Ritenute Previdenziali – Cassazione Penale 14/07/2016 N° 30001

Ritenute previdenziali – Cassazione penale 14/07/2016 n° 30001 leggi la sentenza gratuitamente su leggesemplice.com

Cassazione penale

Consulta tutte le sentenze della cassazione penale

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine

Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione III

Data: 14/07/2016

Numero: 30001

Testo completo della Sentenza Ritenute previdenziali – Cassazione penale 14/07/2016 n° 30001:

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine 

SENTENZA Sul ricorso proposto da: – MESSINA FRANCESCO, n. 9/03/1965 a Marsala avverso la sentenza della Corte d’appello di PALERMO in data 26/02/2016; visti gli atti, il provvedimento denunziato e il ricorso; udita la relazione svolta dal consigliere Alessio Scarcella; udite le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. F. Baldi, che ha chiesto dichiararsi inammissibile il ricorso; RITENUTO IN FATTO 1. Con sentenza emessa in data 26/02/2016, depositata in pari data, la Corte d’appello di Palermo, in parziale riforma della sentenza emessa dal tribunale di Trapani in data 6/11/2013 appellata dal Messina, assolveva il predetto dai reati ascritti limitatamente alle condotte relative al periodo da gennaio a luglio 2008 per non essere il fatto previsto dalla legge come reato, disponendo la trasmissio- ne di copia degli atti all’INPS territorialmente competente, per l’effetto rideter- minando la pena in C 6460,00 di multa, di cui C 6080,00 in sostituzione della corrispondente pena detentiva di mesi 5 e gg. 10 di reclusione, relativamente al- le rimanenti condotte concernenti il periodo da aprile a dicembre 2007, e con- fermando nel resto l’impugnata sentenza che lo aveva riconosciuto responsabile del reato di omesso versamento delle ritenute previdenziali ed assistenziali ex art. 2, legge n. 638 del 1983 per i periodi sopra indicati, prosciogliendolo invece per il medesimo reato relativamente alle condotte commesse dal gennaio 2006 al marzo 2007 perché estinto per intervenuta prescrizione. 2. Ha proposto ricorso MESSINA FRANCESCO, a mezzo del difensore fiduciario cassazionista, impugnando la sentenza predetta con cui deduce tre motivi di ri- corso, di seguito enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione ex art. 173 disp. att. cod. proc. pen. 2.1. Deduce, con il primo motivo, il vizio di cui all’art. 606, lett. b), cod. proc. pen., in relazione all’art. 157 cod. pen. In sintesi, la censura investe l’impugnata sentenza in quanto, sostiene il ricor- rente, il giudice di appello avrebbe dovuto dichiarare l’estinzione per prescrizione anche per le mensilità di aprile e maggio 2007, in quanto per ciascuna di esse il termine massimo di prescrizione risultava interamente decorso ancor prima delle sospensioni dichiarate nel corso del giudizio di appello, ossia in data 10/12/2014. 2.2. Deduce, con il secondo motivo, il vizio di cui all’art. 606, lett. b) ed e), cod. proc. pen., in relazione all’art. 2, comma 1-bis, d.l. n. 463 del 1983, sotto il pro- filo della mancanza e contraddittorietà della motivazione per non aver ricono- sciuto la mancanza della predetta condizione di procedibilità. In sintesi, la censura investe l’impugnata sentenza in quanto, sostiene il ricor- rente, la sentenza sarebbe affetta da motivazione apparente ed illogica in quanto nell’affermare che, con l’avvertenza contenuta nell’avviso di conclusione delle in- dagini, l’imputato sarebbe stato pienamente reso edotto delle inadempienze con- 2 testate, delle facoltà riconosciute dalla legge e dell’effetto estintivo del reato ad esse connesso, non avrebbe tenuto conto di tali precetti; risulterebbe agli atti che la diffida da parte dell’Inps non è stata regolarmente notificata e che pertan- to l’imputato sarebbe venuto a conoscenza di quell’atto attraverso la notifica ex articolo 415 bis codice procedura penale; tuttavia, si sostiene, l’avvertenza ivi contenuta così come formulata non poteva considerarsi atto equipollente all’avviso di accertamento della violazione da parte dell’Inps, in quanto non ri- portava indicazioni idonee a consentire al datore di lavoro di versare le ritenute omesse; nel riportare alle pagine 2 e 3 del ricorso il contenuto dell’avviso di con- clusione indagini, sostiene il ricorrente come lo stesso non potesse obiettivamen- te considerarsi equipollente all’avviso di accertamento inviato dall’Inps, tenuto conto che solo un operatore del diritto avrebbe avuto la capacità di comprendere appieno il significato di quella avvertenza, erroneamente ritenuta dai giudici di merito come idonea a rendere edotto l’imputato della possibilità di usufruire della causa di non punibilità; censurabile sarebbe infine la sentenza laddove ritiene del tutto irrilevante la circostanza della mancata notifica dell’elenco contenente gli importi dei periodi dell’omesso versamento e ciò sulla base di un erroneo pre- supposto e cioè che vi sarebbe la prova dell’avvenuta notifica al Messina del pro- spetto delle inadempienze; ciò non sarebbe avvenuto poiché la relata di notifica redatta dall’ufficiale di polizia giudiziaria del carcere sarebbe apposta nella parte retrostante il secondo foglio dell’avviso e dunque non vi sarebbe prova della pre- senza quale allegato all’avviso di conclusione indagini di elementi propri dell’avviso di accertamento redatto dall’Inps. 2.3. Deduce, con il terzo motivo, il vizio di cui all’art. 606, lett. b) ed e), cod. proc. pen., in relazione agli artt.. 62 bis e 133 cod. pen. e correlato vizio di mo- tivazione illogica. In sintesi, la censura investe l’impugnata sentenza in quanto, sostiene il ricor- rente, agli atti erano presenti elementi in base ai quali sarebbe stato possibile formulare un giudizio di minima gravità del reato e di ridotta capacità a delinque- re del ricorrente, ciò che avrebbe consentito sia l’applicazione di una pena infe- riore che il riconoscimento delle attenuanti generiche; in particolare non sarebbe stato considerato che la società di cui l’imputato era legale rappresentante era stata dichiarata fallita e che pertanto l’omissione contributiva era legata al mo- mento di grave difficoltà economica in cui si trovava la ditta; pertanto l’imputato non si trovava nelle condizioni economiche di effettuare il pagamento neanche dopo la notifica dell’avviso di conclusione indagini, tenuto conto del fatto che era 3 stato detenuto per alcuni anni; la motivazione del diniego sarebbe sul punto in- sufficiente soprattutto considerando che è stata irrogata una pena molto elevata. CONSIDERATO IN DIRITTO 3. Il ricorso è manifestamente infondato e dev’essere dichiarato inammissibile. 4. Deve preliminarmente osservarsi che la Corte d’appello ha confermato la con- danna pronunciata in primo grado per i periodi da aprile 2007 a dicembre 2007; l’importo complessivo di cui è stato omesso il versamento risulta pari ad C 12.931,00, importo dunque eccedente la soglia di punibilità oggi prevista in rela- zione al reato per cui si procede a seguito delle modifiche normative operate dal decreto legislativo n. 8 del 2016, chi ha fissato in C 10.000 annui la soglia di pu- nibilità richiesta ai fini della perseguíbilità penale del fatto contestato. 5. Tanto premesso, quanto al primo motivo, con cui si eccepisce la prescrizione in relazione alle mensilità relative ai periodi di aprile e maggio 2007, sostenen- dosi che il termine massimo di prescrizione risulterebbe già maturato alla data del 10/12/2014, la doglianza difensiva non ha pregio. Ed invero, tanto per la mensilità di aprile quanto per la mensilità di maggio 2007, deve tenersi conto della sospensione ex lege di mesi tre prevista dal comma 1-quater dell’art. 2 del d.l. n. 463 del 1983 (“Durante il termine di cui al comma 1 -bis il corso della prescrizione rimane sospeso”), nonché delle sospen- sioni verificatesi nel corso del dibattimento; alla luce di quanto sopra, mentre per la prima mensilità la prescrizione risulta maturata alla data del 3/5/2016, per la mensilità di maggio 2007, la stessa maturerà solo alla data del 2/06/2016. Essendo peraltro il ricorso manifestamente infondato, in applicazione di un’ormai consolidata giurisprudenza di questa Corte, non può rilevarsi l’intervenuta pre- scrizione del reato relativamente alla mensilità di aprile 2007 essendo intervenu- ta la sentenza d’appello in data antecedente, ossia il 26/02/2016. Ed infatti, l’i- nammissibilità del ricorso per cassazione dovuta alla manifesta infondatezza dei motivi non consente il formarsi di un valido rapporto di impugnazione e preclude, pertanto, la possibilità di rilevare e dichiarare le cause di non punibilità a norma dell’art. 129 cod. proc. pen. (per tutte: Sez. U, n. 32 del 22/11/2000 – dep. 21/12/2000, D. L., Rv. 217266). 6. Quanto alla questione dedotta nel secondo motivo, riguardante il tema della equipollenza tra la contestazione inviata dall’Istituto previdenziale e la notifica 4 dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari, la Corte d’appello spiega le ragioni per le quali non era accoglibile l’eccezione difensiva, attesa la intervenuta allegazione del prospetto delle inadempienze in denuncia elaborato dall’Inps all’avviso previsto dall’articolo 415-bis codice procedura penale, il quale contene- va gli avvertimenti previsti dall’avviso di accertamento dell’Istituto previdenziale, dando altresì atto della corretta notificazione di tale prospetto all’imputato all’epoca detenuto, come evincibile dalla copia restituita, con la prova dell’avvenuta notifica al detenuto, ed esistente agli atti del fascicolo del dibatti- mento di primo grado, copia conforme a quella notificata al difensore. Trattasi di motivazione ineccepibile, anche la luce della più recente giurispruden- za di questa Corte secondo la quale in tema di omesso versamento delle ritenute previdenziali e assistenziali, il termine di tre mesi per corrispondere l’importo do- vuto ai fini della integrazione della causa di non punibilità del reato decorre dal momento in cui l’indagato o imputato, oltre ad essere informato del periodo di omesso versamento, dell’importo dovuto e del luogo ove effettuare il pagamen- to, risulti anche posto compiutamente a conoscenza della possibilità di ottenere l’esecuzione della pena, ma la consapevolezza di tale facoltà può essere acquisita in qualunque forma, non presupponendo la comunicazione di un avviso formale in ordine ai benefici conseguibili per effetto del pagamento nel trimestre (Sez. 3, n. 46169 del 18/07/2014 – dep. 10/11/2014, Gabrielli, Rv. 260912, relativa a fattispecie in cui è stata affermata la consapevolezza dell’imputato di poter fruire della causa di non punibilità alla luce del contenuto dei motivi di appello proposti dal medesimo avverso la sentenza di primo grado). 7. Infine, quanto alla residua doglianza prospettata nell’ultimo motivo di ricorso ed avente ad oggetto, da un lato, il trattamento sanzionatorio e, dall’altro, le cir- costanze attenuanti generiche, la Corte di appello motiva il mancato riconosci- mento delle predette attenuanti non solo richiamando la intrinseca gravità delle condotte ascritte, ma anche valorizzando in chiave negativa il grave precedente penale per estorsione aggravata ai sensi dell’articolo 7 del d.l. n. 152 del 1991, ciò che rendeva superfluo l’esame degli altri fattori attenuanti dedotti dalla ricor- rente. Ed invero, la sussistenza di circostanze attenuanti rilevanti ai fini dell’art. 62-bis cod. pen. è oggetto di un giudizio di fatto e può essere esclusa dal giudice con motivazione fondata sulle sole ragioni preponderanti della propria decisione, non sindacabile in sede di legittimità, purchè non contraddittoria e congruamente motivata, neppure quando difetti di uno specifico apprezzamento per ciascuno dei pretesi fattori attenuanti indicati nell’interesse dell’imputato (Sez. 6, n. 42688 del 24/09/2008 – dep. 14/11/2008, Caridi e altri, Rv. 242419). 5 Quanto, invece, al trattamento sanzionatorio, la Corte di appello motiva adegua- tamente spiegando le ragioni per le quali la pena è stata ritenuta congrua ed a- deguata, tenuto conto della sistematicità del comportamento serbato nel corso degli anni e della mancata dimostrazione che le difficoltà economiche che avreb- bero determinato il fallimento dell’impresa individuale di cui era titolare il ricor- rente, si fossero già manifestate nell’anno 2007. In ogni caso, osserva la Corte, la pena base è stata determinata dal giudice in quattro mesi di reclusione ed eu- ro 300 di multa, pena sicuramente inferiore al medio edittale, di talché ben po- teva reputarsi sufficiente a soddisfare l’onere motivazionale normativamente ri- chiesto, il predetto giudizio di congruità. Deve infatti essere ricordato che la spe- cifica e dettagliata motivazione in ordine alla quantità di pena irrogata, specie in relazione alle diminuzioni o aumenti per circostanze, è necessaria soltanto se la pena sia dì gran lunga superiore alla misura media di quella edittale, potendo al- trimenti essere sufficienti a dare conto dell’impiego dei criteri di cui all’art. 133 cod. pen. le espressioni del tipo: “pena congrua”, “pena equa” o “congruo au- mento”, come pure il richiamo alla gravità del reato o alla capacità a delinquere (Sez. 2, n. 36245 del 26/06/2009 – dep. 18/09/2009, Denaro, Rv. 245596). 8. Alla dichiarazione di inammissibilità del ricorso segue la condanna del ricor- rente al pagamento delle spese processuali, nonché, in mancanza di elementi at- ti ad escludere la colpa nella determinazione della causa di inammissibilità, al versamento della somma, ritenuta adeguata, di Euro 1.500,00 in favore della Cassa delle ammende. La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di € 1.500,00 in favore della Cassa delle ammende. Così deciso in Roma, nella sede della S.C. di Cassazione, il 1° giugno 2016

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine