Sanzioni Amministrative – Cassazione Penale 11/11/2016 N° 47683

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione V

Data: 11/11/2016

Numero: 47683

Testo completo della Sentenza Sanzioni amministrative – Cassazione penale 11/11/2016 n° 47683:

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SENTENZA
sui ricorsi proposti dai difensori di:
Robusti Giovanni, nato a Piadena, il 27/12/1951;
Bedino Sebastiano Alberto, nato a Savigliano, il 18/3/1982;
avverso la sentenza del 11/6/2015 della Corte d’appello di Trieste;
visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere Dott. Luca Pistorelli;
udito il Pubblico Ministero in persona del Sostituto Procuratore generale Dott.
Francesco Salzano, che ha concluso per il rigetto dei ricorsi;
uditi per gli imputati gli avv.ti Franco Coppi, Paolo Botasso, Catia Salvalaggio e
Giuseppe Caprioli, che hanno concluso chiedendo l’accoglimento dei ricorsi proposti
nell’interesse dei rispettivi assistiti.
RITENUTO IN FATTO
1.Con la sentenza impugnata la Corte d’appello di Trieste ha confermato la condanna di
Robusti Giovanni e Bedino Sebastiano Alberto per i reati di bancarotta fraudolenta
patrimoniale e documentale commessi nella loro qualità di presidenti – il primo fino al
2005 e il secondo per il periodo successivo – nonché il Robusti anche nella sua qualità
di amministratore di fatto successivamente alla dismissione della carica formale, della
Cooperativa Produttori Latte Savoia Cinque s.c.a.r.I., posta in liquidazione coatta
amministrativa nel 2008. In parziale riforma della pronunzia di primo grado la Corte
territoriale ha invece assolto gli imputati perché il fatto non sussiste per il concorrente
reato di frode fiscale per il quale pure erano stati condannati dal Tribunale ed ha
provveduto, previa concessione delle attenuanti generiche, alla rimodulazione del
trattamento sanzionatorìo. L’accusa mossa agli imputati, nella parte ritenuta fondata
dalla sentenza impugnata, è quella di aver ingiustificatamente veicolato ai produttori
che conferivano in cooperativa il proprio latte anche le somme corrispondenti al prezzo
del prodotto ceduto in eccedenza rispetto alle quote assegnate nell’ambito della
regolamentazione europea del mercato, somme che invece la normativa vigente
prevede vengano prelevate per essere destinate alle casse dell’Unione. In tal senso la
Savoia 5, come accertato anche in altro procedimento nel quale i due imputati sono
stati condannati in maniera definitiva per il reato di truffa aggravata, era stata
accreditata come acquirente primario, interponendosi (peraltro non in maniera fittizia,
come stabilito dalla Corte territoriale) tra i produttori e le aziende di trasformazione del
latte naturali clienti dei primi, sulle quali sarebbe gravato altrimenti l’obbligo di
effettuare e versare il prelievo del prezzo delle eccedenze. In tale veste la cooperativa
aveva provveduto a pagare integralmente il prezzo del latte ricevuto, anche in
relazione alle eccedenze, ricorrendo per un certo periodo ad un meccanismo di
triangolazione imperniato sulla FRG s.p.a. – gestita dal Robusti – la quale risultava
cessionaria (a tasso zero) dei crediti che Savoia 5 vantava verso i caseifici per il latte
acquistato da questi ultimi, ed al contempo (sempre a tasso zero) dei crediti dei
produttori verso la cooperativa, riversando così a questi ultimi, come finanziamenti, il
denaro che riscuoteva dai caseifici. In tal modo, secondo la tesi accusatoria recepita dai
giudici del merito, gli imputati avrebbero ingiustificatamente depauperato il patrimonio
della cooperativa, lasciandola esposta alle pretese dell’organo nazionale deputato alla
raccolta dei prelievi riscossi nella commercializzazione del latte (l’AGEA) per il mancato
versamento degli stessi.
2. Avverso la sentenza ricorrono entrambi gli imputati a mezzo dei rispettivi difensori.
2.1 II ricorso proposto nell’interesse del Robusti articola dieci motivi.
2.1.1 Con il primo deduce violazione di legge e vizi della motivazione. In proposito si
evidenzia come, per i fatti di bancarotta successivi alla dismissione della carica di
presidente della cooperativa, all’imputato era stato contestato il concorso nei suddetti
reati in qualità di amministratore di fatto della stessa, mentre la Corte territoriale, pur
ritenendo insufficiente la prova dell’assunzione di tale qualifica per come ritenuta dal
Tribunale, ha comunque ritenuto il Robusti colpevole dei menzionati reati quale
concorrente extraneus nei medesimi. In tal senso, secondo il ricorrente, la sentenza
impugnata avrebbe violato il principio di correlazione, atteso che il Robusti è stato
ritenuto responsabile secondo il suddetto titolo in ragione della costituzione e gestione
della FGR, società cui venivano ceduti i crediti — comprensivi delle somme relative ai
prelievi supplementari inerenti le quote prodotte in eccedenza e destinati ad essere
versati all’AGEA – vantati dalla cooperativa nei confronti degli acquirenti del latte
prodotto dai soci della stessa. Ciò avrebbe per l’appunto determinato una modifica
essenziale dell’originaria imputazione, essendo stata enucleata una condotta
strutturalmente diversa — quella di aver finanziato i produttori attraverso l’acquisto dei
loro crediti — rispetto a quella contestata e consistente nella distrazione delle somme
concernenti ai prelievi. Non di meno è pacifico che il meccanismo di “sconto” dei
suddetti crediti è stato utilizzato fino al marzo del 2007 e dunque, in ogni caso la Corte
territoriale ha omesso di motivare sulle ragioni per cui il Robusti debba rispondere
anche dei fatti commessi successivamente a tale data. Ed analogo difetto di
motivazione evidenzierebbe la sentenza in merito all’identificazione della condotta
concorsuale addebitabile all’imputato nel reato di bancarotta documentale, una volta
esclusa la sua qualifica di amministratore di fatto.
2.1.2 Con il secondo motivo il ricorrente deduce errata applicazione della legge penale
e vizi della motivazione in merito alla riconosciuta responsabilità dell’imputato per i fatti
asseritamente commessi nel periodo in cui egli era amministratore di diritto della
cooperativa e in particolare, per come stabilito dalla Corte territoriale, delle distrazioni
relative ai prelievi supplementari riguardanti quelle forniture della campagna
2005/2006 effettuate nel primo dei due anni citati, prima dell’avvicendamento alla
presidenza dell’ente. In tal senso osserva il ricorrente come la Corte territoriale abbia
apoditticamente desunto la responsabilità del Robusti dal suo affermato coinvolgimento
negli illeciti consumati in costanza dell’amministrazione del suo successore, trascurando
peraltro che, come risultante dal verbale di contestazione della GdF e come evidenziato
con il gravame di merito, la quota di prelievi distratti imputabile all’annata 2005 era
maturata nel solo mese di dicembre (primo mese di produzione dell’anno), mentre
l’imputato era cessato dalla sua carica il 30 novembre dello stesso anno, con la
conseguenza che l’eventuale condotta illecita non poteva essergli attribuita. Non di
meno, tenuto conto del fatto che la società non aveva operato tra il 2003 ed il 2005, il
giudice dell’appello avrebbe omesso di motivare sui rilievi difensivi ad oggetto la
ricorribilità nel caso di specie dei requisiti stabiliti dalla sentenza Corvetta di questa
Corte per l’integrazione del reato di bancarotta.
2.1.3 Analoghi vizi vengono denunziati con il terzo, il quarto ed il quinto motivo in
merito alla affermata natura distrattiva delle condotte imputate a titolo di bancarotta
patrimoniale.
2.1.3.1 Sotto un primo profilo, con il primo motivo di cui si tratta, il ricorrente denunzia
l’erroneità della tesi recepita dal giudice dell’appello per cui la cooperativa – nella sua
qualità di primo acquirente del latte conferito dai soci – vantasse un debito nei
confronti di AGEA ad oggetto le somme relative ai prelievi sul prezzo del prodotto
eccedente le quote assegnate ad ogni singolo produttore, che avrebbe dovuto versate
all’ente citato invece di cedere il relativo credito a FGR, con conseguente distrazione
delle relative somme. In realtà la normativa comunitaria di riferimento in materia –
nonché quella nazionale, interpretata in modo compatibile con quella sovranazionale –
sarebbe chiara nell’identificare esclusivamente nei “produttori” i debitori dei prelievi
sulle eccedenze, tanto che la riscossione coattiva, secondo la giurisprudenza
amministrativa, deve essere comunque diretta nei loro confronti, anche qualora
l’acquirente non abbia trattenuto quanto dovuto a titolo di prelievo. Di conseguenza
alcuna somma doveva essere annotata a debito nelle scritture contabili e alcuna
distrazione sarebbe avvenuta.
2.1.3.2 Sotto un diverso profilo, con il quarto motivo, il ricorrente contesta la
configurabilità delle contestate distrazioni rilevando l’erroneità del presupposto da cui
hanno preso le mosse i giudici del merito e cioè che le somme pagate dagli acquirenti
finali – comprensive dei prelievi – siano transitate nelle casse della cooperativa, mentre
questa si è limitata a cedere a FRG il relativo credito, compensandolo con quello
relativo al prezzo del conferimento che a loro volta i produttori avevano ceduto alla
medesima società, nelle cui casse dunque non è mai transitato il danaro oggetto della
presunta distrazione. Né per altro verso questa potrebbe avere ad oggetto il
menzionato credito. A parte il fatto, osserva il ricorrente, che in proposito si
registrerebbe l’ennesimo difetto di contestazione, comunque tale cessione è avvenuta
dietro corrispettivo, per l’appunto costituito dalla compensazione con il credito vantato
dai produttori nei confronti della società.
2.1.3.3 II punto è ulteriormente sviluppato con il quinto motivo, con il quale si
evidenzia come il contratto tra i produttori e la cooperativa prevedeva la cessione a
quest’ultima di tutto il latte prodotto dai primi e, correlativamente, il pagamento del
suo prezzo. Dunque la Savoia 5 ha pagato quanto ricevuto nel doveroso adempimento
di un obbligo contrattuale legittimamente assunto dalla medesima che ha trovato la sua
contropartita nell’acquisto del latte poi rivenduto agli acquirenti finali, il che
escluderebbe in radice la natura distrattiva dell’operazione. Del resto la normativa
comunitaria e quella nazionale relative alle quote non ha influito, né tantomeno inteso
regolamentare i rapporti instauratisi tra i privati secondo l’ordinaria disciplina dettata
dal codice civile, mentre solo il mancato versamento da parte dell’acquirente dei
prelievi eventualmente ed effettivamente trattenuti sulle quote vendute in eccedenza
dai produttori, lungi dall’assumere di per sé rilevanza penale, verrebbe in maniera
autonoma sanzionato in via amministrativa ai sensi delle disposizioni della I. n.
119/2003. In tal senso deve dunque ritenersi per il ricorrente apodittica ed erronea
l’affermazione della Corte territoriale secondo cui i produttori di latte sarebbero stati
creditori della società solo relativamente al prezzo dei quantitativi non eccedenti le
quote loro assegnate, rimanendo la restante parte destinata ad AGEA, che invece è
rimasta creditrice nei loro confronti per i prelievi non già trattenuti sulle eccedenze.
2.1.4 Ancora errata applicazione della legge penale e vizi della motivazione vengono
dedotti con il sesto motivo. In proposito il ricorrente ricorda come in origine
all’imputato fossero stati contestati, in ordine alla mancata corresponsione ad AGEA
delle somme corrispondenti ai prelievi sul prezzo delle eccedenze, tanto la bancarotta
fraudolenta distrattiva, come quella impropria da operazioni dolose di cui all’art. 223
comma 2 n. 2 legge fall., reato questo poi ritenuto assorbito dal Tribunale nel primo. La
Corte territoriale, nel confutare le obiezioni difensive sulla configurabilità della
bancarotta patrimoniale, avrebbe dunque illegittimamente affermato che, anche
qualora fondate, le stesse sarebbero irrilevanti, posto che le condotte contestate in ogni
caso integrerebbero il delitto di operazioni dolose. Innanzi tutto erroneo sarebbe il
presupposto da cui avrebbero preso le mosse i giudici dell’appello e cioè che si
trattasse di contestazioni alternative e non cumulative, come invece correttamente
ritenuto dal Tribunale, che infatti ha assolto l’imputato per tale ultimo reato, con
statuizione che è divenuta definitiva in quanto non appellata dal pubblico ministero e
con la conseguente impossibilità, pertanto, di far rivivere tale imputazione. Il
ragionamento dei giudice sarebbe poi contraddittorio nella misura in cui presuppone
altresì la fondatezza della tesi difensiva sull’insussistenza di un credito di AGEA nei
confronti della cooperativa. Ma se così è allora non vi sarebbe nemmeno spazio per
configurare la sussistenza del nesso eziologico tra le operazioni dolose e la causazione
del dissesto, invece necessario per la sussistenza del reato in questione.
2.1.5 Con il settimo motivo il ricorrente lamenta errata applicazione della legge penale
e vizi della motivazione in ordine alla ritenuta sussistenza dell’elemento soggettivo
della bancarotta patrimoniale, avendo ancora una volta la Corte territoriale formulato il
proprio giudizio sull’erroneo presupposto dell’esistenza di un credito di AGEA nei
confronti della società e comunque senza argomentare sulla consapevolezza da parte
dell’imputato della circostanza, quantomeno dubbia atteso il già menzionato
orientamento della giurisprudenza amministrativa sul tema. Ed identici vizi vengono
dedotti anche con l’ottavo motivo, con il quale si lamenta il mancato riconoscimento
della specialità dell’illecito amministrativo di cui all’art. 5 I. n. 119/2003 rispetto alla
fattispecie di bancarotta contestata, atteso che il fatto imputato è lo stesso punito con
sanzione amministrativa dalla citata disposizione. Non di meno tale sanzione è stata in
concreto già applicata alla cooperativa con provvedimento divenuto definitivo in
riferimento al medesimo fatto cui si riferisce la condanna penale per cui è ricorso, la
quale dunque sarebbe stata pronunziata in violazione dei principi affermati da Corte
EDU 4 marzo 2013 Grande Stevens c. Italia, dovendosi ritenere che la suddetta
sanzione abbia natura sostanzialmente penale alla luce dei criteri individuati dalla
consolidata giurisprudenza della Corte di Strasburgo in materia.
2.1.6 Con il nono motivo vengono dedotti violazione di legge e correlati vizi della
motivazione. In particolare il ricorrente eccepisce la violazione del principio di ne bis in
idem in relazione all’intervenuta condanna del Robusti per il reato di truffa aggravata in
relazione all’omesso versamento dei prelievi supplementari nella gestione di tutte le
cooperative Savoia, compresa quella per cui oggi è processo. Ed in proposito la Corte
territoriale ha, secondo il ricorso, illogicamente motivato il rigetto dell’analoga
eccezione sollevata nel giudizio d’appello pur riconoscendo sostanzialmente l’identità
della condotta oggetto dei due diversi procedimenti. Infine con il decimo motivo
vengono denunziate errata applicazione della legge penale e vizi della motivazione in
merito alla configurabilità del reato di bancarotta documentale, asseritannente integrato
attraverso l’omessa annotazione nei bilanci delle poste debitorie nei confronti di AGEA,
che, per le ragioni esposte in precedenza, in realtà non sussistono, posto che alcun
credito il suddetto ente vantava nei confronti della cooperativa.
2.2 II ricorso proposto nell’interesse del Bedino articola sette motivi, che in buona parte
risultano sovrapponibili ai motivi del ricorso del Robusti, anche nella selezione delle
argomentazioni poste a sostegno delle censure sviluppate.
2.2.1 Così con il primo vengono dedotti errata applicazione della legge penale e vizi
della motivazione, riproponendo le doglianze relative all’inconfigurabilità del reato di
bancarotta patrimoniale in ragione dell’impossibilità di considerare l’adempimento degli
obblighi derivanti dai contratti stipulati dalla cooperativa con i produttori una
distrazione. Attraverso tale adempimento, infatti, i beni della società non sarebbero
stati destinati ad uno scopo diverso da quello doveroso, mentre una interpretazione
della normativa nazionale di settore conforme a quella comunitaria rivelerebbe come
AGEA non fosse titolare di alcun credito nei confronti di Savoia 5 in relazione alla
percentuale del prezzo della vendita agli acquirenti finali delle eccedenze fornite dai
produttori all’acquirente primario e ciò in quanto il trattenimento dei prelievi rimane per
quest’ultimo meramente facoltativo, fermo l’obbligo di versare quanto eventualmente
trattenuto e comunque fermo che debitori dell’ente rimangono esclusivamente gli stessi
produttori.
2.2.2 Gli stessi vizi vengono prospettati con il secondo motivo in relazione all’elemento
soggettivo del reato, evidenziandosi come la stessa motivazione della sentenza risulti
contraddittoria sul punto, ammettendo implicitamente il deficit di consapevolezza
dell’imputato sul rischio d’insolvenza conseguente alla propria condotta. Non di meno la
Corte territoriale, pur riconoscendo la natura controversa della questione relativa alla
titolarità soggettiva dell’obbligazione nei confronti di AGEA, avrebbe omesso di trarne le
doverose conclusioni in tema di scusabilità dell’errore eventualmente compiuto
dall’imputato nell’interpretazione delle norme di riferimento in merito ai doveri gravanti
sulla cooperativa relativamente ai prelievi. Con il terzo motivo il ricorrente rileva invece
come, in relazione alla contestata bancarotta documentale, la sentenza abbia
trascurato la testimonianza del commissario liquidatore, il quale ha rilevato l’omesso
trattenimento dei prelievi all’evidenza risultante dalle scritture contabili, fermo restando
che il loro mancato versamento era comunque noto ad AGEA risultando dal sistema
informatico SIAN.
2.2.3 Con il quarto ed il quinto motivo vengono riproposte le censure illustrate
trattando del ricorso del Robusti in ordine al mancato riconoscimento della specialità ex
art. 9 I. n. 689/1981 dell’illecito amministrativo di cui all’art. 5 I. n. 119/2003 rispetto
al reato di bancarotta patrimoniale ed alla violazione del principio del ne bis in idem.
Sotto un primo profilo il ricorrente lamenta l’inconferenza dell’argomento utilizzato dai
giudici dell’appello per respingere il rilievo e cioè che tra le due fattispecie
sussisterebbe un rapporto di specialità reciproca, carattere che per la dottrina e la
giurisprudenza non impedirebbe, contrariamente a quanto ritenuto in sentenza, di
configurare l’ipotesi di concorso apparente di norme incriminatrici disciplinata dal
suddetto art. 9. In altro senso viene dedotto come l’intervenuta applicazione delle
sanzioni amministrative in relazione all’omesso versamento dei prelievi avrebbe dovuto
impedire, ai sensi dell’art. 649 c.p.p. interpretato in senso conforme all’art. 4 del
Settimo Protocollo alla CEDU ed alla giurisprudenza della Corte di Starsburgo (anche in
questo caso il ricorrente richiama in proposito la sentenza Grande Stevens c. Italia), la
condanna dell’imputato per il medesimo fatto, stante la natura sostanzialmente penale
delle prime.
2.2.4 Con il sesto motivo il ricorrente ripropone anche l’altra eccezione di ne bis in
idem già sviluppata nell’altro ricorso in merito all’intervenuta condanna del Bedino per
il reato di truffa sempre in relazione all’omesso versamento ad AGEA dei prelievi
effettuati da Savoia 5, mentre con il settimo ed ultimo motivo deduce errata
applicazione della legge penale e vizi della motivazione in merito alla ritenuta
equivalenza delle pur concesse attenuanti generiche, valutazione che non ha tenuto
conto dell’incensuratezza del Bedino, la cui posizione nel giudizio di bilanciamento è
stata ingiustificatamente equiparata a quella del coimputato, cui invece era stata
contestata la recidiva.
3. Il 28 settembre 2016 i difensori di entrambi gli imputati hanno depositato note
d’udienza congiunte nelle quali hanno ulteriormente sviluppato i motivi di ricorso.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. I ricorsi sono fondati nei limiti che verranno di seguito esposti.
2. Non è innanzi tutto ultroneo ripercorrere in estrema sintesi l’evoluzione della
regolamentazione del mercato latteario per chiarire il contesto nel quale si inserisce
l’odierna vicenda processuale.
2.1 In tal senso va ricordato come, a partire dagli anni ottanta del secolo scorso, la
produzione di latte è stata oggetto di politiche agricole dell’Unione, con particolare
attenzione alla stabilità del relativo mercato sul territorio europeo. Perciò sono state
adottare normative sovranazionali che hanno introdotto un sistema di controllo dal lato
della offerta, quindi della produzione, la cui chiara finalità è costantemente risultata
quella di evitare una eccessiva produzione di latte in grado di determinare una caduta
dei prezzi e, conseguentemente, la crisi del settore.
2.2 In termini assai generali ed in estrema sintesi, il sistema funziona nel seguente
modo. Ogni paese membro si è visto attribuire una quota di produzione del latte che
non deve superare; in caso di superamento della produzione, sulla parte eccedente
viene effettuato un “prelievo supplementare” – ovvero si impone il pagamento di una
somma parametrata alla quantità di latte prodotta oltre la soglia attribuita ai singoli
allevatori – destinato alle casse comunitarie. Tale prelievo, da effettuarsi sulle somme
dovute agli allevatori dagli acquirenti del loro latte, è volutamente determinato in una
misura tale da rendere antieconomica la vendita di latte oltre il quantitativo massimo,
così da scoraggiare la produzione in eccesso.
2.3 II sistema illustrato trova la sua disciplina, a livello
regolamenti succedutisi nel tempo, nonché, a livello
comunitario, in una serie di
nazionale, nelle normative
attuative degli stessi emanati dai singoli Paesi membri. Con riguardo ai fatti oggetto del
presente procedimento le discipline nazionali di riferimento sono quelle contenute nella
I. n. 468/1992 e, soprattutto, nel compendio normativo che l’ha sostituita e cioè quella
di cui al d.l. n. 49/2003, convertito con modifiche dalla I. n. 119/2003.
2.4 Tale ultima normativa, oltre ad attribuire alle Regioni la competenza sulla specifica
materia, introduce un determinato sistema di individuazione di quote di produzione per
i singoli produttori e disciplina la già menzionata ”Agenzia per le erogazioni in
agricoltura” (AGEA), ente cui spetta la gestione del meccanismo delle quote latte e la
riscossione degli importi dovuti a titolo di prelievo supplementare.
2.5 Compito dell’AGEA è, tra gli altri, quello della istituzione e gestione di un registro
pubblico delle quote nel quale, anno per anno, va indicato il quantitativo individuale
attribuito a ciascun produttore. La I. n. 119/2003 prevede altresì la istituzione di un
elenco degli acquirenti di latte “riconosciuti”, la iscrizione nel quale è subordinata alla
verifica del rispetto dei requisiti della normativa comunitaria ed interna.
2.6 Per la garanzia del controllo e della tracciabilità del latte, ogni produttore è tenuto a
vendere il latte solo a tali acquirenti riconosciuti inseriti nell’albo. Tale obbligo è reso
ineludibile dall’art. 4 della legge, secondo il quale, laddove la vendita sia in favore di
acquirente non iscritto all’albo, tutta la produzione così ceduta è soggetta a prelievo
supplementare, con obbligo posto sia a carico del produttore che dell’acquirente.
2.7 II successivo art. 5 determina il modo con il quale viene effettuato il prelievo
supplementare per il superamento della quota di produzione da parte del produttore.
L’acquirente, difatti, nell’acquistare il latte, deve trattenere il prelievo supplementare in
relazione al latte consegnato in esubero rispetto al quantitativo individuale assegnato al
singolo produttore. Tale somma deve poi essere versata all’AGEA e resa nota alle
Regioni per ì necessari controlli, il che spiega le ragioni dell’istituzione dell’albo degli
acquirenti. E’ peraltro previsto che l’acquirente possa non versare direttamente il
prelievo supplementare, sostituendo il versamento con la prestazione all’AGEA di una
fideiussione bancaria esigibile a prima e semplice richiesta.
2.8 Secondo il comma quinto del citato art. 5, “il mancato rispetto degli obblighi o dei
termini da parte degli acquirenti comporta l’applicazione di una sanzione
amministrativa commisurata al prelievo supplementare eventualmente dovuto”,
sanzione la cui irrogazione non fa venir meno l’obbligo di versare il prelievo
supplementare. E’ altresì previsto che, in caso di ripetute violazioni dei propri obblighi
da parte dell’acquirente, le Regioni ne revochino il riconoscimento con la ovvia
conseguenza che costui non potrà più operare sul mercato del latte.
2.8 Per rendere possibile il concreto funzionamento di tale sistema è stato introdotto un
sistema informatico gestito dalla predetta agenzia (denominato SIAN) a cui devono
accedere i vari soggetti operanti sul mercato del latte inserendo i dati di rispettiva
competenza. Tale soluzione tecnica ha risolto i problemi registrati nel passato, quando
si era reso necessario procedere a convenzioni con le associazioni dei produttori,
delegando loro le funzioni di controllo, essendo di fatto impossibile la vigilanza di un
settore frammentato in una miriade di piccole aziende di allevamento. L’effettuazione di
queste comunicazioni da parte degli acquirenti ed il controllo in automatico tramite il
sistema SIAN consentono quindi un chiaro “tracciamento” delle condotte degli
operatori.
2.9 La legge prevede infine che, a fronte del mancato versamento del prelievo
supplementare, al suo recupero si proceda con il sistema della “riscossione mediante
ruoli”, ovvero il sistema tipico della riscossione dei tributi che esonera la pubblica
amministrazione dal ricorrere alla giurisdizione, potendo emettere direttamente il titolo
esecutivo. Effettuata l’iscrizione a ruolo, quindi, si provvede semplicemente alla notifica
della cartella di pagamento con la successiva esecuzione forzata in caso di
inadempimento.
3. Venendo ai motivi di ricorso, carattere pregiudiziale rivestono quelli ad oggetto le
eccezioni di ne bis in idem e di specialità dell’illecito amministrativo di cui all’art. 5 I. n.
119/2003, sollevate da entrambi i ricorrenti, che sono peraltro infondate ovvero
manifestamente infondate.
3.1 Manifestamente infondata è in particolare quella dedotta con l’ottavo motivo del
ricorso del Robusti e con il quinto di quello del Bedino e relativa all’improcedibilità ex
art. 649 c.p.p. ed art. 4 del Settimo Protocollo alla CEDU, così come interpretato dalla
giurisprudenza della Corte di Strasburgo, dei reati contestati agli imputati in ragione
della pregressa irrogazione delle sanzioni amministrative previste dall’art. 5 I. n.
119/2003 per l’omesso versamento dei prelievi sulle forniture di latte effettuate a
Savoia 5. Al di là di ogni considerazione sull’identità del fatto oggetto di incriminazione
penale e di quello oggetto, invece, dell’illecito amministrativo ovvero sulla natura
sostanzialmente penale della sanzione prevista per quest’ultimo, dirimente per
dimostrare l’assoluta infondatezza dell’eccezione è la circostanza per cui destinataria,
nel caso di specie, della sanzioni amministrative di cui si lamenta la pregressa
applicazione è stata — per quanto risulta dai ricorsi e dalla documentazione ad essi
allegata – la cooperativa, quale soggetto giuridico autonomo dagli imputati succedutisi
nella sua amministrazione. L’alterità del soggetto cui è stata irrogata la sanzione
amministrativa esclude dunque in radice la sussistenza del presupposto primo che
caratterizza una situazione di bis in idem e cioè che nei confronti dello stesso soggetto
si proceda nuovamente in relazione al medesimo fatto. Né vale a contraddire tale
conclusione il fatto che i processi verbali di contestazione delle violazioni
amministrative e l’ordinanza di ingiunzione di pagamento delle sanzioni – documenti
per l’appunto richiamati in allegato ai ricorsi – siano stati indirizzati anche al Bedino,
giacchè ciò è avvenuto nella sua qualità di legale rappresentate dell’ente.
3.2 E’ invece infondata l’altra eccezione svolta con l’ottavo motivo del Robusti e con il
quarto del Bedino, con i quali si lamenta l’omesso riconoscimento della specialità
dell’art. 5 I. n. 119/2003 rispetto alla fattispecie di bancarotta.
3.2.1 In proposito è innanzi tutto necessario ribadire il consolidato insegnamento di
questa Corte per cui, in caso di concorso apparente tra disposizione penale
incriminatrice e disposizione amministrativa sanzionatoria in riferimento allo stesso
fatto, deve trovare applicazione esclusivamente la disposizione che risulti speciale
rispetto all’altra all’esito del confronto tra le rispettive fattispecie astratte (Sez. Un., n.
1963/11 del 28 ottobre 2010, P.G. in proc. Di Lorenzo, Rv. 248722). Principio questo,
che contrariamente a quanto sostenuto dai ricorrenti, non è in contrasto con quanto
affermato dalla giurisprudenza della Corte EDU citata nei ricorsi, posto che quest’ultima
riguarda l’operatività del divieto di bis in idem, fattispecie questa nella quale – anche
secondo questa Corte, come ricordato poc’anzi – deve invece procedersi al confronto
tra gli elementi essenziali dei fatti contestati in concreto nei diversi procedimenti al fine
di rilevarne l’eventuale identità.
3.2.2 Facendo buon governo dell’illustrato principio, la Corte territoriale ha
correttamente escluso che le due fattispecie possano ritenersi in rapporto di specialità,
atteso che tra le stesse non sussiste nemmeno un rapporto di effettiva interferenza,
rimanendo irrilevante che, di fatto, la distrazione contestata abbia comportato anche
l’omesso versamento dei prelievi all’AGEA.
3.2.3 E’ poi irrilevante che la sentenza abbia esaminato la questione anche sotto il
profilo dell’eventuale interferenza tra la disposizione sanzionatoria amministrativa e la
fattispecie di operazioni dolose, anch’essa originariamente contestata agli imputati,
atteso che pacificamente per quest’ultima essi non sono stati condannati e sul punto i
giudici dell’appello hanno inteso argomentare per mero desiderio di completezza. Non
di meno – per soddisfare analogo desiderio – va osservato come anche in questo caso
le conclusioni assunte dalla sentenza sfuggano alle censure difensive, che si fondano
sull’errato presupposto per cui la giurisprudenza di legittimità sarebbe propensa, ai fini
dell’applicazione della disciplina del concorso apparente tra norme, ad attribuire
rilevanza anche all’ipotesi in cui le relative fattispecie si pongano in rapporto di
specialità reciproca, quando invece l’orientamento consolidato di questa Corte è di
segno decisamente opposto, stabilendo che la fattispecie speciale debba potere essere
ricompresa interamente in quella ritenuta generale (ex multis e da ultima Sez. 1, n.
19230/16 del 30 novembre 2015, Zappalà, Rv. 266795).
4. E’ invece fondata l’ulteriore eccezione di bis in idem proposta con il nono motivo del
ricorso del Robusti e con il sesto di quello del Bedino, motivi con i quali i ricorrenti
hanno dedotto l’identità del fatto oggetto dell’odierna imputazione di bancarotta
fraudolenta e di quello per cui i due imputati sono stati giudicati in altro procedimento
sotto il titolo della truffa aggravata, lamentando come in entrambi i casi, questa volta
in concreto, il nucleo essenziale della contestazione sarebbe costituito dall’omesso
versamento ad AGEA dei prelievi effettuati sulle eccedenze di latte.
4.1 Come noto, secondo l’oramai consolidato insegnamento di questa Corte, ai fini della
configurabilità della preclusione connessa al divieto di un secondo giudizio, è necessaria
la corrispondenza tra il fatto storico – considerato in tutti i suoi elementi costitutivi
(condotta, evento, nesso causale) e con riguardo alle circostanze di tempo, di luogo e
di persona – sul quale si è formato il giudicato e quello per cui si procede (ex multis
Sez. Un., n. 34655 del 28 giugno 2005, P.G. in proc. Donati ed altro, Rv. 23179901).
Principi questi che appaiono sostanzialmente in linea con l’orientamento espresso dalla
Corte europea dei diritti dell’uomo, sin dalla sentenza 10 febbraio 2009, Zolotoukhine
c. Russia, per giungere alla più recente sentenza 4 marzo 2014, Grande Stevens c.
Italia, per cui il principio del ne bis in idem impone una valutazione ancorata ai fatti e
non alla qualificazione giuridica degli stessi, dal momento che quest’ultima è da
ritenersi troppo restrittiva in vista della tutela dei diritti della persona. In tal senso,
come emerge dalla citata sentenza Zolotoukhine (par. 84) e come ribadito dalla più
recente decisione emessa nel caso Grande Stevens c. Italia (par. 221), la nozione di
condotta si traduce nell’insieme delle circostanze fattuali concrete, collocate nel tempo
e nello spazio, la cui esistenza deve essere dimostrata ai fini della condanna.
4.2 La sentenza impugnata non ha messo in dubbio questi consolidati principi – che ha
anzi richiamato – ma ha escluso che nel caso di specie sussista violazione del divieto di
un secondo giudizio. Tale conclusione poggia su un duplice ordine di argomentazioni.
Per un verso, infatti, la Corte territoriale ha ritenuto ricorrere tra i reati contestati nei
due distinti giudizi un rapporto di concorso formale ai sensi dell’art. 81 c.p. e
conseguentemente ha richiamato il consolidato orientamento della giurisprudenza di
legittimità per cui la preclusione del ne bis in idem non opererebbe ove tra i fatti già
irrevocabilmente giudicati e quelli ancora da giudicare sia configurabile tale ipotesi,
potendo in tal caso la stessa fattispecie essere riesaminata sotto il profilo di una
diversa violazione di legge, salvo che nel primo giudizio sia stata dichiarata
l’insussistenza del fatto o la mancata commissione di esso da parte dell’imputato (ex
mu/tis e da ultima Sez. 5, n. 11918 del 20 gennaio 2016, Incalza, Rv. 266382). Sotto
altro profilo ha invece evidenziato come in realtà l’oggetto delle due contestazioni non
coinciderebbe, posto che l’omesso versamento ad AGEA dei prelievi, nel caso della
truffa, sarebbe stato l’effetto della fraudolenta interposizione della cooperativa quale
acquirente primario del latte, mentre, in quello della bancarotta, la medesima
omissione sarebbe conseguenza del depauperamento del patrimonio della società
realizzato attraverso l’indebito versamento ai produttori delle somme corrispondenti ai
prelievi sulle eccedenze. Non di meno per il giudice dell’appello sarebbero diverse
anche le coordinate temporali delle due imputazioni, riferendosi quella di truffa solo ad
una parte del fatto contestato a titolo di bancarotta nel presente procedimento.
4.3 Le illustrate conclusioni non possono essere condivise. Come ricordato, l’identità del
fatto ai fini della preclusione di un secondo giudizio deve essere valutata in relazione al
concreto oggetto del giudicato e della nuova contestazione, mentre la valutazione
compiuta dai giudici d’appello risulta inquinata dal ricorso anche a criteri che
appartengono al confronto tra le fattispecie astratte della truffa e della bancarotta. Ma
l’omissione del versamento (rectius: il mancato percepimento da parte di AGEA dei
prelievi) ed il depauperamento delle risorse della cooperativa sono, nel caso concreto,
all’evidenza avvinti in un rapporto di implicazione necessaria, posto che ciò che non è
stato versato è esattamente ciò che sarebbe stato distratto, mentre l’artifizio che
caratterizza la truffa già giudicata (e che di per sè sarebbe invece irrilevante ai fini della
bancarotta) non esaurirebbe nemmeno l’ambito degli elementi costitutivi della relativa
fattispecie.
4.4 In realtà, per come emerge dagli stessi capi d’imputazione formulati nei
procedimenti decisi con la sentenza del 25 febbraio 2015 della Corte d’appello di Trieste
e del 30 giugno 2011 della Corte d’appello di Torino (divenute definitive a seguito del
pronunziamento di questa Corte, rispettivamente, in data 8 gennaio 2016 e 13 marzo
2014), la deviazione in favore dei produttori (soci della cooperativa) del corrispettivo
della cessione agli acquirenti finali anche delle quote di latte prodotte in eccedenza – e
cioè la distrazione che ha lasciato Savoia 5 nella condizione di non poter soddisfare le
successive pretese di AGEA – è stata ritenuta elemento costitutivo della condotta
fraudolenta integrante la truffa per cui il Bedino ed il Robusti sono stati condannati,
anche in ragione delle particolari modalità attraverso cui tale deviazione veniva posta in
essere e della loro efficienza causale nella produzione degli eventi tipici previsti dall’art.
640 c.p. Non di meno, l’interposizione della cooperativa tra i produttori e gli acquirenti
finali è considerata nell’imputazione di bancarotta come concreta modalità di
realizzazione della condotta distrattiva contestata.
4.5 Deve dunque riconoscersi che il fatto contestato agli odierni imputati corrisponde
nella sua sostanza essenziale al fatto già valutato ai fini della loro condanna per il reato
di truffa, rimanendo inconferente che non tutti gli elementi fenomenici valorizzati per la
configurazione di quest’ultimo concorrano a definire quello di bancarotta per cui oggi è
processo, trattandosi di conseguenza che scaturisce dalla circostanza che la stessa
nozione di fatto, pur colta nella sua dimensione per l’appunto “fattuale”, ha, ai fini
dell’imputazione, inevitabilmente anche carattere normativo, in quanto presuppone la
selezione e qualificazione da parte del legislatore delle circostanze ritenute espressive
della penale rilevanza. In tal senso è dunque irrilevante che la produzione degli eventi
tipici della truffa non venga considerata in relazione alla configurabilità di quello di
bancarotta, tanto più che è quest’ultimo ad essere stato giudicato per ultimo.
4.6 Non è poi necessario decidere se possa o meno riconoscersi l’identità del processo
esecutivo dei due reati al fine di stabilire se i rapporti tra i medesimi debbano essere
effettivamente inquadrati nell’ambito del fenomeno del concorso formale eterogeneo di
cui all’art. 81 comma 1 c.p., come ritenuto dalla Corte territoriale. Infatti, tale
qualificazione è stata evocata dai giudici dell’appello per ricavarne una conclusione –
quella dell’inoperatività del divieto di un secondo giudizio – che non può più ritenersi
corretta alla luce del recente intervento del giudice delle leggi, il quale ha dichiarato
l’illegittimità costituzionale dell’art. 649 c.p.p. per contrasto con l’art. 117, primo
comma, Cost., in relazione all’art. 4 del Protocollo n. 7 alla CEDU, nella parte in cui –
secondo il diritto vivente – esclude che il fatto sia il medesimo per la sola circostanza
che sussiste un concorso formale tra il reato già giudicato con sentenza irrevocabile ed
il reato per cui è iniziato il nuovo procedimento penale (Corte Cost. 31 maggio 2016 n.
200).
4.7 Non è parimenti necessario ripercorrere in questa sede il tracciato argomentativo
della Corte, se non per sottolineare come il giudice delle leggi abbia ribadito che il
divieto di bis in idem «si sviluppa con assolutezza in una dimensione esclusivamente
processuale, e preclude non il simultaneus processus per distinti reati commessi con il
medesimo fatto, ma una seconda iniziativa penale, laddove tale fatto sia già stato
oggetto di una pronuncia di carattere definitivo». Non è dunque in discussione che il
Robusti ed il Bedino potessero essere giudicati, in relazione al medesimo fatto come in
precedenza inteso, anche per il reato di bancarotta fraudolenta nel medesimo processo
che li ha visti imputati per quello di truffa, quanto che possano essere giudicati sotto
tale titolo una volta che tale fatto è stato già oggetto del giudizio instaurato nei loro
confronti per la suddetta truffa.
4.8 Infine non può ritenersi corretta l’ulteriore ragione addotta dalla Corte territoriale
per escludere la ricorrenza dei presupposti per l’operatività dell’art. 649 c.p.p. Infatti la
sentenza impugnata si è limitata a confrontare le coordinate temporali e l’oggetto del
reato contestato nel procedimento deciso dalla stessa Corte d’appello di Trieste
menzionato in precedenza (peraltro erroneamente identificato con quello celebrato
dinanzi al Tribunale di Saluzzo), senza considerare anche i tratti identificativi del fatto
contestato nel diverso procedimento deciso invece dalla parimenti già citata pronunzia
della Corte d’appello di Torino. Le due imputazioni di truffa elevate nei suddetti
procedimenti, invece, riguardano periodi diversi, che, complessivamente considerati,
corrispondono a quello in cui sarebbero state consumate le distrazioni oggetto
dell’odierna contestazione di bancarotta. Né può ipotizzarsi – come ha fatto la sentenza
impugnata (pp. 26 e 29) – che le somme oggetto delle truffe fossero diverse ed
inferiori a quelle di cui si contesta la distrazione. Quanto affermato dai giudici
dell’appello in proposito è infatti frutto, in parte, dell’errore già evidenziato (e cioè
l’omessa considerazione del “doppio” giudicato) ed in parte dell fatto che l’entità della
somma oggetto dell’imputazione di bancarotta è stata determinata sulla base dei
conteggi effettuati nel procedimento per l’accertamento del danno erariale, conteggi
però comprensivi anche degli interessi dovuti a seguito dell’omesso versamento dei
prelievi, che ovviamente non costituiscono oggetto di distrazione, influendo
esclusivamente sull’effettivo ammontare del credito vantato dall’ente nei confronti della
cooperativa.
4.9 All’accoglimento dei motivi in trattazione consegue l’assorbimento di tutte le
ulteriori doglianze proposte dai ricorrenti in merito alla configurabilità del reato di
bancarotta patrimoniale e l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata
limitatamente al capo relativo allo stesso per divieto di un secondo giudizio ai sensi
dell’art. 649 c.p.p.
5. Parzialmente fondate sono altresì le censure avanzate dai ricorrenti in merito
all’imputazione di bancarotta documentale. Fondati sono in particolare i rilievi svolti con
il decimo motivo del ricorso del Robusti e con il terzo di quello del Bedino, rimanendo
anche in questo caso assorbite le ulteriore doglianze dei ricorrenti. Nel ritenere
sussistente il suddetto reato, infatti, la Corte territoriale ha ripetutamente ed in
maniera esclusiva fatto riferimento alla mancata esposizione nei bilanci della posizione
debitoria della cooperativa verso AGEA e dell’effettiva consistenza degli importi che la
stessa avrebbe dovuto trattenere a titolo di prelievo sulle quote cedute in eccedenza.
In proposito è doveroso ricordare che eventuali omissioni nei bilanci, sussistendone i
presupposti, possono eventualmente integrare la fattispecie di bancarotta impropria da
reato societario, ma non quella di bancarotta fraudolenta documentale, che concerne la
tenuta e conversazione dei libri e delle scritture contabili (nella cui nozione non rientra
per l’appunto il bilancio), reato quest’ultimo con il quale il primo può eventualmente
concorrere (cfr. Sez. 5, n. 7293 del 28 maggio 1996, Schillaci, Rv. 20598701).
Conseguentemente eccentrica – invero anche in rapporto alla contestazione di cui al
capo 1c) – appare la motivazione della sentenza, nella quale non si dà conto
dell’effettivo accertamento della mancata esposizione dei dati relativi alle poste
menzionate nella contabilità sottostante ovvero delle ragioni del ritenuto carattere
fraudolento dell’eventuale irregolare annotazione dei medesimi, omettendo altresì di
confrontarsi sul punto con le obiezioni difensive svolte con i gravami di merito. Anche in
relazione al capo in esame, dunque, la sentenza deve essere annullata, ma con rinvio
ad altra sezione della Corte d’appello di Trieste per nuovo esame e per la
rideterminazione del trattamento sanzionatorio.
P.Q.M.
Annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente al reato di bancarotta
fraudolenta patrimoniale per divieto di un secondo giudizio ai sensi dell’art. 649 c.p.p. e
relativamente al reato di bancarotta fraudolenta documentale con rinvio ad altra sezione
della Corte d’appello di Trieste per nuovo esame.
Così deciso il 4/10/2016

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