Reati Tributari – Cassazione Penale 10/11/2016 N° 47250

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione III

Data: 10/11/2016

Numero: 47250

Testo completo della Sentenza Reati tributari – Cassazione penale 10/11/2016 n° 47250:

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SENTENZA
sul ricorso proposto da:
D’ANCHERA NATALE, nato a Campobasso il 25/12/1952
avverso la sentenza del 14/05/2015 della Corte di Appello di Campobasso
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Dott.ssa Antonella Di Stasi;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale
dott.ssa Paola Filippi che ha concluso chiedendo la declaratoria di
inammissibilità del ricorso.
RITENUTO IN FATTO
1. Con sentenza del 14.5.2015, la Corte di Appello di Campobasso
confermava la sentenza del 17.10.2014 del Tribunale di Campobasso che aveva
dichiarato D’Anchera Natale responsabile dei reati di cui agli artt. 81 cpv
cod.pen. e 10 ter d.lgs 742000- perché nella qualità di titolare e legale
rappresentante della omonima ditta ometteva di versare, entro il termine per il
versamento dell’acconto relativo al periodo di imposta successivo, l’imposta sul
valore aggiunto relativamente ai periodi di imposta 2006, 2007 e 2008- e lo
aveva condannato alla pena di anni uno e mesi due di reclusione con le
conseguenti pene accessorie.
2. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione D’Anchera
Natale, per il tramite del difensore di fiducia, articolando un unico complesso
motivo di seguito enunciato nei limiti strettamente necessari per la motivazione,
come disposto dall’art. 173 comma 1, disp. att. cod. proc. pen.
Il ricorrente deduce che, pur non disconoscendo di aver posto in essere la
condotta omissiva contestata, ciò era avvenuto non per mancanza di volontà di
adempiere ai propri doveri con il fisco ma perché impossibilitato a farlo per causa
di forza maggiore dovuta non solo alle condizioni di precarietà in cui era
costretto a vivere ma anche e soprattutto perché non aveva mai incassato le
esorbitanti somme sulle quale versare VIVA per essere un semplice
“prestanome”. Argomenta, quindi, che risulta evidente l’insussistenza
dell’elemento psicologico del reato contestato.
Aggiunge che la crisi di liquidità configura una sorta di forza maggiore che
interrompe il nesso psichico e che, nella specie, si è trattato proprio di una
“evasione di sopravvivenza”.
Deduce, poi, che l’affermazione di responsabilità è stata fondata nei due
gradi di giudizio su una istruttoria monca, sulle sole dichiarazioni dei testi di
accusa ed in assenza di prove documentali.
Deduce, infine, la violazione del diritto di difesa, in quanto la Corte di
appello disattendeva una istanza di rinvio per legittimo impedimento corredata e
giustificata da apposita documentazione.
Chiede, pertanto, assoluzione perché il fatto non sussiste, per carenza
dell’elemento psicologico o con altra formula ampia.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1.11 ricorso va dichiarato inammissibile.
2. Il primo motivo è manifestamente infondato.
Con la sentenza n. 37424/2013 le Sezioni Unite hanno ribadito che il reato
in esame è punibile a titolo di dolo generico.
Per la commissione del reato, basta, dunque, la coscienza e volontà di non
versare all’Erario le ritenute effettuate nel periodo considerato e la prova del dolo
è insita, in genere, nella presentazione della dichiarazione annuale, dalla quale
emerge quanto è dovuto a titolo di imposta, e che deve, quindi, essere “saldato
o almeno contenuto” sotto la soglia di punibilità nel termine lungo previsto.
Con l’effetto che se il debito verso il fisco relativo ai versamenti IVA è
collegato al compimento delle singole operazioni imponibili, ogni qualvolta il
soggetto d’imposta effettua tali operazioni riscuote già (dall’acquirente del bene
o del servizio) l’IVA dovuta e deve, quindi, tenerla accantonata per l’Erario,
organizzando le risorse disponibili in modo da poter adempiere all’obbligazione
tributaria. L’art. 10 ter d.lgs. 74/2000 estende evidentemente questa esigenza di
organizzazione su scala annuale.
Non può, pertanto, essere invocata, per escludere la colpevolezza, la crisi di
liquidità del soggetto attivo al momento della scadenza del termine, ove non si
dimostri che la stessa non dipenda dalla scelta (protrattasi, in sede di prima
applicazione della norma, nella seconda metà del 2006) di non far debitamente
fronte alla esigenza predetta organizzativa (per l’esclusione del rilievo
scriminante di impreviste difficoltà economiche in sè considerate v., in
riferimento alla parallela norma dell’art. 10-bis, Sez. 3, n. 10120 del
01/12/2010, dep. 2011, Provenzale).
Questa Corte ha ulteriormente precisato che è necessario che siano assolti,
sul punto, precisi oneri di allegazione che devono investire non solo l’aspetto
della non imputabilità al contribuente della crisi economica che improvvisamente
avrebbe investito l’azienda, ma anche la circostanza che detta crisi non potesse
essere adeguatamente fronteggiata tramite il ricorso ad idonee misure da
valutarsi in concreto.
Occorre cioè la prova che non sia stato altrimenti possibile per il
contribuente reperire le risorse economiche e finanziarie necessarie a
consentirgli il corretto e puntuale adempimento delle obbligazioni tributarie, pur
avendo posto in essere tutte le possibili azioni, anche sfavorevoli per il suo
patrimonio personale, dirette a consentirgli di recuperare, in presenza di
un’improvvisa crisi di liquidità, quelle somme necessarie ad assolvere il debito
erariale, senza esservi riuscito per cause indipendenti dalla sua volontà e ad egli
non imputabili (Sez. 3, 9 ottobre 2013, n. 5905/2014; Sez. 3, n. 15416 del
08/01/2014, Tonti Sauro; Sez. 3, n. 5467 del 05/12/2013, Mercutello, Rv.
258055, Sez.3, n. 43599 del 09/09/2015, dep.29/10/2015, Rv.265262).
Poiché la forza maggiore postula la individuazione di un fatto imponderabile,
imprevisto ed imprevedibile, che esula del tutto dalla condotta dell’agente, tanto
da rendere ineluttabile il verificarsi dell’evento, non potendo ricollegarsi in alcun
modo ad un’azione od omissione cosciente e volontaria dell’agente, questa
Suprema Corte ha sempre escluso, quando la specifica questione è stata posta,
che le difficoltà economiche in cui versa il soggetto agente possano integrare la
forza maggiore penalmente rilevante. (Sez. 3, n. 4529 del 04/12/2007, Cairone,
Rv. 238986; Sez. 1, n. 18402 del 05/04/2013, Giro, Rv. 255880; Sez 3, n.
24410 del 05/04/2011, Bolognini, Rv. 250805; Sez. 3, n. 9041 del 18/09/1997,
Chiappa, Rv. 209232; Sez. 3, n. 643 del 22/10/1984, Bottura, Rv. 167495; Sez.
3, n. 7779 del 07/05/1984, Anderi, Rv. 165822).
Costituisce corollario di queste affermazioni il fatto che nei reati omissivi
integra la causa di forza maggiore l’assoluta impossibilità, non la semplice
difficoltà di porre in essere il comportamento omesso (Sez. 6, n. 10116 del
23/03/1990, Iannone, Rv. 184856).
Ne consegue che: a) il margine di scelta esclude sempre la forza maggiore
perché non esclude la suitas della condotta; b) la mancanza di provvista
necessaria all’adempimento dell’obbligazione tributaria penalmente rilevante non
può pertanto essere addotta a sostegno della forza maggiore quando sia
comunque il frutto di una scelta/politica imprenditoriale volta a fronteggiare una
crisi di liquidità; c) non si può invocare la forza maggiore quando
l’inadempimento penalmente sanzionato sia stato con-causato dal mancato
pagamento delle singole scadenze mensili e dunque da una situazione di
illegittimità; d) l’inadempimento tributario penalmente rilevante può essere
attribuito a forza maggiore solo quando derivi da fatti non imputabili
all’imprenditore che non ha potuto tempestivamente porvi rimedio per cause
indipendenti dalla sua volontà e che sfuggono al suo dominio finalistico
(Sez.3,n.8352 del 24/06/2014, dep.25/02/2015, Rv.263128).
Nel caso in esame, la deduzione riguardante la crisi economica è generica e
in fatto e non reca, in particolare, indicazioni specifiche ne’ concrete atte a
ravvisare una reale impossibilità incolpevole all’adempimento ovvero a
ricondurre la causa esclusiva dell’inadempimento a condotte tenute prima del
secondo semestre del 2006.
3. Il secondo motivo è inammissibile; ne va, infatti, rilevata la aspecificità ai
sensi degli artt. 591 e 581 cod. proc. pen.
Il ricorrente si limita a censurare genericamente la sentenza resa dal giudice
di secondo grado, allegando che la Corte territoriale non avrebbe valutato il
compendio probatorio, le cui risultanze escluderebbero la sua responsabilità, e
senza indicare alcun elemento di concretezza al riguardo.
Il vizio risulta diretto ad indurre la rivalutazione del compendio probatorio,
senza l’indicazione di specifiche questioni in astratto idonee ad incidere sulla
capacità dimostrativa delle prove raccolte.
Il vizio di motivazione per superare il vaglio di ammissibilità non deve essere
diretto a censurare genericamente la valutazione di colpevolezza, ma deve
invece essere idoneo ad individuare un preciso difetto del percorso logico
argomentativo offerto dalla Corte di merito, sia esso identificabile come illogicità
manifesta della motivazione, sia esso inquadrabile come carenza od omissione
argomentativa; quest’ultima declinabile sia nella mancata presa in carico degli
argomenti difensivi, sia nella carente analisi delle prove a sostegno delle
componenti oggettive e soggettive del reato contestato.
Il perimetro della giurisdizione di legittimità è, infatti, limitato alla
rilevazione delle illogicità manifeste e delle carenze motivazionali, ovvero di vizi
specifici del percorso argomentativo, che non possono dilatare l’area di
competenza della Cassazione alla rivalutazione dell’interno compendio indiziario.
Le discrasie logiche e le carenze motivazionali eventualmente rilevate per essere
rilevanti devono, inoltre, avere la capacità di essere decisive, ovvero essere
idonee ad incidere il compendio indiziario, incrinandone la capacità dimostrativa.
4. Il terzo motivo è inammissibile.
Il ricorrente lamenta il mancato accoglimento di istanza di rinvio per
legittimo impedimento e la violazione del diritto di difesa per essere stata la
sentenza emessa in assenza dell’imputato e del difensore, senza nulla specificare
in ordine al contenuto e fondamento della istanza e della correlata
documentazione nonché ai termini del diniego della stessa.
Esso, quindi, si caratterizza per assoluta genericità, integra la violazione
dell’art. 581 c.p.p., lett. c), che nel dettare, in generale, quindi anche per il
ricorso per cassazione, le regole cui bisogna attenersi nel proporre
l’impugnazione, stabilisce che nel relativo atto scritto debbano essere enunciati,
tra gli altri, “I motivi, con l’indicazione specifica delle ragioni di diritto e degli
elementi di fatto che sorreggono ogni richiesta”; violazione che, ai sensi dell’art.
591 c.p.p., comma 1, lett. c), determina, per l’appunto, l’inammissibilità
dell’impugnazione stessa (cfr. Sez. 6, 30.10.2008, n. 47414, rv. 242129; Zez. 6,
21.12.2000, n. 8596, rv. 219087).
Inoltre, la deduzione contrasta con il contenuto della sentenza impugnata,
nella quale si dà atto, invece, della presenza all’udienza di discussione del
gravame del difensore dell’imputato che rassegnava le conclusioni chiedendo
l’accoglimento dell’appello.
5. Consegue, pertanto, la declaratoria di inammissibilità del ricorso.
6. Essendo il ricorso inammissibile e, a norma dell’art. 616 cod. proc. pen,
non ravvisandosi assenza di colpa nella determinazione della causa di
inammissibilità (Corte Cost. sent. n. 186 del 13.6.2000), alla condanna del
ricorrente al pagamento delle spese del procedimento consegue quella al
pagamento della sanzione pecuniaria nella misura ritenuta equa indicata in
dispositivo.
P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di euro 1.500,00 in favore della Cassa delle
Ammende.
Così deciso il 21/06/2016

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