Ricorso Per Cassazione – Cassazione Penale 30/08/2017 N° 39546

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione III

Data: 30/08/2017

Numero: 39546

Testo completo della Sentenza Ricorso per cassazione – Cassazione penale 30/08/2017 n° 39546:

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Penale Sent. Sez. 3 Num. 39546 Anno 2017
Presidente: SAVANI PIERO
Relatore: DI NICOLA VITO
Data Udienza: 27/06/2017

SENTENZA
sul ricorso proposto da
Bruno Adriana, nata a Chioggia il 26-04-1961
avverso la sentenza del 13-05-2016 della Corte di appello di Genova;
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udito il Procuratore Generale in persona del dott. Pasquale Fimiani che ha
concluso per l’inammissibilità del ricorso;
udito per la parte civile l’avvocato Maria Giuseppina Piera Saija che ha concluso
per l’inammissibilità del ricorso e la condanna alle spese;
udito per la ricorrente Stefano Pellegrini, sostituto processuale dell’avvocato
Massimo Leandro Boggio, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

RITENUTO IN FATTO
1. È impugnata la sentenza indicata in epigrafe con la quale la Corte di
appello di Genova, in parziale riforma della sentenza emessa dal Tribunale di
Genova, in data 23 maggio 2014, concedeva alla ricorrente la non menzione
della condanna sul certificato rilasciato dal casellario giudiziale, riduceva la
provvisionale accordata alle parti civili in euro 6.000,00 ciascuna, confermando
nel resto l’impugnata sentenza che aveva condannato l’imputata alla pena di
anni uno di reclusione ed curo 3.000,00 di multa per reato previsto dall’articolo
171-ter, comma 2, lett. a), della L. 22 aprile 1941, n. 633 poiché, nella qualità di
legale rappresentante pro tempore e titolare rispettivamente della Società
Accademia Ligure s.r.l. e del Centro Studi di Bruno Adriana, correnti in Genova,
per uso non personale e comunque a fini di lucro, vendeva o comunque poneva
in commercio oltre cinquanta copie di opere o parti di esse tutelate dal diritto
d’autore.
In particolare, tra le altre, poneva in vendita le dispense tratte, o comunque
generate, dai libri di testo indicati nel capo di imputazione.
2. Per l’annullamento dell’impugnata sentenza la ricorrente, tramite il
difensore, solleva tre motivi di impugnazione, qui enunciati, ai sensi dell’articolo
173 delle disposizioni di attuazione al codice di procedura penale, nei limiti
strettamente necessari per la motivazione.
2.1. Con il primo motivo la ricorrente denuncia la mancanza, la
contraddittorietà e la manifesta illogicità della motivazione in ordine alla
sussistenza del dolo quanto alla consapevolezza e alla volontarietà dell’imputata
di vendere o comunque porre in commercio opere – o parti di esse – tutelate dal
diritto di autore (articolo 606, comma 1, lettera e), del codice di procedura
penale).
Sostiene che la sentenza del Tribunale di Genova, travisando alcune
testimonianze, assegnava alla ricorrente, fra le altre, la qualità di “esperta in
psicologia didattica”, condizione professionale soggettiva che — una volta
applicata alla predisposizione e alla consegna dei piani di studio degli studenti —
non rendeva credibile la professione di buona fede invocata dalla stessa.
Il punto, oggetto di specifica impugnazione, sarebbe stato
insufficientemente e illogicamente risolto dalla Corte di appello, la quale, pur
escludendo implicitamente che la ricorrente si occupasse di attività didattiche
assimilabili (correttamente ricondotte al corpo docente e alla Preside), ha
assegnato tuttavia al suo ruolo imprenditoriale la medesima valenza indiziaria,
trascurando o considerando erroneamente che tale ruolo riguardava
l’organizzazione di beni e servizi funzionali all’impresa scolastica ma non
implicava necessariamente la conoscenza intrinseca degli strumenti funzionali a
tale scopo, mansione solitamente riservata al personale tecnico (nella specie il
corpo docente, i cui componenti, sentiti in dibattimento, avevano escluso di
essersi mai accorti che le dispense consistessero in riproduzioni di testi tutelati
dal diritto d’autore). Anche l’aspetto della limitata percentuale di dispense
“incriminate” (178 su 1352 sequestrate = 13%) sul totale della fornitura
ricevuta, secondo l’impostazione difensiva (pag. 3 punto 2 dell’atto di appello)
ignorata dalla Corte territoriale, avrebbe dovuto concorrere, nel coacervo degli
altri elementi, alla rivalutazione dell’elemento soggettivo del reato.
2.2. Con il secondo motivo la ricorrente lamenta l’erronea applicazione
dell’articolo 171-ter, comma 2, lett. a), L. 633 del 1941 nonché omessa
motivazione risultante dal testo della sentenza impugnata, con riferimento alla
qualificazione giuridica del fatto addebitato all’imputata, erroneamente o
immotivatamente ricondotto nell’alveo della suddetta norma incriminatrice
(articolo 606, comma 1, lettere b) ed e), del codice di procedura penale).
Assume che, alla luce del più recente orientamento nomofilattico, i Giudici
del merito avrebbero dovuto discriminare il numero delle “opere vendute” (o
poste altrimenti in commercio o cedute a qualsiasi titolo) da quelle
semplicemente “detenute per la vendita”, essendo – queste ultime – escluse dal
campo di applicazione del comma 2, lett.a) dell’art. 171-ter, aspetto devoluto
all’attenzione della Corte di Appello di Genova con il § 2 dell’atto di
impugnazione, peraltro già portato all’attenzione del primo Giudice con la
memoria difensiva in replica.
Secondo l’analitica descrizione contenuta nel gravame, infatti, su 218 testi
trovati nella disponibilità dei corsisti (da considerarsi quindi definitivamente
ceduti “a qualsiasi titolo”) soltanto 38 recavano titoli corrispondenti alle dispense
originate dalla riproduzione abusiva dei c.d. master.
L’oggetto della condotta punibile prevista dalla norma incriminatrice
contestata alla ricorrente, tuttavia, riguardava un numero di copie o esemplari di
opere tutelate dal diritto di autore superiore a cinquanta unità.
La Corte di appello ha liquidato l’articolata doglianza con questa motivazione
apodittica: “L’intero materiale sottoposto a sequestro supera in ogni caso i limiti
consentiti dalla legge per le riproduzioni non a fine di lucro”.
Quindi delle due l’una: o la Corte è incorsa in violazione di legge, ritenendo –
contrariamente al più recente orientamento giurisprudenziale – che ai fini della
punibilità debbano essere considerate anche le copie semplicemente detenute “in
magazzino” senza assegnare rilievo al momento dell’attd di vendita o della
cessione ad altro titolo, oppure è incorsa in vizio di motivazione omettendo di
giustificare il superamento della soglia punibile della cinquanta unità.
2.3. Con il terzo motivo la ricorrente deduce l’omessa motivazione sul
quantum della provvisionale accordata alle parti civili risultante dal testo della
sentenza impugnata (articolo 606, comma 1, lettera e), del codice di procedura
penale in relazione all’articolo 539 stesso codice).
Osserva che, in sede di impugnazione avverso la sentenza di condanna
pronunciata dal Tribunale di Genova, aveva dedotto – fra i motivi di appello – la
richiesta di revoca della condanna alla provvisionale ritenendo la stessa
destituita di fondamento probatorio, avendo il Giudice di prime cure omesso di
rendere conto dei criteri o degli elementi in base ai quali poter ritenere già
raggiunta la prova del danno subìto dalle Parti Civili nella misura di complessivi C
20.000,00.
La Corte d’appello, sul punto – pur avendo ridotto a complessivi C 12.000,00
l’importo della provvisionale riconosciuta alle Parti Civili – sarebbe parimenti
incorsa, a giudizio della ricorrente, in un vizio di omessa motivazione, in quanto
l’apodittica affermazione, posta in sentenza a fondamento della riduzione,
secondo cui l’originaria quantificazione della provvisionale accordata alle Parti
Civili sarebbe semplicemente “eccessiva”, non dà, infatti, nuovamente conto di
quali siano stati i criteri o gli elementi in base ai quali il Giudicante ha
considerato di poter già ritenere provato il nocumento subìto fino a quel preciso
(per quanto ridotto) ammontare.
2.4. La ricorrente ha prodotto memoria con la quale ha sostenuto la non
manifesta infondatezza dei motivi di ricorso, dolendosi perciò del fatto che
l’esame del gravame fosse stato originariamente devoluto alla competenza
settima Sezione penale.
3. La parte civile, Società Italiana degli Autori ed Editori (SIAE), ha
presentato memoria replicando ai motivi di impugnazione e concludendo per
l’inammissibilità o il rigetto del ricorso.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso è inammissibile perché manifestamente infondato e presentato
nei casi non consentiti.
2. Quanto al primo motivo, con accertamento di fatto adeguatamente
motivato e privo di vizi di manifesta illogicità e pertanto insuscettibile di essere
sottoposto al sindacato di legittimità, la Corte di appello ha ritenuto inattendibile
la tesi difensiva in punto di sussistenza dell’elemento soggettivo, invalidando la
prospettazione secondo la quale l’imputata avrebbe ignorato che le dispense
fornite da Rita Anchora fossero riproduzioni di libri di testo.
La Corte di appello ha osservato come la ricorrente svolgesse l’attività di
imprenditrice scolastica, mentre le prestazioni puramente didattiche spettavano
al corpo docente ed al Preside dell’Istituto. Agli alunni veniva solitamente fornito
il materiale scolastico, essendone di regola sforniti, ed in tal caso la retta era
maggiorata; la ricorrente dunque curava, da quanto risulta dal testo della
sentenza impugnata, non soltanto l’organizzazione del servizio
dell’insegnamento, ma anche l’attività di vendita delle dispense in modo
ripetitivo e sistematico.
Era suo compito perciò preoccuparsi dell’approvvigionamento del materiale
scolastico, prima commissionato ad un fornitore rivelatosi inadempiente. La
ricorrente si rivolse allora alla tipografia gestita da Rita Anchora, che svolgeva
l’attività in forma professionale, servendosi di appositi macchinari (che sono stati
sequestrati) e che l’imputata aveva conosciuto proprio nell’ambiente
dell’imprenditoria scolastica, dunque aveva compiuto una scelta consapevole. La
fornitura delle dispense consentiva alla ricorrente di integrare i guadagni a
scapito dei produttori e rivenditori regolari dei libri di testo.
Logicamente pertanto i Giudici del merito hanno ritenuto, anche ai fini della
integrazione dell’elemento soggettivo, la sussistenza del reato contestato, pur in
presenza di riproduzioni non sempre assolutamente fedeli, equivalenti a vere e
proprie fotocopie, ma frutto di artificiose manipolazioni, volte o a camuffare la
riproduzione stessa ovvero ad eliminare quanto potesse essere considerato di
minor conto, per contenere la spesa ed aumentare i guadagni. Talvolta erano
stati dunque eliminati titoli, note ovvero modificata la distribuzione dei caratteri
sulle pagine, ma le parti fondamentali dei testi apparivano invariate. La Guardia
di Finanza aveva, a tal proposito, compiuto una capillare selezione del materiale
sequestrato, distinguendo quello che potesse essere inequivocabilmente
ricondotto ai testi originali.
Al cospetto di tale ricostruzione, la ricorrente contesta la decisione
impugnata prospettando, come è reso esplicito dal motivo di ricorso qui
scrutinato, una diversa interpretazione delle prove, pronosticando, ai fini
dell’accertamento del dolo, una ricostruzione della vicenda diversa da quella
delineata dalla sentenza impugnata e, quindi, sollecita una sostanziale revisione
del giudizio di merito, incompatibile con il controllo di legittimità, il quale ha
fisiologicamente per oggetto la verifica della struttura logica della sentenza e non
può, quindi, estendersi all’esame e alla valutazione degli elementi di fatto
acquisiti alla causa, riservati alla competenza del giudice di merito, rispetto al
quale la Corte di cassazione non ha alcun potere di sostituzione per la ricerca di
una diversa ricostruzione dei fatti in vista di una decisione alternativa.
Sul punto, va ricordato che il vizio di motivazione in tanto sussiste se ed in
quanto si dimostri che il testo del provvedimento sia manifestamente carente di
motivazione e/o di logica, e non invece quando si opponga alla logica valutazione
degli atti effettuata dal giudice di merito una diversa ricostruzione, magari
altrettanto logica (Sez. U, n. 16 del 19/06/1996, Di Francesco, Rv. 205621).
Di conseguenza, come più volte affermato dalla giurisprudenza della Corte di
cassazione, l’indagine di legittimità sul discorso giustificativo della decisione ha
un orizzonte circoscritto, dovendo il sindacato demandato al giudice di legittimità
essere limitato – per espressa volontà del legislatore – a riscontrare l’esistenza di
un logico apparato argomentativo sui vari punti della decisione impugnata, senza
possibilità di verificare l’adeguatezza delle argomentazioni di cui il giudice di
merito si è avvalso per sostanziare il suo convincimento, esulando dai poteri
della Corte di cassazione quello di una “rilettura” degli elementi di fatto posti a
fondamento della decisione, la cui valutazione è, in via esclusiva, riservata al
giudice di merito, senza che possa integrare il vizio di legittimità la mera
prospettazione di una diversa, e per il ricorrente più adeguata, valutazione delle
risultanze processuali (Sez. U, n. 6402 del 30/04/1997, Dessimone ed altri, Rv.
207944), con la specificazione che l’illogicità della motivazione, come vizio
denunciabile, deve essere evidente, cioè di spessore tale da risultare percepibile
“ictu °culi”, dovendo il sindacato di legittimità al riguardo essere limitato a rilievi
di macroscopica evidenza, restando ininfluenti le minime incongruenze e
considerandosi disattese le deduzioni difensive che, anche se non espressamente
confutate, siano logicamente incompatibili con la decisione adottata, purché le
ragioni del convincimento siano spiegate in modo logico e adeguato (Sez. U, n.
24 del 24/11/1999, Spina, Rv. 214794; Sez. U, n. 47289 del 24/09/2003,
Petrella, Rv. 226074).
Al cospetto pertanto di una congrua motivazione, priva di vizi logici, il
motivo di ricorso deve ritenersi manifestamente infondato e, in quanto diretto a
sollecitare una rivalutazione delle prove, non consentito.
3. Il secondo motivo è inammissibile per manifesta infondatezza.
La ricorrente – invocando uno degli arresti di questa Sezione (Sez. 3, n.
41911 del 26/06/2014, Gueye, non mass.) secondo il quale la detenzione, sia
pure a scopo di vendita, di oltre cinquanta copie di opere tutelate dal diritto
d’autore, non configura il reato di cui alla L. n. 633 del 1941, art. 171 ter,
comma 2 e successive modificazioni, in quanto per la sua integrazione è
necessario che vi sia stato un effettivo atto di vendita o di cessione del detto
numero di copie (Sez. 3, n. 15060 del 23/01/2007, Rv. 236334) – equipara
impropriamente la condotta di detenzione, sia pure a scopo di vendita, con
quella di vendita o di messa in commercio di opere tutelate dal diritto di autore.
Alla ricorrente è stata contestata la condotta di messa in commercio di oltre
cinquanta copie o esemplari di opere tutelate dal diritto d’autore e da diritti
connessi, che contrassegna una delle modalità di integrazione del fatto di reato
di cui all’articolo 171-ter, comma 2, lettera a), L. n. 633 del 1941, e che si
risolve in una formula di chiusura, le cui note descrittive non implicano
necessariamente la vendita, sicché è punito chi, in relazione alle predette opere,
le “pone altrimenti in commercio”, la cui nozione è integrata, come ha chiarito la
giurisprudenza di legittimità con riferimento a fattispecie di reato analoghe,
anche da atti commerciali precedenti la vendita, che costituiscono preparazione
alla vendita e che implicano anche soltanto la possibilità di vendita, quali, anche,
la introduzione degli oggetti in magazzini o in altri locali di deposito destinati a
realizzare lo scopo per cui le cose sono detenute o comunque prodotte e, in
definitiva, l’organizzazione, pur se rudimentale, diretta alla vendita di oltre
cinquanta copie o esemplari di opere tutelate dal diritto d’autore e da diritti
connessi.
Nel caso di specie, il requisito organizzativo è stato desunto, secondo
l’accertamento di fatto compiuto dai Giudici del merito e corredato da congrua e
logica motivazione nelle sentenze di primo e di secondo grado, dal rinvenimento
di un numero elevato di testi (sottoposti a sequestro) integralmente fotocopiati e
comunque fotocopiati oltre il limite di legge, dalle caratteristiche imprenditoriali e
commerciali dell’attività svolta, dalla documentazione contabile rinvenuta
(fatture) nonché dalla natura della clientela di riferimento composta
esclusivamente da studenti (come da contratti con questi stipulati) .
4. Il terzo motivo è parimenti inammissibile per manifesta infondatezza.
La Corte di appello, nel ridurre la provvisionale, ha commisurato
l’ammontare di essa agli importi riportati nelle fatture di vendita, indicando
pertanto il criterio di determinazione rapportato ad un importo rientrante, sulla
base di un criterio oggettivo, nell’ambito del danno prevedibile.
Al cospetto di una congrua motivazione in proposito, il motivo di ricorso
impropriamente censura l’omessa motivazione circa la mancata indicazione dei
criteri o degli elementi in base ai quali è stato ritenuto provato il nocumento.
5. Sulla base delle considerazioni che precedono, la Corte ritiene pertanto
che il ricorso debba essere dichiarato inammissibile, con conseguente onere per
la ricorrente, ai sensi dell’art. 616 cod. proc. pen., di sostenere le spese del
procedimento e quelle del grado in favore della costituita parte civile liquidate
come da dispositivo. Tenuto, poi, conto della sentenza della Corte costituzionale
in data 13 giugno 2000, n. 186, e considerato che non vi è ragione di ritenere
che il ricorso sia stato presentato senza “versare in colpa nella determinazione
della causa di inammissibilità”, si dispone che la ricorrente versi la somma,
determinata in via equitativa, di euro 2.000,00 in favore della Cassa delle
Ammende.

P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di euro 2000 in favore della cassa delle
ammende nonché alla rifusione delle spese di parte civile che liquida in euro
3000,00 oltre accessori di legge.
Così deciso il 27/06/2017

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