Reato Associativo – Cassazione Penale 21/03/2016 N° 11692

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione II

Data: 21/03/2016

Numero: 11692

Testo completo della Sentenza Reato associativo – Cassazione penale 21/03/2016 n° 11692:

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SENTENZA Sul ricorso proposto nell’interesse di Sallaku Saimir, n. il 08.07.1988, rappresentato e assistito dall’avv. Gianbattista Scalvi e dall’avv. Marco Tropea, di fiducia Sallaku Gezim, n. il 06.02.1973, rappresentato e assistito dall’avv. Gianbattista Scalvi e dall’avv. Marco Tropea, di fiducia Sallaku Taulant, n. il 21.12.1981, rappresentato e assistito dall’avv. Gianbattista Scalvi, di fiducia Dornenighini Patrizio, n. il 16.03.1966, rappresentato e assistito dall’avv. Gianbattista Scalvi, di fiducia, avverso l’ordinanza del Tribunale di Brescia, in funzione di giudice del riesame, n. 303/2015, in data 05.08.2015; visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso; preso atto delle dichiarazioni di rinuncia presentate in data odierna; preso atto della ritualità delle notifiche e degli avvisi; Al sentita la relazione della causa fatta dal consigliere dott. Andrea Pellegrino; udita la requisitoria del Sostituto procuratore generale dott. Luigi Birritteri che ha concluso per Sallaku Saimir di dichiararsi l’inammissibilità del ricorso per rinuncia; per Sallaku Gezim, Domenighini Patrizio e Sallaku Taulant ha concluso chiedendo di dichiararsi inammissibile il ricorso; sentita la discussione dell’avv. Gianbattista Scalvi che ha concluso riportandosi ai motivi di ricorso non rinunciati. RITENUTO IN FATTO 1. Con ordinanza in data 24.06.2015, il giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Brescia applicava nei confronti degli odierni ricorrenti misure cautelari personali, e segnatamente: -nei confronti di Sallaku Gezim, la custodia in carcere per i reati di cui agli artt. 416 cod. pen. (capo 1), 12 quinquies d.l. n. 306/1992 (capi 2-E, 9, 11 e 27), 353 cod. pen. (capo 15), 216, comma 1, n. 1 e 2, 219, 223, commi 1 e 2 n. 2 R.D. n. 267/1942 (capi 43, 52 e 53); -nei confronti di Sallaku Saimir, la custodia in carcere per i reati di cui agli artt. 416 cod. pen. (capo 1), 648 bis cod. pen. (capi 13-A e 13- B), 216, comma 1, n. 1 e 2, 219, 223, commi 1 e 2 n. 2 R.D. n. 267/1942 (capi 52 e 53); -nei confronti di Sallaku Taulant, l’obbligo di presentazione periodica alla polizia giudiziaria per il reato di cui all’art. 648 bis cod. pen. (capo 29); -nei confronti di Donnenighini Patrizio, l’obbligo di presentazione periodica alla polizia giudiziaria per i reati di cui agli artt. 648 ter cod. pen. e 353 cod. pen. (capi 12 e 15). 2. L’adito Tribunale del riesame, con ordinanza in data 05.08.2015, confermava le misure cautelari escludendo la gravità indiziaria in ordine al capo 1 (nei confronti di Sallaku Gezim e Sallaku Saimir) e ai capi 13-A e 13-B (nei confronti di Sallaku Saimir). 3. Avverso detta ordinanza, nell’interesse di Sallaku Saimir, Sallaku Gezim, Sallaku Taulant e Domenighini Patrizio, viene proposto ricorso per cassazione. 4. Con riferimento alla posizione di Sallaku Gezim, si lamenta: 2 I) primo motivo: erronea interpretazione dell’art. 12 quinquies d.l. n. 306/1992, manifesta illogicità della motivazione risultante dal testo del provvedimento sui punti: a)illecito trasferimento di valori, ritenuta sovrapponibilità tra la nozione di illecito trasferimento e quella di presunzione illegittima provenienza dei beni; b)caratteristiche delle operazioni di trasferimento: necessità che il trasferimento avvenga con modalità fraudolente, ritenuta esclusione; c)ritenuta riconducibilità alla fattispecie in esame del trasferimento delle funzioni amministrative: esclusione; d)individuazione dell’elemento psicologico del reato; dolo specifico; caratteristiche dell’elemento volitivo nel reato in esame; individuazione della gravità indiziaria in mere presunzioni logiche: esclusione; necessità di un approfondito esame anche in relazione alle caratteristiche delle operazioni in intestazione; II. secondo motivo: violazione della legge penale: mancanza, manifesta illogicità della motivazione anche per contrasto con le risultanze investigative di cui all’allegato 125 dell’informativa finale Gico sul punto; ritenuta gravità indiziaria in ordine al reato di turbativa d’asta; III. terzo motivo: violazione dell’art. 273 cod. proc. proc. pen., manifesta illogicità della motivazione risultante dal testo del provvedimento, insufficiente e contraddittoria motivazione in ordine alla sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza con riferimento all’amministrazione di fatto delle società fallite; IV. quarto motivo: violazione di norma processuale stabilita a pena di nullità; manifesta illogicità della motivazione sul punto: valutazione delle esigenze cautelari; necessità che il pericolo di reiterazione sia concreto ed attuale; necessità di una specifica valutazione dell’attualità del pericolo; necessità di considerare l’attualità e la concretezza del pericolo anche alla luce dei vincoli apposti ai beni dell’indagato. 5. Con riferimento alla posizione di Sallaku Saimir, si lamenta: I. primo motivo: violazione degli artt. 273 e 292 cod. proc. pen., nullità dell’ordinanza ovvero manifesta illogicità della motivazione risultante dal testo, insufficiente e contraddittoria motivazione in ordine alla sussistenza dei “gravi indizi di colpevolezza”; 4P II: secondo motivo: manifesta illogicità della motivazione sul punto valutazione delle esigenze cautelari: necessità che il pericolo di reiterazione sia concreto ed attuale; necessità di specifica valutazione dell’attualità del pericolo; necessità di considerare l’attualità e la concretezza del pericolo anche alla luce dei vincoli apposti ai beni dell’indagato. 6. Con riferimento alla posizione di Sallaku Taulant, si lamenta: I. primo motivo: violazione di norma processuale stabilita a pena di nullità con riferimento alla ritenuta sussistenza della gravità indiziaria in relazione al capo 29; II. secondo motivo: violazione o erronea interpretazione degli artt. 51 ter, 12 e 16 cod. proc. pen. in ordine alla determinazione della competenza territoriale per i reati specificamente indicati in relazione alla posizione di ciascun indagato; III. terzo motivo: violazione di norma processuale stabilita a pena di nullità, mancanza o manifesta illogicità della motivazione sul punto dell’individuazione della misura cautelare dell’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria per Sallaku Taulant; rilevanza della data di commissione dell’illecito ai fini di determinare attualità e concretezza del pericolo; necessità della misura. 7. Con riferimento alla posizione di Domenighini Patrizio, si lamenta: I. primo motivo: violazione della legge penale, manifesta illogicità della motivazione sul punto dell’erronea sussunzione della condotta ascritta al capo 12 nel delitto di cui all’art. 12 quinquies d.l. n. 306/1992; ritenuta gravità indiziaria con riferimento alla violazione dell’art. 273 cod. proc. pen.; II. secondo motivo: violazione della legge penale; mancanza, manifesta illogicità della motivazione (anche per contrasto con le risultanze investigative di cui all’ali. 125 informativa finale Gico) sul punto della ritenuta gravità indiziaria in ordine al reato di turbativa d’asta; III. terzo motivo: violazione di norma processuale stabilita a pena di nullità, mancanza o manifesta illogicità della motivazione sul punto dell’individuazione della misura cautelare dell’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria per Domenighini Patrizio; rilevanza della data di commissione dell’illecito ai fini di determinare attualità e concretezza del pericolo; necessità della misura. í 4 All’odierna udienza, il difensore, munito di procura speciale, ha depositato dichiarazioni di rinuncia, nei seguenti termini: -per Sallaku Gezim, rinuncia al terzo e al quarto motivo; -per Salluku Saimir, rinuncia a tutto il ricorso; -per Domenighini Patrizio, rinuncia al primo motivo; -per Sallaku Taulant, rinuncia al terzo motivo. CONSIDERATO IN DIRITTO 1. Il ricorso è inammissibile per manifesta infondatezza, per proposizione di censure in fatto (in taluni casi, anche generiche) e per rinuncia (parziale o totale) dei motivi proposti. 2. È anzitutto necessario chiarire in premessa, sia pur in sintesi, i limiti di sindacabilità da parte di questa Corte Suprema dei provvedimenti adottati dal giudice del riesame e/o dell’appello sulla libertà personale. 2.1. Secondo l’orientamento di questa Corte, che il Collegio condivide e reputa attuale anche all’esito delle modifiche normative che hanno interessato l’art. 606 cod. proc. pen. (cui l’art. 311 cod. proc. pen. implicitamente rinvia), in tema di misure cautelari personali, allorché sia denunciato, con ricorso per cassazione, vizio di motivazione del provvedimento emesso dal Tribunale del riesame in ordine alla consistenza dei gravi indizi di colpevolezza, alla Corte Suprema spetta il compito di verificare, in relazione alla peculiare natura del giudizio di legittimità e ai limiti che ad esso ineriscono, se il giudice di merito abbia dato adeguatamente conto delle ragioni che l’hanno indotto ad affermare la gravità del quadro indiziario a carico dell’indagato, controllando la congruenza della motivazione riguardante la valutazione degli elementi indizianti rispetto ai canoni della logica e ai principi di diritto che governano l’apprezzamento delle risultanze probatorie. Si è anche precisato che la richiesta di riesame – mezzo di impugnazione, sia pure atipico – ha la specifica funzione di sottoporre a controllo la validità dell’ordinanza cautelare con riguardo ai requisiti formali indicati nell’art. 292 cod. proc. pen., ed ai presupposti ai quali è subordinata la legittimità del provvedimento coercitivo: ciò premesso, si è evidenziato che la motivazione della decisione del Tribunale del riesame, dal punto di vista strutturale, deve essere 5 conformata al modello delineato dal citato articolo, ispirato al modulo di cui all’art. 546 cod. proc. pen., con gli adattamenti resi necessari dal particolare contenuto della pronuncia cautelare, non fondata su prove, ma su indizi e tendente all’accertamento non della responsabilità, bensì di una qualificata probabilità di colpevolezza (Sez. U, sent. n. 11 del 22/03/2000, Audino, Rv. 215828; conforme, dopo la novella dell’art. 606 cod. proc. pen., Sez. 4, sent. n. 22500 del 03/05/2007, Terranova, Rv. 237012). 2.2. Si è successivamente osservato, sempre in tema di impugnazione delle misure cautelari personali, che il ricorso per cassazione è ammissibile soltanto se denuncia la violazione di specifiche norme di legge, ovvero la manifesta illogicità della motivazione del provvedimento secondo i canoni della logica ed i principi di diritto, ma non anche quando propone censure che riguardino la ricostruzione dei fatti ovvero si risolvano in una diversa valutazione delle circostanze esaminate dal giudice di merito (Sez. 5, sent. n. 46124 del 08/10/2008, Pagliaro, Rv. 241997; Sez. 6, sent. n. 11194 del 08/03/2012, Lupo, Rv. 252178). Il provvedimento impugnato appare, sotto tutti i profili di doglianza denunciati e non rinunciati, congruo e privo di qualsivoglia vizio logico-giuridico. 3. Posizione di SALLAKU GEZIM. 3.1. Manifestamente infondato oltre che evocativo di non consentite censure in fatto è il primo motivo. Come è noto, la L. n. 356 del 1992, art. 12 quinquies, comma 1, stabilisce quanto segue: “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque attribuisce fittiziamente ad altri la titolarità o la disponibilità di denaro, beni o altre utilità al fine di eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniali o di contrabbando, ovvero di agevolare la commissione di uno dei delitti di cui agli artt. 648, 648 bis e 648 ter cod. pen., è punito con la reclusione da due a sei anni”. 3.1.1. Questa Corte (Sez. U, sent. n. 8 del 28/02/2001, Ferrarese) ha già chiarito che il disvalore della condotta incriminata si esaurisce mediante l’utilizzazione di meccanismi interpositori in grado di determinare l’effetto traslativo del diritto sul bene (ovvero il 6 conferimento di un potere di fatto sul bene stesso), così da determinarne (attraverso i modelli della simulazione o del negozio fiduciario) la (solo) formale attribuzione, al fine di raggiungere la conseguenza elusiva delle disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniali o di contrabbando, ovvero di agevolare la commissione di uno dei delitti di cui agli artt. 648, 648 bis e 648 ter cod. pen.. L’art. 12 quinquies, prevede e punisce, quindi, una fattispecie a forma libera, finalisticamente orientata ad evitare l’attribuzione fittizia della titolarità o della disponibilità di denaro o altre utilità, protesa ad eludere talune disposizioni legislative, tra le quali le norme in materia di misure di prevenzione patrimoniali (Sez. 5, sent. n. 5541 del 15/01/2009); la fattispecie si caratterizza inoltre per “la consapevole determinazione – in qualsiasi forma realizzata – di una situazione di difformità tra titolarità formale, meramente apparente, e titolarità di fatto di un determinato compendio patrimoniale, qualificata dalla specifica finalizzazione fraudolente normativamente descritta. Per questa sua caratteristica, risulta irrilevante che il provvedimento di prevenzione non sia ancora disposto, poiché – alla luce dell’interesse giuridico sotteso al reato – conserva indubbiamente interesse penale la cessione dei beni disposta proprio al fine di sottrarli all’effetto ablativo della misura. L’ampiezza e l’indeterminatezza del momento oggettivo, trova però un limite nell’indefettibile presenza del dolo specifico, momento selettivo che qualifica il portato antidoveroso: lo scopo elusivo” (Sez. 2, sent. n. 40 del 24/11/2011, dep. 04/01/2012). 3.1.2. Si è più recentemente affermato che, ai fini della integrazione del delitto di trasferimento fraudolento di valori previsto dall’art. 12 quinquies cit., non rileva il requisito della sproporzione tra beni e reddito o capacità economica dell’imputato, che, invece, attiene alla possibilità di disporre la confisca, ai sensi dell’art. 12 sexies, della suddetta legge, dei beni in questione (Sez. 5, sent. n. 5590 del 25/10/2013, dep. 04/02/2014, Rv. 258877), condivisibilmente rilevando che, al fine di “ravvisare la figura criminosa ex art. 12 quinquies cit., è sufficiente prendere atto della riferibilità di un bene – formalmente intestato ad altri – ad un soggetto sottoposto a misura di prevenzione patrimoniale o che abbia concrete prospettive di esserlo, 7 purché emerga da quella intestazione fittizia la prova della volontà di eludere l’esecuzione del (già intervenuto o potenziale) provvedimento. Il requisito della anzidetta sproporzione inerisce invece alla possibilità di materiale apprensione dei bene: problema logicamente successivo, tant’è che l’art. 12 sexies, nell’enumerare le ipotesi criminose che – in caso di condanna od applicazione di pena su richiesta – impongono la confisca di denaro, beni od utilità che non abbiano giustificata provenienza, e siano sproporzionati al reddito od all’attività economica dell’imputato, contempla anche la fattispecie di cui all’articolo precedente”. 3.1.3. Tali argomentazioni inducono a non accogliere il contrario orientamento espresso da Sez. 1, sent. n. 29526 del 27/06/2013, Rv. 256112, secondo cui la fittizia intestazione di beni non suscettibili di confisca a titolo di misura di prevenzione patrimoniale non integra la fattispecie di cui all’art. 12 quinquies cit.. 3.1.4. Invero, è pur doveroso convenire che il delitto in questione richiede che il soggetto agente abbia agito con il dolo specifico di eludere le disposizioni di legge in materia di prevenzione patrimoniale, per la cui prova in giudizio non è sufficiente dar conto della fittizia attribuzione della titolarità o disponibilità di denaro, beni o altre utilità (Sez. 5, sent. n. 18852 del 12/02/2013, Rv. 256242). Nondimeno, può ritenersi pacifico (Sez. 1, sent. n. 3880 del 25/05/1999, Rv. 214094; Sez. 1, sent. n. 19537 del 02/03/2004, Rv. 227969) che il dolo specifico del reato previsto dall’art. 12 quinquies, consiste nel fine di eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione e ben può essere configurato non solo quando sia già in atto la procedura di prevenzione, ma anche prima che la detta procedura sia intrapresa, quando l’interessato possa fondatamente presumerne l’inizio, tanto più in considerazione del fatto che l’essere indagato per associazione per delinquere (come nella specie) può al tempo stesso integrare il presupposto soggettivo di cui al D.Lgs. n. 159 del 2011, art. 4, comma 1, lett. A), rendendo facilmente prevedibile il prossimo inizio del procedimento di prevenzione. 3.1.5. Si è già chiarito che il delitto di cui all’art. 12 quinquies costituisce fattispecie a forma libera, finalisticamente orientata ad evitare l’attribuzione fittizia della titolarità o della disponibilità di 8 denaro o altre utilità, protesa ad eludere talune disposizioni legislative, tra le quali le norme in materia di misure di prevenzione patrimoniali, e che, per questa sua caratteristica risulta irrilevante che il provvedimento di prevenzione non sia ancora disposto, poiché – alla luce dell’interesse giuridico sotteso al reato – conserva indubbiamente interesse penale la cessione dei beni disposta proprio al fine di sottrarli all’effetto ablativo della misura. In relazione a tali connotazioni della materialità del reato, può convenirsi che il necessario dolo specifico – che si concretizza nello scopo elusivo – costituisce momento selettivo che qualifica la condotta antidoverosa, rendendo illecita una condotta altrimenti priva di rilievo penale; al riguardo, si è bene osservato che il fuoco del comando non attiene alla tipologia dei beni ceduti o alle modalità negoziali tramite cui si dispone la cessione del bene, bensì al risultato a cui consapevolmente mira il negozio traslativo. Questa Corte ha già osservato che “le finalità di politica criminale della norma rivelano che l’oggetto giuridico del delitto in questione consiste nell’evitare la sottrazione di patrimoni anche solo potenzialmente assoggettabili a misure di prevenzione, sicché la concreta emanazione di queste ultime (o la pendenza del relativo procedimento) non integra l’elemento materiale del reato ne’ una sua condizione oggettiva di punibilità, ma può costituire mero indice sintomatico (possibile, ma non indispensabile) di eventuali finalità elusive sottese a trasferimenti fraudolenti o ad intestazioni fittizie di denaro, beni o altre utilità, che connotano il dolo specifico richiesto” (Sez. 2, sent. n. 29224 del 14/07/2010, in motivazione): non a caso esso viene descritto – nella norma incriminatrice in esame – come fine di eludere “le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione-patrimoniali”, non già “le misure in concreto disposte o richieste” (Sez. 5, sent. n. 5541 del 15/01/2009, in motivazione). E non può trascurarsi di evidenziare che il legislatore, nei casi in cui ha attribuito rilevanza – ad integrazione della materialità di un reato – alla concreta applicazione di misure di prevenzione od alla pendenza dei relativi procedimenti, lo ha fatto espressamente (si pensi, ad es., alla fattispecie in origine configurata nel secondo comma del medesimo art. 12 quinquies, pur successivamente dichiarata costituzionalmente illegittima). 9 3.1.6. Lo “scopo elusivo” che connota il necessario dolo specifico prescinde, pertanto, dalla concreta possibilità dell’adozione di misure di prevenzione patrimoniali all’esito del relativo procedimento, essendo integrato anche soltanto dal fondato timore dell’inizio di esso, a prescindere da quello che potrebbe esserne il concreto esito (cfr., Sez. 6, sent. n. 24379 del 04/02/2015, dep. 08/06/2015, Bilacaj e altri, Rv. 264178). 3.1.7. Fermo quanto precede, rileva il Collegio come il Tribunale, dopo aver evidenziato come nei capi 2E, 9, 11 e 27, si ascriva al ricorrente la fittizia intestazione delle quote della Teuta Group Costruzioni s.r.l. nella misura del 100% a Sallaku Laurent, delle quote della Servizi Edili s.r.l. nella misura del 100% a Vangelisti Mario, delle quote della Gruppo Gsa s.r.l. nella misura del 100% a Domenighini Patrizio e delle quote della Land s.r.l. nella misura del 50% a Sallaku Gazmir, del 49% a Formato Gianluca e dell’i% a Formato Federica, con motivazione – capace di “superare” le odierne censure – e, come detto, del tutto congrua e priva di vizi logico-giuridici, abbia precisato come il compendio probatorio (v. pagg. 12 e ss. dell’ordinanza impugnata) consentisse “di riferire a Sallaku Gezirn la gestione occulta di tutte le società del gruppo Teuta …, di gruppo Gsa s.r.I., di Servizi Edili s.r.I., di Land s.r.l. e di Ristorante Laguna s.n.c. …; in merito alle società a marchio “Teuta” e a Servizi Edili s.r.I., si osserva come le stesse si succedano tra loro secondo una linea di continuità cronologica e operativa, facendo riferimento ad un unico centro di interessi (i fratelli Sallaku), avendo il medesimo commercialista … e svolgendo la stessa tipologia di attività (edilizia) con costante passaggio dall’una all’altra del personale dipendente …”. Partendo dall’analisi del ruolo di Sallaku Gezim nella Teuta “emerge … in atti che egli è stato amministratore di fatto della società anche dopo la cessazione formale della predetta carica il 3 gennaio 2005 … omissis ; il suo ruolo di costante dominus della stessa si desume da una lettura ad ampio spettro delle complesse vicende che hanno caratterizzato la storia delle tre “Teuta” e delle società ad esse succedutesi …”. La posizione di Sallaku Gezim, quale gestore occulto, postula la presenza di un piano criminoso unitario che presuppone, senza soluzione di continuità, la centralità della sua figura dalla costituzione 10 della prima società (2002) al fallimento dell’ultima (2015), di tal che, si osserva come “… in tale quadro, appare dunque ragionevole ritenere che anche nel periodo compreso tra il 2006 ed il 2009, nel quale pure non risultano concreti atti di gestione da parte di Gezim per Teuta s.r.I., egli abbia mantenuto il controllo della società, pur formalmente intestata a terzi. Vale peraltro evidenziare che l’assenza di atti gestori durante il menzionato lasso temporale, lungi dal costituire prova dell’estraneità di Gezim alle vicende societarie di Teuta s.r.I., trova migliore e alternativa spiegazione se si considera che, come rilevato dal curatore fallimentare …, la società era inattiva dal 2007 …”. Nessun dubbio, quindi, in ordine alla configurabilità del reato sotto il profilo oggettivo; parimenti, indiscutibile la gravità indiziaria anche con riferimento alle finalità delle condotte, certamente realizzate dal Sallaku Gezim (soggetto gravato da numerose condanne per reati contro il patrimonio ed autore di reati tributari e fallimentari) per sottrarre il proprio patrimonio da possibili misure ablative di tipo prevenzionale. Appare inoltre difficilmente giustificabile – osserva il Tribunale – “la legittima provenienza dei beni di cui, anche per interposta persona fisica o giuridica, il predetto risulta essere titolare o avere la disponibilità a qualsiasi titolo ed in valore sproporzionato al proprio reddito o alla propria attività economica, nonché dei beni che risultino essere frutto di attività illecite o ne costituiscano il reimpiego 3.2. Manifestamente infondato è il secondo motivo. Anche con riferimento al capo 15) il provvedimento impugnato appare incensurabile in sede di legittimità. Le osservazioni critiche articolate nella doglianza proposta si risolvono infatti nella introduzione di temi in fatto diversi da quelli emergenti dalla ricostruzione – vincolante perché esente da vuoti logici – resa dai giudici del merito, assumendo i toni tipici ed altrettanto inammissibili, delle valutazioni alternative rispetto a quelle segnalate nel provvedimento impugnato, non adeguatamente supportate dall’indicazione dei profili di manifesta illogicità del motivare del Tribunale destinati ad inficiarne il portato. Invero, si legge nell’ordinanza impugnata: “Con determina n. 55 del 30.11.2012 il Comune di Villa d’Ogna stabiliva di procedere r 11 li all’affidamento dei lavori di riqualificazione e valorizzazione dello spazio in località Sant’Alberto a mezzo di procedura negoziata, con base d’asta 237.000 euro; l’invito a presentare l’offerta economica era rivolto a cinque operatori … ; le imprese “Scavi Berg” e “Colleoni Giacomo e figli” declinavano formalmente l’invito, mentre l’impresa Regazzoni Antonio non faceva pervenire alcuna comunicazione; presentavano quindi l’offerta economica la “Gruppo Gsa s.r.l.” con un ribasso d’asta dell’1,20°/0 e la “Migliorati Severo s.r.l.” che si aggiudicava i lavori con un ribasso pari all’1,50%. Dal compendio captativo disponibile emerge in chiaro il collegamento tra i Sallaku e Migliorati Severo, formale titolare dell’impresa aggiudicataria dei lavori, ma alle loro dipendenze … ; … deve allora dirsi che le società che hanno partecipato alla procedura di affidamento dei lavori … sono entrambe riferibili a Sallaku Gezim … e che le relative offerte economiche siano dunque da ricondursi ad un unico centro decisionale; la circostanza assume rilievo, non potendosi dubitare che i ribassi offerti dalle due imprese partecipanti alla procedura siano stati artatamente determinati al fine di (pre)stabilire l’impresa aggiudicataria dei lavori e di contenere l’entità del ribasso vincente … con evidente pregiudizio per l’interesse dell’amministrazione pubblica, tutelato dalla fattispecie penale che occupa”. 3.3. Inammissibile per rinuncia è il terzo motivo. 3.4. Inammissibile per rinuncia è il quarto motivo. 4. Posizione di SALLAKU SAIMIR. Inammissibile è l’intero ricorso per rinuncia a tutti i motivi proposti. 5. Posizione di SALLAKU TAULANT. 5.1. Manifestamente infondato oltre che del tutto generico è il primo motivo. Come è noto, tra i requisiti del ricorso per cassazione vi è anche quello, sancito a pena di inammissibilità, della specificità dei motivi: il ricorrente ha non soltanto l’onere di dedurre le censure su uno o più punti determinati della decisione impugnata, ma anche quello di indicare gli elementi che sono alla base delle sue lagnanze. Nel caso di specie, il motivo appare del tutto privo dei requisiti prescritti dall’art. 581, comma 1, lett. c) cod. proc. pen. in quanto, a 12 fronte di una motivazione del provvedimento impugnato ampia e logicamente corretta, non indica gli elementi che sono alla base della censura formulata, non consentendo al giudice dell’impugnazione di individuare i rilievi mossi ed esercitare il proprio sindacato. In relazione al capo 29, si attribuisce a Sallaku Taulant la responsabilità di aver ricevuto sul conto corrente del Ristorante Laguna s.n.c., a lui cointestato, denaro contante di provenienza illecita ricevuto dal fratello Saimir con la fittizia causale “incassi ristorante” ed averli poi bonificati sul conto corrente del fratello Gazmir, dovendosi tale condotta inquadrare nel reato di riciclaggio in presenza di operazione atta ad ostacolare l’identificazione della provenienza illecita delle somme distratte dalla Teuta Group s.r.l. e profitto dei reati fiscali di quest’ultima. Osserva il Tribunale come “la consapevolezza di Taulant della provenienza delittuosa del denaro si ricavi dalle modalità stesse dei trasferimenti di denaro, operati con innumerevoli passaggi intermedi e celati dietro causali palesemente fittizie, quali “incassi ristoranti”. Sull’inverosimiglianza di tale dicitura, basterà evidenziare che dall’analisi del contro corrente del Ristorante Laguna risulta che i versamenti mensili medi ammontavano a 13.000,00 euro e che il versamento in contanti più consistente prima di quello in parola ammontava a soli 6.000,00 euro, ciò che rende l’accredito di 103.440,00 euro del 20 aprile 2011 … del tutto sproporzionato rispetto ai precedenti, senza contare che appare assai improbabile che un tale ammontare di “risparmi” venisse conservato in contanti …”. 5.2. Manifestamente infondato è il secondo motivo. Premette il Tribunale come la competenza territoriale sia stata radicata avanti all’autorità giudiziaria di Brescia ai sensi dell’art. 51 comma 3 bis cod. proc. pen., per il carattere mafioso dell’originaria contestazione associativa. 5.2.1. La difesa ha eccepito la carenza di prova in ordine alla connessione tra il reato associativo ed i singoli reati fine, in assenza di elementi probatori atti a dimostrare che, al momento della costituzione del sodalizio criminoso, fossero già stati programmati tutti i reati fine: di tal che, la competenza territoriale per ognuno di questi non verrebbe attratta da quella del reato associativo ma andrebbe individuata per ognuno di essi sulla base delle ordinarie 13 regole del locus delicti commissi, trovando necessaria applicazione le regole dell’art. 8 cod. proc. pen. e dovendosi escludere l’applicazione dei casi di connessione dei procedimenti ex art. 12 lett. b) e lett. c) cod. proc. pen., essendo all’uopo indispensabile l’identità fra gli autori del reato fine e quelli del reato mezzo. 5.2.2. Va preliminarmente evidenziato come la tesi difensiva secondo la quale, ai fini della configurabilità della connessione teleologica prevista dall’art. 12 lett. c) cod. proc. pen., sia richiesta l’identità fra gli autori del reato fine e quelli del reato mezzo trova ampia e costante smentita nella giurisprudenza di legittimità (cfr., Sez. 3, sent. n. 12838 del 16/01/2013, dep. 20/03/2013, Erhan, Rv. 257164; Sez. 6, sent. n. 37014 del 23/09/2010, dep. 15/10/2010, Della Giovampaola e altri, Rv. 248746). Ma non solo. Secondo altro orientamento di giurisprudenza, in tema di reati commessi da più autori in concorso, non si verifica lo spostamento della competenza per connessione prevista dall’art. 12 lett. b) cod. proc. pen., qualora non ricorra l’identità di tutti i compartecipi, difettando, in caso contrario, l’unità del processo volitivo (Sez. 1, sent. n. 23591 del 27/05/2008, dep. 11/06/2008, conf. comp. in proc. Avitabile e altri, Rv. 240205): in realtà, detto principio, astrattamente ostativo all’applicabilità dell’art. 16 cod. proc. pen., non appare mutuabile nella fattispecie atteso che non tutte le incolpazioni risultano prevedere condotte concorrenti. 5.2.3. Fermo quanto precede, ritiene il Collegio come l’affermazione secondo cui, nell’ipotesi di contestazione di uno dei reati indicati dall’art. 51, cod. proc. pen., comma 3 bis e di altri reati connessi prevalga la competenza determinabile per effetto del reato di competenza delle Procura distrettuale, possa essere riferita a tutte quelle situazioni nelle quali, accertato il luogo ove s’è costituita o radicata l’associazione, a venire in discussione è la possibilità di determinare invece la competenza territoriale sulla base della realizzazione di altro reato, più grave edittalmente ma non compreso nella lista dell’art. 51 cod. proc. pen.. Ove, invece, si verta in situazione nella quale non è in alcun modo possibile determinare la competenza per territorio con riferimento al luogo di realizzazione del reato associativo ovvero ogni qualvolta quella vis actractiva non possa operare (come nella fattispecie), non esistono ragioni per 14 escludere che la competenza per territorio vada determinata secondo le regole dell’art. 16 cod. proc. pen., in base al luogo di commissione dei reati via via più gravi, sulla base di ragioni analoghe a quelle enunziate dalla Suprema Corte (Sez. U, sent. n. 40537 del 16/07/2009, dep. 20/10/2009, conf. comp. in proc. Orlandelli, Rv. 244330; cfr., Sez. 1, sent. n. 49356 del 17/11/2009, dep. 22/12/2009, Osmanovic, Rv. 245644). 5.2.4. È innanzitutto da considerare, infatti, che la tendenza ordinamentale a radicare la competenza per territorio nel luogo di manifestazione del reato, costituisce attuazione di un principio di rilevanza costituzionale giacché il significato della prescrizione del giudice naturale precostituito per legge, di cui all’art. 25 Cost., comma 1, non si esaurisce nel precetto relativo alla precostituzione ma sta ad indicare la naturale e fisiologica allocazione del processo, fin quando e dove possibile, nel iocus commissi delicti (Corte Cost., sent. n. 168 del 2008). In quest’ottica, dunque, l’art. 16, comma 1, assicura, per quanto possibile, il collegamento tra competenza territoriale e luogo di manifestazione di almeno uno degli episodi che costituiscono la vicenda criminosa, garantendo il principio costituzionale della “naturalità” del giudice, che risulterebbe del tutto ingiustificatamente obliterato se, pur esistendo una possibilità di oggettivo collegamento territoriale, dovesse farsi applicazione degli incerti e non oggettivi criteri suppletivi di cui all’art. 9 cod. proc. pen., commi 2 e 3: in specie l’ultimo, del tutto casuale e tradizionalmente considerato con diffidenza dalla dottrina e dalla giurisprudenza, oltre che dallo stesso legislatore delegato. 5.2.5. La citata sentenza delle Sezioni Unite (sent. n. 40537/2009) porta, dunque, innegabile sostegno al principio (già affermato peraltro da Sez. 1, sent. n. 29160 del 24/06/2008, confl. comp. in proc. Barrero, Rv. 240480) secondo cui, ai fini della determinazione della competenza territoriale in procedimenti connessi, di cui uno riguardi il delitto di associazione per delinquere di stampo mafioso di cui non sia possibile determinare il luogo di consumazione, la competenza vada determinata sulla base dei criteri sussidiari indicati nell’art. 9 cod. proc. pen., commi 2 e 3, solo nei casi in cui non sia possibile far ricorso a quello di consumazione dei reati – fine, che 15 ; invece opera anche quando questi ultimi siano più di uno e commessi in luoghi diversi, dovendosi far riferimento al più grave di essi o a quello commesso per primo. 5.2.6. I principi fin qui richiamati non possono subire eccezione per il fatto che l’imputazione abbia riguardo a reato associativo, connesso con altri reati (non importa se edittalmente più o meno gravi), incluso nel catalogo dell’art. 51 cod. proc. pen., comma 3 bis. Invero, codesta disposizione istituisce una speciale competenza funzionale, per la sola fase delle indagini, dell’ufficio del pubblico ministero presso il Tribunale del capoluogo del distretto “nel cui ambito ha sede il giudice competente”, alla quale si raccorda, a norma dell’art. 238 cod. proc. pen., comma 1 bis, la competenza pure funzionale e limitata alla fase preprocessuale, del giudice delle indagini preliminari e dell’udienza preliminare. La disposizione in parola viene normalmente intesa dalla giurisprudenza di questa Suprema Corte nel senso che da essa discende la necessità di individuare nel reato che determina la competenza funzionale anche il reato da cui occorre prendere le mosse ai fini della determinazione della competenza territoriale. E il criterio è giustificato dalla vis actrattíva esercitata dal delitto di competenza distrettuale, che – se è considerato preponderante a prescindere dal livello della sanzione edittale al fine della determinazione della competenza funzionale – si ritiene debba, logicamente, essere valutato alla stessa stregua anche per i connessi aspetti relativi alla determinazione della competenza territoriale. 5.2.7. Il criterio principale speciale non può però comportare anche il sovvertimento o meglio l’esclusione di ogni criterio subordinato basato sul collegamento territoriale quantomeno di un segmento o di una frazione dell’iter criminoso. Se, per il reato più “grave”, non edittalmente ma per impegno funzionale degli inquirenti, non è determinabile il luogo di consumazione o commissione a norma dell’art. 8, o dell’art. 9, comma 1, il passaggio ai criteri residuali dell’art. 9 cod. proc. pen., comma 2 e 3, segna comunque un disancoramento dal /ocus commissi delicti in relazione a tale reato; non esiste ragione, dunque, per non accedere alla valutazione del luogo di commissione dei delitti connessi ai sensi dell’art. 16 cod. proc. pen., che maggiormente 16 rispetta l’esigenza d’obiettività e di radicamento territoriale della competenza. Tanto più ove si consideri il riflesso del tutto ingiustificato che un diverso modo di procedere avrebbe sulla individuazione del giudice del merito competente, pur formalmente non toccata dall’art. 51 cod. proc. pen., comma 3 bis. 5.2.8. Tutto ciò considerato, verifica il Collegio come il Tribunale, valorizzando il vincolo della continuazione tra tutti i reati fine in presenza di una riconosciuta continuità aziendale tra le diverse società rispondente “all’esigenza di trasferire i proventi illeciti dell’una nell’altra, al fine di reimpiegarli in nuove attività economiche gestite da terzi prestanomi e di celarne la provenienza delittuosa”, situazione che, oltre (ed indipendentemente) dal fatto di postulare un programma criminoso unitario ideato sin dal principio, ben può trovare collocazione sistematica nella figura della connessione teleologica, abbia condivisibilmente finito per fissare la competenza avendo riguardo al reato più grave, secondo il criterio di competenza di cui all’art. 16 cod. proc. pen.: reato più grave che, nella fattispecie, viene individuato nella bancarotta aggravata ai sensi dell’art. 219, secondo comma n. 2 R.D. n. 267/1942, contestata rispettivamente ai capi 42), 52) e 53). Le prime due commesse a Brescia e la terza a Bergamo: e quella di cui al capo 52) d’incolpazione (commissione in quel di Brescia) è stato ritenuto in concreto quale reato più grave in considerazione dell’ammontare del danno cagionato. Competenza – quella dell’autorità giudiziaria di Brescia – che il Tribunale ritiene di dover radicare anche con riferimento al reato cronologicamente più risalente, individuato nel capo 43, territorialmente commesso appunto in Brescia. 5.3. Inammissibile per rinuncia è il terzo motivo. 6. Posizione di DOMENIGHINI PATRIZIO. 6.1. Inammissibile per rinuncia è il primo motivo. 6.2. Manifestamente infondato oltre che evocativo di censure in fatto non consentite in sede di legittimità è il secondo motivo. Nei confronti del Donnenighini, amministratore formale della Gruppo Gsa s.r.l. (riconducibile a Sallaku Gezinn), persona di fiducia dei fratelli Sallaku, ai cui illeciti interessi mostra di essersi pienamente asservito, viene ritenuta la ricorrenza di gravità indiziaria per il reato 17 ; ,. di turbativa d’asta di cui al capo 15. Sul punto si rimanda alla trattazione di cui al precedente paragrafo 3.2. del considerato in diritto. In questa sede va solo aggiunto come il Tribunale abbia evidenziato, a fondamento delle condotte illecite del Domenighini, il contenuto della conversazione telefonica n. 241 del 04.12.2013 tra lo stesso e Ravelli Chiara con cui il primo ordina a quest’ultima di fare un bonifico di 50.000,00 euro alla Landa s.r.l. con la causale “quota caccia”: operazioni, a sua volta, ordinatagli da Sallaku Gezim e finalizzata al finanziamento dell’acquisto dell’Azienda Faunistica Venatoria da parte della Land s.r.I., il tutto a dimostrazione della sua accettazione di eseguire, ubbidiente, anche attività di chiara natura distrattiva a danno della sua stessa società. 6.3. Manifestamente infondato è il terzo motivo. Pur in modo estremamente sintetico, l’ordinanza giustifica l’applicazione della misura cautelare dell’obbligo di presentazione avuto riguardo all’attualità dell’esigenza di tutela social-preventiva e della concretezza del pericolo a cui presidio la stessa viene imposta facendosi riferimento agli stretti rapporti fiduciari con i Sallaku, alla cieca ubbidienza prestata nei loro confronti, a dimostrazione di una totale “messa a disposizione” per ogni attività illecita, come eloquentemente dimostrato in passato. 7. Alla pronuncia consegue, per il disposto dell’art. 616 cod. proc. pen., la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali nonché al versamento, in favore della Cassa delle ammende, di una somma che, considerati i profili di colpa emergenti dal ricorso, si determina equitativamente in euro 1.000,00 per Sallaku Gezim, Sallaku Taulant e Domenighini Patrizio ed in euro 500,00 (a ragione dell’intervenuta integrale rinuncia ai motivi) per Sallaku Saimir. Manda alla Cancelleria per gli adempimenti di cui all’art. 94, comma 1 ter disp. att. cod. proc. pen. nei confronti di Sallaku Gezim e di Sallaku Saimir Dichiara inammissibile il ricorso e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali nonché Sallaku Saimir alla somma di euro 18 500,00 e Sallaku Gezim, Sallaku Taulant e Domenighini Patrizio alla somma di euro 1.000,00 ciascuno a favore della Cassa delle ammende. Manda alla Cancelleria per gli adempimenti di cui all’art. 94, comma 1 ter disp. att. cod. proc. pen. nei confronti di Sallaku Gezim e di Sallaku Saimir. Così deliberato in Roma, udienza in camera di consiglio del 8.3.2016

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