Reato – Cassazione Penale 05/08/2016 N° 34651

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione Feriale

Data: 05/08/2016

Numero: 34651

Testo completo della Sentenza Reato – Cassazione penale 05/08/2016 n° 34651:

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SENTENZA sul ricorso proposto da: DIOUF IBRAHIMA nato il 03/02/1964 a DAKAR avverso la sentenza del 02/11/2015 della CORTE APPELLO di LECCE visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso; udita in PUBBLICA UDIENZA del 02/08/2016, la relazione svolta dal Consigliere GIUSEPPE DE MARZO Udito il Procuratore Generale in persona del MARIO FRATICELLI che ha concluso per UditjdifensorgAvv. 44/. st Q L LL, yt” Ritenuto in fatto 1. Con sentenza del 02/11/2015 la Corte d’appello di Lecce ha confermato la °decisione di primo grado, che aveva condannato alla pena di giustizia Ibrahima Diouf, avendolo ritenuto responsabile dei reati di cui all’art. 171-ter, comma 1, lett. c), I. n. 633 del 1941 (capo a) e all’art. 474 cod. pen. (capo b). 2. Nell’interesse dell’imputato è stato proposto ricorso per cassazione, affidato ai seguenti motivi. 2.1. Con il primo motivo si lamentano vizi motivazionali e violazione di legge, rilevando: a) che la Corte territoriale aveva affrontato in termini lacunosi ed illogici il tema della prova della contraffazione dei prodotti sequestrati e aveva omesso qualsiasi considerazione sulla concreta confondibilità tra i segni distintivi riprodotti su tali prodotti e i marchi che si assumono contraffatti; b) che, a differenza di quanto ritenuto dalla sentenza impugnata, il teste di polizia giudiziaria ascoltato aveva sottolineato l’evidenza e la macroscopicità della falsificazione; c) che, del resto, la stessa Corte d’appello aveva tratto dalla scarsa qualità della merce la prova della contraffazione e anche quella della consapevolezza di quest’ultima da parte dell’imputato; d) che era stato ‘trascurato il tema dell’effettiva conoscenza, da parte dell’imputato, dei marchi e della conoscenza e protezione nel Paese di provenienza dello stesso. 2.2. Con il secondo motivo si lamentano vizi motivazionali e violazione di legge con riferimento alla ritenuta illecita riproduzione dei supporti di cui al capo a), rilevando: a) che il mancato accertamento in ordine alla natura delle opere dell’ingegno asseritamente possedute non aveva consentito di verificare se queste ultime fossero o non coperte dal diritto d’autore, ossia se gli autori delle opere avessero o non depositato l’opera da tutelare presso il Pubblico registro. 2.3. Con il terzo motivo si lamentano vizi motivazionali e violazione di legge, in relazione alla determinazione della pena e al mancato riconoscimento della circostanza attenuante di cui all’art. 62, n. 4, cod. pen. 2.4. Con il quarto motivo (per mero errore materiale indicato in ricorso ancora con il n. 3), si lamenta la mancata esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto, ai sensi dell’art. 131-bis cod. pen. Considerato in diritto 1. Il primo motivo è inammissibile per genericità e manifesta infondatezza. Premesso che la prova della contraffazione è stata razionalmente tratta dalla qualità scadente dei prodotti, quale verificata dal teste che aveva operato il controllo e il sequestro della merce, si osserva che la percepibilità di tale profilo, da parte del militare addetto al controllo dei venditori ambulanti, giustifica, in termini non manifestamente illogici, la conclusione della consapevolezza della contraffazione da parte dell’imputato (il quale, come osserva la sentenza 1 impugnata, non era stato in grado di esibire la documentazione comprovante il lecito acquisto della merce), ma non può essere confuso con quello della grossolanità. Infatti, secondo l’ormai consolidato orientamento di questa Corte, integra il delitto di cui all’art. 474 cod. pen. la detenzione per la vendita di prodotti recanti marchio contraffatto, senza che abbia rilievo la configurabilità della contraffazione grossolana, considerato che l’art. 474 cod. pen. tutela, in via principale e diretta, non già la libera determinazione dell’acquirente, ma la fede pubblica, intesa come affidamento dei cittadini nei marchi e segni distintivi, che individuano le opere dell’ingegno e i prodotti industriali e ne garantiscono la circolazione anche a tutela del titolare del marchio; si tratta, pertanto, di un reato di pericolo, per la cui sussistenza non occorre la realizzazione dell’inganno, con la conseguenza che non ricorre l’ipotesi del reato impossibile quando la grossolanità della contraffazione e le condizioni di vendita siano tali da escludere la possibilità che gli acquirenti siano tratti in inganno (Sez. 5, n. 5260 del 11/12/2013 – dep. 03/02/2014, Faje, Rv. 258722). In tale contesto, è poi del tutto irrilevante, anche sul piano dell’elemento ,soggettivo, la verifica dell’esistenza della protezione dei marchi dei quali si discute nel Paese di provenienza dell’imputato, trattandosi di circostanza che non assume alcun significato concreto, a fronte degli elementi univoci tratti dalla sentenza impugnata dalla notorietà dei segni distintivi e dalle specifiche modalità di vendita. 2. Il secondo motivo è inammissibile per difetto di specificità perché insiste nel valorizzare il mancato accertamento delle opere dell’ingegno riprodotte nei DVD, senza indicare le basi obiettive del travisamento della prova che sarebbe stato commesso dalla Corte territoriale, la quale ha, invece, affermato che il teste Granaldi, confermando quanto annotato nel verbale di sequestro in atti, aveva precisato che tutti i DVD visionati, privi del marchio SIAE, contenevano film in programmazione del 2009 (quali, ad es., Madagascar). Da tali premesse, del tutto razionalmente, la sentenza impugnata ha tratto la conseguenza del carattere abusivo della riproduzione dei supporti detenuti per la vendita dall’imputato. Al riguardo, va ribadito che, in tema di tutela del diritto d’autore, la mancanza del contrassegno SIAE non può valere come indizio dell’avvenuta consumazione dell’illecito di abusiva duplicazione o riproduzione dei supporti audiovisivi, ma la prova di tale fatto può essere comunque raggiunta sulla base di una pluralità di elementi, come il rilevante numero di supporti posti in vendita, le modalità dell’offerta al pubblico (nella specie, nel corso di una fiera), l’utilizzo di copertine fotocopiate o contraffatte, il confezionamento, nonché l’assenza di loghi o marchi 2 del produttore, non essendo invece necessario l’espletamento di una perizia o di un accertamento tecnico. (Sez. 3, n. 45450 del 18/07/2014 – dep. 04/11/2014, Hamoudi, Rv. 260865). 3. Il terzo motivo è, nel suo complesso, inammissibile, con la sola eccezione delle censure che investono l’applicazione della circostanza attenuante di cui all’art. 62, n. 4, cod. pen. In linea generale, deve osservarsi che la graduazione della pena, anche in relazione agli aumenti ed alle diminuzioni previsti per le circostanze aggravanti ed attenuanti, rientra nella discrezionalità del giudice di merito, che la esercita, così come per fissare la pena base, in aderenza ai principi enunciati negli artt. 132 e 133 cod. pen.; ne discende che è inammissibile la censura che, nel giudizio di cassazione, miri ad una nuova valutazione della congruità della pena la cui determinazione non sia frutto di mero arbitrio o di ragionamento illogico (Sez. 5, n. 5582 del 30/09/2013 – 04/02/2014, Ferrario, Rv. 259142), ciò che – nel caso di specie – non ricorre. Con riferimento all’invocata circostanza attenuante di cui all’art. 62, n. 4, cod. pen., si osserva, al contrario, che le doglianze del ricorrente non hanno trovato replica alcuna da parte della Corte territoriale. Sul piano giuridico, va ribadito che la circostanza della quale si discute è applicabile anche ai reati che offendono la fede pubblica, purché il fatto sia commesso per un motivo di lucro e la speciale tenuità riguardi sia l’entità del lucro (conseguendo o conseguito dall’agente), sia l’evento dannoso o pericoloso (Sez. 5, n. 9248 del 14/10/2014 – dep. 03/03/2015, Seck, Rv. 262962; Sez. 5, n. 44829 del 12/06/2014, Fabbri, Rv. 262193; Sez. 5, n. 26807 del 19/03/2013, Ngom, Rv. 257545). Secondo tale ricostruzione, l’espressione “evento dannoso o pericoloso”, da riferirsi alla nozione di evento in senso giuridico, è idonea a comprendere qualsiasi offesa penalmente rilevante purché essa sia, tanto in astratto (in relazione alla natura del bene giuridico oggetto di tutela) che in concreto (come contestata), di tale particolare modestia da risultare “proporzionata” alla tenuità del vantaggio patrimoniale che l’autore del fatto si proponeva di conseguire o ha in effetti conseguito. Ne discende che l’attenuante risulta inapplicabile soltanto ai delitti che producono un danno o una situazione di pericolo di una qualche gravità e consistenza, nonché, ovviamente, a quelli la cui previsione è posta a tutela di beni fondamentali o diritti inviolabili. 4. Il quarto motivo è inammissibile, perché la richiesta di applicazione dell’art. 131-bis cod. pen. non è stata formulata in appello neanche all’udienza di discussione (02/11/2015), quando pure era ormai entrata in vigore la previsione e sarebbe stato possibile porre la questione indicando anche i profili fattuali 3 rilevanti ai fini del decidere (v., i principi affermati da Sez. U, n. 13681 del 25/02/2016, Tushaj, Rv. 266593). Coerentemente, si è rilevato che la questione dell’applicabilità dell’art. 131-bis cod. pen. non può essere dedotta per la prima volta in cassazione, ostandovi il ‘disposto di cui all’art. 609, comma 3, cod. proc. pen., se il predetto articolo era già in vigore alla data della deliberazione della sentenza d’appello (Sez. 6, n. 20270 del 27/04/2016, Gravina, Rv. 266678). Annulla la sentenza impugnata limitatamente all’applicazione dell’attenuante di cui all’art. 62, n. 4, cod. pen., c.p., con rinvio alla Corte d’appello di Lecce, sezione promiscua. Dichiara inammissibile nel resto il ricorso. Così deciso in Roma il 02/08/2016

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