Ricorso Per Cassazione – Cassazione Penale 10/02/2017 N° 6378

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione IV

Data: 10/02/2017

Numero: 6378

Testo completo della Sentenza Ricorso per cassazione – Cassazione penale 10/02/2017 n° 6378:

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Penale Sent. Sez. 4 Num. 6378 Anno 2017
Presidente: D’ISA CLAUDIO
Relatore: MONTAGNI ANDREA
Data Udienza: 20/01/2017

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
MASCHIO ELMO N. IL 25/07/1965
avverso la sentenza n. 938/2016 CORTE APPELLO di MILANO, del
29/04/2016
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in PUBBLICA UDIENZA del 20/01/2017 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. ANDREA MONTAGNI
Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. Fulvio Baldi
che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso

RITENUTO IN FATTO
1. Il G.i.p. del Tribunale di Pavia, con sentenza in data 24.05.2015, resa
all’esito di giudizio abbreviato, dichiarava Elmo Maschio responsabile del reato di
omicidio colposo, aggravato dalla violazione delle norme sulla disciplina della
circolazione stradale, in danno di Riaz Muhammad. All’imputato si contesta, per
negligenza, imprudenza e imperizia ed inosservanza delle norme sulla circolazione
stradale, di avere provocato la morte del Riaz; ciò in quanto, in qualità di
conducente della vettura Alfa Romeo indicata in rubrica, procedendo ad una velocità
elevata, rispetto allo stato dei luoghi, investiva la vittima che / con una bicicletta
spinta a mano / ovvero in sella al predetto velocipede, stava attraversando a velocità
ridottissima la carreggiata.
Il giudicante riteneva sussistente il nesso di causalità tra la contestata
violazione della regola di condotta da parte dell’automobilista e l’evento; rilevava,
peraltro, che alla causazione del sinistro aveva concorso anche la condotta
imprudente della vittima, che aveva attraversato in pessime condizioni di visibilità,
una strada a due corsie.
2. La Corte di Appello di Milano con la sentenza indicata in epigrafe
confermava la sentenza di primo grado.
La Corte territoriale, nel censire i motivi di doglianza dedotti con l’atto di
appello, rilevava in primo luogo che plurimi elementi fattuali erano indicativi della
elevata velocità di marcia con cui l’auto procedeva al momento dell’impatto,
velocità superiore al limite consentito e del tutto inadeguata rispetto alle condizione
metereologiche in atto. Al riguardo, il Collegio valorizzava sia i danni riportati
dall’auto, sia la distanza, superiore a 40 metri, intercorrente tra il punto d’urto ed il
luogo ove il corpo della vittima era stato sbalzato. La Corte territoriale rilevava che
il comportamento della vittima doveva ritenersi prevedibile e l’evento evitabile; a
tale ultimo riguardo, la Corte di merito considerava che l’impatto con esito mortale
non si sarebbe verificato, se l’automobilista avesse adeguato la velocità allo stato
dei luoghi ed alle pessime condizioni di visibilità, per la presenza di nebbia.
3. Avverso la richiamata sentenza della Corte di Appello ha proposto ricorso
per cassazione l’imputato, a mezzo del difensore. Il ricorso è affidato a quattro
motivi.
Con il primo motivo l’esponente denuncia violazione di legge e vizio
motivazionale, in merito al procedimento di calcolo relativo alla velocità di marcia
del veicolo condotto dall’imputato.
L’esponente rileva che la Corte di Appello ha valorizzato i seguenti elementi:
1) la forza cinetica impressa dall’urto al corpo della vittima; 2) la distanza tra il
punto d’urto e quello ove l’autoveicolo arrestò la propria corsa; 3) la condotta di
guida realizzata dall’imputato dopo l’impatto.
Con riferimento al primo punto, il ricorrente considera che lo stesso perito
nominato in sede di incidente probatorio ha chiarito che il corpo della vittima venne
trascinato per un certo tratto, prima di cadere, di talché l’applicazione del principio
del lancio balistico del corpo non offre risultati attendibili. Rispetto al secondo
punto, l’esponente rileva che la posizione di quiete del veicolo non fa seguito alla
frenata, ma dipese dalla scelta dell’imputato, che dopo l’urto decise di proseguire la
marcia sino ad una piazzola di sosta. Al riguardo, considera che erroneamente il
perito ha affermato che dopo l’impatto il veicolo si fermò in posizione di quiete sulla
propria corsia; ciò in quanto l’imputato aveva parcheggiato l’auto oltre il margine
destro della carreggiata. Il deducente osserva che la Corte di Appello, rispetto a tale
fondamentale questione, ha omesso di considerare il materiale probatorio che era
stato specificamente indicato dalla difesa, a sostegno dell’assunto. Strettamente
connessa al punto ora richiamato, è la terza questione sopra indicata, relativa al
calcolo della velocità dell’auto: l’esponente osserva che il parametro del coefficiente
di attrito utilizzato dal perito risulta insignificante, atteso che il punto in cui il
veicolo venne parcheggiato non corrisponde altrimenti allo spazio percorso
dall’automobile prima di raggiungere lo stato di quiete dopo la manovra di
rallentamento. Il ricorrente sottolinea che la Corte di Appello avrebbe dovuto
disporre il rinnovo della perizia cinematica, inficiata da tale erronea ricostruzione
del fatto; e rileva che il ragionamento sviluppato dalla Corte distrettuale, rispetto
all’accertamento della velocità di marcia dell’auto, risulta vulnerato dalla inversione
logica nell’apprezzamento dei dati di riferimento.
Con il secondo motivo si deduce violazione di legge, vizio motivazionale e
travisamento della prova, con riguardo al calcolo della velocità dell’auto al momento
dell’impatto e rispetto alle ipotizzate diverse conseguenze lesive, non letali, che
sarebbero derivate dall’urto, in caso di velocità moderata ed adeguata. La parte
osserva che la Corte di Appello ha affermato che qualora l’imputato avesse
proceduto ad una velocità compresa tra 30 e 45 Km/h l’impatto sarebbe avvenuto
ad una velocità di 15 Km/h ed avrebbe avuto conseguenze non letali. Al riguardo, il
ricorrente considera che tali affermazioni contrastano con le stesse conclusioni
rassegnate dal perito; e rileva che il dato ipotetico relativo alla residua velocità di
15 Km/h, al momento dell’impatto, è stato indicato dal perito solo nel corso
dell’esame dibattimentale. Sul punto, il deducente, considera che in ragione delle
concrete condizioni di visibilità e dei tempi psicotecnici di reazione, ipotizzando una
velocità di marcia di 50Km/h, l’impatto sarebbe avvenuto a 50 Km/h.
Sotto altro aspetto, il ricorrente censura la sentenza impugnata, con riguardo
all’accertamento della velocità con la quale la vittima avrebbe effettuato
l’attraversamento della carreggiata. L’esponente osserva che la Corte di Appello ha
affermato che tra le due carreggiate si trovava un terrapieno; e che tale evenienza
imponeva un forte rallentamento alla bicicletta. Al riguardo, nel ricorso si osserva
che il terrapieno tra le due carreggiate è stato posizionato, in realtà, solo
all’indomani del sinistro; e che la documentazione fotografica che ritrae tale
terrapieno è stata scattata a distanza di un anno dal fatto. La parte rileva che nella
annotazione redatta dai Carabinieri, sopraggiunti sul posto, è indicato che la strada
è a due carreggiate, separate in quel punto da una striscia di terra a filo del manto
stradale. Conclusivamente sul punto, il deducente evidenzia che la Corte di Appello
ha richiamato generiche massime di esperienza, omettendo di esaminare la
documentazione allegata dalla difesa.
Con il terzo motivo il ricorrente denuncia violazione di legge e carenza
motivazionale, rispetto alla causalità della colpa, alla prevedibilità del
comportamento imprudente della vittima, anche rispetto al principio di affidamento.
La parte osserva che la Corte ha erroneamente affermato che la strada di cui si
tratta è caratterizzata da intenso traffico pedonale; e rileva che la strada, al
contrario, attraversa una zona industriale e periferica. L’esponente considera che i
richiamati elementi di fatto rendono, in concreto, non prevedibile la condotta
gravemente imprudente posta in essere dalla vittima, che effettuò la manovra di
attraversamento a raso in un punto ove si trova un apposito sottopassaggio.
Con il quarto motivo il ricorrente deduce violazione di legge e vizio
motivazionale, rispetto alla evitabilità dell’evento in relazione alla concreta
avvistabilità del pedone e del velocipede. Sul punto la parte considera che viene in
rilievo l’accertamento della distanza che separa l’interruzione del guard rail dal
punto d’urto; e rileva che la motivazione della Corte territoriale risulta carente,
giacché il Collegio si è limitato ad affermare che nella zona in cui si colloca il punto
d’urto non è presente il guard rail da un tratto precedente di “lunghezza
consistente”. Il deducente considera che la visibilità stimata era pari a 20/25 metri,
al momento del fatto; di talché il preciso accertamento della distanza tra
l’interruzione del guard rail e il punto d’impatto risulta rilevante al fine di verificare
in concreto l’avvistabilità del pedone, posto che lo stesso guard rail costituisce una
fattore che limita il campo visivo dell’automobilista.
Il ricorrente considera poi che erroneamente la Corte di merito ha affermato
che il punto d’urto deve essere collocato sul margine destro della carreggiata
percorsa dall’auto, quando il pedone aveva quasi ultimato l’attraversamento, da
sinistra verso destra. La parte rileva che la posizione del corpo dopo l’urto ed i
danni riportati dall’auto indicano che l’urto avvenne quando la vittima si trovava in
corrispondenza della corsia di sorpasso, evenienza che riduce ulteriormente la
concreta avvistabilità della vittima.
L’esponente ha depositato memoria. La parte sviluppa temi di doglianza
affidati al ricorso originario e chiede l’assegnazione del fascicolo alle Sezioni Unite,
in ragione del contrasto esistente rispetto alla applicabilità del principio di
affidamento nell’ambito della circolazione stradale.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso è fondato.
Procedendo all’esame congiunto dei motivi di doglianza, giova ricordare che la
riformulazione dell’art. 606 cod. proc. pen., comma 1, lett. e), da parte della Legge
n. 46 del 2006, art. 8, consente di dedurre il travisamento della prova, nella forma
della c.d. contraddittorietà processuale, consistente nella mancata corrispondenza
tra il risultato probatorio utilizzato nella motivazione della sentenza e l’atto
probatorio stesso, senza il limite della rilevabilità testuale dalla motivazione del
provvedimento impugnato, potendo essere desunto anche da altri atti del processo,
purché specificamente indicati dal ricorrente. La giurisprudenza di questa Corte ha
ripetutamente affermato che il vizio del travisamento della prova rileva solo quando
l’errore disarticola l’intero ragionamento probatorio e rende quindi illogica la
motivazione per l’evidente forza dimostrativa del dato probatorio travisato (tra le
altre, Sez. 6, n. 8342 del 18/11/2010, dep. 2011, P.G. in proc. Greco, Rv. 249583).
Al riguardo, la Corte regolatrice ha in particolare affermato che nel giudizio di
legittimità anche l’accertamento peritale può essere oggetto di esame critico, solo
nei limiti del così detto travisamento della prova, che sussiste nel caso di
assunzione di una prova inesistente o quando il risultato probatorio sia diverso da
quello reale in termini di “evidente incontestabilità” (Sez. 1, n. 47252 del
17/11/2011 – dep. 20/12/2011, Esposito e altri, Rv. 251404).
2. Sulla base dei principi ermeneutici ora ricordati, il Collegio rileva che nella
presente fattispecie la Corte d’appello, nel procedere alla ricostruzione della
dinamica del sinistro che occupa, ha effettuato affermazioni, rispetto alla proiezione
del corpo della vittima a seguito dell’impatto, alla velocità di marcia della
autovettura ed alle modalità di attraversamento della sede stradale da parte del
ciclista che non paiono conferenti con le evenienze probatorie specificamente
indicate dal ricorrente e neppure con il contenuto degli elaborati peritali acquisiti
agli atti.
Segnatamente, nel procedere all’accertamento della circostanza di fatto
relativa alla velocità con la quale la vittima avrebbe effettuato l’attraversamento
della carreggiata – evenienza refluente sul decisivo tema relativo alla concreta
avvistabilità dell’ostacolo da parte dell’automobilista – la Corte di Appello ha
affermato che tra le due carreggiate si trovava un terrapieno; ed ha quindi ritenuto
che tale evenienza imponesse un forte rallentamento alla bicicletta. Tale
affermazione non si confronta con i dati emergenti dalla annotazione redatta dai
Carabinieri sopraggiunti nell’immediatezza del fatto, ove è effettivamente indicato
che le carreggiate sono separate da una strisca terrosa a raso. Viene allora in rilievo
l’ulteriore travisamento denunciato dal ricorrente, rispetto al reale significato
probatorio da assegnare agli elementi acquisiti agli atti, laddove la Corte di merito
ha ritenuto che le foto scattate dal perito, ritraenti il tratto di strada teatro del
sinistro, raffigurino lo stato dei luoghi in termini corrispondenti a quello in essere al
momento del fatto. Invero, la presenza di un cordolo, a contenimento del
terrapieno che separa le carreggiate, non trova corrispondenza con le indicazioni
fornite dai militari intervenuti, di talché diviene imprescindibile verificare se,
all’indomani dell’incidente, siano state effettuate modifiche dell’arredo stradale.
Considerazioni del medesimo tenore si impongono con riguardo
all’accertamento della velocità di marcia dell’auto. A tale specifico riguardo, si
osserva che è la stessa motivazione espressa dai giudici di merito che evidenzia un
insanabile profilo di intrinseca contraddittorietà: la Corte di merito, infatti, dopo
aver affermato che effettivamente il corpo della vittima venne caricato dall’auto,
oblitera tale dato, nel considerare la forza cinetica impressa al corpo, in
considerazione della distanza intercorrente tra il punto d’urto e quello ove il corpo
venne ritrovato in posizione di quiete. Il richiamato passaggio argomentativo
appare, invero, non logicamente conferente, posto che nel ragionamento probatorio
non viene considerata la stessa circostanza di fatto ritenuta oggettivamente
sussistente, circostanza in base alla quale un certo tratto di strada venne
necessariamente percorso dal Riaz, mente si trovava caricato sul cofano dell’auto.
Anche il ragionamento relativo all’accertamento della velocità di marcia del
veicolo, come effettuato la Corte di Appello, non appare scevro delle denunziate
aporie: il Collegio, infatti, nel contraddire quanto affermato dall’imputato, circa il
fatto di avere percorso alcune decine di metri dopo l’investimento, sino a
raggiungere una piazzola di sosta, si basa su affermazioni relative ai
comportamenti che sarebbero usualmente tenuti dall’utente della strada in tali
contingenze, che non risultano in alcun modo giustificate dal Collegio, neppure con
il riferimento alle massime di esperienza.
Conclusivamente, si osserva che anche le valutazioni espresse in sentenza,
circa l’intenso traffico pedonale che caratterizzerebbe il tratto di strada di cui si
tratta, non trovano corrispondenza con lo stato dei luoghi emergente dalla
documentazione fotografica agli atti, da cui emerge la presenza di specifici elementi
volti ad ostacolare fisicamente la possibilità per i pedoni di effettuare
l’attraversamento a raso della sede stradale.
E’ poi il caso di ricordare che la Corte regolatrice ha chiarito che il conducente
del veicolo, in caso di investimento di un pedone, può andare esente da
responsabilità, non per il solo fatto che risulti accertato un comportamento colposo
(imprudente o in violazione di una specifica regola comportamentale) del pedone
(una tale condotta risulterebbe, invero, concausa dell’evento lesivo, penalmente
non rilevante per escludere la responsabilità del conducente: cfr. art. 41 c.p.,
comma 1), ma che occorre che la condotta del pedone configuri, per i suoi caratteri,
una vera e propria causa eccezionale, atipica, non i prevista né prevedibile, che sia
stata da sola sufficiente a produrre l’evento (cfr. art. 41 c.p., comma 2). Ciò che
può ritenersi, solo allorquando il conducente del veicolo investitore (nella cui
condotta non sia ovviamente ravvisabile alcun profilo di colpa, vuoi generica vuoi
specifica) si sia trovato, per motivi estranei ad ogni suo obbligo di diligenza, nella
oggettiva impossibilità di “avvistare” il pedone e di osservarne, comunque,
tempestivamente i movimenti, attuati in modo rapido, inatteso, imprevedibile. Solo
in tal caso, infatti, l’incidente potrebbe ricondursi, eziologicamente, proprio ed
esclusivamente alla condotta del pedone, avulsa totalmente dalla condotta del
conducente ed operante in assoluta autonomia rispetto a quest’ultima (Sez. 4,
Sentenza n. 33207 del 02/07/2013, dep. 31/07/2013, Rv. 255995).
3. E bene, atteso che la motivazione posta a fondamento della sentenza
impugnata appare vulnerata dalle evidenziate aporie e contraddizioni, anche di
ordine processuale, come chiarito, si impone l’annullamento della stessa sentenza,
con rinvio alla Corte di Appello di Milano, altra sezione, per nuovo esame della
regiudicanda, alla luce dei principi di diritto sopra ricordati. Resta assorbito ogni
ulteriore profilo di doglianza.

P.Q.M.
Annulla la sentenza impugnata, con rinvio alla Corte di Appello di Milano altra
sezione.
Così deciso il 20 gennaio 2017.

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