Sentenza Di Condanna – Cassazione Penale 22/06/2016 N° 26071

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione II

Data: 22/06/2016

Numero: 26071

Testo completo della Sentenza Sentenza di condanna – Cassazione penale 22/06/2016 n° 26071:

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SENTENZA
sul ricorso proposto da:
ROSSI EMILIA N. IL 31/08/1944
IZZO FERDINANDO N. IL 11/06/1945
avverso la sentenza n. 8013/2008 CORTE APPELLO di NAPOLI, del
20/05/2014
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in PUBBLICA UDIENZA del 09/06/2016 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. VINCENZO TUTINELLI
Ritenuto in fatto
1. Con sentenza 20 maggio 2014 la Corte di appello di Napoli ha confermato
la condanna già pronunciato dal Tribunale di Napoli-sezione distaccata di Ischia
in data 21 dicembre 2007 condannando ROSSI Emilia e IZZO Ferdinando alla
pena ritenuta di giustizia per il reato di danneggiamento non aggravato. In
particolare, la Corte territoriale ha dichiarato inammissibile l’appello proposto
dagli imputati in quanto tardivo.
2. Avverso tale provvedimento propongono ricorso per cassazione gli
imputati lamentando:
• Violazione di legge relativamente all’erroneo calcolo dei termini per
impugnare la sentenza di primo grado che ha determinato una
erronea pronuncia di inammissibilità dell’appello;
• violazione di legge e contraddittoria motivazione in relazione la
dichiarazione di penale responsabilità in difetto di una prova certa e
per violazione dei parametri di cui all’articolo 530 secondo comma del
codice di procedura penale;
• erronea valutazione sproporzionata quantificazione da parte del
giudice monocratico del danno;
• prescrizione del reato.
3. Con memoria depositata il 25/5/2016, la parte civile ha concluso per la
dichiarazione di inammissibilità del ricorso.
Considerato in diritto
4. Il primo motivo di ricorso è fondato in quanto la sentenza di primo grado
risulta essere stata pronunciata il 21/12/2007 e depositata il 22 dicembre 2007.
Ne consegue che il termine per impugnare – in difetto di preventiva
comunicazione – decorreva dalla scadenza dal termine di legge per il deposito
della sentenza e non dal giorno in cui la sentenza è stata materialmente
depositata, non essendo altrimenti possibile alla parte avere conoscenza del
deposito medesimo.
5. Pur in assenza di specifica deduzione dell’imputato, occorre inoltre
rilevare d’ufficio che il delitto di danneggiamento semplice cui all’art. 635 cod.
pen. è stato abrogato dal d.lgs. 15 gennaio 2016, n. 7. La sopravvenuta
abrogatio criminis impone il proscioglimento dell’imputato, limitatamente a tale
reato.
6. La difesa dell’imputato – in udienza ha chiesto disporsi la revoca delle
statuizioni civili in conseguenza dell’intervenuta abrogazione del reato.
Sul punto deve osservarsi quanto segue.
Come già osservato da questa Corte (Sez. 5, 23 marzo 2016 n. 21721), in
via di principio, a fronte del formarsi di un giudicato, la revoca della sentenza di
condanna per abolitio criminis ai sensi dell’art. 2, comma secondo, cod. pen.,
non comporta il venir meno della natura di illecito civile del medesimo fatto, con
la conseguenza che la sentenza non deve essere revocata relativamente alle
statuizioni civili derivanti da reato, le quali continuano a costituire fonte di
obbligazioni efficaci nei confronti della parte danneggiata. Ed infatti la Corte
Costituzionale, con ordinanza n. 273 del 2002 aveva affermato che la formula
assolutoria adottata a seguito della sopravvenuta abrogazione della norma
incriminatrice “non è fra quelle alle quali l’art. 652 cod. proc. pen. attribuisce
efficacia nel giudizio civile”; sulla scia di detta pronuncia si è poi posta la
giurisprudenza di legittimità (Sez. 5, sentenza n. 4266 del 20/12/2005, Colacito,
Rv. 233598; Sez. 5, sentenza n. 28701 del 24/05/2005, P.G. in proc. Romiti ed
altri, Rv. 231866; Sez. 6, sentenza n. 2521 del 21/01/1992, Dalla Bona, Rv.
190006).
A fondamento dell’illustrato principio viene osservato che l’abrogazione della
norma penale in presenza di una condanna irrevocabile comporta la revoca della
sentenza da parte del giudice dell’esecuzione limitatamente ai capi penali e non
anche a quelli civili, la cui esecuzione ha comunque luogo secondo le norme del
codice di procedura civile: sicché se vi è stata costituzione di parte civile, con
conseguente condanna al risarcimento dei danni a carico dell’imputato o del
responsabile civile, questa statuizione resta ferma. Infatti, se l’art. 2 cod. pen.
disciplina espressamente la sola cessazione dell’esecuzione e degli effetti penali
della condanna, ne deriva, attraverso un’argomentazione a contrario, che le
obbligazioni civili derivanti dal reato abrogato non cessano, in quanto per il
diritto del danneggiato al risarcimento dei danni trovano applicazione i principi
generali sulla successione delle leggi stabiliti dall’art. 11 preleggi, piuttosto che
quelli contenuti nel citato art. 2 cod. pen.
Tuttavia detti principi trovano un limite applicativo nei casi in cui l’abolitio
criminis sia intervenuta prima del passaggio in giudicato della sentenza di
condanna, in ragione del combinato disposto degli artt. 185 cod. pen., 74 e 538
cod. proc. pen., considerato che nel giudizio di impugnazione, venendo meno la
possibilità di una pronunzia definitiva di condanna agli effetti penali perché il
fatto non è più previsto dalla legge come reato, viene meno anche il primo
presupposto dell’obbligazione restitutoria o risarcitoria per cui è concesso
l’esercizio nel processo penale dell’azione civile, con la conseguenza che, nel
giudizio di legittimità, dovrebbero essere revocate le statuizioni civili adottate in
quelli di merito.
Dette conclusioni non possono ritenersi contraddette dal fatto che al giudice
dell’appello e a quello di legittimità sia attribuito il potere di decidere
l’impugnazione ai soli fini civili in caso di estinzione del reato per amnistia o
prescrizione, come previsto dagli artt. 576 e 578 cod. proc. peri., trattandosi di
norme che costituiscono una vera e propria eccezione alla regola, per cui la
carenza di analoga previsione anche per il caso dell’abrogatio cum abolitio
sembra confermare proprio il principio generale secondo cui in tal caso viene
meno anche il primo presupposto dell’obbligazione restitutoria o risarcitoria per
cui è concesso l’esercizio nel processo penale dell’azione civile, con la
conseguenza che al giudice di legittimità non è consentito esaminare il ricorso ai
limitati fini di una loro eventuale conferma.
Inoltre, mentre l’art. 9 del D. Lgs. n. 8/2016 contiene ulteriori disposizioni
transitorie al fine di disciplinare, nell’ipotesi che la depenalizzazione sia
sopravvenuta nel corso del procedimento penale, la trasmissione degli atti
all’autorità amministrativa competente per l’irrogazione delle sanzioni
amministrative e la sorte delle statuizioni civili già adottate – prevedendo che «se
l’azione penale è stata esercitata, il giudice pronuncia, ai sensi dell’articolo 129
del codice di procedura penale, sentenza inappellabile perchè il fatto non è
previsto dalla legge come reato, disponendo la trasmissione degli atti a norma
del comma 1. Quando è stata pronunciata sentenza di condanna, il giudice
dell’impugnazione, nel dichiarare che il fatto non e’ previsto dalla legge come
reato, decide sull’impugnazione ai soli effetti delle disposizioni e dei capi della
sentenza che concernono gli interessi civili» – evocando una modalità
procedimentale analoga a quella di cui all’art. 578 cod. proc. pen., detta
disposizione non è stata riprodotta anche nel D. Lgs. n. 7/2016. Si ritiene che il
significato di tale scelta non possa che essere interpretato alla luce del canone
dell’ubi voluit dixit, apparendo del tutto non sostenibile la tesi opposta di una
lacuna involontaria da parte del legislatore delegato, attesa la contestualità
nell’adozione dei testi normativi. Né, infine, le dette conclusioni possono apparire
in contrasto con i principi di cui agli artt. 3, 24 e 111 Cost., atteso che la Corte
Costituzionale ha ripetutamente sottolineato “come l’inserimento dell’azione
civile nel processo penale pone in essere una situazione in linea di principio
differente rispetto a quella determinata dall’esercizio dell’azione civile nel
processo civile , e ciò in quanto tale azione assume carattere accessorio e
subordinato rispetto all’azione penale, sicché è destinata a subire tutte le
conseguenze e gli adattamenti derivanti dalla funzione e dalla struttura del
processo penale, cioè dalle esigenze, di interesse pubblico, connesse
all’accertamento dei reati e alla rapida definizione dei processi” (sentenza n. 353
del 1994; in senso analogo, sentenze n. 217 del 2009 e n. 443 del 1990;
ordinanze n. 424 del 1998 e n. 185 del 1994). Ne deriva, quindi, che nelle
diverse soluzioni adottate dal legislatore delegato non potrebbe scorgersi alcun
profilo di irrazionalità, stante la preminenza delle predette esigenze rispetto a
quelle collegate alla risoluzione delle liti civili (ordinanza n. 115 del 1992) e
considerato che si discute di “condizionamenti giustificati dal fatto che oggetto
dell’azione penale è l’accertamento della responsabilità dell’imputato” (sentenza
n. 532 del 1995). Di conseguenza, una volta che il danneggiato, “previa
valutazione comparativa dei vantaggi e degli svantaggi insiti nella opzione
concessagli”, scelga di esercitare l’azione civile nel processo penale, anziché nella
sede propria, “non è dato sfuggire agli effetti che da tale inserimento
conseguono”, nei termini dianzi evidenziati (sentenza n. 94 del 1996, ordinanza
n. 424 del 1998). D’altra parte è reiterato, nella giurisprudenza costituzionale, il
rilievo per cui “l’assetto generale del nuovo processo penale è ispirato all’idea
della separazione dei giudizi, penale e civile”, essendo “prevalente, nel disegno
del codice, l’esigenza di speditezza e di sollecita definizione del processo penale,
rispetto all’interesse del soggetto danneggiato di esperire la propria azione nel
processo medesimo” (sentenza n. 168 del 2006; in senso analogo, sentenza n.
23 del 2015). In questa cornice, l’eventuale impossibilità, per il danneggiato, di
partecipare al processo penale non incide in modo apprezzabile sul suo diritto di
difesa e, prima ancora, sul suo diritto di agire in giudizio, poiché resta intatta la
possibilità di esercitare l’azione di risarcimento del danno nella sede civile, di
modo che ogni separazione dell’azione civile dall’ambito del processo penale non
può essere considerata una menomazione o una esclusione del diritto alla tutela
giurisdizionale, giacché la configurazione di quest’ultima, in vista delle esigenze
proprie del processo penale, è affidata al legislatore (sentenze n. 168 del 2006,
n. 433 del 1997 e n. 192 del 1991; ordinanza n. 124 del 1999). Sulla scorta di
tali consolidate affermazioni di principio, il giudice delle leggi ha avuto di recente
modo di ribadire (Corte Cost. n. 12 del 2016) la legittimità della scelta di non
mantenere la competenza del giudice penale a pronunciare sulle pretese
civilistiche anche quando l’affermazione della responsabilità non abbia luogo,
giacché tale esito è ben noto al danneggiato nel momento in cui sceglie se
esercitare l’azione di danno nella sede sua propria, o inserirla nel processo
penale; scelta che il vigente sistema processuale gli consente senza limitazioni di
sorta e, in particolare, senza la remora legata alla sospensione obbligatoria del
processo civile in pendenza del processo penale sul medesimo fatto, già stabilita
dal codice di procedura penale abrogato. Secondo la Corte, pertanto,
“l’impossibilità di ottenere una decisione sulla domanda risarcitoria laddove il
processo penale si concluda con una sentenza di proscioglimento per qualunque
causa (salvo che nei limitati casi previsti dall’art. 578 cod. proc. pen.)
costituisce, dunque, uno degli elementi dei quali il danneggiato deve tener conto
nel quadro della valutazione comparativa dei vantaggi e degli svantaggi delle due
alternative che gli sono offerte”. Deve, quindi, conclusivamente ritenersi che
l’assenza di una disposizione transitoria analoga a quella indicata dall’art. 9,
comma 3, del decreto legislativo n. 8 del 2016 deve far propendere per la
soluzione secondo cui costituisce onere della parte offesa quello di promuovere
eventuale azione davanti al giudice civile, competente anche per l’irrogazione
delle sanzioni pecuniarie civili; la parallela regola individuata per la
depenalizzazione, pertanto, deve essere ritenuta un’eccezione, nominativamente
prevista, come nel caso dell’art. 578 cod. proc. pen., alla disciplina generale di
cui all’art. 538 cod. proc. pen., secondo cui il giudice penale decide anche sulla
responsabilità civile solo quando pronuncia sentenza di condanna, e come tale
non suscettibile di applicazione analogica. Sotto altro profilo, va infine
considerato che l’art. 12, comma 1,del D. Lgs. n. 7 prevede il potere – dovere del
giudice di applicare le cd. sanzioni pecuniarie civili ai fatti commessi
anteriormente alla data di entrata in vigore del decreto, con la conseguenza che
l’applicazione analogica dell’art. 9, comma 3, del D. Lgs. n. 8 del 2016 anche nei
procedimenti aventi ad oggetto reati abrogati dal D. Lgs. n. 7, imporrebbe alla
Corte di Cassazione, quale giudice dell’impugnazione, di compiere valutazioni di
merito, alla stregua dei criteri di cui all’art. 5 del d.lgs. n. 7, ovvero di
provvedere alla irrogazione delle sanzioni pecuniarie; il che, evidentemente, non
appare affatto in linea con la struttura del giudizio di legittimità. Ne deriva,
conclusivamente, che la soluzione da adottare, considerato il silenzio del
legislatore, appare quella della generale caducazione delle statuizioni civilistiche
per effetto dell’abrogazione del reato oggetto del procedimento.
7. Ne consegue l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata
perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato. Il disposto
annullamento
P. Q. M.
annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non è previsto
dalla legge come reato.
Così deciso nella camera di consiglio del 9 giugno 2016.

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