Sentenza Cumulativa – Cassazione Penale 14/02/2017 N° 6903

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: SS.UU.

Data: 14/02/2017

Numero: 6903

Testo completo della Sentenza Sentenza cumulativa – Cassazione penale 14/02/2017 n° 6903:

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Penale Sent. Sez. U Num. 6903 Anno 2017
Presidente: CANZIO GIOVANNI
Relatore: CAMMINO MATILDE
Data Udienza: 27/05/2016

SENTENZA
sul ricorso proposto da
Aiello Alessandro, nato a Genova il 27/06/1960
avverso la sentenza del 02/07/2015 della Corte di appello di Genova
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal componente Matilde Cammino;
udito il Pubblico Ministero, in persona dell’Avvocato generale Agnello Rossi, che
ha concluso chiedendo la dichiarazione di inammissibilità del ricorso in ordine al
reato ascritto al capo A e l’annullamento senza rinvio in ordine al reato ascritto al
capo B perché estinto per prescrizione;
udito l’avv. Ida Blasi, sostituto processuale dell’avv. Ernesto Monteverde
difensore della parte civile Maurizio Durante, che ha depositato conclusioni
scritte e nota spese, chiedendo il rigetto del ricorso.

RITENUTO IN FATTO
1. Il Tribunale di Genova, con sentenza del 9 ottobre 2014, dichiarava
Alessandro Aiello colpevole di due distinti reati di falsa testimonianza, commessi,
il primo, deponendo dinanzi al Tribunale di Genova all’udienza dell’Il aprile 2007
nella qualità di persona offesa dal reato di estorsione nel processo penale n.
4928/06 R.G. a carico di Maurizio Durante (capo A) e, il secondo, deponendo
all’udienza del 16 febbraio 2007 dinanzi al Tribunale di Genova nel procedimento
n. 2186/06 R.G. relativo all’impugnativa del licenziamento del Durante da parte
del datore di lavoro Cetena s.p.a. (capo B).
Il Tribunale, ritenuta la continuazione tra i reati e riconosciute le circostanze
attenuanti generiche, condannava l’Aiello, con i benefici della sospensione
condizionale e della non menzione nel certificato del casellario, alla pena di un
anno e sei mesi di reclusione, oltre al risarcimento del danno, da liquidare
separatamente, in favore della parte civile Maurizio Durante cui veniva
riconosciuta una provvisionale nella misura di 10.000 euro.
L’imputato, titolare della Sicom s.r.I., era stato chiamato a testimoniare nei
due procedimenti avendo denunciato il Durante, dipendente della Cetena s.p.a.,
che a suo dire gli aveva chiesto la somma di 1.200 euro per sbloccare il
pagamento di una fattura relativa ad una fornitura alla soc. Cetena, con la
minaccia in caso di mancato pagamento di ostacolare i rapporti commerciali tra
le due società. Il Durante era stato arrestato in flagranza del reato di estorsione
e aveva giustificato il possesso del denaro ricevuto dall’Aiello sostenendo che si
trattava del compenso dovutogli per prestazioni lavorative rese al di fuori
dell’orario di lavoro presso la soc. Cetena.
Condannato in primo grado in ordine al reato di esercizio arbitrario delle
proprie ragioni e in appello assolto da detto reato per insussistenza del fatto, il
Durante era stato licenziato dalla soc. Cetena ed aveva impugnato il
licenziamento. Nel corso delle deposizioni testimoniali rese dinanzi al Tribunale di
Genova, l’Aiello aveva dichiarato di non aver mai fatto regalie ai dipendenti della
soc. Cetena e, in particolare, al Durante ed aveva escluso categoricamente che il
Durante avesse mai svolto attività lavorativa per suo conto, avendolo solo
aiutato, per un paio di ore, in occasione di un trasloco.
2. La Corte di appello di Genova, con sentenza in data 2 luglio 2015, ha
riformato la sentenza di primo grado limitatamente alla condanna al pagamento
della provvisionale, che è stata eliminata, ed ha confermato le restanti
statuizioni.
3. Avverso la predetta sentenza l’imputato, tramite il difensore, ha proposto
ricorso per cassazione.
3.1. Con il primo motivo si deduce, ai sensi dell’art.606, comma 1, lett. b)
ed e), cod. proc. pen., la violazione degli artt. 192 e 530 cod. proc. pen. e il vizio
della motivazione nella parte in cui il giudice di merito aveva affermato la falsità
delle dichiarazioni testimoniali rese dall’imputato; l’Aiello infatti, deponendo nel
processo penale e nella causa di lavoro, si sarebbe limitato a contrastare la tesi
difensiva del Durante, negando di avergli fatto delle regalie diverse da quelle
destinate ai dipendenti della soc. Cetena nell’ambito del rapporto contrattuale di
fornitura con la soc. Sicom ed escludendo la sussistenza di un rapporto
lavorativo autonomo e parallelo che giustificasse la corresponsione allo stesso
Durante di somme di denaro.
3.2. Con il secondo motivo si deduce la nullità della sentenza per violazione
degli artt. 157 e 159, primo comma, n. 3, cod. pen., in relazione alla mancata
dichiarazione di estinzione per prescrizione di entrambi i reati di falsa
testimonianza; si richiamano gli interventi della giurisprudenza di legittimità, in
particolare delle Sezioni Unite nella sentenza n. 4909 del 18/12/2014 sugli effetti
ai fini della prescrizione del rinvio dell’udienza con riguardo al legittimo
impedimento dell’imputato e del difensore oltre il limite massimo di sessanta
giorni.
4. La Sesta Sezione penale con ordinanza in data 12 febbraio 2016 ha
rimesso il ricorso alle Sezioni Unite.
4.1. Rilevata la genericità del primo motivo di ricorso, peraltro attinente al
merito, la Sezione rimettente ha osservato, quanto al secondo motivo, che «il
difensore pare dedurre per entrambi i rinvii un proprio duplice impedimento
professionale»; dei due rinvii richiesti dalla difesa dell’imputato, invece, il primo
era stato disposto per legittimo impedimento dell’imputato ed aveva comportato
la sospensione della prescrizione per sessantasette giorni (sette giorni di
prognosi per la malattia diagnosticata e sessanta giorni dalla cessazione
dell’impedimento), mentre il secondo era stato disposto per l’adesione del
difensore all’astensione dalle udienze deliberata da un’associazione di categoria
ed aveva determinato la sospensione della prescrizione per tutto il periodo del
rinvio, pari a poco meno di otto mesi (dall’il luglio 2013 al 4 marzo 2014).
Tenuto conto del periodo complessivo di sospensione della prescrizione, il
reato consumato il 16 febbraio 2007 (capo B) si era estinto, per decorso del
termine massimo di prescrizione, prima della sentenza di appello emessa il 2
luglio 2015; per l’altro reato commesso 1’11 aprile 2007 (capo A), invece, il
termine massimo di prescrizione, considerato il periodo di sospensione
correttamente calcolato, non era decorso alla data della sentenza di appello.
4.2. In presenza di un ricorso relativo a due capi di imputazione diversi e
autonomi ascritti allo stesso imputato, per uno dei quali (capo B) il ricorso
doveva ritenersi parzialmente fondato, la Sesta Sezione ha evidenziato la
sussistenza di un contrasto giurisprudenziale circa la possibilità di dichiarare, nei
ricorsi avverso sentenze oggettivamente cumulative, la prescrizione maturata
successivamente alla sentenza di appello per il reato in relazione al quale i motivi
di ricorso risultino affetti da cause di inammissibilità.
Nell’ordinanza di rimessione si osserva che, secondo l’orientamento
giurisprudenziale largamente prevalente, va esclusa la rilevabilità, nei processi
oggettivamente cumulativi, della prescrizione intervenuta dopo la sentenza di
appello in relazione ai reati per i quali siano stati presentati motivi inammissibili,
anche se i motivi di ricorso relativi alle altre imputazioni siano ammissibili.
Un secondo orientamento, minoritario, ammette invece la rilevabilità della
prescrizione maturata dopo la sentenza di appello per un reato in relazione al
quale i motivi sono inammissibili, anche nel caso in cui la manifesta infondatezza
del ricorso sia stata esclusa per altro reato contestato all’imputato nel medesimo
procedimento (Sez. 2, n. 31034 del 05/07/2013, Santacroce, Rv. 256557 e Sez.
5, n. 16375 del 13/01/2014, Cavina, Rv. 262763).
Sulla base di tale impianto argomentativo, la Sesta Sezione ha rimesso alle
Sezioni Unite il seguente quesito: “Se, in presenza di un ricorso cumulativo per
diversi e autonomi capi di imputazione, per i cui reati sia intervenuta la
prescrizione dopo la deliberazione di appello, raccoglimento dei motivi afferenti
un capo imponga o meno la dichiarazione di prescrizione anche per i distinti ed
autonomi capi di imputazione, pur quando i pertinenti motivi siano invece
giudicati originariamente inammissibili”.
5. Il Primo Presidente, con decreto in data 16 marzo 2016, ha assegnato il
ricorso alle Sezioni Unite, fissando per la trattazione l’udienza pubblica del 25
maggio 2016 in cui l’avv. Ida Blasi, sostituto processuale del difensore di parte
civile avv. Ernesto Monteverde del Foro di Genova, ha dichiarato di aderire
all’astensione dalle udienze deliberata dall’Unione delle Camere penali il 7
maggio 2016. La Corte, preso atto anche della dichiarazione di astensione
depositata in cancelleria dal difensore dell’imputato avv. Mario Iavicoli del Foro di
Genova, ha rinviato il giudizio all’odierna udienza, senza ulteriori avvisi.
5. Il Procuratore generale, in data 23 maggio 2016, ha depositato una
memoria a sostegno della tesi dell’autonomia dell’azione penale e dei rapporti
processuali inerenti ai singoli capi di imputazione.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. La Corte preliminarmente rileva che con il primo motivo di ricorso, come
già posto in evidenza nell’ordinanza di rimessione, si tende a sottoporre al
giudizio di legittimità aspetti attinenti alla ricostruzione del fatto e
all’apprezzamento del materiale probatorio rimessi alla esclusiva competenza del
giudice di merito.
Secondo l’incontrastata giurisprudenza di legittimità, esula dai poteri della
Corte di cassazione quello di una “rilettura” degli elementi di fatto posti a
fondamento della decisione, la cui valutazione è riservata al giudice di merito,
senza che possa integrare il vizio di legittimità la mera prospettazione di una
diversa, e per il ricorrente più adeguata, valutazione delle risultanze processuali
(Sez. U, n. 6402 del 30/04/1997, Dessimone).
Nella sentenza impugnata, che conferma quella di primo grado in punto di
responsabilità, l’obbligo di motivazione è stato esaustivamente soddisfatto con
argomentazioni coerenti sotto il profilo logico-giuridico con le quali il ricorrente
non si confronta.
2. Il secondo motivo di ricorso è solo parzialmente fondato.
Va premesso che la censura, relativa alla mancata dichiarazione di
estinzione per prescrizione di entrambi i reati, pur essendo formulata con
argomentazione priva di consistenza (come sottolineato anche nell’ordinanza di
rimessione), è tuttavia specifica, essendo diretta chiaramente a contestare le
modalità di calcolo del periodo di sospensione della prescrizione per effetto dei
rinvii disposti in primo grado su richiesta della difesa e concentrandosi
sostanzialmente sull’espressa esclusione da parte della Corte territoriale
dell’intervenuto decorso del termine massimo di prescrizione in relazione ad
entrambi i reati. Nella motivazione della sentenza impugnata (f. 1) la Corte
territoriale infatti afferma: «Preliminarmente (pur non essendo ciò motivo di
appello), si rileva che i reati non sono prescritti, essendovi stati periodi di
sospensione durante il giudizio di primo grado (67 giorni dal 22/1/2013 al
30/3/2013, nonché il periodo compreso tra 1’11 luglio 2013 e il 4/3/2014)».
Detta affermazione è parzialmente errata.
2.1. Il periodo di sospensione della prescrizione per effetto dei due rinvii
citati nella motivazione della sentenza impugnata è pari a 303 giorni. Il primo
rinvio è stato infatti disposto all’udienza del 22 gennaio 2013, a causa del
legittimo impedimento dell’imputato per malattia documentata da un certificato
medico che indicava una prognosi di guarigione in sette giorni, con conseguente
sospensione del termine di prescrizione di ulteriori sessanta giorni decorrenti ex
art. 159, primo comma, cod. pen. dalla data di cessazione dell’impedimento, ed
ha comportato pertanto – come correttamente indicato nella motivazione della
sentenza impugnata – la sospensione della prescrizione per sessantasette giorni.
Il secondo rinvio, al 4 marzo 2014, è stato disposto all’udienza dell’Il luglio
2013 per effetto dell’adesione del difensore all’astensione deliberata da
un’associazione di categoria e il corso della prescrizione è rimasto sospeso per
tutto il periodo del rinvio, come dalla Corte territoriale correttamente ritenuto in
applicazione della consolidata giurisprudenza sul punto (cfr. per tutte Sez. U, n.
4909 del 18/12/2014, dep. 2015, Torchio, Rv. 262914), e quindi per
duecentotrentasei giorni.
Al termine massimo di prescrizione di sette anni e sei mesi, scadente il 16
agosto 2014 per il reato la cui data di commissione è antecedente (capo B,
relativo al reato di falsa testimonianza commesso il 16 febbraio 2007), va quindi
aggiunto il periodo complessivo di sospensione indicato. Ne consegue che il reato
contestato al capo B alla data in cui è stata emessa la sentenza di appello (2
luglio 2015) era già estinto, essendo il termine massimo di prescrizione decorso
interamente sin dal 15 giugno 2015. Per il reato di falsa testimonianza
contestato al capo A, commesso 1’11 aprile 2007, la causa di estinzione della
prescrizione è invece intervenuta successivamente alla sentenza impugnata, il 31
luglio 2015.
2.2. Il secondo motivo di ricorso risulta quindi fondato in relazione alle
censure inerenti alla mancata declaratoria di estinzione per prescrizione del reato
di falsa testimonianza ascritto al capo B, per il quale effettivamente il termine
massimo di prescrizione era decorso prima della sentenza di appello. Come
affermato recentemente dalle Sezioni Unite (Sez. U, n. 12602 del 17/12/2015,
dep. 2016, Ricci, Rv. 266819), deve ritenersi ammissibile il ricorso per
cassazione con il quale si deduce, anche con un unico motivo, l’intervenuta
estinzione del reato per prescrizione maturata prima della sentenza impugnata
ed erroneamente non dichiarata dal giudice di merito (come avvenuto nel caso in
esame quanto al reato ascritto al capo B), integrando tale doglianza un motivo
consentito ai sensi dell’art. 606, comma 1, lett. b) cod. proc. pen.
La censura difensiva è manifestamente infondata invece in relazione al reato
di falsa testimonianza ascritto al capo A commesso in data 11 aprile 2007, in
relazione al quale la Corte territoriale ha correttamente escluso l’intervenuta
estinzione per prescrizione.
2.3. Alla ritenuta fondatezza del secondo motivo di ricorso in relazione al
capo B consegue che limitatamente a detto reato la sentenza impugnata debba
essere annullata senza rinvio perché il reato è estinto per prescrizione.
2.4. Quanto al reato ascritto al capo A, non vi è dubbio che il ricorso, se
avesse riguardato esclusivamente detto reato, sarebbe stato definito con
sentenza di inammissibilità per manifesta infondatezza, essendo risultata errata
la censura difensiva sull’estinzione per prescrizione intervenuta prima della
sentenza di appello. E’ infatti principio giurisprudenziale unanimemente condiviso
che il decorso del termine massimo di prescrizione dopo la sentenza di appello,
in presenza di ricorso per cassazione inammissibile per manifesta infondatezza o
per altre ragioni diverse dalla rinuncia, non consente di dichiarare la causa
estintiva del reato. Secondo la consolidata giurisprudenza della Corte, ribadita
anche recentemente nella citata sentenza delle Sezioni Unite n. 12602 del
17/12/2015, dep. 2016, Ricci, l’inammissibilità del ricorso per cassazione anche
per manifesta infondatezza dei motivi non consente infatti il formarsi di un valido
rapporto di impugnazione e preclude pertanto la possibilità di rilevare e
dichiarare l’estinzione del reato per prescrizione a norma dell’art. 129 cod. proc.
pen. (Sez. U, n. 32 del 22/11/2000, De Luca, Rv. 217266; Sez. U, n. 33542 del
27/06/2001, Cavalera, Rv. 219531).
Nella motivazione della sentenza delle Sezioni Unite n. 12602 del 2016, in
particolare, viene ripercorsa, attraverso l’esame dei plurimi interventi delle
Sezioni Unite, la problematica del rapporto tra inammissibilità dell’impugnazione
e cause di non punibilità ex art. 129 cod. proc. pen. che è stata contrassegnata
da una progressiva dilatazione dell’area delle cause originarie di inammissibilità
rispetto a quelle sopravvenute (Sez. U, n. 21 dell’11/11/1994, dep. 1995, Cresci,
Rv. 199903; Sez. U, n. 15 del 30/06/1999, Piepoli, Rv. 213981) fino al definitivo
abbandono di tale distinzione, attraverso l’elaborazione di una categoria unitaria
di inammissibilità dell’impugnazione comprendente, oltre alla mancanza di
specificità dei motivi e alla proposizione di motivi non consentiti o non dedotti in
sede di appello, anche la manifesta infondatezza tra le cause di inammissibilità
intrinseche al ricorso, preclusive della possibilità di far valere o di rilevare di
ufficio una causa di non punibilità già maturata in sede di merito come la
prescrizione (oltre a Sez. U., De Luca, cit. e Sez. U, Cavalera, cit., v. Sez. U, n.
23428 del 22/03/2005, Bracale, Rv. 231164).
La successiva giurisprudenza delle sezioni penali della Corte ha ribadito il
principio secondo cui tutte le cause di inammissibilità del ricorso per cassazione
(ad eccezione della rinuncia ad un valido atto di impugnazione, costituente causa
sopravvenuta di inammissibilità) integrano un vizio intrinseco dell’atto,
impediscono la valida costituzione di un rapporto processuale e sono di ostacolo
a far valere o a rilevare di ufficio, ex art. 129 cod. proc. pen., l’estinzione del
reato per prescrizione maturata successivamente alla sentenza di appello.
2.5. Nel caso specifico sottoposto alle Sezioni Unite l’applicazione di detto
consolidato principio della giurisprudenza di legittimità si pone tuttavia in
maniera problematica. La sentenza impugnata riguarda infatti due distinte
fattispecie di reato ascritte allo stesso imputato (sentenza oggettivamente
cumulativa) e con il ricorso per cassazione sono stati dedotti plurimi motivi di
ricorso aventi ad oggetto entrambi i reati per i quali è stata pronunciata
condanna. Il ricorso risulta tuttavia ammissibile per uno solo dei reati (capo B),
essendo fondato il secondo motivo di impugnazione relativo alla prescrizione
intervenuta prima della sentenza di appello ed erroneamente non dichiarata dal
giudice di appello, mentre è inammissibile per l’altro reato (capo A), in relazione
al quale entrambi i motivi di impugnazione sono manifestamente infondati e la
prescrizione è maturata dopo la sentenza di appello.
La soluzione della questione di diritto controversa sottoposta all’esame delle
Sezioni unite è quindi rilevante con riferimento alla possibilità o meno di
dichiarare l’estinzione per prescrizione, intervenuta dopo la sentenza di appello,
del reato ascritto al capo A, in relazione al quale sono stati presentati motivi
manifestamente infondati, pur risultando fondato il secondo dei motivi proposti
con il medesimo ricorso in relazione al reato oggetto di diverso e autonomo capo
di imputazione (capo B).
3. Il contrasto di giurisprudenza esiste, ma va dato atto della netta
prevalenza dell’orientamento giurisprudenziale che ritiene, nel caso di ricorso
avverso sentenza plurima o cumulativa dal punto di vista oggettivo, autonoma
l’azione penale e plurimi i rapporti di impugnazione relativi ai diversi reati e ai
relativi capi (e punti) della sentenza impugnata.
Secondo l’orientamento opposto il rapporto processuale, in caso di motivi di
ricorso riguardanti distinti capi di imputazione, è unico e, nel caso di
ammissibilità dei motivi riguardanti uno dei reati, esso è da reputare validamente
instaurato per tutti i capi impugnati, quindi anche per i reati in relazione ai quali
l’impugnazione risulti inammissibile.
Quest’ultimo orientamento, come evidenziato nell’ordinanza di rimessione, è
stato affermato in due isolate pronunce (Sez. 2, n. 31034 del 05/07/2013,
Santacroce, Rv. 256557; Sez. 5, n. 16375 del 13/01/2014, Cavina, Rv. 262763),
di cui la prima è sostanzialmente assertiva sul punto, mentre la più recente
contiene un più articolato esame della questione. Nella sentenza n.16375 del
2014 il Collegio, pur nella consapevolezza dell’esistenza di un diverso e
prevalente indirizzo della giurisprudenza di legittimità, ha sostenuto che la Corte
deve rilevare la prescrizione del reato maturata dopo la pronunzia della sentenza
impugnata anche nel caso in cui la manifesta infondatezza del ricorso risulti
esclusa con riferimento ad altro reato, valorizzando l’instaurazione, ad opera di
siffatto ricorso, di un valido rapporto processuale e, dunque, l’attitudine del
ricorso stesso ad «introdurre il rapporto processuale di impugnazione».
4. Al di là della sostanziale mancanza di approfondite argomentazioni nelle
motivazioni delle sentenze che sostengono l’orientamento minoritario, la
soluzione della questione controversa sottoposta alle Sezioni Unite va individuata
alla luce dell’elaborazione giurisprudenziale e dottrinale in ordine al tema
dell’autonomia dei rapporti processuali di impugnazione relativi ai singoli capi e
punti nel caso di ricorso avverso una sentenza plurima o cumulativa.
Il tema è stato affrontato dalle Sezioni Unite nella sentenza n. 373 del
16/01/1990, Agnese, Rv. 186164 e nell’ordinanza n. 20 del 09/10/1996, Vitale,
Rv. 206170.
Nella sentenza n. 373 del 1990, che ha esaminato la questione della
rilevabilità della prescrizione del reato intervenuta dopo la sentenza di
annullamento parziale emessa dalla Corte di cassazione, si afferma che la
sentenza di annullamento parziale esaurisce il giudizio in relazione a tutte le
disposizioni contenute nella sentenza impugnata e non comprese in quelle
annullate, né ad esse legate da un rapporto di connessione essenziale, potendo il
giudicato avere una formazione progressiva, non solo quando la sentenza di
annullamento parziale viene pronunciata nel processo cumulativo e riguarda solo
alcuni degli imputati ovvero alcune delle imputazioni contestate, ma anche
quando la stessa pronuncia ha ad oggetto una o più statuizioni relative ad un
solo imputato e ad un solo capo d’imputazione. Le Sezioni Unite hanno
riconosciuto in sostanza l’autonomia dei capi della sentenza che non hanno una
connessione essenziale con le «parti della sentenza» (espressione utilizzata
dall’art. 545 cod. proc. pen. del 1930 e riprodotta nell’art.624 del cod. proc. pen.
del 1998) annullate, definendo «capi autonomi» di una sentenza «le decisioni
che concludono l’esercizio dell’azione penale in relazione ad un reato» e
aggiungendo che non è «certo contestabile l’autonomia delle azioni penali
confluenti nel processo cumulativo, sia in relazione al loro esercizio che alla loro
consunzione».
Analoghe considerazioni circa l’autonomia delle statuizioni relative ai diversi
“capi” nei processi cumulativi e l’idoneità delle stesse a passare in giudicato sono
espresse nell’ordinanza n. 20 del 1996, Vitale, in cui le Sezioni Unite affermano
che nel caso in cui la sentenza, pur documentalmente unica, ricomprenda una
pluralità di capi e di imputazioni a carico dello stesso imputato, dalla autonomia
di ciascuno di essi deriva il passaggio in giudicato di quei capi della sentenza non
investiti dall’annullamento con rinvio a seguito della sentenza della Corte di
cassazione, sicché la competente autorità giudiziaria può porre legittimamente in
esecuzione il titolo penale per la parte divenuta irrevocabile.
La tesi dell’autonomia dei singoli capi di imputazione e nell’ambito di questi
dei singoli punti è stata ribadita e sviluppata con estrema chiarezza nella
sentenza Sez. U, n. 1 del 28/06/2000, Tuzzolino, Rv. 216239, in cui, sulla
questione relativa alla possibilità di dichiarare estinto il reato per prescrizione
quando i motivi di impugnazione riguardino solo la pena, si stabilisce la rilevanza
delle cause estintive sopravvenute anche nei casi in cui non sia ulteriormente in
discussione, nel procedimento pendente, il tema della responsabilità. La Corte
chiarisce che il giudicato parziale può formarsi solo con riguardo ai “capi” e non
con riguardo ai “punti” della decisione. Per “capo” della sentenza deve intendersi
«ciascuna decisione emessa relativamente ad uno dei reati attribuiti
all’imputato» e tale nozione ha rilievo in particolare per la sentenza plurima o
cumulativa, caratterizzata dalla confluenza nell’unico processo dell’esercizio di
più azioni penali e dalla costituzione di una pluralità di rapporti processuali,
ciascuno dei quali inerisce ad una singola imputazione, «tale da poter costituire
da solo, anche separatamente, il contenuto di una sentenza». Il concetto di
“punto della decisione”, cui fa espresso riferimento l’art. 597, comma 1, cod.
proc. pen., ha invece una portata più ristretta, riguardando «tutte le statuizioni –
ma non le relative argomentazioni svolte a sostegno – suscettibili di autonoma
considerazione necessarie per ottenere una decisione completa su un capo». I
punti della decisione vengono a coincidere con le parti della sentenza relative alle
«statuizioni indispensabili per il giudizio su ciascun reato» e nell’ambito di ogni
capo i singoli punti della decisione segnano un “passaggio obbligato” per la
completa definizione di ciascuna imputazione, sulla quale il potere giurisdizionale
del giudice non può considerarsi esaurito se non quando siano stati decisi tutti i
punti che costituiscono i presupposti della pronuncia finale su ogni reato
(l’accertamento del fatto, l’attribuzione di esso all’imputato, la qualificazione
giuridica, l’inesistenza di cause di giustificazione, la colpevolezza, e – nel caso di
condanna – l’accertamento delle circostanze aggravanti ed attenuanti e la
relativa comparazione, la determinazione della pena e l’eventuale sospensione
condizionale, e le altre eventuali questioni dedotte dalle parti o rilevabili di
ufficio). La Corte ha definito il capo come «un atto giuridico completo, tanto che
la sentenza che conclude una fase o un grado del processo può assumere
struttura monolitica o composita, a seconda che l’imputato sia stato chiamato a
rispondere di un solo reato o di più reati, nel senso che, nel primo caso, nel
processo è dedotta un’unica regiudicanda, mentre, nel secondo, la regiudicanda
è scomponibile in tante autonome parti quanti sono i reati per i quali è stata
esercitata l’azione penale. Nell’ipotesi di processo cumulativo o complesso la
cosa giudicata può coprire uno o più capi e il rapporto processuale può
proseguire per gli altri, investiti dall’impugnazione, onde, in una simile
situazione, è corretto utilizzare la nozione di giudicato parziale».
In caso di sentenza cumulativa relativa a più imputazioni, quindi, i singoli
capi della sentenza sono autonomi ad ogni effetto giuridico e, perciò, anche ai
fini dell’impugnazione, stante il principio della pluralità delle azioni penali, tante
per quanti sono gli imputati e, per ciascun imputato, tante quante sono le
imputazioni; con la conseguenza che, per quanto i diversi capi siano contenuti in
una sentenza documentalmente unica con la quale il giudice di merito ha statuito
in ordine alle distinte imputazioni, ognuno di essi conserva la propria
individualità e passa in cosa giudicata se non investito da impugnazione e con
l’ulteriore conseguenza che le cause estintive del reato sono applicabili
indipendentemente dai limiti devolutivi dell’impugnazione, tranne l’ipotesi in cui
esse attengano ad un capo di sentenza passato in giudicato perché non toccato,
nella sua interezza, dalle censure formulate con i motivi di gravame operando in
tal caso la preclusione processuale correlata all’effetto devolutivo delle
impugnazioni ed al principio della disponibilità del processo nella fase delle
impugnazioni.

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