Reato In Genere – Cassazione Penale 11/10/2016 N° 42962

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione VI

Data: 11/10/2016

Numero: 42962

Testo completo della Sentenza Reato in genere – Cassazione penale 11/10/2016 n° 42962:

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SENTENZA
sul ricorso proposto da:
Suadoni Fabio, n. Terni 1.12.1961
avverso la sentenza n. 1009/2014 Corte d’Appello di Perugia del 16/09/2014
esaminati gli atti e letti il ricorso ed il provvedimento decisorio impugnato;
udita in pubblica udienza la relazione del consigliere, dott. O. Villoni;
udito il pubblico ministero in persona del sostituto P.G., dr. F. Salzano, che ha
concluso per il rigetto.
sentito il difensore del ricorrente, avv. Manlio Morcella, che ha insistito per
l’accoglimento del ricorso
RITENUTO IN FATTO
1. Con la sentenza impugnata, la Corte d’Appello di Perugia, in accoglimento
dell’appello proposto dal Procuratore Generale, ha riformato quella assolutoria
emessa in esito a giudizio abbreviato dal Tribunale di Terni il 12/04/2013, condannando Fabio Suadoni alla pena di C 200,00 di multa per il reato di rifiuto di
atti legalmente dovuti (art. 366, commi 2 e 3 cod. pen.), contestatogli per aver
rifiutato di assumere le funzioni di consulente tecnico in materia medico – legale
del PM di Terni, motivando il rifiuto dal mancato rilascio di un’espressa autorizzazione da parte del magistrato ad eseguire dei preparati istopatologici, tale
da impedirgli un adeguato svolgimento dell’incarico.
Ribaltando la decisione di primo grado, la Corte territoriale ha ritenuto la piena
configurabilità del reato contestato – ravvisabile anche quando concerna la figura
del consulente tecnico del Pubblico Ministero e non solo del perito, espressamente indicato al comma 3 della previsione normativa – l’assenza di buona fede
dell’imputato e la sussistenza del dolo generico.
2. Avverso la sentenza ha proposto ricorso l’imputato, il quale deduce i seguenti motivi.
Violazione di legge ed omessa o insufficiente motivazione con riferimento allo
art. 366, cod. pen. Quello in esame costituisce, infatti, reato proprio, che può
essere consumato dal perito, dall’interprete o dal custode di cose sottoposte a
sequestro e nessuna di tali qualifiche è stata mai rivestita dal ricorrente; l’applicabilità al consulente tecnico del PM è preclusa dalla legge e dal principio di legalità che fa divieto di applicazione estensiva in malam partem, tesi condivisa
dalla dottrina unanime; la figura del PM, infine, non può essere ricompresa nel
concetto di autorità giudiziaria conferente l’incarico.
Violazione degli artt. 438 e 191 cod. proc. pen., per avere la Corte d’appello
fondato il proprio convincimento su elementi probatori estranei al fascicolo processuale, rappresentati da due note provenienti dalla Procura Generale presso la
Corte d’Appello di Perugia e dalla Procura della Repubblica di Terni, dalle quali è
stato tratto il convincimento che il movente della condotta incriminata fosse rappresentato dalla liquidabilità separata o meno degli onorari riferibili all’esecuzione dei preparati istopatologici.
Erronea applicazione dell’art. 225 d.P.R. n. 115 del 2002 e dell’art. 2225 cod.
civ. Il diniego del PM a concedere autorizzazione ad eseguire i suddetti preparati
era fondato su atto amministrativo interno all’ufficio requirente (nota della Procura Generale cit.) contrastante tanto con l’art. 25 d.P.R. n. 115 del 2002 quanto
con l’art. 2225 cod. civ. in tema di fissazione del corrispettivo del contratto di
opera, da cui il carattere non indebito del rifiuto opposto dal ricorrente.
Violazione di legge e vizio di motivazione in relazione agli artt. 43 e 366 cod.
pen. in relazione all’insussistenza dell’elemento psicologico del reato a motivo dei
profili di diritto già indicati.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso è fondato nei termini di seguito indicati.
2. Occorre premettere che nel presente giudizio non viene in rilievo alcuna
delle problematiche ricorrenti nei casi in cui le decisioni intervenute nei due gradi
di merito siano tra loro divergenti (nella specie, ribaltamento in appello della pronuncia assolutoria di primo grado).
Le questioni affrontate e diversamente valutate dalla Corte d’appello attengono, infatti, tutte a profili di stretto diritto, esulando, perciò, completamente dal
recinto concettuale della decisione delle Sezioni Unite n. 1905 del 28/04/2016,
Dasgupta in tema di rapporti tra vizio della motivazione e valutazione delle prove
di natura testimoniale in mancanza di rinnovazione dell’istruttoria.
Né si configura un’ipotesi di violazione dell’obbligo della cd. motivazione rafforzata, che s’impone al giudice di secondo grado il quale condanni l’imputato
assolto in primo grado, al fine di giustificare il diverso apprezzamento come
l’unico ricostruibile al di là di ogni ragionevole dubbio (art. 533 comma 1 cod.
proc. pen.), sulla base di elementi di prova diversi o diversamente valutati a
confutazione di evidenti vizi logici o inadeguatezze probatorie del primo giudizio
(Sez. U, sent. n. 33748 del 12/07/2005, Mannino, Rv. 231674; Sez. U, sent. n.
45276 del 30/10/2003, Andreotti, Rv. 22693; Sez. 6, sent. n. 8705 del
24/01/2013, Rv. 254113; Sez. 6, sent. n. 1266 del 10/10/2012, Rv. 254024;
Sez. 6, sent. n. 22120 del 29/04/2009, Rv. 243946).
Nella specie, infatti, la Corte d’appello ha preso in esame aspetti della vicenda
(in primo luogo l’elemento oggettivo del reato) ulteriori rispetto a quelli considerati dal giudice di primo grado, il quale aveva svolto la sua analisi dei fatti
limitatamente all’elemento soggettivo, ritenendo non arbitrario il rifiuto opposto
dall’imputato.
3. Ciò posto, devesi affrontare la prima doglianza formulata dal ricorrente avverso la decisione impugnata, riguardante il profilo oggettivo del reato di cui
all’art. 366 cod. pen.
Sintetizzando la sua prospettazione, esso costituisce reato proprio che può
essere commesso solo dai soggetti indicati al comma 1 (perito, interprete, custode di cose sottoposte a sequestro dal giudice penale) o al comma 3 (testimone ed esercente altre funzioni giudiziarie), novero di cui non farebbe parte il
consulente del Pubblico Ministero, figura processuale che a sua volta non rientrerebbe nel concetto di autorità giudiziaria.
L’assunto è, però, infondato.
Le questioni poste dal ricorso attengono a due distinti piani, il primo concernente il tema della tassatività della fattispecie legale ed il secondo l’aspetto
ordinamentale, ma data la struttura delle previsioni di cui all’art. 366 cod. pen. il
secondo precede necessariamente il primo.
3.1 A tale riguardo, la Corte territoriale ha già osservato che ai sensi dello
ordinamento giudiziario, il Pubblico Ministero deve essere ricompreso nella più
ampia dizione di Autorità Giudiziaria e ciò non solo sulla base dell’art. 4 del r.d.
n. 12 del 30 gennaio 1941 e successive modifiche, ma .
La complessiva correttezza di tali considerazioni è fuori discussione, sebbene
a stretto rigore l’art. 4 ord. giud. cit. utilizzi il termine ‘ordine giudiziario’ e non
‘autorità giudiziaria’ per indicare il complesso dei giudici, dei magistrati del Pubblico Ministero, degli uditori (oggi magistrati ordinari in tirocinio), dei giudici e
dei vice procuratori onorari, degli esperti aggregati nonché del personale delle
cancellerie e delle segreterie giudiziarie.
Ma a dirimere ogni dubbio riguardo alla figura del Pubblico Ministero provvedono, in realtà, sia la stessa Carta Costituzionale che il codice di procedura
penale.
La prima stabilisce all’art. 109 che l’autorità giudiziaria dispone direttamente
della polizia giudiziaria; è sufficiente, poi, andare agli artt. 58 (Disponibilità della
polizia giudiziaria) e 59 (Subordinazione della polizia giudiziaria) cod. proc. pen.
per constatare che la dipendenza funzionale della polizia giudiziaria è stabilita nei
confronti degli uffici di Procura della Repubblica e di Procura Generale della Corte
d’appello e quindi nei confronti dei magistrati dirigenti di detti uffici.
Tornando alla Costituzione, l’art. 15, comma 2 stabilisce che, ferma la libertà e
la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione, la loro
limitazione può avvenire soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria con le
garanzie stabilite dalla legge.
Nella legge ordinaria, tali materie trovano regolamentazione negli articoli del
codice di procedura penale ed in alcune previsioni extra codicistiche riguardanti
da un lato le intercettazioni di comunicazioni e dall’altro i sequestri.
E’ allora sufficiente andare all’art. 253, comma 1 cod. proc. pen. che disciplina
le forme e i modi del sequestro probatorio, per constatare che ad esso provvede
l’autorità giudiziaria con decreto motivato, non sussistendo alcun dubbio che con
tale locuzione si faccia riferimento al Pubblico Ministero, che può procedervi
anche a mezzo ufficiali di polizia giudiziaria delegati.
Lo stesso è, inoltre, a dirsi del sequestro di corrispondenza (art. 254), del
sequestro di dati informatici (art. 254-bis), del sequestro presso banche (art.
255), delle varie forme di acquisizione documentale (artt. 256, 256-bis, 256-ter)
cui procede sempre direttamente l’autorità giudiziaria e cioè il Pubblico Ministero.
Non sussiste, pertanto, alcun dubbio che la competenza ad adottare, fra gli
altri provvedimenti volti alla ricerca delle prove, il sequestro probatorio sia del
Pubblico Ministero (espressamente in termini, nel trapasso dal vecchio al vigente
codice di rito v. Sez. 5, sent. n. 3309 del 19/06/1990, Trevisi, Rv. 185305; incidentalmente come dato assodato v. ex plurimis Sez. 1, sent. n. 2925 del
22/04/1997, P.G. in proc. D’Alessandro, Rv. 207743; Sez. 6, sent. n. 30372 del
16/03/2004, Morelli, Rv. 230442), figura ordinamentale che, quindi, rientra pienamente nella nozione onnicomprensiva di Autorità giudiziaria.
3.2 Né maggiore pregio rivesta l’ulteriore obiezione secondo cui tra le figure
soggettive previste dall’art. 366 cod. pen. non sarebbe ricompresa la figura del
consulente del Pubblico Ministero.
A tale riguardo, la Corte territoriale ha correttamente rilevato che all’epoca di
redazione del codice penale, la figura del consulente e del perito coincidevano e
del resto l’art. 359 cod. proc. pen. stabilisce l’obbligatorietà dell’assunzione dello
incarico di consulente del PM.
Ma anche a prescindere dal tali argomenti di ordine sistematico, va rilevato
che lo stesso legislatore ha previsto, tra le figure soggettive, una di carattere
residuale e di chiusura rappresentata dalla ‘persona chiamata ad assumere
funzioni giudiziarie su incarico della Autorità giudiziaria’ (art. 366, comma 3 cod.
pen.), novero in cui rientra a pieno titolo e per quanto dianzi esposto il consulente del PM.
4. Assodato che il consulente del PM può essere l’autore del reato, vale ora
affrontare l’aspetto controverso, diversamente risolto dai giudici dei gradi di merito.
Il giudice di primo grado ha opinato, infatti, che il rifiuto opposto dal ricorrente
non sia stato arbitrario, mentre la Corte territoriale ha ritenuto che poiché il
reato di cui all’art. 366 cod. pen. è a dolo generico e non specifico, ad integrarlo
<è sufficiente la piena consapevolezza dell'imputato di rifiutarsi, con la sua condotta, di assumere le funzioni>, risultando, così, del tutto ininfluente il movente
che ne sia stato all’origine.
Il Collegio ritiene di non condividere tale ultimo assunto.
Occorre in primo luogo rilevare che l’art. 366 cod. pen. contempla varie modalità di consumazione del reato.
Quella di cui al comma 1 è di tipo commissivo e a struttura di evento, poiché
l’agente ottiene con mezzi fraudolenti il risultato di essere esentato dall’obbligo
di comparire e di prestare l’ufficio richiestogli.
Quella di cui ai commi 2 e 3 è di tipo omissivo, integrando in maniera propria il
rifiuto penalmente sanzionato.
Orbene, se appare indubitabile che il dolo del reato, anche nella sua forma
omissiva, è generico, nondimeno esso non può non tenere conto di alcune situazioni che l’ordinamento considera espressamente o è tenuto a considerare.
Esse rilevano come cause scriminanti come nel caso degli impedimenti (ad es.
il caso fortuito o la forza maggiore, art. 45 cod. pen. o lo stato di necessità, art.
54 cod. pen.) o quando è la stessa legge a prevedere la facoltà di sottrarsi
all’esercizio di determinate funzioni giudiziarie (art. 384 cod. pen.), ma possono
diversamente incidere anche sull’elemento psicologico del reato, in particolare
quando il possesso delle ‘particolari competenze’ previste dalla legge conservi al
consulente tecnico un ambito residuo di valutazioni tecniche opponibili anche al
PM conferente l’incarico.
In tal senso, l’obbligatorietà dell’assunzione dell’incarico di cui all’art. 359,
comma 1 cod. proc. pen. non può non considerare i casi in cui proprio il possesso
qualificato di competenze possa comportare l’instaurazione con il PM conferente
di una necessaria interlocuzione, limitata ad aspetti tecnici del mandato, finalizzata all’obiettivo del miglior espletamento dell’incarico.
Il caso in esame appare significativo.
Il ricorrente, officiato consulente dal PM di espletare una consulenza medico –
legale a seguito di un evento omicidiario con impiego di arma da fuoco, aveva
obiettato che al fine di poter espletare il mandato, v’era la necessità di procedere
al campionamento dei frammenti di tessuto della vittima, sia per evidenziare il
contorno delle ferite di entrata e di uscite..dei proiettili sia per appurare la presenza di eventuale materiale estraneo a quello umano (nella specie, polvere da
sparo).
A tale scopo aveva ritenuto irrinunciabile la possibilità di procedere ad analisi
istopatologiche, all’esecuzione dei relativi prelievi ed all’approntamento dei preparati, al fine di procedere all’esame autoptico secondo le linee guida di cui alla
Raccomandazione n. R (99)3 del Comitato dei Ministri agli Stati Membri del Consiglio d’Europa, in particolare secondo le previsioni di cui al Principio V, punto II
art. 6 e di cui all’art. 7, lett. b), d), e), f) del connesso allegato.
Questo, in particolare, rappresenta il punto critico dell’intera vicenda processuale.
Secondo i giudici tanto di primo grado che di secondo grado, il PM conferente
aveva ritenuto di non rilasciare un’espressa autorizzazione in tal senso, ritenendola implicitamente ricompresa nell’incarico; le loro determinazioni sono, invece,
state divergenti quanto alla valutazione dell’atteggiamento tenuto dall’imputato –
ricorrente a fronte del mancato rilascio dell’autorizzazione espressa.
Il Collegio si limita a rilevare che a prescindere da ogni altra questione, poiché
l’esecuzione dei suddetti preparati è in astratto suscettibile di richiedere l’impiego, debitamente autorizzato, di ausiliari da parte del consulente, analogamente a
quanto stabilito per il perito dall’art. 228, comma 2 cod. proc. pen., non può in
astratto e non poteva nello specifico essere definito arbitrario un rifiuto opposto
a causa dell’assenza di tale autorizzazione.
Più in generale, il rifiuto opposto dal consulente può essere giustificato ove
attenga a questioni riguardanti le modalità di conferimento e di espletamento
dell’incarico, in maniera corrispondente al grado di specializzazione tecnica del
consulente stesso o al livello tecnologico degli strumenti e/o dei materiali da
impiegare (a mero titolo di esempio, si pensi ad una consulenza geologica comportante l’esecuzione di carotaggi profondi nel terreno con impiego di mezzi
tecnici inadeguati per ragioni di contenimento della spesa), non potendo escludersi l’eventualità che un contrasto, limitato agli aspetti eminentemente tecnici
dell’incarico, tra conferente ed incaricato possa dar luogo in determinate circostanze a divergenze inconciliabili che finiscono inevitabilmente per rifluire sulla
accettazione stessa del mandato.
5. Per tutte le ragioni dianzi esposte, la sentenza impugnata va annullata
senza rinvio perché il fatto non costituisce reato; restano assorbiti gli altri profili
del ricorso.
P. Q. M.
annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non costituisce
reato.
Roma, 09/09/2016

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