motivi, in linea di
massima, sulla non esorbitanza di quanto sequestrato, salvi, ovviamente, gli
eventuali più approfonditi accertamenti da svolgersi nel giudizio di merito. Ne
consegue che, laddove la valutazione del giudice risponda a tali criteri, essa è
insindacabile in sede di legittimità. Non basta in altri termini la contestazione di
un’ipotetica sproporzione fondata esclusivamente sulla mancata stima dei beni
sottoposti a sequestro, di cui neppure il ricorrente è in grado di indicare il valore,
occorrendo invece un’esplicita censura che specifichi gli elementi da cui
desumere una evidente violazione del principio di proporzionalità. Pertanto non
avendo il reclamante svolto censure specifiche, il provvedimento impugnato che
evidenzia l’insufficiente copertura dei beni immobili, con valore desumibile dai
relativi dati catastali, attesa la presumibile difficoltà di realizzo e la conseguente
legittima estensione del sequestro ai cespiti mobiliari, deve ritenersi assente da
vizi, non essendo in ogni caso il Tribunale del Riesame titolare del potere di
compiere accertamenti mirati per verificare il rispetto del principio di
proporzionalità, che spetta invece al destinatario del provvedimento contestare
con apposita istanza di riduzione della garanzia al P.M. e, in caso di
provvedimento negativo del g.i.p., impugnarlo con l’appello cautelare (Sez. 3, n.
39091 del 23/04/2013 – dep. 23/09/2013, Cianfrone, Rv. 25728401 e Sez. 3, n.
37848 del 07/05/2014 – dep. 16/09/2014, Chidichimo, Rv. 26014901).
3. A tale esito segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese
processuali e ad una somma equitativamente liquidata in favore della Cassa delle
Ammende stante il disposto di cui all’art.616 c.p.p.
P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento elle
spese processuali e della somma di C 2.000 in favore della Cassa delle
Ammende.
Così deciso il 18.11.2016

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