Sentenza Di Fallimento – Cassazione Penale 01/03/2017 N° 10033

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione V

Data: 01/03/2017

Numero: 10033

Testo completo della Sentenza Sentenza di fallimento – Cassazione penale 01/03/2017 n° 10033:

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Penale Sent. Sez. 5 Num. 10033 Anno 2017
Presidente: NAPPI ANIELLO
Relatore: SETTEMBRE ANTONIO
Data Udienza: 19/01/2017

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
IOGHA ALESSANDRO nato il 01/05/1969 a COLLEFERRO
FRASACCO GIANCARLO nato il 15/09/1957 a PALIANO
avverso la sentenza del 25/09/2015 della CORTE APPELLO di ROMA
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita in PUBBLICA UDIENZA del 19/01/2017, la relazione svolta dal Consigliere
ANTONIO SETTEMBRE
Udito il Procuratore Generale in persona del GIOVANNI DI LEO
che ha concluso per
Udito il Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte di Cassazione,
dr. Giovanni Di Leo, che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso.
– Udito, par il ricorrente, l’avv. Mario Pica, anche in sostituzione dell’avv.
Maurizio Frasacco, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

RITENUTO IN FATTO
1. Il Tribunale di Frosinone ha condannato Ioghà Alessandro e Frasacco
Giancarlo per reati di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale
commessi in relazione al fallimento della Intercom srl, dichiarato il 30/6/2003. La
Corte d’appello di Roma, investita dell’impugnazione degli imputati, ha, con
sentenza del 25/9/2015, confermato il giudizio di responsabilità formulato a
carico di Ioghà Alessandro e, in parziale riforma della sentenza di prima cura,
assolto Frasacco dal reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale e confermato la
condanna per bancarotta fraudolenta documentale; di conseguenza, ha ridotto la
pena a lui irrogata.
Secondo l’accusa, condivisa, nei limiti sopra specificati, dalla Corte di merito,
Ioghà, amministratore unico della Intercom srl dal 15/6/92 al 25/9/2000 e
successivamente amministratore di fatto, distrasse le attività
(“immobilizzazioni”) risultanti dall’ultimo bilancio depositato (quello del 2000) e
tenne le scritture contabili in modo da non rendere possibile la ricostruzione del
patrimonio e del movimento degli affari. Frasacco, amministratore formale dal
18/12/2000 al 29/4/2001, concorse nel reato di bancarotta fraudolenta
documentale, facendo da copertura a Ioghà, rimasto reale dominus della società.
2. Contro la sentenza suddetta hanno proposto ricorso per Cassazione, a mezzo
dei rispettivi difensori, entrambi gli imputati.
2.1. Ioghà Alessandro lamenta:
a) la violazione degli artt. 24 e 25 della Costituzione, derivante dal fatto che la
sentenza dichiarativa di fallimento è stata pronunciata da giudice incompetente
(quello di Frosinone, laddove la società si era trasferita, fin dal 29/4/2001, a
Sessa Aurunca, in provincia di Caserta e, quindi, sotto la giurisdizione del
Tribunale della città suddetta), nonché dal fatto che l’istanza per la dichiarazione
di fallimento non è mai stata notificata all’allora amministratore Rea Giuseppe.
Deduce che tali circostanze, segnalate ai giudici di merito, hanno ricevuto
risposta inappropriata da parte degli stessi;
b) la violazione di norme processuali stabilite a pena di nullità, derivante dal
fatto che l’individuazione dei beni distratti è stata operata col richiamo ad un atto
(l’ultimo bilancio depositato) facente parte del fascicolo del Pubblico Ministero.
2.2. Frasacco lamenta, con unico motivo, una violazione di legge e un vizio di
motivazione con riferimento alla sua ritenuta partecipazione al reato di
bancarotta documentale. Deduce che – a quanto emerge dalla stessa sentenza
impugnata – la tenuta della contabilità fu curata da Ioghà almeno fino al
2/10/2001, data in cui quest’ultimo cessò di collaborare con lo studio Frasca-De
Cinti; non ha senso, pertanto, parlare di una sua consapevolezza circa “l’omessa
tenuta delle scritture contabili”, posto che aveva dismesso la carica di
amministratore già dal 29/4/2001. Meno che mai sarebbe stato possibile parlare
di una “consapevolezza” circa il fatto che l’omessa tenuta della contabilità
“avrebbe causato un danno ai creditori”.

CONSIDERATO IN DIRITTO
Il ricorso di Ioghà è inammissibile per manifesta infondatezza.
1. Secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte, mai più messa in
discussione dopo la sentenza delle Sezioni Unite del 28/2/2008, n. 19601, il
giudice penale investito del giudizio relativo a reati di bancarotta ex artt. 216 e
seguenti R.D. 16 marzo 1942, n. 267 non può sindacare la sentenza dichiarativa
di fallimento, quanto al presupposto oggettivo dello stato di insolvenza
dell’impresa e ai presupposti soggettivi inerenti alle condizioni previste per la
fallibilità dell’imprenditore, sicché le modifiche apportate all’art. 1 R.D. n. 267 del
1942 dal d.lgs. 9 gennaio 2006, n. 5 e dal d.lgs. 12 settembre 2007, n. 169, non
esercitano influenza ai sensi dell’art. 2 cod. pen. sui procedimenti penali in corso
(così anche sez. 5, n. 9279 del 8/1/2009; sez. 5, n. 40404 del 8/5/2009).
Effettivamente, come sottolineato dal ricorrente, il principio di diritto,
affermato nella sentenza suddetta, è stato posto con specifico riferimento ai
“presupposti oggettivi e soggettivi” per la dichiarazione di fallimento perché, nel
procedimento in cui è stato espresso, era stata posta in discussione la fallibilità
dell’imprenditore, in considerazione della normativa successivamente
intervenuta. In motivazione, le Sezioni Unite hanno però precisato che la
sentenza di fallimento costituisce il presupposto formale perché possano essere
prese in considerazione le condotte dell’imprenditore ante procedura e che nella
struttura dei reati di bancarotta la dichiarazione di fallimento assume rilevanza
nella sua natura di provvedimento giurisdizionale, sicché “in quanto atto della
giurisdizione richiamato dalla fattispecie penale, la sentenza dichiarativa di
fallimento è insindacabile in sede penale” e “vincola il giudice penale (purché
esistente e non revocata) come elemento della fattispecie criminosa, e non quale
decisione di una questione pregiudiziale implicata dalla fattispecie”. Ancora più
chiaramente, “quando un atto giuridico è assunto quale dato della fattispecie
penale (non importa se come elemento costitutivo del reato o come contdizione di
punibilità), esso è sindacabile dal giudice penale nei soli limiti e con gli specifici
mezzi previsti dalla legge”. Così, hanno precisato le SU, se l’atto giuridico
assunto quale dato della fattispecie penale è costituito da un provvedimento
legislativo, esso è impugnabile solo dinanzi alla Corte Costituzionale; se è
costituito da un provvedimento amministrativo, esso può essere incidentalmente
sindacato dal giudice penale in quanto illegittimo; se elemento della fattispecie è
un atto negoziale privato, il giudice penale può escludere l’illiceità del fatto solo
in presenza di un negozio nullo; nel caso che, come nella specie, si tratti di un
provvedimento giudiziale, “il giudice penale non ha alcun potere di sindacato,
dovendo limitarsi a verificare l’esistenza dell’atto e la sua validità formale”.
Quindi, diversamente dagli altri casi sopra indicati, in cui pure nel paradigma
normativo entra a fare parte un atto giuridico, quando elemento della fattispecie
è una sentenza “il giudice penale non è abilitato a compiere alcuna valutazione,
neppure incidentale, sulla legittimità di essa, perché le sentenze, a prescindere
dalla loro definitìvità, hanno un valore erga omnes che può essere messo in
discussione solo in via principale, con i rimedi previsti dall’ordinamento per gli
errori giudiziari (e cioè con i mezzi ordinari o straordinari di impugnazione
previsti dalla disciplina processuale)”.
Appare evidente, quindi, che, anche per la giurisprudenza richiamata dal
ricorrente, oltre che per i principi in tema di impugnazione, la sentenza di
fallimento non può essere sindacata dinanzi al giudice penale nemmeno per
eventuali errori commessi nel procedimento che ha portato alla sua emanazione
– come sarebbe avvenuto, secondo il ricorrente, per la mancata notifica
dell’istanza di fallimento all’amministratore in carica, o per la pronuncia della
sentenza da parte di giudice incompetente – in quanto quegli errori andavano
fatti valere nella sede propria, costituita dal reclamo – da proporre dinanzi alla
Corte d’appello – avverso la pronuncia del Tribunale fallimentare.
2. Il secondo motivo è, parimenti, manifestamente infondato. Al fine di ritenere
completo nei suoi elementi essenziali il capo d’imputazione è sufficiente che il
fatto sia contestato in modo da consentire la difesa in relazione ad ogni elemento
di accusa (Cass., sez. 4, n. 38991 del 10/6/2010; negli stessi termini, Sez. I, n.
12474 del 22.11.1994; Sez. IV, n. 34289 del 25.2.2004). Tale “chiarezza” può
ben derivare dal rinvio, contenuto in imputazione, ad atti del fascicolo
processuale, purché si tratti di atti intellegìbili, non equivoci e conoscibili
dall’imputato. Nella specie, il riferimento alle “immobilizzazioni” risultanti al
bilancio del 2001 era certamente idoneo a rendere edotto Ioghà della
contestazione elevata a suo carico e di consentirgli una adeguata difesa (come è
in concreto avvenuto), trattandosi di atto formato dalla società da lui
amministrata e nella sua disponibilità, che conteneva l’esatta indicazione delle
immobilizzazioni esistenti alla data della sua presentazione.
3. Appare fondato, invece, il ricorso di Frasacco, ravvisandosi un vizio di
motivazione nella sentenza impugnata. Qui è detto, infatti, che Frasacco è stato
amministratore formale della società dal gennaio ad aprile del 2001 e che le
scritture contabili erano tenute da Ioghà presso lo studio commerciale ove
prestava attività. Fu sempre Ioghà a portarle con sé nel 2001, nel momento in
cui cessò la sua collaborazione con lo studio suddetto (pag. 6). Ebbene, il
ricorrente aveva già criticato – in appello – il ragionamento del Tribunale,
rilevando che Ioghà cessò la collaborazione con lo studio Frasca-De Cinti il
2/10/2001, per cui è a tale data che deve farsi risalire la sottrazione delle
scritture contabili: a data, cioè, in cui Frasacco non era più amministratore della
società. Quindi, per ritenere la responsabilità di quest’ultimo per la bancarotta
documentale occorreva la dimostrazione – non data in sentenza – che Frasacco
continuò a interessarsi della società fallita e che concorse, in qualche maniera,
alla sottrazione delle scritture (o alla sua irregolare tenuta) anche dopo l’uscita
formale dalla Intercom srl.
Tanto premesso, deve rilevarsi, però, che il reato a lui ascritto – commesso il
30/6/2003 – è prescritto, dovendo farsi applicazione delle norme introdotte, in
materia, dalla legge 5 dicembre 2005, n. 251, poiché la sentenza di primo grado
è successiva all’entrata in vigore della legge suddetta.
4. Consegue a tanto che il ricorso di Ioghà deve dichiarasi inammissibile e il
ricorrente condannato al pagamento delle spese processuali, nonché,
ravvisandosi profili di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità,
al pagamento di una somma a favore della cassa delle ammende, che, in ragione
dei motivi addotti, si stima equo determinare in euro 2000. La sentenza va,
invece, annullata senza rinvio nei confronti di Frasacco per estinzione del reato.

P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso di Ioghà Alessandro, che condanna al
pagamento delle spese processuali e della somma di C 2.000 a favore della
Cassa delle ammende.
Annulla senza rinvio la sentenza impugnata nei confronti di Frasacco Giancarlo
perché il reato a lui ascritto è estinto per prescrizione.
Così deciso il 19/1/2017

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