Sentenza Penale – Cassazione Penale 20/09/2016 N° 38850

Sentenza penale – Cassazione penale 20/09/2016 n° 38850 leggi la sentenza gratuitamente su leggesemplice.com

Cassazione penale

Consulta tutte le sentenze della cassazione penale

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine

Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione III

Data: 20/09/2016

Numero: 38850

Testo completo della Sentenza Sentenza penale – Cassazione penale 20/09/2016 n° 38850:

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine 

SENTENZA sul ricorso proposto da Santoni Franco, nato a Force (AP) il 13/3/1953 avverso la sentenza del 3/6/2014 della Corte di appello di Ancona; visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso; sentita la relazione svolta dal consigliere Enrico Mengoni; udite le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Maria Francesca Loy, che ha concluso chiedendo l’annullamento con rinvio; udite le conclusioni del difensore del ricorrente, Avv. Piermaria Corso, che ha concluso chiedendo l’accoglimento del ricorso RITENUTO IN FATTO 1. Con sentenza del 3/6/2014, la Corte di appello di Ancona confermava la pronuncia emessa il 25/5/2012 dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Fermo, con la quale Franco Santoni era stato giudicato colpevole del delitto di cui all’art. 2, d. Igs. 10 marzo 2000, n. 74 e condannato – con rito abbreviato – alla pena di un anno e tre mesi di reclusione; allo stesso – nella qualità di legale rappresentante della “Immobiliare Smeraldo di Del Gatto Graziella s.a.s.” – era contestato di aver indicato elementi passivi fittizi per 262.750,00 euro nella dichiarazione i.v.a. 2008, con indebita detrazione dell’imposta medesima per 107.867,70 euro. 2. Propone ricorso per cassazione il Santoni, a mezzo del proprio difensore, deducendo i seguenti motivi: – violazione degli artt. 521, comma 2, 441 cod. proc. pen., nullità della sentenza (motivi nn.1-2). La Corte di appello – addirittura in sede di sentenza – avrebbe ulteriormente modificato l’imputazione in origine contestata, già in precedenza cambiata dal G.u.p.; ed invero, dopo aver qualificato come mero errore materiale la differente annualità della dichiarazione in esame (2009 e non 2010) ed il relativo periodo di imposta (2008 e non 2009), la sentenza avrebbe riconosciuto il Santoni colpevole della diversa fattispecie di cui all’art. 10-ter, d. Igs. n. 74 del 2000 (omesso versamento dell’i.v.a.), peraltro per un importo – 107.867,70 euro – pari ad oltre quattro volte quello di cui al capo di imputazione (pari a 25.250,00 euro) e, soprattutto, tale da integrare un’indebita detrazione i.v.a. pari al 40% (sulla somma fatturata, 262.750,00 euro), invero spropositata. Ne deriverebbe palese la violazione dell’art. 521 cod. proc. pen. e la nullità della sentenza, atteso che il ricorrente aveva effettuato le proprie opzioni processuali con riguardo ad un’imputazione del tutto diversa dal fatto poi ritenuto in sentenza, da qualificarsi dunque come nuovo; con conseguente lesione del diritto di difesa; – violazione dell’art. 62-bis cod. pen.. La sentenza avrebbe negato le circostanze attenuanti generiche pur a fronte di un comportamento eccezionalmente collaborativo da parte del Santoni, che aveva effettuato il pagamento della prima rata di cui all’accertamento tributario addirittura il giorno ow: stesso in-rquesto gli era stato notificato, con comunicazione di adesione consegnata l’indomani; – violazione dell’art. 13, d. Igs. n. 74 del 2000. La Corte di merito avrebbe negato l’attenuante in esame in ragione della mancanza di prova circa l’integrale versamento del dovuto; prova, per contro, presente in atti sin dal primo grado, come peraltro desumibile anche dalla sentenza del G.u.p.. CONSIDERATO IN DIRITTO 3. Il ricorso risulta parzialmente fondato. Con riguardo ai primi due motivi, da valutare congiuntamente attesane la sostanziale identità, osserva innanzitutto la Corte che l’art. 521 cod. proc. pen. – “Correlazione tra l’imputazione contestata e la sentenza” – stabilisce che il Giudice può dare al fatto una definizione giuridica diversa dalla quella enunciata 2 nell’imputazione, purché il reato non ecceda la sua competenza e non risulti attribuito alla cognizione del Tribunale collegiale, anziché monocratico. Questa facoltà – che risponde all’esigenza, in capo al Giudice, di inquadrare la condotta accertata nei suoi più corretti termini giuridici, sì da riconoscere la fattispecie di reato effettivamente riferibile al caso di specie – si deve conformare a due criteri essenziali, connessi in modo indissolubile tra loro ed ulteriori a quelli, di carattere procedurale, riportati nella norma testé citata: l’identità del fatto ritenuto in sentenza rispetto a quello contestato e l’assenza di ogni pregiudizio in punto di esercizio del diritto di difesa rispetto allo stesso. Il primo elemento si ricava dallo stesso testo dell’art. 521, comma 1, cod. proc. pen., se letto alla luce del comma seguente; a mente di quest’ultimo, infatti, il Giudice che ritiene che il fatto accertato sia “diverso” da come contestato, deve trasmettere con ordinanza gli atti al pubblico ministero, diversamente dall’ipotesi in cui la diversità attenga soltanto alla qualificazione giuridica dello stesso fatto, nel qual caso – attesa la richiamata lettera del comma 1 – potrà procedere a riqualificazione a mezzo sentenza. Non sempre, però, è agevole comprendere se tale carattere di identità/diversità sussista o meno nel caso concreto, e quale portata debba effettivamente rivestire per consentire l’intervento dell’uno o dell’altro comma della norma in oggetto; ecco, dunque, che la verifica viene interessata anche dal secondo criterio sopra enunciato in ordine alla facoltà di cui all’art. 521, comma 1, cod. proc. pen., quale l’effettività del diritto di difesa. Al riguardo, occorre richiamare l’orientamento espresso dal Supremo Consesso di questa Corte, in forza del quale per aversi mutamento del fatto occorre una trasformazione radicale, nei suoi elementi essenziali, della fattispecie concreta nella quale si riassume l’ipotesi astratta prevista dalla legge, in modo che si configuri un’incertezza sull’oggetto dell’imputazione da cui scaturisca un reale pregiudizio dei diritti della difesa; ne consegue che l’indagine volta ad accertare la violazione del principio suddetto non va esaurita nel pedissequo e mero confronto puramente letterale fra contestazione e sentenza perché, vertendosi in materia di garanzie e di difesa, la violazione è del tutto insussistente quando l’imputato, attraverso l'”iter” del processo, sia venuto a trovarsi nella condizione concreta di difendersi in ordine all’oggetto dell’imputazione (tra le molte, Sez. U., n. 36551 del 15/7/2010, Carelli, Rv. 248051). In altri termini, sussiste violazione del principio di correlazione tra accusa e sentenza quando il fatto ritenuto in quest’ultima si trovi, rispetto a quello contestato, in rapporto di incompatibilità ed eterogeneità, verificandosi un vero e proprio stravolgimento dei termini dell’accusa, a fronte dei quali l’imputato è impossibilitato a difendersi (Sez. 1, n. 28877 del 4/6/2013, Colletti, 3 Rv. 256785); rapporto che dovrà esser verificato alla luce non solo del fatto descritto in imputazione, ma anche di tutte le ulteriori risultanze probatorie portate a conoscenza dell’imputato e che hanno formato oggetto di sostanziale contestazione e, quindi, di decisione (Sez. 3, n. 15655 del 27/2/2008, Fontanesi, Rv. 239866). Ne deriva che la nozione strutturale di “fatto” – inteso come episodio della vita umana – va coniugata con quella funzionale, fondata sull’esigenza di reprimere solo le effettive lesioni del diritto di difesa (Sez. 1, n. 35574 del 18/3/2013, Crescioli, Rv. 257015), invero non ravvisabili qualora la nuova definizione del reato appaia come uno dei possibili epiloghi decisori del giudizio, secondo uno sviluppo interpretativo assolutamente prevedibile, o, comunque, l’imputato ed il suo difensore abbiano avuto nella fase di merito la possibilità di interloquire in ordine alla stessa (Sez. 5, n. 1697 del 25/9/2013, Cavallari, Rv. 258941; Sez. 3, n. 2341 del 7/11/2012, Manara, Rv. 254135). 4. Orbene, tutto ciò premesso, rileva il Collegio che nel caso di specie non risulta compiuta alcuna lesione della norma contestata, né violazione dei principi di diritto appena richiamati, sì che le due doglianze in esame si appalesano come infondate. In particolare, con riguardo alla presunta inosservanza dell’art. 521 cod. proc. pen., la lettura della sentenza impugnata ben consente di accertare che la condotta riconosciuta in capo al Santoni non è stata mai modificata: allo stesso – ab origine – era contestata la violazione dell’art. 2, d. Igs. n. 74 del 2000, per aver indicato nella dichiarazione i.v.a. elementi passivi fittizi per 262.750,00 euro, avvalendosi di fatture per operazioni inesistenti. E, nello specifico, della fattura n. 145 del 3/11/2008, emessa dalla “Calzature Bimbi s.r.l.” e recante l’importo medesimo; l’unica invero oggetto della contestazione – sebbene ivi non espressamente menzionata – e del presente giudizio, sin dal primo atto (fattura – per inciso – emessa per operazioni inesistenti, come indicato alla pag. 1 della pronuncia impugnata con diffuse considerazioni e non contestato con il presente gravame). Senza che, pertanto, possa ravvisarsi quel “rapporto di incompatibilità ed eterogeneità”, quel “vero e proprio stravolgimento dei termini dell’accusa” sopra richiamati, che soli consentono di ravvisare la violazione della norma contestata; specie con riguardo all’art. 10-ter, d. Igs. n. 74 del 2000, che il ricorrente assume esser stato in fatto riconosciuto ma che, per contro, non solo non risulta mai menzionato nella sentenza, ma appare estraneo alla condotta oggetto di condanna, pacificamente sussumibile solo sub art. 2, stesso decreto (dichiarazione contenente elementi passivi fittizi, mediante l’utilizzo di fatture per operazioni inesistenti, al fine di evadere l’i.v.a.). 5. Ancora sul punto, la Corte di merito – rispondendo alla medesima doglianza – ha poi sottolineato che l’invito all’adesione rivolto al Santoni aveva 4 dato atto proprio delle somme di cui alla sentenza di appello, richiamando la fattura in oggetto, l’importo i.v.a. indebitamente detratto nella misura di 107.868,00 euro e l’anno 2008 come periodo di riferimento; invito al quale, peraltro, lo stesso ricorrente aveva immediatamente aderito, ben prima della citazione a giudizio, a riprova di una consapevolezza piena in ordine a quanto contestatogli e di una pronta decisione circa gli strumenti difensivi da adottare. 6. Dal che – con argomento congruo e non manifestamente illogico – la conclusione che, nel caso in esame, non vi sia stata neppure alcuna violazione del diritto di difesa, avendo il Santoni ben conosciuto – sin dal primo momento – quale fosse l’oggetto della contestazione, mai modificato, così potendo motivatamente assumere ogni determinazione processuale. Il chiaro riferimento alla data della fattura ed all’importo, inoltre, giustifica la conclusione assunta dalla Corte di appello – del pari non censurabile – secondo la quale l’indicazione di anni diversi (per dichiarazione e periodo di imposta), già presente nella pronuncia di primo grado, deve addebitarsi a mero errore materiale privo di effetti, non avendo infatti impedito al ricorrente di conoscere il preciso oggetto della contestazione. Negli stessi termini, poi, deve ritenersi quanto alla somma di 25.250,00 euro (di cui al capo di imputazione), riconosciuta in sentenza nel maggior importo di 107.868,80 euro; come affermato dalla Corte di merito ancora con motivazione non manifestamente illogica, infatti, il diverso dato numerico è sorto per la presenza nel medesimo fascicolo anche della prima somma, quale differenza tra quanto la “Calzature Bimbi” aveva pagato alla propria dante causa per il medesimo prodotto (stampi per scarpe) e quanto ricevuto dalla “Immobiliare Smeraldo” per la cessione dello stesso. Differenza che – ancora a giudizio del Collegio di merito – non ha però avuto alcuna incidenza sull’identificazione dell’addebito e sul relativo esercizio delle facoltà difensive; come confermato, peraltro, dalla già citata circostanza per cui il Santoni aveva subito aderito all’accertamento notificatogli, recante proprio l’importo – quale i.v.a. indebitamente detratta – di 107.868,00 euro. Quel che, peraltro, priva poi di rilievo la considerazione – di cui al presente ricorso – attinente alla “portata” percentuale di questa somma rispetto all’importo fatturato; considerazione, all’evidenza, legata al merito della vicenda e non apprezzabile in questa sede. 7. Infondata, di seguito, risulta anche la doglianza in punto di diniego delle circostanze attenuanti generiche; diniego motivato dalla Corte con riguardo al meccanismo fraudolento nel quale la fattura n. 145/2008 si era inserita, ovvero un sistema di plurime fatture per operazioni inesistenti (circostanza pacifica), con ogni conseguenza in punto di responsabilità. Orbene, in tal modo, la sentenza ha fatto buon governo del principio, costantemente affermato in questa 5 sede, secondo il quale nel motivare il diniego della concessione delle circostanze attenuanti generiche, non è necessario che il Giudice prenda in considerazione tutti gli elementi favorevoli o sfavorevoli dedotti dalle parti o rilevabili dagli atti, ma è sufficiente che faccia riferimento a quelli ritenuti decisivi o comunque rilevanti, rimanendo tutti gli altri disattesi o superati da tale valutazione (per tutte, Sez. 3, n. 28535 del 19/3/2014, Lule, Rv. 259899). E senza che, peraltro, possano rilevare al riguardo il comportamento collaborativo e l’avvenuto pagamento del dovuto, che invece assumono significato con riferimento all’ultimo motivo di gravame, da ritenersi fondato. 8. Ed invero, ai sensi dell’art. 13-bis, comma 1, d. Igs. n. 74 del 2000 (introdotto dal d. Igs. 24 settembre 2015, n. 158), in termini analoghi a quanto già previsto dall’art. 13, stesso decreto (nel testo ante d. Igs. n. 158), “fuori dai casi di non punibilità, le pene per i delitti di cui al presente decreto sono diminuite fino alla metà e non si applicano le pene accessorie indicate nell’articolo 12 se, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, i debiti tributari, comprese sanzioni amministrative e interessi, sono stati estinti mediante integrale pagamento degli importi dovuti, anche a seguito delle speciali procedure conciliative e di adesione all’accertamento previste dalle norme tributarie”. Orbene, la Corte di appello ha negato l’attenuante in esame in ragione della mancanza di prova circa l’integrale pagamento, da parte del ricorrente, della somma dovuta; quel che, però, pare contrastare con la pronuncia del primo Giudice, il quale non aveva disposto la confisca del profitto proprio in forza dell’avvenuto pagamento della stessa somma in esame («L’adesione dell’imputato all’accertamento, risultante dagli atti, unitamente al versamento da parte sua dei ratei pattuiti, renderebbe la confisca una duplicazione degli importi che già l’amministrazione finanziaria ha recuperato o sta recuperando»). Si impone, pertanto, l’annullamento della sentenza sul punto, con rinvio alla Corte di appello di Perugia per una più compiuta motivazione e verifica della circostanza in oggetto. Annulla la sentenza impugnata limitatamente alla applicabilità della circostanza attenuante di cui all’art. 13-bis, d. Igs. n. 74 del 2000 e rinvia alla Corte di appello di Perugia. Rigetta nel resto il ricorso. Così deciso in Roma, il 20 luglio 2016

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine