Reati Nel Fallimento – Cassazione Penale 23/08/2016 N° 35365

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione V

Data: 23/08/2016

Numero: 35365

Testo completo della Sentenza Reati nel fallimento – Cassazione penale 23/08/2016 n° 35365:

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SENTENZA sul ricorso proposto da: GUGLIELMONE GIOVANNI BATTISTA nato il 30/11/1975 a MAGENTA avverso la sentenza del 12/06/2015 della CORTE APPELLO di MILANO visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso udito in PUBBLICA UDIENZA del 14/06/2016, la relazione svolta dalConsigliere ANDREA FIDANZIA Udito il Procuratore Generale in persona del GIOVANNI DI LEO che ha concluso per Udit i difensor Avv.; Il Procuratore Generale della Corte di Cassazione, dott. Giovanni Di Leo ha concluso per il rigetto del ricorso. Per il ricorrente l’avv. Italo Debendittis in sostituzione dell’avv. Giulio Santagostino ha chiesto l’accoglimento dei ricorsi. RITENUTO IN FATTO 1. Con sentenza del 12 giugno 2015 la Corte d’Appello di Milano ha confermato la sentenza di primo grado con cui Guglielmone Giovanni Battista, in parziale riforma della sentenza di primo grado, è stato condannato alla pena di giustizia per i delitti di cui agli artt. 216, comma 1° n. 1 (bancarotta distrattiva) e comma 3° (bancarotta preferenziale), 219 comma 2° n. 1, 223 comma 1° e comma 2 ° n. 2 della Legge Fallimentare, ritenuto il capo A assorbito nel capo C, e riqualificato come bancarotta preferenziale l’addebito su B relativo agli emolumenti agli amministratori, riuniti i capi B,C ed E nell’aggravante di cui all’art. 219 L.F., riconosciuta altresì la continuazione con il reato di cui all’art. 10 bis L. 74/2000 (omissione contributiva). I giudici di merito hanno riconosciuto la penale responsabilità dell’imputato nella qualità di amministratore unico della Omag s.r.l. , dichiarata fallita in data 4.11.2010, dal 17.6.2004 al 18.2.2009 e dal 18.2.2009 fino al fallimento nella qualità di amministratore di fatto. 2. Con atto sottoscritto dal suo difensore avv. Tiziana Bettega l’imputato ha proposto ricorso per cassazione affidandolo ai seguenti motivi. 2.1. Con il primo motivo è stata dedotta la violazione di legge processuale in relazione all’art. 192 comma 2° c.p.p. nonché la contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione con riferimento all’attribuzione della qualifica di amministratore di fatto. Lamenta il ricorrente l’avvenuto travisamento da parte della sentenza impugnata delle deposizioni assunte nell’istruttoria dibattimentale, da cui era emerso chiaramente che lo stesso non aveva svolto il ruolo di amministratore di fatto, avendo continuato ad occuparsi esclusivamente del settore tecnico e della produzione. In particolare, lamenta la mancata valorizzazione delle deposizioni dei testi della difesa, in diretto rapporto per le mansioni svolte con l’amministratore – a differenza di quelli dell’accusa, addetti solo alla produzione con mansioni di manovalanza – nonché della deposizione resa in sede di esame dal sig. Grizzanti, ritenuto erroneamente inattendibile anche con l’argomentazione illogica che si trattava di soggetto ignaro di competenze amministrative. 2.2. Con il secondo motivo è stata dedotta la violazione dell’art. 606 lett B ed E) per i reati di cui ai capi B, C ed E, non essendo stato dato conto delle censure contenute nei motivi d’appello ed essendo stata richiamata la consulenza del P.M.. In particolare, il ricorrente reitera la contestazione dell’avvenuta falsa rappresentazione dell’aumento di capitale, essendo il corrispondente importo stato effettivamente versato, nonché della falsa rappresentazione nei bilanci dell’esposizione debitoria esistente con l’Erario, essendo tali poste passive state invece iscritte in bilancio seppur, come evidenziato dal consulente del P.M., la cui censura atteneva alla metodologia usata nell’iscrizione di tali poste, 2 senza far comprendere al lettore che si trattava di debiti di natura cogente gravati da sanzioni ed interessi di mora già scaduti. Il ricorrente contesta altresì la natura fittizia e comunque l’ascrivibilità a sé dell’iscrizione nel bilancio 2009 di poste attive per complessivi € 992.920, essendosi assunto la paternità di tale scelta il Grizzanti. Con riferimento alle distrazioni contestate nel capo B, la sentenza impugnata non aveva esaminato le obiezioni di carattere tecnico contenute nell’atto di appello. Con riferimento alla ritenuta bancarotta preferenziale relativamente ai compensi percepiti come amministratore, la Corte di merito non aveva motivato le ragioni per le quali aveva aderito alle conclusioni del P.M. piuttosto che a quelle del curatore fallimentare in ordine alla collocazione temporale dello stato di dissesto (individuato dal primo nel 2005 e dal secondo nel 2008). Analogo discorso doveva svolgersi per la bancarotta preferenziale contestata al capo E in relazione alla quale rilevava parimenti la data di dissesto indicata dal curatore per la fine del 2008. 2.3. Con il terzo motivo è stata dedotta violazione di legge e vizio di motivazione con riferimento art 223 L.F. in ordine al reato di cui al capo C. Ribadisce il difetto del nesso di causalità tra le condotte contestate ai capi A e C ed il dissesto della fallita, causato da scelte imprenditoriali sbagliate, nonché il mancato superamento delle soglie di cui all’art. 2621 cod. civ. per i falsi in bilancio. 2.4. Con il quarto motivo viene dedotta la violazione di legge in relazione agli artt. 157 c.p. e art. 10 bis L. 74/2000, essendo già maturato ìl termine di prescrizione. 2.5. Con il quinto motivo è stata dedotta la violazione degli artt. 62 bis, 69 e 133 c.p. e 219 comma 2° n. 1 L.F. Lamenta il mancato riconoscimento del giudizio di prevalenza delle attenuanti generiche sulle contestate anche in relazione al collaborativo comportamento processuale. 2.6. Con il sesto motivo è stata dedotta violazione di legge in relazione all’art. 539 c.p.p. in relazione all’avvenuta concessione della provvisionale. 2.7. Con atto sottoscritto da altro difensore, avv. Giulio Santagostino, l’imputato ha proposto altro ricorso per cassazione affidandolo ai seguenti motivi. 2.8. Con il primo motivo è stato dedotto vizio di motivazione in ordine alla qualità di amministratore di fatto, non essendo state indicate le attività proprie dell’amministratore svolte in concreto dal ricorrente e relative fonti di prova, essendo il compimento di atti di gestione stato dedotto dalla proprietà delle azioni della società fallita. Lacunosa è inoltre la motivazione sul ruolo di Grizzanti. 2.9. Con il secondo motivo è stato dedotto vizio di motivazione sulla falsa rappresentazione dell’aumento di capitale nonché in ordine al nesso di causalità tra le falsificazioni contabili ed il dissesto della società. 3 éon riferimento all’aumento di capitale, si osserva, in particolare, che tale capitale è stato effettivamente versato, essendo irrilevante che i fondi non provenissero dai soci ma da altra fonte, affermazione che si fonda peraltro solo sulle valutazioni del consulente del P.M. 2.10 Con il terzo motivo è stato dedotto vizio di motivazione in relazione alla ritenuta condotta dissipativa con riferimento alle vendite sottocosto intervenute negli anni 2009 e 2010, non essendo state svolte indagini in ordine alle ragioni che hanno portato a tale scelta. 2.11. Con il quarto motivo è stato dedotto vizio di motivazione in relazione alle ritenute bancarotte preferenziali, soprattutto con riferimento all’elemento del dolo specifico, sia in relazione agli emolumenti da amministratore che con riferimento ai canoni di locazione in favore della società FAG s.r.I., a loro crediti privilegiati a norma dell’art. 2764 c.c.. CONSIDERATO IN DIRITTO 1. Il primo motivo di entrambi i ricorsi (a firma avv. Bettega e Santagostino) è inammissibile. Non vi è dubbio che il ricorrente, nel contestare di aver svolto le funzioni di amministratore di fatto dal febbraio 2009 fino alla dichiarazione di fallimento , muova delle censure che implicano valutazioni di fatto e si risolvono nella sollecitazione ad una valutazione del materiale probatorio diversa da quella operata dal giudice d’appello che è preclusa in sede di legittimità, non potendosi accedere ad una diversa lettura dei dati processuali o ad una diversa interpretazione delle prove rispetto a quanto ritenuto dal giudice di merito, perché è estraneo al giudizio di questa Corte il controllo sulla correttezza della motivazione in rapporto ai dati processuali (vedi motivazione Sez. 3, n. 357 del 15/11/2007 – dep. 08/01/2008, Bulica, Rv. 238696). Né appare meritevole di accoglimento la deduzione di avvenuto travisamento della prova – consistente nell’utilizzazione di una prova inesistente o di un risultato di prova inconfutabilmente diverso nella sua oggettività da quello effettivo – non avendo il ricorrente assolto adeguatamente l’onere più volte ribadito da questa Corte di provvedere alla trascrizione in ricorso dell’integrale contenuto degli atti travisati. In particolare, questa Corte ha più volte precisato che l’art. 606, comma primo, lett. e) cod. proc. pen. pone a carico del ricorrente un peculiare onere di inequivoca “individuazione” e di specifica “rappresentazione” degli atti processuali ritenuti rilevanti in relazione alla doglianza dedotta, onere che può essere assolto nelle forme di volta in volta più adeguate alla natura degli atti stessi (integrale esposizione e riproduzione nel testo del ricorso, allegazione in copia, precisa identificazione della collocazione dell’atto nel fascicolo del giudice, ecc.) (Sez. IV 16 dicembre 2009, n. 3360 del 2010, Mutti, rv 246499), ma ha altresì avuto modo di considerare non assolto tale onere nel caso in cui una deposizione testimoniale, di cui era lamentato il travisamento, era stata riportata solo per stralcio nel ricorso, atteso che la mancata riproduzione integrale dell’atto probatorio non poteva consentire una puntuale valutazione del motivo del ricorso (Sez. II 1 ottobre 2008, n. 38800, p.c. in proc. Gagliardo, rv 241449). Orbene, è proprio ciò che è avvenuto nel caso di specie, atteso che la maggior parte delle deposizioni allegate al ricorso per cassazione e, segnatamente, quelle del coimputato 4 Grizzanti e dei testi Calcaterra, Marmonti, Maccaferri, Vecchio, Ribezzo, Mantegazzini, risultando “tagliate” dopo alcune pagine o, contenendo degli “omissis” , non sono state riportate in modo integrale, così non consentendo ” a monte” a questa Corte una puntuale valutazione del motivo di ricorso. Quanto invece alle testimonianze riportate integralmente, va osservato che quella del Tavecchia, come evidenziato dalla sentenza impugnato, ha messo in luce che la strategia dell’azienda era ancora decisa dal Guglielmone, e, pur dando atto che nella società c’era anche la nuova figura del Grizzanti, non è stato in grado di precisare in quale proporzione quest’ultimo incidesse nelle scelte. Quanta alla deposizione dello Zocchi, dipendente della banca, se è pur vero che costui ha dichiarato di non aver conosciuto il Guglielmone, di aver incontrato il Grizzanti e di aver trattato soprattutto con il responsabile amministrativo della società sig. Calcaterra, tale deposizione non appare comunque decisiva ed idonea a disarticolare l’intero ragionamento probatorio, rendendo illogica la motivazione per la essenziale forza dimostratiVa del dato processuale /probatorio asseritamente travisato (vedi Sez. 6, n. 5146 del 16/01/2014 – dep. 03/02/2014, Del Gaudio e altri, Rv. 258774). 2. Il secondo motivo di entrambi i ricorsi (a firma avv. Bettega e Santagostino) è inammissibile . In primo luogo, le censure con le quali il ricorrente contesta che le somme versate in esecuzione dell’aumento di capitale non provenissero da soci ma da soggetti già debitori ad altro titolo – in particolare, secondo la sentenza di primo grado, che integra quella impugnata dando luogo ad un unico complesso argomentativo, si trattava di assegni ricevuti da clienti della società in pagamento dei macchinari – hanno parimenti natura di mero fatto, come tali inammissibili. Peraltro, tali doglianze sottintendono implicitamente un avvenuto travisamento della prova senza che siano stati assolti gli oneri sopra evidenziati incombenti in capo alle parti in caso di dedotto travisamento delle prove. In ogni caso, tale motivo si caratterizza per la mancanza di specificità, assumendosi che i fondi per l’aumento del capitale sarebbero provenuti da terzi, senza neppure precisare da quali soggetti. Manifestamente infondata è peraltro la deduzione che la “falsità” dell’aumento di capitale non sarebbe comunque rilevante in quanto inidonea ad alterare il quadro economico della società. Come correttamente evidenziato dai giudici di merito (pag. 9 della sentenza dì primo grado), la falsa rappresentazione, attraverso un fittizio aumento di capitale, che la società possa contare su un maggiore capitale di un milione di euro – per tale somma risultava versato l’aumento – è pienamente idonea a trarre in inganno i creditori, essendo stata falsamente rappresentata agli stessi una inesistente garanzia per i debiti sociali. 5 Quanto alla contestazione del ricorrente concernente la rappresentazione nei bilanci dell’esposizione debitoria esistente con l’Erario, anche tale doglianza è di mero fatto avendo la sentenza impugnata puntualmente evidenziato che non sono stati iscritti in bilancio maggiori debiti verso l’erario – non dunque una diversa rappresentazione contabile degli stessi – calcolati sulla base del raffronto tra quanto annotato in contabilità e quanto ammesso a tale titolo al passivo fallimentare. Inammissibile è inoltre la doglianza, già dedotta nei motivi d’appello, in ordine alla contestata natura preferenziale dei compensi percepiti dal Guglielmone come amministratore negli anni 2005/2009 sul rilievo che il dissesto si era manifestato solo nel 2008. Il ricorrente già nei motivi d’appello non si era confrontato con la sentenza di primo grado che se, da un lato, aveva effettivamente dato atto che ad avviso del curatore l’insolvenza si era manifestata solo partire dell’anno 2008, dall’altro, aveva riportato la tesi del consulente tecnico d’ufficio – secondo cui invece l’epoca d’insorgenza del dissesto risaliva al 2005 – avallandone chiaramente la fondatezza con l’indicazione di precisi dati fattuali, quali il mancato versamento dell’aumento di capitale (si ricorda per un milione di euro) nonché la mancata iscrizione nel bilancio chiuso al 31 dicembre 2005 di debiti erariali per C 70.445,00, con la conseguenza che avendo peraltro la Omag deliberatamente omesso di pagare i contributi previdenziali, le imposte ed altri debiti verso lo Stato per autofinanziarsi, il capitale sociale risultava già completamente eroso già nell’anno 2005 (pag. 7-8 sentenza di primo grado). La sentenza impugnata ha, inoltre, ulteriormente argomentato che l’erosione del capitale sociale già dal 2005, provocata anche dalla sistematica omissione del pagamento dei debiti erariali (che aveva determinato l’applicazione di progressive sanzioni per i ritardi), non si era appalesata all’esterno solo grazie alle simulate iniezioni di liquidità ed alle false appostazioni di bilancio. Alla luce di tutti gli elementi fattuali riportati da entrambe le sentenze dei giudici di merito, unitariamente considerate, manifestamente infondata è la doglianza che sul punto non sia stato adempiuto l’obbligo motivazionale. Altresì manifestamente infondata è la doglianza secondo cui il ricorrente non sarebbe stato responsabile dell’inserimento nel bilancio 2009 di poste attive per C 992.920 (fittizi ordini di vendita) e ciò per il rilievo della sua qualifica di amministratore di fatto in quel periodo della società poi fallita. 3. Il terzo motivo del ricorso a firma dell’avv. Bettega è inammissibile, quanto alla dedotta insussistenza del nesso eziologico tra condotta e dissesto, e manifestamente infondato, con 6 riferimento alla dedotto mancato superamento delle soglie di punibilità previste dal reato di false comunicazioni sociali. Anche con riferimento al primo punto, il ricorrente non si è confrontato con la sentenza impugnata, la quale, dopo aver esaminato in dettaglio le singole false appostazioni contabili (vedi pag. 11-12), ha evidenziato che tali operazioni dovevano ritenersi dolose, avendo mascherato la situazione reale economico finanziaria di insolvenza già in atto dal 2005, che diversamente si sarebbe subito appalesata, così consentendo il protrarsi di un’attività societaria che aveva contribuito ad aggravare il dissesto societario, avendo la Omag persistito nel mancato pagamento dei debiti erariali che aveva determinato l’applicazione di progressive sanzioni. In proposito, va osservato che questa Corte ha già avuto modo di precisare che integra il reato di bancarotta impropria da reato societario la condotta dell’amministratore che espone nel bilancio dati non veri al fine di occultare la esistenza di perdite e consentire quindi la prosecuzione dell’attività di impresa in assenza di interventi di ricapitalizzazione o di liquidazione, con conseguente accumulo di perdite ulteriori, poiché l’evento tipico di questa fattispecie delittuosa comprende non solo la produzione, ma anche il semplice aggravamento del dissesto. (Sez. 5, n. 42811 del 18/06/2014 – dep. 13/10/2014, Ferrante, Rv. 261759). E’ peraltro manifestamente infondata la censura riguardante le soglie di punibilità – attualmente non più in essere – del reato di false comunicazioni sociali, essendo stato contestato al capo e al ricorrente la fattispecie di cui all’art. 223 comma 2° n. 2 – appunto le operazioni dolose – e non quella di cui al n. 1. 4. Il terzo motivo del ricorso a firma dell’avv. Santagostino è inammissibile per aver svolto l’imputato nel ricorso per cassazione motivi non consentiti modificando, con riferimento alle vendite sottocosto, la strategia difensiva che aveva tenuto nei motivi d’appello. In particolare, mentre nel ricorso in appello il Guglielmone aveva contestato che negli anni 2009 e 2010 fossero state eseguite vendite sottocosto, la censura svolta nel ricorso per cassazione è che la Corte territoriale non aveva svolto alcuna indagine in ordine alle ragioni che avevano portato alla scelta della vendita sottocosto, asseritamente funzionale agli interessi della società, doglianza inammissibile in quanto in contrasto con l’art. 606 comma 3° c.p.p.. Peraltro, con riferimento alla censura riguardante sempre le vendite sottocosto sollevata dall’avv. Bettega nel suo secondo motivo, anche la stessa si appalesa inammissibile in quanto generica, limitandosi a dedurre genericamente che la sentenza di secondo grado non aveva risposto alle obiezioni di carattere tecnico contenute nei motivi di appello, mentre la sentenza medesima una motivazione la aveva fornita, essendo peraltro orientamento consolidato di 7 questa Corte che costituisce una regola generale per le pronunce emesse in sede di impugnazione che il giudice non è tenuto a prendere in considerazione ogni argomentazione proposta dalle parti, essendo sufficiente che egli indichi le ragioni che sorreggono la decisione adottata, dimostrando di aver tenuto presente ogni fatto decisivo (Sez. 1, n. 6128 del 07/11/2013 – dep. 10/02/2014, Mancuso, Rv. 259170). 5. Il quarto motivo del ricorso a firma avv. Bettega è inammissibile per genericità. Va premesso che l’art. 10-bis Dl 74/2000, come modificato dall’art. 7 comma 1° lett. b) dlgs 24/9/2015 n. 158, punisce con la reclusione da sei mesi a due anni chiunque non versa entro il termine previsto per la presentazione della dichiarazione annuale di sostituto di imposta ritenute dovute sulla base della stessa dichiarazione o risultanti dalla certificazione rilasciata ai sostituiti, per un ammontare superiore a centocinquantamila euro per ciascun periodo d’imposta (soglia così innalzata dalla novella rispetto a quella originaria di C 50.000). Tale termine decorre, a norma dell’art. 2 comma 1° del DPR 22 luglio 1998, n. 322, con successive modificazioni, per le persone fisiche, le società o le associazioni di cui all’art. 6 DPR 29.9.1973 n. 600 n. 600 che presentano la dichiarazione secondo le disposizioni di cui all’articolo 3, per il tramite di una banca o di un ufficio della Poste italiane S.p.a., tra il 1° maggio ed il 30 giugno, ovvero se tale presentazione avviene in via telematica entro il 30 settembre dell’anno successivo a quello di chiusura del periodo di imposta. Atteso che la consumazione del reato è legata al momento in cui l’autore ha presentato la dichiarazione annuale di sostituto d’imposta, è evidente che il ricorrente per consentire a questo Collegio di valutare la fondatezza dell’eccezione di prescrizione sollevata, avrebbe dovuto indicare in modo preciso le modalità ed i tempi di presentazione in quell’annata di tale dichiarazione in relazione agli emolumenti versati ai dipendenti nell’anno 2007, e non limitarsi genericamente ad invocare la declaratoria di estinzione del reato per prescrizione “in considerazione della allocazione temporale della ipotesi contestata al capo indicato, anno 2007”. 6. Il quarto motivo del ricorso a firma avv. Santagostino è inammissibile. Il ricorrente contesta che abbiano avuto natura preferenziale i pagamenti effettuati dalla fallita in favore della FAG Immobiliare s.r.l. (proprietaria e locatrice dei capannoni in cui Omag esercitava la propria attività) sul rilievo che anche al credito di tale società è privilegiato a norma dell’art. 2764 cod. civ. ed, inoltre, il pagamento è stato effettuato a fronte di un titolo immediatamente esecutivo. Sul punto, posto che la condotta di bancarotta preferenziale è integrata allorquando l’agente nella soddisfazione dei creditori, alteri l’ordine stabilito dalla legge, il giudice di primo ha puntualmente evidenziato la natura preferenziale dei pagamenti in questione tenuto conto che il credito del locatore, secondo l’ordine stabilito dall’art. 2778 cod. civ., è assistito da un privilegio di 16° grado a fronte dei crediti previdenziali assistiti dai privilegi ex art. 2753 e 2754 c.c. di grado chiaramente anteriore (1° ed 8° grado ex art. 2778 c.c.). 8 • Nessun rilievo può avere che il credito della locatrice fosse assistito da titolo giudiziale immediatamente esecutivo (se a fronte di questo non è stata costituita poi una causa di prefazione) atteso che l’ordine dei privilegi è stabilito dalla legge e non può mutare a seconda dei comportamenti posti in essere dai creditori per ottenere la soddisfazione dei loro crediti. Pienamente motivato dai giudici di merito è anche il dolo specifico del delitto in oggetto, essendo stato messo in luce che il Guglielmone ha voluto favorire le sorelle, proprietarie delle quote di maggioranza della Fag Immobiliare (una anche legale rappresentante). 7. Il quinto motivo a firma dell’avv. Bettega è inammisSibile. Premesso che la determinazione del trattamento sanzionatorio, la concessione o meno delle attenuanti generiche, o il bilanciamento delle circostanze rientrano nell’ambito di un giudizio di fatto rimesso alla discrezionalità del giudice, il cui esercizio deve essere motivato nei soli limiti atti a far emergere in misura sufficiente la sua valutazione circa l’adeguamento della pena alla gravità effettiva del reato ed alla personalità del reo (Sez. 6 n. 41365 del 28 ottobre 2010, Straface, rv 248737), nel caso di specie il giudice di primo grado (cui la sentenza impugnata si è richiamata) ha, con argomentazioni coerenti, motivato il giudizio di prevalenza delle attenuanti generiche rispetto alle contestate aggravanti formulato per l’imputato Grizzanti, (rispetto al ricorrente) in relazione alla sua incensuratezza ed al minor ruolo rivestito. Tale argomentazione è ineccepibile in considerazione della breve durata dell’incarico del Grizzanti (2009-2010) a fronte del lungo periodo (2004-2010) in cui il Guglielmone, a vario titolo, si è occupato della gestione della Omag s.r.I.. 8. Il sesto motivo del ricorso a firma dell’avv. Bettega è inammissibile. Non è impugnabile con ricorso per cassazione la statuizione pronunciata in sede penale e relativa alla concessione e quantificazione di una provvisionale, trattandosi di decisione di natura discrezionale, meramente delibativa e non necessariamente motivata. (Sez. 3, n. 18663 del 27/01/2015 – dep. 06/05/2015, D. G., Rv. 263486). m Alla declaratoria d’inammissibilità di entrambi .‘;-(g firma avv. Bettega e Santagostino) consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma in favore della Cassa delle Ammende, che si stima equo stabilire nella misura di 1.000,00 Euro. Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro 1000,00 in favore della Cassa delle Ammende. Così deciso in Roma, il 13 giugno 2016

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