Reati Tributari – Cassazione Penale 11/10/2016 N° 42845

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione III

Data: 11/10/2016

Numero: 42845

Testo completo della Sentenza Reati tributari – Cassazione penale 11/10/2016 n° 42845:

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SENTENZA
sul ricorso proposto da
Mastropierro Mauro, nato a Bari il 5/12/1981
avverso la sentenza del 24/9/2014 della Corte d’appello di Bari
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere Giovanni Liberati;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Maria
Francesca Loy, che ha concluso chiedendo dichiararsi inammissibile il ricorso.
RITENUTO IN FATTO
1. Con sentenza del 24 settembre 2014 la Corte d’appello di Bari ha respinto
l’impugnazione proposta da Mauro Mastropierro nei confronti della sentenza del
22 ottobre 2012 del Tribunale di Bari, che lo aveva condannato alla pena di mesi
uno e giorni dieci di reclusione ed euro 150,00 di multa in relazione al reato di
cui all’art. 2, comma 1 bis, I. 638 del 1983, per avere, quale legale
rappresentante della società cooperativa LABOR, omesso di versare all’INPS le
ritenute previdenziali ed assistenziali operate sulle retribuzioni dei dipendenti
relativamente ai mesi di aprile e maggio 2007.
Nel disattendere l’impugnazione dell’imputato la Corte d’appello ha escluso
la fondatezza della eccezione di giudicato dallo stesso sollevata, sulla base di
decreto penale di condanna del Tribunale di Bari divenuto definitivo e relativo ad
omissioni contributive relative alla medesima impresa, evidenziando come tale
decreto riguardasse unicamente le omissioni relative ai mesi di gennaio, febbraio
e marzo 2007, con la conseguente correttezza della affermazione di
responsabilità in relazione alle omissioni successive, relative ai mesi di aprile e
maggio 2007.
La Corte d’appello ha, poi, escluso la rilevanza, sia sul piano oggettivo sia
quanto alla sussistenza dell’elemento psicologico, del pagamento delle
retribuzioni dei dipendenti della cooperativa LABOR da parte del Consorzio
CONSEA, in forza di accordo intervenuto tra tali soggetti per fare fronte alla crisi
di liquidità in cui versava la cooperativa, essendo emerso che le retribuzioni
erano state corrisposte al netto dei contributi previdenziali attraverso assegni
emessi dal Consorzio CONSEA a favore della LABOR e da quest’ultima girati ai
propri dipendenti.
2. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso l’imputato, per il tramite del
suo difensore di fiducia, che lo ha affidato a tre motivi.
2.1. Con il primo motivo ha denunciato violazione dell’art. 649 cod. proc.
pen., ribadendo che le omissioni contributive oggetto della condanna confermata
dalla Corte d’appello di Bari erano già state considerate nel decreto penale di
condanna emesso nei suoi confronti dal medesimo Tribunale di Bari e divenuto
definitivo.
2.2. Con un secondo motivo ha denunciato violazione dell’art. 2, comma 1
bis, d.l. 463 del 1983, per l’insufficiente considerazione del pagamento delle
retribuzioni dei dipendenti della Cooperativa LABOR, amministrata dal ricorrente,
con somme provenienti dal Consorzio CONSEA, da cui deriverebbe l’insussistenza
dell’elemento oggettivo del reato contestato, e cioè del pagamento delle
retribuzioni da parte del soggetto a ciò obbligato.
2.3. Con il terzo motivo ha denunciato violazione degli artt. 192, comma 1,
e 533, comma 1, cod. proc. pen. e mancanza ed illogicità della motivazione, per
l’omessa considerazione di circostanze decisive che avrebbero, se
compiutamente esaminate, consentito di escludere la consapevolezza
dell’imputato.
3. Con memoria depositata il 12 luglio 2016 il ricorrente ha evidenziato
l’intervenuta approvazione del d.lgs. 8 del 2016, che all’art. 3, comma 6, ha
introdotto il limite di euro 10.000,00 annui quale soglia di rilevanza degli omessi
versamenti contributivi, con la conseguente necessità di verificare in concreto il
superamento di tale soglia, e dell’art. 131 bis cod. pen., applicabile alla
fattispecie contestata, ricorrendo tutti i presupposti contemplati da tale
disposizione.
CONSIDERATO IN DIRITTO
Il ricorso è inammissibile.
1. Il primo motivo, mediante il quale è stata denunciata violazione dell’art.
649 cod. proc. pen., per essere le omissioni contributive / oggetto della decisione
impugnata, già state considerate nel decreto penale di condanna emesso nei
confronti del ricorrente, con la conseguente violazione del divieto di un secondo
giudizio per i medesimi fatti, è inammissibile, sia a causa della sua genericità, sia
perché tende a conseguire una rivisitazione dell’accertamento in fatto compiuto
dai giudici di merito circa gli importi non versati nei mesi in contestazione,
inammissibile nel giudizio di legittimità in assenza di vizi della motivazione, nella
specie non prospettati.
A fronte di quanto esposto nella motivazione della sentenza impugnata,
circa l’oggetto del decreto penale di condanna emesso nei confronti
dell’imputato, concernente omissioni contributive relative a mensilità del 2006 ed
ai mesi di gennaio, febbraio e marzo 2007, e la conseguente insussistenza di
preclusioni derivanti dal giudicato in ordine alle omissioni relative ai mesi di
aprile e maggio 2007, in relazione alle quali è stata affermata la responsabilità
del ricorrente, quest’ultimo si è limitato a ribadire l’esistenza di tale decreto
penale, omettendo di considerare che l’affermazione di responsabilità era stata
limitata, proprio per l’esistenza della precedente condanna, alle sole omissioni
relative ai mesi di aprile e maggio 2007, con una censura priva, dunque, della
necessaria specificità e di correlazione con le argomentazioni della sentenza
impugnata. La deduzione relativa alla errata determinazione delle somme di cui
sarebbe stato omesso il versamento (peraltro, come esposto nel ricorso, indicate
dal funzionario INPS Saliani nella somma complessiva di euro 52.659,00 per i
mesi di gennaio, febbraio, marzo, aprile e maggio 2007), è volta a censurare la
ricostruzione della vicenda compiuta in linea di fatto dai giudici di merito, ed in
particolare l’ammontare dei contributi di cui è stato omesso il versamento nel
corso di tutto il 2007, e dunque risulta inammissibile nel giudizio di legittimità e
non sindacabile sul piano del merito.
2. Il secondo motivo, mediante il quale è stata prospettata violazione
dell’art. 2, comma 1 bis, I. 638 del 1983, è manifestamente infondato.
Va al riguardo ricordato che ai fini della configurabilità del reato di omesso
versamento delle ritenute previdenziali ed assistenziali operate dal datore di
lavoro, è necessario e sufficiente il materiale esborso degli emolumenti dovuti ai
lavoratori dipendenti a titolo di retribuzione (Sez. 3, n. 18503 del 10/12/2014,
Previati, Rv. 263740), anche “in nero” (Sez. 3, n. 29037 del 20/02/2013,
Zampiccoli, Rv. 255454; Sez. 3, n. 38271 del 25/09/2007, Pellé, Rv. 237829),
non rilevando la provenienza delle somme utilizzate per provvedere a tale
pagamento, cui consegue l’obbligo di accantonare le somme necessarie per
provvedere ai versamenti dei contributi agli enti previdenziali.
Ne consegue l’irrilevanza, sul piano della sussistenza dell’elemento oggettivo
del reato e della conseguente configurabilità della fattispecie, della provenienza
delle somme utilizzate per provvedere al pagamento delle retribuzioni ai
dipendenti della Cooperativa LABOR dal Consorzio CONSEA, trattandosi di
vicenda rilevante nei rapporti interni tra tali soggetti (posto che il Consorzio
CONSEA, aggiudicatario di appalti per la pulizia di edifici pubblici, ne aveva
affidato l’esecuzione alla Cooperativa LABOR, di cui era di conseguenza debitrice,
e nell’ambito di tali rapporti aveva corrisposto alla LABOR le somme necessarie
per provvedere al pagamento delle retribuzioni, tanto che l’imputato aveva
provveduto, a seguito di tale pagamento, a trasmettere all’INPS i modelli DM10
attestanti il pagamento di tali retribuzioni), ma che non esclude l’avvenuto
pagamento delle retribuzioni direttamente da parte del soggetto a ciò obbligato e
la conseguente sussistenza dell’elemento oggettivo del reato.
3. Il terzo motivo è inammissibile a causa della sua genericità, essendo del
tutto privo di correlazione con gli argomenti posti a fondamento della
affermazione di responsabilità e, in particolare, della sussistenza dell’elemento
psicologico del reato in capo all’imputato.
La Corte d’appello ha al riguardo escluso la rilevanza della crisi di liquidità in
cui versava la Cooperativa LABOR amministrata dall’imputato, richiamando il
consolidato orientamento interpretativo circa l’irrilevanza di difficoltà finanziarie
dell’obbligato e della sua scelta di destinare le proprie risorse a debiti ritenuti più
urgenti.
A fronte di tale argomento, del tutto conforme all’orientamento
interpretativo di legittimità secondo cui, al fine della dimostrazione della assoluta
impossibilità di provvedere ai versamenti contributivi omessi, occorre
l’allegazione della non addebitabilità all’imputato della crisi economica che ha
investito l’azienda e della impossibilità di fronteggiare la crisi di liquidità tramite
il ricorso a misure idonee da valutarsi in concreto (cfr. Sez. 3, n. 20266 del
08/04/2014, Zanchi, Rv. 259190; Sez. 3, n. 8352 del 24/06/2014, Schirosi, Rv.
263128; Sez. 3, n. 43599 del 09/09/2015, Mondini, Rv. 265262), il ricorrente si
è limitato ad affermare, del tutto genericamente e senza alcuna correlazione con
la motivazione della sentenza impugnata, l’errata interpretazione di non meglio
specificate dichiarazioni testimoniali, con la conseguente inammissibilità della
censura a causa della sua genericità.
4. Risulta, poi, superata la attuale soglia di rilevanza penale di euro 10.000
annui stabilita dall’art. 3 d.lgs. n. 8 del 2016 citato, che al comma 6 ha
modificato il comma 1 bis dell’art. 2 della I. 638/83, nel senso di qualificare come
illecito amministrativo l’omesso versamento di ritenute previdenziali non
superiore ad euro 10.000 annui, con la conseguente abolizione della rilevanza
penale degli omessi versamenti inferiori a tale soglia, in quanto, nella specie, gli
omessi versamenti contributivi relativi a tutto l’anno 2007 ammontano, come
evidenziato nel ricorso, a complessivi euro 52.569,.
La circostanza che le violazioni relative alle omissioni concernenti le
mensilità comprese tra gennaio 2007 e marzo 2007 siano state oggetto di altro
giudizio (e cioè del citato decreto penale di condanna relativo alle mensilità del
2006 ed ai mesi di gennaio, febbraio e marzo 2007) non esclude il superamento
della citata soglia di rilevanza penale, in conseguenza dell’ammontare
complessivo di tutti i versamenti omessi nella medesima annualità, avendo il
legislatore chiaramente inteso far riferimento all’importo complessivo dei
contributi non versati nel medesimo anno, senza eccezioni ed a prescindere dalle
eventuali cause estintive delle violazioni diverse dal pagamento (Sez. 3, n.
14729 del 09/02/2016, Ratti, Rv. 266633), o ad altri giudizi, con la conseguenza
che occorre comunque avere riguardo all’ammontare complessivo dei contributi
non versati nell’anno di riferimento, nella specie superiori alla attuale soglia di
rilevanza penale, con il conseguente permanere della illiceità penale della
condotta e la manifesta infondatezza della censura.
5. La doglianza relativa alla applicabilità della causa di non punibilità di cui
all’art. 131 bis cod. pen. è manifestamente infondata.
L’esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto, di cui all’art.
131 bis cod. pen., ha natura sostanziale ed è applicabile ai procedimenti in corso
alla data di entrata in vigore del d.lgs. 16 marzo 2015 n. 28, compresi quelli
pendenti in sede di legittimità, nei quali la Corte di cassazione può rilevare
d’ufficio, ex art. 609, comma 2, cod. proc. pen., la sussistenza delle condizioni di
applicabilità di tale istituto, dovendo peraltro limitarsi, attesa la natura del
giudizio di legittimità, ad un vaglio di astratta non incompatibilità della fattispecie
concreta (come risultante dalla sentenza impugnata e dagli atti processuali) con i
requisiti ed i criteri indicati dal predetto art. 131 bis (Sez. 3, n. 31932 del
02/07/2015, Terrezza, Rv. 264449; Sez. 4, n. 22381 del 17/4/2015, Mauri, Rv.
263496; Sez. 3, n. 15449 del 8/4/2015, Mazzarotto, Rv.263308).
Le Sezioni Unite di questa Corte hanno poi chiarito che ai fini della
configurabilità della causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del
fatto, il giudizio sulla tenuità richiede una valutazione complessa e congiunta di
tutte le peculiarità della fattispecie concreta, che tenga conto, ai sensi dell’art.
133, primo comma, cod. pen., delle modalità della condotta, del grado di
colpevolezza da esse desumibile e dell’entità del danno o del pericolo (Sez. U, n.
13681 del 25/02/2016, Tushaj, Rv. 266590). Tale valutazione può essere
compiuta anche nel giudizio di legittimità, sulla base di un apprezzamento
limitato alla astratta compatibilità dei tratti della fattispecie, come risultanti dalla
sentenza impugnata e dagli atti processuali, con gli indici-criteri e gli indicirequisiti indicati dal legislatore, cui segue in caso di valutazione positiva,
sentenza di annullamento con rinvio al giudice di merito (Sez. 3, Sentenza n.
38380 del 15/07/2015, Ferraiuolo, Rv. 264795, che in motivazione ha
sottolineato come ciò consenta di contemperare l’obbligo di rilevazione d’ufficio,
discendente dal disposto dell’art. 129 cod. proc. pen., con la fisiologia del
giudizio di legittimità, che preclude valutazioni in fatto).
Peraltro, nel caso in esame non emerge alcuna particolare tenuità del fatto,
essendo sufficiente, per escluderla, considerare che, con una condotta assai
pregiudizievole per l’interesse protetto, l’imputato ha ripetutamente omesso il
versamento delle ritenute operate sulle retribuzioni dei dipendenti dell’impresa
che amministrava, per plurime mensilità del 2006 e del 2007, ponendo dunque
in essere plurime violazioni, per un ammontare complessivo di euro 52.569,00,
assai superiore alla soglia di rilevanza penale, che già determina il discrimine
stabilito dal legislatore tra fatti costituenti meri illeciti amministrativi e fatti
costituenti reato, con la conseguenza che deve essere esclusa l’esiguità del
pregiudizio derivante dal reato commesso dall’imputato e con essa anche
l’esclusione della punibilità per la particolate tenuità del fatto.
6. L’inammissibilità originaria del ricorso esclude il rilievo della eventuale
prescrizione verificatasi successivamente alla sentenza di secondo grado, giacché
essa impedisce la costituzione di un valido rapporto processuale innanzi al
giudice di legittimità e preclude l’apprezzamento di una eventuale causa di
estinzione del reato intervenuta successivamente alla decisione impugnata (Sez.
2, n. 28848 del 08/05/2013, Ciaffoni, Rv. 256463; Sez. 2, n. 53663 del
20/11/2014, Rasizzi Scalora, Rv. 261616).
7. Alla declaratoria di inammissibilità del ricorso consegue, ex art. 616 cod.
proc. pen., non potendosi escludere che essa sia ascrivibile a colpa del ricorrente
(Corte Cost. sentenza 7 – 13 giugno 2000, n. 186), l’onere delle spese del
procedimento, nonché del versamento di una somma in favore della Cassa delle
Ammende, che si determina equitativamente, in ragione dei motivi dedotti, nella
misura di euro 1.500.
P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di euro 1.500,00 in favore della Cassa delle
ammende.
Così deciso il 20/7/2016

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