Ricorso Per Cassazione – Cassazione Penale 30/08/2016 N° 35837

Ricorso per Cassazione – Cassazione penale 30/08/2016 n° 35837 leggi la sentenza gratuitamente su leggesemplice.com

Cassazione penale

Consulta tutte le sentenze della cassazione penale

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine

Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione IV

Data: 30/08/2016

Numero: 35837

Testo completo della Sentenza Ricorso per Cassazione – Cassazione penale 30/08/2016 n° 35837:

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine 

RITENUTO IN FATTO
1. Nelle acque territoriali italiane antistanti il porto di Mazara del Vallo,
il 3/8/2007, verso le ore 9,50, in condizioni di scarsa visibilità, dovuta a locale
banco di nebbia, la motonave portacontainer Eleni, armata dalla MSC
(Mediterranean Shipping Company), della lunghezza di circa 300 metri,
comandata da Esposito Salvatore, andava a collidere violentemente, alla
velocità di 20,6 nodi orari, contro la motonave oceanografica Thetis, armata
dalla Sopromar s.p.a., lunga 32 metri, comandata da Barca Angelo, alla
fonda, intenta a ricerche marine, e con l’elica sgranata. Quest’ultimo natante,
colpito a dritta, rimasto incastrato tra il fendente di prora e il bulbo della
motonave investitrice, trascinato per quasi due minuti dalla grossa nave,
appena sgangiatosi, colava immediatamente a picco.
In conseguenza del sinistro perdeva la vita Mikheychik Petr, ricercatore
che si trovava bordo della motonave ed altri riportavano lesioni varie, in
conseguenza del naufragio.
La Corte d’appello di Palermo, con sentenza dell’8/5/2015, in parziale
riforma di quella emessa dal Tribunale di Marsala il 17/7/2013, confermando
la penale responsabilità dell’Esposito in ordine ai reati di naufragio colposo,
omicidio colposo, lesioni personali colpose ed omessa assistenza in mare,
eliminata l’aggravante contestata (art. 1158, cod. nav.), con le consequenziali
statuizioni civili, escludeva qualunque concorso colposo del comandante della
motonave Thetis, che, invece, il Tribunale aveva reputato sussistere nella
misura del 30%, assolvendolo perché il fatto non sussiste.
1.1. Al fine di perimetrare i fatti che assumono rilievo nel giudizio di
legittimità è opportuno premettere, in sintesi, i rimproveri penali e gli
argomenti decisivi utilizzati dai giudici del merito nel definire la vicenda.
All’Esposito si è addebitato di aver modificato la rotta dell’imponente
motonave, che aveva doppiato Capo Granitola ad una distanza di appena due
miglia e mezzo dalla costa, al fine di consentire al cellulare privato di avere
“campo”, tenendo velocità eccessiva e comunque incongrua in relazione alle
condizioni atmosferiche e alla presenza di numerose piccole imbarcazioni in
rada, ignorando le risultanze del radar di bordo, peraltro, potente, sofisticato
e d’immediata lettura, il cui allarme sonoro era stato disattivato, nonché la
segnalazione d’allerta comunicata via radio dalla competente autorità
portuale. Inoltre, negli ultimi frangenti, quando ancora, tuttavia, era possibile
evitare lo speronamento, per avere comandato due virate a destra (cioè,
ulteriormente in direzione della costa), presumendo irragionevolmente che la
ben più piccola imbarcazione si sarebbe repentinamente scostata a sinistra.
Inoltre all’imputato è stata addebitata una grave condotta di omesso
soccorso, per avere proseguito nella navigazione, trascinando seco la
motonave speronata, senza rallentare e, tantomeno, arrestare i motori e
approntare una qualunque forma di soccorso ai naufraghi.
La ricostruzione dell’evento veniva operata sulla base della
registrazione operata dalla cd. “scatola nera” (Voyage Data Recorder) della
Eleni, che oltre ad avere riportato tutte le manovre messe in atto, aveva
registrato tutte le comunicazioni via radio e i dialoghi in plancia di comando;
nonché tenuto conto delle risultanze dell’inchiesta amministrativa svolta dalla
Commissione nominata dalla Direzione Marittima, delle informazioni tecniche
fornite dal teste capitano Finocchiaro, delle escussioni testimoniali e, infine,
delle stesse ammissioni rese dall’Esposito nel corso delle prime dichiarazioni
garantite, che poi verranno largamente ritrattate in dibattimento.
In primo grado, esclusa la ricorrenza dell’aggravante della violazione
delle norme prevenzionali a tutela dei lavoratori, era stato addebitato in
motivazione concorso colposo, nella misura del 30%, al comandante della
nave speronata, per non avere diligentemente monitorato il radar di bordo,
segnalato con allarme sonoro la propria presenza alla portacontainer e per
non avere assunto una qualche manovra di emergenza, al fine d’impedire
l’evento o ridurne gli effetti.
2. Avverso la sentenza d’appello l’imputato insorge ricorrendo per
cassazione con due distinti atti.
3. Il ricorso a firma dell’avv. Loredana Lo Cascio del Foro di Palermo è
corredato da una unitaria, articolata censura, denunziante violazione di legge
e vizio motivazionale.
Plurime, secondo l’assunto difensivo, le violazioni di legge,
contraddizioni ed illogicità nelle quali sarebbe incorsa la sentenza della Corte
palermitana.
a) L’incidente era da addebitare in via esclusiva all’erronea manovra
messa in atto dal 3° ufficiale di bordo, al quale era assegnato il pilotaggio,
secondo i predisposti turni. Costui, infatti, aveva ordinato le due improvvide
manovre di accostamento a dritta (la prima di 2°, alle ore 9,49 e la seconda,
di 4°, alle ore 9,50) che avevano provocato lo speronamento. I dati registrati
dal V.D.R., infatti, avrebbero dovuto far escludere che nell’occorso il
comandante avesse svolto un qualche ruolo protagonista. Impegnato a
dialogare alla radio con l’autorità portuale, la quale segnalava il pericolo
derivante da imbarcazioni in rada, aveva rassicurato l’interlocutore, certo che
il 3° ufficiale avrebbe messo in atto le pronte manovre del caso, avendone
avuto conferma da parte di quest’ultimo con un cenno del capo. Proprio per
essere intento a dialogare alla radio (la plancia della motonave era di grandi
dimensioni) non era in condizione di dirigere la manovra, né di correggere gli
errori del sottoposto (né, peraltro, la registrazione del V.D.R. consentiva di
assegnare al comandante l’esplicitazione di ordine di sorta).
b) Il 3° ufficiale, sapendo che qualunque dialogo sarebbe stato
registrato, aveva strumentalmente, sùbito dopo l’impatto, addebitato,
parlando con il nostromo, al comandante il sinistro.
c) Illogicamente la Corte di merito aveva ritenuto l’imputato
responsabile, pur non negando l’operato del 3° ufficiale.
d) Non poteva assegnarsi rimprovero alcuno all’Esposito per avere,
diverse ore prima, impostato la rotta, trattandosi di attribuzione propria del
comandante, legittimamente esercitata, ai sensi degli artt. 295 e 298, cod.
nav.
e) Non si era avuta alcuna concretizzazione del rischio, anche ad
ammettere che l’imputato avesse fatto tenere alla nave velocità eccessiva,
non avesse disposto uomini di vedetta, fosse stato disattivato il cicalino
d’allarme del radar, avesse tracciato rotta troppo vicino alla costa e lasciato
che la nave venisse governata dal pilota automatico. L’evento era stato
causato, in via esclusiva, dalle manovre messe in atto dal 3° ufficiale di cui
sopra.
f) l’istruttoria (esame teste tenente di vascello F. M. Ricci) aveva
consentito di appurare che l’avviso urgente ai naviganti (ord. n. 23), con i
quali si segnalava la presenza in rada della nave per ricerche oceaniche
Thetis, con obbligo di tenersene discosti, era stato ricevuto solo tre ore dopo
l’incidente.
4. Il primo motivo del ricorso a firma dell’avv. Mario Scòpesi del Foro di
Genova, denunzia vizio motivazionale, sotto più profili. In aperta
contraddizione all’imputato si contestava, allo stesso tempo, di non aver preso
il comando per scansare il pericolo e di averlo rilevato, compiendo manovre
erronee, nonostante che la “scatola nera” non avesse registrato alcun ordine
impartito al pilota.
Si rimproverava l’utilizzo del pilota automatico, che, invece,
corrisponde a corretto metodo di navigazione, dovendosi inserire le manovre
comandate dall’uomo solo quando occorre apportare modifiche di rotta e che,
addirittura, in plancia venisse tenuta musica a volume troppo elevato
(essendo, invece,nitidamente percepibile il colloquio intrattenuto dal
comandante con la Guardia Costiera).
La situazione non appariva affatto allarmante ed era sotto il diretto
controllo dell’autorità portuale, la quale aveva segnalato la presenza della
nave oceanografica, scambiandola per un peschereccio, così presupponendone
facilità di movimentazione, che gli avrebbe consentito di sottrarsi dalla linea
d’impatto.
4.1. Il successivo motivo prospetta vizio motivazionale, giudicando
irragionevole la totale discolpa del comandante della nave speronata, il quale,
per il ricorrente, avrebbe dovuto vigilare in plancia, invece che stare sul ponte
a far compagnia al personale addetto alle ricerche marine; non poteva la
situazione di pericolo, allo stesso tempo, stimarsi imprevedibile per lui, e, al
contrario, agevolmente fronteggiabile, secondo l’opinione dell’operatore della
capitaneria di porto, che interloquiva con il comandante della portacontainer.
Inoltre, il Barca non si vede perché non avrebbe potuto evitare l’impatto,
ingranando l’elica all’indietro, al fine di spostarsi di qualche metro, lasciando
che la ben più grande nave scivolasse di fianco, sol perché quest’ultima aveva
andatura sostenuta.
4.2. Con il terzo motivo viene denunziata violazione di legge.
L’imputato era stato condannato a risarcire l’intero danno senza che sul punto
si registrasse impugnazione, salvo quella della p.c. Sopramar e sibbene in
primo grado, anche se in motivazione, il Tribunale aveva assegnato al Barca
un concorso colposo stimato nella misura del 30%.
4.3. Con il quarto motivo viene ritenuta illogica la decisione di
condannare al risarcimento del danno procurato dalle lesioni anche nei
confronti delle persone offese che non avevano presentato querela e nei
confronti delle quali l’azione penale (esclusa l’aggravante della violazione delle
norme prevenzionali sul lavoro) era stata dichiarata improcedibile già in primo
grado.
Pur non essendo dubbio che il reato di naufragio si poneva in concorso
formale con quello di lesioni non si sarebbe potuto sciogliere condanna
risarcitoria a riguardo dei pregiudizi derivanti dall’improcedibile reato di
lesione, ma, eventualmente, solo per quei danni direttamente derivanti dal
reato di naufragio. Quindi, pur essendo sottile il distinguo, non poteva
condannarsi l’imputato a risarcire danni, peraltro largamente di fantasia,
derivanti da lesioni dell’integrità fisica, ma solo quelli dipendenti dal naufragio.
Peraltro, precisa il ricorrente, le voci prospettate apparivano sproporzionate e
artatamente ricomprendenti <>. In data 23/6/2016 è pervenuta
memoria nell’interesse delle parti civili assistite dagli avv.ti Vaudo, Sorgi,
Mazzarella e Pollastrini, che conclude per l’inammissibilità del ricorso.
CONSIDERATO IN DIRITTO
5. Entrambi i ricorsi, salvo un marginale profilo concernente le
statuizioni civili riguardanti le persone offese non querelanti, non superano la
soglia dell’ammissibilità a cagione della loro aspecificità, manifesta
infondatezza e palese inconcludenza. Risulta, in definitiva, del tutto
insostenibile il tentativo di addebitare il disastro ora al 3° ufficiale (ricorso a
firma dell’avv. Lo Cascio), ora al comandante della nave oceanica speronata
(ricorso a firma dell’avv. Scòpesi).
6. Le critiche mosse con il primo ricorso (avv. Lo Cascio) ignorano del
tutto la vasta e approfondita motivazione della Corte territoriale, limitandosi a
riproporre la prospettazione difensiva d’appello e, quindi, le stesse debbono
qualificarsi aspecifiche.
Invero, alle pagg. 16 e ss. la Corte di merito ha spiegato, con
argomenti in questa sede incensurabili, come la ricostruzione accusatoria trovi
conferma, oltre che nelle prime dichiarazioni dell’imputato, il quale, oltre ad
avere confermato di aver espressamente modificato, quella mattina l la rotta,
spingendo la nave inopinatamente verso terra, aveva anche confessato di
essere stato personalmente lui a dirigere le sciagurate manovre di evitamento
della nave oceanografica. Manovre consistite nell’azzardato accostamento a
dritta (cioè in direzione della terra ferma), nella speranza che la nave
antagonista passasse a poppa, tenuto conto che quest’ultima procedeva
lentamente da destra verso sinistra; omettendo, peraltro, ridurre la forte
velocità della portacontainer.
Senza che occorra riprendere l’analitica motivazione della sentenza
d’appello, in essa si è dato conto della fantasiosa esclusiva attribuzione
dell’evento al 3° ufficiale, dell’inverosimiglianza di ordini sottintesi, comunicati
con un muto cenno del capo; dell’obbligo di vigilanza costante ed intervento
immediato del comandante, il quale è munito di potere assoluto ed
incontrastato sul governo della nave (potere, peraltro, maldestramente
esercitato già con l’ordine mattiniero di accostare verso riva, per soddisfare la
futile ragione di consentire al cellulare privato di “avere campo”); della grave
e perdurante violazione di plurime e basilari norme cautelari (l’enorme
battello, a velocità che può definirsi folle, in relazione al contesto, venne fatto
dirigere verso costa, in presenza di consistenti banchi di nebbia e nonostante
la presenza in rada, anche tenuto conto che si era in agosto, di numerose
imbarcazioni; non dette rilievo alle segnalazioni in tempo reale del sofisticato
e potente radar di bordo, il cui avvisatore acustico era stato, anzi, disattivato;
non raccolse con la necessaria tempestività ed attenzione le segnalazioni radio
dell’autorità portuale; approntò una spregiudicata manovra di evitamento, alla
cui base vi era la cinica regola dal medesimo imputato enunciata in
dibattimento: «pesce grosso mangia pesce piccolo», che risultò fatale, in
quanto la nave oceanografica (il «pesce piccolo») per plurime ragioni ben
evidenziate nella sentenza impugnata, non era in condizioni di prontamente
mettersi in salvo; dopo l’impatto, nonostante la piena percezione dello stesso,
non ridusse la velocità, non si attivò per aiutare i naufraghi, neppure con il
lancio di un salvagente, anzi allontanandosi per sfuggire alle proprie
responsabilità.
Anche a volere, per comodità argomentativa, ritenere non provato che
a bordo della Eleni la comunicazione del provvedimento che imponeva di
tenersi ben discosti dalla nave oceanografica, era giunta solo dopo il
naufragio, reputa la Corte, all’opposto di quel che si sostiene nel ricorso al
vaglio, trovarsi in presenza di un caso di scuola, nel quale la concretizzazione
del rischio emerge con nitida evidenza.
L’evento, nella sua devastante gravità, fu causato dalla concorrente
violazione da parte dell’imputato di plurime norme aventi rilevantissimo scopo
cautelare: la tenuta di una velocità del tutto incompatibile con le condizioni
dello specchio di mare attraversato; la decisione di accostare verso riva in
presenza di nebbia e di numerose medie e piccole imbarcazioni in rada,
motivata da futili motivi; l’indifferenza ai rilievi del radar (peraltro, come si è
chiarito in sentenza, precisi e d’immediata lettura, non necessitanti, quindi, di
successive operazioni di calcolo o riporto su carta); la spericolata manovra
d’emergenza messa in atto; l’omessa immediata attivazione della procedura di
“crash stop”; la decisione di non rallentare anche dopo l’impatto e financo di
darsi alla fuga, senza prestare soccorso.
7. Quanto al secondo ricorso (a firma dell’avv. Scòpesi) basti osservare
quanto appresso.
A) Il rimprovero mosso all’imputato non muove da alcuna
contraddizione o incongruenza, in quanto gli si addebita di avere impostato
una rotta pericolosa non necessaria, di non aver tenuto conto della situazione
di pericolo via via crescente all’avvicinarsi al nugolo di imbarcazioni in rada e
in particolare alla nave Thetis, intervenendo, infine, con una manovra
d’emergenza disastrosa, nel mentre la dedotta presunta facilità di movimento
della nave più piccola non giustificava la scellerata conduzione della
motonave, fondata sulla ben superiore stazza del mezzo.
B) La decisione di escludere in capo al comandante della Thetis
qualunque concorso colposo, peraltro fondata su argomenti e valutazioni in
fatto approfonditamente articolati, in questa sede incensurabili (cfr. pag. da
29 a 35), anche perchè non fatti oggetto di specifica corrispondente critica
censuratoria (non può considerarsi tale l’asserto di cui al corrispondente
motivo largamente aspecifico, non avendo tenuto conto dei plurimi e puntuali
rilievi di cui alla sentenza impugnata), non interferisce, in ogni caso, con il
giudizio di penale responsabilità a carico dell’Esposito, derivanti da fatto suo
colpevole.
C) Non ha concludenza logica il terzo motivo, stante che l’espansione
della responsabilità civile del ricorrente deriva in via automatica e diretta dalla
esclusione di concorso, pur minoritario, da parte del Barca, esclusione
legittimamente statuita in accoglimento di precipua impugnazione.
8. Come si è sin dall’inizio anticipato, per un profilo, le statuizioni civili
debbono essere annullate.
Un gruppo di naufraghi costituitisi parte civile non sporse querela in
ordine al delitto di lesioni personali, che, contestate in violazione della
disciplina antinfortunistica sul lavoro, erano da ritenersi perseguibili d’ufficio
(art. 590, u.c., cod. pen.). A diversa conclusione giunse la sentenza di primo
grado, in quanto le persone lese non appartenevano all’equipaggio comandato
dall’imputato. Statuizione confermata in appello, anche tenuto conto della
riconosciuta assenza di cooperazione colposa del comandante della Thetis. Ciò
posto, giudicato improcedibile per questa ragione il reato di lesioni personali ai
danni di Di Stefano Vincenzo, D’Orazio Pino, Buscaino Giuseppa, Maltese
Valeria, Titone Gabriella, Zora Marcomaria e Mazzola Salvatore, in sede
penale avrebbe dovuto prendersi in considerazione per costoro del solo danno
patrimoniale (materiale) ed extrapatrimoniale derivante dal naufragio,
diverso dal biologico in senso stretto; stante che il danno biologico vero e
proprio deve considerarsi dipendente esclusivamente dal reato di lesioni
personali. L’affermata assenza di postumi psicofisici costituisce evenienza che,
pur se corrispondente all’evidenza probatoria (ma, non va dimenticato che
costituisce danno biologico risarcibile anche la c.d. incapacità provvisoria, sia
totale, che parziale, scaturente da uno stato di malattia non esitato in
residuati permanenti), si pone in dissonanza con il decisum di primo grado,
sul punto confermato in appello, che dispone la condanna in forma generica e
senza delimitazioni di sorta in favore anche delle predette persone offese.
Pertanto, la sentenza deve essere annullata quanto alle statuizioni civili
afferenti alle predette parti civili, con rimessione degli al giudice civile
competente per valore in grado d’appello.
9. Come ben noto la genetica inidoneità del ricorso, a causa della sua
inammissibilità, ad impedire il passaggio in giudicato della sentenza gravata
non consente di prendere in considerazione il computo prescrizionale
maturato dopo la statuizione del Giudice del rinvio (fra le tante, S.U.
11/7/2001, n. 33542; S.U. 22/3/2005, n. 23428; Sez. I, 4/6/2008, n. 24688;
Sez. III, 8/10/2009, n. 42839; Sez. VI, 4/7/2011, n. 32872).
Le S.U. (Ud. 27/5/2016, rel. Cammino, ricor. Aiello, in attesa di deposito
della motivazione) hanno recentissimamente chiarito, ponendo fine a contrasti
e portando ad unitario disegno le varie sfumature interpretative evidenziatesi
nel tempo, che in presenza di un ricorso per cassazione riguardante plurimi ed
autonomi capi d’imputazione, per i quali sia sopravvenuto il decorso dei
termini di prescrizione dopo la sentenza d’appello, l’ammissibilità del ricorso
con riguardo ad uno o più capi, non consente di dichiarare l’intervenuta
prescrizione anche in relazione agli altri capi per i quali il ricorso risulti
inammissibile.
La predetta statuizione s’inserisce nel solco tracciato da solida
giurisprudenza di questa Corte, la quale, dopo aver chiarito la nozione di capi
e punti della decisione, distingue tra l’effetto preclusivo derivante
dall’impugnazione, il quale sedimenta in giudicato sul singolo capo (ciascuna
decisione messa relativamente ad uno dei reati ascritti) solo allorquando resti
esaurita ogni vertenza concernente i singoli punti di quel capo (art. 597, cod.
proc. pen.) – S.U. n. 1 del 19/1/2000, dep. 28/6/2000, Rv. 216239 – e il
giudicato preclusivo a formazione progressiva, al quale dà vita la norma
speciale di cui all’art. 624, cod. proc. pen., la quale, appunto, dispone che
<> (S.U., 26/3/1997, n. 4904;
19/1/1994, Cellerini ed altro; 11/5/1993, Ligresti ed altro; 23/11/1990,
Agnese ed altro; Sez. II, 29/10/1998, n. 11544, Rv. 211905; Sez. VI,
2/4/1998, n. 5578, Rv. 210612).
Nel caso di specie, ove si volesse diversamente ragionare, si giungerebbe
alla conclusione paradossale di ritenere non ancora concluso l’iter processuale
a riguardo dei capi d’imputazione, attinti da motivi inammissibili, sol perché
debba registrarsi l’ammissibilità di motivi diretti alla contestazioni di
statuizioni civili (tesi, questa, sostenuta dalla sentenza n. 9288 emessa dalla
Sez. 1, in data 20/1/2014, dep. il26/2/2014, Rv. 259788, oggi non più in
linea con l’orientamento, qui condiviso, espresso a S.U., con la sentenza
deliberata il 27/2016).
Ciò posto non assume rilievo il decorso prescrizionale successivo alla
sentenza d’appello.
10. L’epilogo impone la condanna del ricorrente al pagamento delle spese
processuali, nonché a rimborsare alle parti civili vittoriose le spese legali, nella
misura, stimata congrua, di cui in dispositivo, viste le singole notule.
P.Q.M.
Dichiara inammissibili i ricorsi quanto alle statuizioni penali, nonché a
quelle civili afferenti alle parti civili seguenti: Mikheychik Tatyana Sergheyvna,
Yuliya Kiseleva, Mikheychik Maxim, Mikheychik Anastasia, Popov Sergey,
Goncharov Sergey, Daimar s.r.I., S.E.A. Med s.r.I., C.N.R. e SO.PRO.MAR.
s.p.a.
Condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonché al
rimborso delle spese per questo giudizio di legittimità liquidate come segue:
euro 3.500,00 complessivi in favore di Mikheychik Tatyana Sergheyvna,
Mikheychik Maxim e Mikheychik Anastasia; euro 3.000,00 complessivi in
favore di Popov Sergey e Goncharov Sergey; euro 3.000,00 complessivi in
favore di Daimar s.r.l. e S.E.A. Med s.r.l. ed euro 2.500,00 in favore di
SO.PRO.MAR. s.p.a.; oltre accessori per tutti come per legge.
Annulla la medesima sentenza quanto alle statuizioni civili afferenti alle
parti civili Di Stefano Vincenzo, D’Orazio Pino, Buscaino Giuseppa, Maltese
Valeria, Titone Gabriella, Zora Marcomaria e Mazzola Salvatore, con rinvio
davanti al giudice civile competente per valore in grado di appello.
Così deciso in Roma il 27/6/2016.

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine