Reati Nel Fallimento – Cassazione Penale 18/05/2017 N° 24781

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione V

Data: 18/05/2017

Numero: 24781

Testo completo della Sentenza Reati nel fallimento – Cassazione penale 18/05/2017 n° 24781:

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Penale Sent. Sez. 5 Num. 24781 Anno 2017
Presidente: FUMO MAURIZIO
Relatore: SETTEMBRE ANTONIO
Data Udienza: 08/03/2017

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
CORRIERI GIOVANNI BATTISTA nato il 04/09/1960 a MOLFETTA
FERRANDI LUIGI nato il 02/03/1968 a PIACENZA
DRIUSSI IVANO nato il 17/03/1959 a UDINE
avverso la sentenza del 09/06/2015 della CORTE APPELLO di TRIESTE
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita in PUBBLICA UDIENZA del 08/03/2017, la relazione svolta dal Consigliere
ANTONIO SETTEMBRE
Udito il Procuratore Generale in persona del
che ha concluso per
– Udito il Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte di Cassazione,
dr. Francesco Salzano, che ha concluso per il rigetto dei ricorsi.
– Udito, per Corrieri Giovanni Battista, l’avv. Filippo Capomacchia in sostituzione
dell’avv. Maurizio Valloni, che ha chiesto l’accoglimento del ricorso.
– Udito, per Ferrandi Luigi, l’avv. Paolo Colagrande, che ha chiesto l’accoglimento
del ricorso.
– Udito, per Driussi Ivano, l’avv. Filippo Capomacchia, che ha chiesto
l’accoglimento del ricorso.

RITENUTO IN FATTO
1. La Corte d’appello di Trieste ha, con la sentenza impugnata, confermato il
giudizio di responsabilità formulato dal giudice di prima cura a carico di Corrieri
Giovanni Battista, Ferrandi Luigi e Driussi Ivano per bancarotta fraudolenta
(patrimoniale, documentale e preferenziale) commessa in relazione al fallimento
della DRAIUS COSTRUZIONI EDILI SRL, dichiarato il 13 gennaio 2006, nonché, il
solo Corrieri, per bancarotta fraudolenta (patrimoniale e documentale)
commessa in relazione al fallimento della PROLAB spa, dichiarato il 21 gennaio
2005 e, dichiarato prescritto il reato di ricorso abusivo al credito (contestato a
tutti in relazione al fallimento della Draius Costruzioni Edili srl), ha rideterminato
la pena a carico degli imputati.
2. Secondo quanto si legge in sentenza, le due società fallite – che svolsero, per
breve tempo, attività nel campo edilizio ed immobiliare – ebbero vite parallele e
furono utilizzate dagli imputati per trarne indebiti vantaggi, realizzati attraverso
la commistione delle attività e l’appropriazione dei beni societari. La Draius
Costruzioni Edili srl era stata costituita 19/1/2004 ed aveva operato per circa un
anno e mezzo, accumulando notevoli passività, mentre la Prolab spa, costituita
nel 2001 e rimasta, da allora, inattiva, aveva preso ad operare anch’essa nel
2004 e, dopo soli sette mesi di attività, aveva già accumulato un passivo di
471.221 euro.
3. L’iniziativa della costituzione della Draius Costruzioni Edili era stata di Driussi
Ivano, commercialista, il quale aveva messo in contatto l’arch. D’Aronco Mila e
Corrieri Giovanni battista, che ne erano diventati soci (al 15% e all’85°/0).
Corrieri era stato nominato anche amministratore unico. La Prolab spa era stata
rilevata nel febbraio del 2004 – in epoca prossima alla costituzione della Draius
Costruzioni srl – da Corrieri Giovanni Battista e Maar Michel Gunter, che erano
diventati anche amministratori.
Entrambe le società erano state amministrate di fatto, però, da Ferrandi Luigi,
che aveva intrattenuto i rapporti con banche e fornitori ed era sempre stato
presente sui (pochi) cantieri delle società; Corrieri era stato amministratore
formale di entrambe le società (per la Draius fino al fallimento e per la Prolab
fino al mese di ottobre 2004); Maar Gunter (giudicato a parte) era stato
presidente del Consiglio di Amministrazione della Prolab spa; Driussi Ivano era
stato il consulente e il commercialista delle due società, nonché – secondo i
giudicanti – amministratore di fatto, insieme a Ferrandi, della Draius Costruzioni
Edili srl.
4. In relazione agli illeciti contestati, la sentenza impugnata – sulla scorta degli
accertamenti operati dal curatore fallimentare, dr.ssa Laura Briganti – evidenzia,
quanto alla Draius Costruzioni Edili, che erano stati riscossi crediti per somme
non contabilizzate, erano state emesse fatture e riscosse somme – poi distratte –
per anticipo su lavori mai effettuati, erano state presentate all’incasso fatture
fasulle, erano stati acquistati beni strumentali non rinvenuti dal curatore, era
stato operato un pagamento preferenziale (per C 15.930,04) a favore della
Hypobank e per euro 20.000 a favore di Driussi, erano state tenute in modo da
non consentire la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari le
scritture contabili.
Quanto alla Prolab spa, era stato provato, attraverso le dichiarazioni del
curatore fallimentare (dr.ssa Francesca Linda) e del consulente nominato dal
Pubblico Ministero (dr. Ivan Iogna Prat), che Ferrandi, agendo a nome della
società, aveva cambiato assegni per 135.000 euro presso il distributore di
carburanti di Carmelo Argento senza riversare gli importi nelle casse della
società; che erano stati contabilizzati crediti fasulli; che erano stati prelevati, da
Maar, dal conto acceso presso la Unicredit, somme per 102.000 euro senza che
ne venisse dimostrato l’impiego a favore della società; che erano stati effettuati
pagamenti – per 35.500 euro – a favore della Draius Costruzioni Edili srl senza
alcuna causale; che erano rimasti appostati in contabilità crediti estinti; che
erano statkprelevate somme dai conti societari per C 38.766 mediante assegni
girati a terzi senza alcun vantaggio per la società; che era stata distratta una
BMW acquisita in locazione finanziaria; che erano state tenute le scritture
contabili in modo da non consentire la ricostruzione del patrimonio e del
movimento degli affari.
5. Contro la sentenza suddetta hanno proposto ricorso per Cassazione, a mezzo
dei rispettivi difensori, tutti gli imputati
5.1. Il difensore di Corrieri Giovanni Battista lamenta una violazione di legge e
un difetto di motivazione con riguardo alla prova dell’elemento soggettivo dei
reati. Deduce che gli elementi su cui si fonda il giudizio di colpevolezza (le
dichiarazioni dei testi Cosati Daniele e D’Aronco Milla, del consulente dr. Iogna
Prat e del coimputato Maar Gunter) sono stati travisati o malamente interpretati
dalla Corte d’appello e che non sono stati addotti elementi che provino la
consapevolezza – da parte dell’imputato — del “vorticoso giro d’assegni” di cui è
menzione in sentenza; inoltre, che Corrieri è risultato beneficiario di due soli
assegni, regolarmente versati sul conto della Draius Costruzioni srl, e che è stato
usuario di un’autovettura sociale Renault Kangoo solo “momentaneamente”.
Richiama giurisprudenza di legittimità che esclude la responsabilità automatica
della “testa di legno” e richiede, per l’affermazione della responsabilità a titolo di
bancarotta fraudolenta, quantomeno il dolo eventuale.
5.2. Ferrandi Luigi ricorre con due motivi.
5.2.1. Col primo lamenta la violazione dell’art. 178 cod. proc. pen., derivante dal
fatto che il Giudice dell’udienza preliminare aveva rigettato l’istanza di rinvio
dell’udienza del 18/12/2007 per contestuale impegno professionale del difensore,
sebbene regolarmente documentato e tempestivamente comunicato.
5.2.2. Col secondo lamenta un vizio di motivazione con riguardo alla prova della
qualità di amministratore di fatto dell’imputato nella società Draius Costruzioni
srl, desunta da “elementi puramente esteriori e di assai dubbia affidabilità” e
attraverso la mancata valorizzazione di un dato incontestabile, che “contraddice
gli stessi termini di responsabilità prospettati dalla Corte”: il fatto cioè, che
Ferrandi fosse dipendente della società Draius ed avesse posto in essere, in tale
qualità, gli atti che gli vengono contestati, nonché il fatto che fosse portatore di
una condizione personale (inabilitato e semi-infermo di mente) pienamente
attestata.
5.3. Il difensore di Driussi Ivano ricorre con quattro motivi.
5.3.1. Col primo lamenta la violazione dell’art. 2639 cod. civ., per la ragione che
è stata attribuita all’imputato la qualifica di amministratore di fatto in assenza di
elementi idonei a provare l’esercizio continuativo e significativo dei poteri propri
dell’organo gestorio, non bastando, a tal fine, una mera compresenza nell’ambito
della vita societaria o la mera, generica influenza sulla vita sociale. Ribadisce,
come aveva già fatto dinanzi al giudice d’appello, che Driussi si era limitato a
svolgere il ruolo di consulente finanziario della società e non aveva posto in
essere nessun atto tipico di gestione.
5.3.2. Col secondo motivo si duole della motivazione — ritenuta mancante,
illogica e contraddittoria — con cui è stata spiegata l’attribuzione a Driussi del
ruolo di amministratore di fatto della Draius Costruzioni srl. Ciò è avvenuto,
sostiene, sulla base di “una serie di affermazioni connotate in parte da intrinseca
illogicità, in parte persino da travisamento delle risultanze probatorie”. Deduce,
al riguardo che:
a) l’attivismo spiegato da Driussi per l’apertura di linee di credito con le banche
rientrava nei compiti – propri dell’imputato – di consulente finanziario della
società e non rimanda ad un ruolo gestorio dello stesso. Peraltro, la Corte
d’appello ha riportato in maniera fuorviante le dichiarazioni del curatore, dr.ssa
Briganti, che l’aveva appunto qualificato “consulente” della società;
b) l’aver predisposto gli atti di costituzione della società – pure valorizzata dai
giudici di merito a suo danno – rappresenta un’attività propria del commercialista
e non ha nulla a che vedere con la gestione societaria;
c) la deposizione del teste Cosatti è stata riportata in maniera parziale, e quindi,
travisata, dalla Corte d’appello, giacché il teste suddetto aveva affermato di aver
trattato unicamente col Ferrandi e di aver interloquito con Driussi unicamente
per gli aspetti amministrativi, in quanto quest’ultimo teneva la contabilità ed era
domiciliatario della società. Lo stesso era avvenuto per la parte di deposizione di
Cosatti riguardante i solleciti di pagamento, in ordine ai quali Driussi non s’era
limitato a fornire rassicurazioni al teste (fornitore della Draius Costruzioni), ma
l’aveva rimandato a Ferrandi perché si accordasse con lui sulle modalità di
adempimento dell’obbligazione;
d) il teste Fasano – le cui dichiarazioni sono state valorizzate contro Driussi –
aveva distinto nettamente le figure dell’amministratore e del commercialista e si
era riferito al rapporto da lui intrattenuto con la società Prolab spa. Del tutto
illogicamente, quindi, la Corte d’appello le ha utilizzate per giustificare la
conclusione cui è pervenuta in relazione alla Draius Costruzioni srl;
e) altrettanto illogicamente sono state utilizzate contro Driussi le dichiarazioni di
Traine Giuseppina, dipendente dello studio gestito dall’imputato, giacché – anche
dai passi riportati in sentenza – si evince che il teste suddetto si è riferito alla
consulenza finanziaria e bancaria svolta da Driussi;
f) uguale illogicità è dato ravvisare nella valutazione, che è stata fatta, delle
dichiarazioni dell’arch. D’Aronco, giacché “fare le fatture” sulla base dello stato di
avanzamento dei lavori (attività riferita, secondo la sentenza, a Driussi da
D’Aronco) non ha nulla a che vedere, sul piano logico, con la gestione della
società. Ciò, senza considerare che l’affermazione di D’Aronco è stata
“categoricamente smentita da tutte le altre deposizioni, dalle quali risulta che
Driussi non faceva alcuna fattura” (il ricorrente si riferisce, riportandole, alle
dichiarazioni di Traine Giuseppina, di Michelin Maddalena, del ragioniere – sua
collaboratrice – Fio Anna, del teste – titolare di un punto di vendita di materiale
informatico – Pittaro Stefano, dello stesso Ferrandi);
g) anche delle dichiarazioni di Fio Anna, dipendente dello studio Driussi, è stato
fatto un uso “fuorviante”, con “conseguente travisamento del fatto e della
prova”, posto che, valorizzando mere congetture del teste, si è attribuita
all’imputato una gestione in senso vero e proprio della società, vedendo il lui “il
sostegno cognitivo e formativo” di Ferrandi. Tanto, senza considerare che,
secondo quanto riferito dal medesimo testimone, Driussi segnalò al Collegio
sindacale della Prolab spa le irregolarità di gestione dell’organo amministrativo;
h) sono state trascurate tutte le indicazioni, provenienti dai testi (il curatore della
Draius Costruzioni, il commerciante Pittaro Stefano, la moglie Michelin
maddalena, le dipendenti Fio Annamaria e Traine Giuseppina, i sindaci della
Prolab Lorenzon e Cojutti), che rimandano a Ferrandi come il vero
amministratore delle due società.
5.3.3. Col terzo motivo lamenta la violazione di plurime norme di legge ordinaria
e costituzionale per essere state utilizzate contro Driussi le dichiarazioni rese da
Ferrandi al curatore fallimentare e sebbene costui non si fosse presentato a
dibattimento per sottoporsi all’esame e al controesame.
5.3.4. Col quarto ed ultimo motivo lamenta l’erronea applicazione dell’art. 133
cod. pen., per essere stata irrogata una pena superiore al minimo edittale sulla
base di un dato inconferente (la maggiore qualificazione professionale
dell’imputato). Lamenta, inoltre, che dalla Corte d’appello non si sia tenuto
conto, nella determinazione della pena, della intervenuta prescrizione del reato
di bancarotta preferenziale e che, pur predicando l’intervenuta prescrizione del
reato di ricorso abusivo al credito, la Corte non abbia operato una diminuzione di
pena in misura corrispondente.
CONSIDERATO IN DIRITTO
I ricorsi di Corrieri e Ferrandi sono infondati e vanno, pertanto, rigettati.
Merita accoglimento parziale il ricorso di Driussi Ivano, nei limiti che verranno di
seguito precisati.
1. Corrieri Giovanni battista propone censure ai limiti dell’ammissibilità. In tema
di bancarotta fraudolenta, l’amministratore di diritto risponde unitamente
all’amministratore di fatto per non avere impedito l’evento che aveva l’obbligo di
impedire, essendo sufficiente, sotto il profilo soggettivo, la generica
consapevolezza che l’ amministratore effettivo distragga, occulti, dissimuli,
distrugga o dissipi i beni sociali. E’ ben vero che tale consapevolezza non può
dedursi dal solo fatto che il soggetto abbia accettato di ricoprire formalmente la
carica di amministratore; tuttavia allorché si tratti di soggetto che accetti il ruolo
di amministratore esclusivamente allo scopo di fare da prestanome, la sola
consapevolezza che dalla propria condotta omissiva possano scaturire gli eventi
tipici del reato (dolo generico) o l’accettazione del rischio che questi si verifichino
(dolo eventuale) possono risultare sufficienti per l’affermazione della
responsabilità penale (Cass., n. 7332 del 7/1/2015; sez. 5, n. 44826 del
28/5/2014; sez. 5, n. 11938 del 9/2/2010). Di siffatta “sufficienza” ha dato
adeguatamente conto la sentenza impugnata, avendo rilevato che Corrieri, oltre
a rivestire la carica formale di amministratore in entrambe le società fallite,
sottoscrisse atti sociali, incassò per la Prolab alcuni degli assegni richiesti
dall’amministratore Maar, ricevette, quale socio di maggioranza ed
amministratore della Draius Costruzioni, somme provenienti dai conti della
Prolab spa. Inoltre, secondo quanto si legge nella sentenza di primo grado (che,
con quella d’appello, forma un unico corpo argomentativo, concordando nella
individuazione e valutazione degli elementi di prova), egli si prestò “a
sottoscrivere tutti gli atti societari, a sottoscrivere tutti gli assegni emessi e i
contratti con i committenti dei lavori” (pag. 18), cosicché era ben consapevole
degli obblighi e dei diritti che da essi scaturivano. Risulta quindi pienamente
tratteggiata, in sentenza, la posizione di Corrieri, che – contrariamente
all’assunto del suo difensore – non era affatto una semplice “testa di legno”, ma
un soggetto che, pur disertando i cantieri gestiti dalle società rappresentate, era
inserito nelle dinamiche societarie e pienamente in grado di rendersi conto delle
malefatte dell’amministratore effettivo, il quale poté operare indisturbato proprio
grazie al suo programmato e colpevole disimpegno nella gestione concreta degli
affari sociali. Tanto, senza considerare che anch’egli mise direttamente le mani
suoi beni sociali, visto che emise a proprio favore assegni per ben 23.000 euro e
si servì di un’auto (una Renault Kangoo) intestata alla Draius Costruzioni, il cui
uso – da parte dell’imputato – è stato limitato a “pochi momenti” dal suo
difensore in maniera apodittica. Ve n’è più che a sufficienza, quindi, per
escludere che i giudici di merito abbiano fatto derivare la sua responsabilità dal
ruolo formalmente ricoperto nelle società, sebbene detto ruolo fosse, per le
circostanze concrete in cui si è esplicato, autonomamente indicativo del concorso
– a titolo di dolo diretto e non eventuale – nella consumazione degli illeciti posti
in essere dall’amministratore effettivo.
2. Entrambi i motivi di ricorso di Ferrandi Luigi sono infondati.
2.1. Proprio la sentenza delle Sezioni Unite, richiamata dal ricorrente, dà ragione
della fallacia degli argomenti da questi utilizzati per dedurre la violazione dei
diritti della difesa. L’impegno professionale del difensore in altro procedimento
costituisce, infatti, legittimo impedimento che dà luogo ad assoluta impossibilità
a comparire, ai sensi dell’art. 420 ter, comma quinto, cod. proc. pen., a
condizione che il difensore: a) prospetti l’ impedimento non appena conosciuta la
contemporaneità dei diversi impegni; b) indichi specificamente le ragioni che
rendono essenziale l’espletamento della sua funzione nel diverso processo; c)
rappresenti l’assenza in detto procedimento di altro codifensore che possa
validamente difendere l’imputato; d) rappresenti l’impossibilità di avvalersi di un
sostituto ai sensi dell’art. 102 cod. proc. pen. sia nel processo a cui intende
partecipare sia in quello di cui chiede il rinvio (Cass., SU, n. 41432 del
21/7/2016). Nella specie, è stato correttamente sottolineato che “il difensore
avrebbe dovuto dare positiva motivazione sulla non praticabilità dell’istituto della
sostituzione ex art. 102 c.p.p.”; ovverossia, avrebbe dovuto spiegare perché gli
era impossibile farsi sostituire sia nel procedimento pregiudicante che in quello
pregiudicato. Orbene, per quanto è dato desumere dai motivi di appello e dal
ricorso della parte (non essendo stata prodotta la richiesta di rinvio presentata al
Giudice dell’udienza preliminare), il difensore di Ferrandi rappresentò e
documentò l’impedimento derivante dal concomitante impegno professionale e
spiegò perché in quel procedimento non poteva farsi sostituire (trattandosi di
procedimento fissato per la discussione finale), ma non spiegò perché non gli era
possibile farsi sostituire nel procedimento pregiudicato, dal momento che
rappresentò – in detto procedimento – una mera opportunità di rinvio, per la
connessione di quest’ultimo procedimento con quello relativo al fallimento della
Prolab spa, pendente dinanzi a diverso giudice. Tanto si desume dalla lettura
delle pagg. 2 e 3 del ricorso (ma anche dal contenuto dell’atto d’appello), ove è
riportata testualmente la doglianza fatta valere dinanzi al giudice d’appello:
dallo stesso si evince che il difensore di Ferrandi fece pervenire al Giudice
dell’udienza preliminare istanza di rinvio con la documentazione attestante il
concomitante impegno, la natura dello stesso e la sua indifferibilità (pag. 2) e,
“ad evitare ogni possibile pregiudizio al procedimento in corso davanti al GUP di
Udine”, significò che v’era altro processo pendente a carico di Ferrandi (per il
fallimento Prolab spa), che in detto procedimento il difensore aveva avanzato
istanza di perizia ex art. 70 cod. proc. pen., che i fatti dei due fallimenti erano
obbiettivannente connessi e che era intenzione del difensore optare per il giudizio
abbreviato (pagg. 2-3). Nessuna accenno è contenuto, in ricorso, alla ragioni che
rendevano impraticabile la sostituzione del difensore nel procedimento
pregiudicato (in relazione allo stato di detto procedimento e all’attività che in
esso si doveva svolgere), sicché appare perfettamente in linea coi contenuti della
pronuncia delle Sezioni Unite, sopra richiamata, la decisione della Corte
d’appello, per la quale, “non avendo giustificato il difensore istante l’impossibilità
di farsi sostituire”, l’eccezione andava rigettata. E’ appena il caso di sottolineare,
peraltro, che, anche dopo la pronuncia delle Sezioni Unite, sopra richiamata, e
proprio in base ad essa, al difensore non basta allegare l’esistenza del
concomitante impegno professionale o addurre, genericamente, l’impossibilità di
farsi sostituire in entrambi i procedimenti, ma occorre che egli esponga le
specifiche ragioni per cui ricorre tale impossibilità, per consentire al giudice – a
cui compete, in definitiva, di vagliare, sotto il profilo della serietà e della
rilevanza, la non procrastinabilità dell’impegno o la possibilità del suo
assolvimento in diversa maniera – di comparare le esigenze del procedimento
con quelle della difesa tecnica ed individuare una soluzione che le soddisfi,
possibilmente, entrambe. Ed anche sotto tale aspetto il ricorso di Ferrandi
appare carente, dal momento che nulla è detto, in ricorso, circa le ragioni che
rendevano impossibile la sostituzione del difensore nel procedimento in corso.
2.2. Nel merito, il ricorso di Ferrandi è manifestamente infondato. L’attribuzione
all’imputato della qualità di amministratore di fatto si fonda, nel giudizio della
Corte territoriale, su una serie di circostanze di fatto riferite da numerosi testi
(D’Aronco, Costatti, Brenda, Luci, Zoffoli, Dal Pozzo), oltre che dal consulente del
Pubblico Ministero (che ha esaminato la documentazione contabile delle società);
è risultato, per tale via, che Ferrandi era stato sempre presente all’interno dei
cantieri di entrambe le società, aveva impartito ordini ai dipendenti e trattato
con fornitori e committenti, aveva ricercato lavori in subappalto e posto in essere
numerosi operazioni bancarie (anche se si avvalse, per tali operazioni, della
firma di Corrieri). Da tali elementi fattuali il giudice di merito ha tratto la prova
logica dell’assunzione, da parte dell’odierno ricorrente, della qualità di
amministratore di fatto: non già in sostituzione dell’amministratore di diritto
Corrieri Giovan Battista, ma in pieno accordo con lui e in regime di concorso
nella realizzazione dei fatti distrattivi; tale percorso non presta il fianco a
censure, perché poggia su dati di incontrovertibile valore inferenziale,
pienamente indicativi del fatto che si tratta di dimostrare.
Quanto agli argomenti difensivi, di nessun momento è il principale di essi:
il fatto, cioè, che Ferrandi fosse “dipendente” della società. Sotto nessun profilo
la condizione di “dipendenza” (nel caso specifico, assolutamente formale)
esclude la configurabilità della gestione di fatto, una volta accertato che il
“dipendente” ha posto in essere gli atti tipici di gestione e si è sostituito o
affiancato all’amministratore di diritto nella conduzione dell’impresa. Lo stesso
dicasi per la condizione soggettiva di seminfermità, che non impedisce
l’ingerenza nella gestione delle imprese ed è stata adeguatamente valutata ed
apprezzata, sia per l’accertamento del grado di coinvolgimento nella gestione che
per la determinazione del trattamento sanzionatorio.
3. Nemmeno il ricorso di Driussi può essere accolto nel merito, sebbene abbia
fondamento la doglianza relativa all’utilizzo delle dichiarazioni di Ferrandi.
3.1. Proprio da quest’argomento appare opportuno avviare lo scrutinio della
decisione. E’ vero che, come sottolineato nella sentenza impugnata, costituisce
principio consolidato, elaborato da questa sezione (Cass., n. 39001 del
9/6/2004, Rv 229330), quello in base al quale, in tema di prova documentale, le
relazioni e gli inventari redatti dal curatore fallimentare sono sicuramente
ammissibili in ogni caso e non solo quando siano ricognitivi di una organizzazione
aziendale e di una realtà contabile, atteso che gli accertamenti documentali e le
dichiarazioni ricevute dal curatore costituiscono prove rilevanti nel processo
penale, al fine di ricostruire le vicende amministrative della società. Ne consegue
che è corretto l’inserimento della relazione diretta al giudice delegato nel
fascicolo processuale, in quanto il principio di separazione delle fasi non si
applica agli accertamenti aventi funzione probatoria, preesistenti rispetto
all’inizio del procedimento o che appartengano comunque al contesto del fatto da
accertare. Ne consegue ulteriormente che – certamente – possono essere
veicolati attraverso lo scritto del curatore i contributi di conoscenza forniti dalle
persone che lo stesso ha avuto modo di ascoltare e le cui parole ha verbalizzato.
Nondimeno, se le persone che il curatore ha esaminato rivestono il ruolo di
indagati o imputati nel medesimo procedimento e in procedimento connesso o
collegato, il principio della libertà della prova va coordinato col diritto,
riconosciuto all’imputato, di essere giudicato in base a prove controllabili e
verificabili nel contraddittorio processuale, attraverso la potenziale
partecipazione all’esame e al controesanne di tutte le parti processuali. Infatti,
per diritto positivo, la colpevolezza dell’imputato non può essere provata sulla
base di dichiarazioni rese da chi, per libera scelta, si è sempre volontariamente
sottratto all’esame da parte dell’imputato o del suo difensore (art. 526 cod. proc.
pen.). E’ ben vero, come pure è stato sottolineato, che il principio del
contraddittorio non ha carattere assoluto ma è rimesso alla discrezionalità della
parte, la quale può scegliere liberamente le prove da introdurre e da escutere nel
processo, con la conseguenza che non può dolersi della mancata assunzione o
escussione di prove non richieste. In quest’ottica è stata affermata – da
giurisprudenza che questo Collegio condivide – la piena utilizzabilità, quale prova
a carico dell’imputato, della testimonianza indiretta del curatore fallimentare
sulle dichiarazioni accusatorie rese da un coimputato non comparso al
dibattimento, e trasfuse dallo stesso curatore nella relazione redatta ai sensi
dell’art. 33 I. fall., allorché l’imputato o il suo difensore non abbiano chiesto
l’esame del predetto coimputato (Cass., n. 3885 del 9/12/2014, Rv 262230).
Nel caso di specie è avvenuto, però, esattamente il contrario, giacché il difensore
di Driussi aveva chiesto, sia in primo grado che in appello, l’escussione di
Ferrandi, senza ottenerla per la deliberata sottrazione dell’imputato all’esame e
al controesame. Ne discende che le dichiarazioni rese da costui al curatore
fallimentare non avrebbero dovuto essere utilizzate dal giudicante contro
l’attuale imputato, per l’accertata non verificabilità delle dichiarazioni suddette.
Tale soluzione è coerente con gli approdi della giurisprudenza CEDU, la quale ha
avuto modo di chiarire, con la decisione del 20/4/2006, Carta c. Italia, che: a) i
paragrafi 1 e 3, lett. d) dell’art. 6 della Convenzione impongono di concedere
all’accusato un’occasione adeguata e sufficiente per contrastare una
testimonianza a carico e di interrogarne l’autore, al momento della deposizione o
in un momento successivo; b) l’esistenza di norme che consentono di utilizzare,
per la decisione sulla fondatezza dell’accusa, le dichiarazioni rese, prima del
dibattimento, da imputati che si sono avvalsi della facoltà di non rispondere non
può privare l’imputato del diritto di esaminare o di fare esaminare in
contraddittorio qualsiasi elemento di prova sostanziale a carico.
Ne discende l’illegittimo utilizzo, da parte dei giudici di entrambi i gradi di
giudizio, delle dichiarazioni rese da Ferrandi al curatore fallimentare.
4. Tanto premesso, la sentenza impugnata va scrutinata in base agli ulteriori
elementi utilizzati contro Driussi, al fine di verificare se, prescindendo dalle
dichiarazioni del coimputato, residui un congruo apparato argonnentativo idoneo
a sorreggere la conclusione cui sono pervenuti i giudicanti.
Al quesito deve darsi risposta affermativa. La responsabilità di Driussi è stata
fatta derivare dall’iniziativa, da lui presa, di dar vita alla Draius Costruzioni Edili
srl, individuando le persone dei soci (D’Aronco e Corrieri) e dell’amministratore
formale (Corrieri), nonché del soggetto che sarebbe divenuto l’amministratore
effettivo (Ferrandi, indicato da Driussi come soggetto in grado di apportare un
portafoglio clienti). A comprova del fatto che la società era una diretta
derivazione di Driussi, costituita, secondo i giudici di merito, al fine di realizzare i
propositi delittuosi dell’imputato, sta il fatto – sottolineato in sentenza – che
Driussi dette persino alla società il suo nome inglesizzato e assicurò a D’Aronco
che avrebbe sovrinteso, dall’esterno, all’attività della stessa; inoltre, tenne
direttamente – attraverso il suo studio – la contabilità dell’impresa, che ebbe,
come compito principale, quello di realizzare una villa di proprietà della moglie. Il
fatto che, nell’esercizio concreto, la società operò secondo le sue direttive è
dimostrato, poi, secondo i giudicanti, dal fatto che, in base a quanto accertato
dal curatore, Driussi s’era dato da fare per ottenere linee di credito dalle banche;
dal fatto che alcune fatture false (perché relative ad operazioni inesistenti e
presentate alle banche per lo sconto) furono emesse a favore di clienti dello
studio Driussi; dal fatto che un fornitore (Cosatti), a fronte del mancato
pagamento delle fatture, si rivolse a Driussi per avere soddisfazione (a lui era
stato mandato da Ferrandi); dal fatto che era stato Driussi a far conoscere a
Fasan, suo cliente, la Draius ed il Ferrandi e che fu Driussi a chiedere a Fasan di
pagare in contanti una fattura; dallo stesso Fasan è stato appreso che tutti i
pagamenti a mani del Ferrandi furono eseguiti, dal committente, nello studio di
Driussi (pag. 37 della sentenza d’appello). A tanto va aggiunto che, secondo
quanto riferito da D’Aronco, Driussi richiese l’invio al suo studio dei SAL (Stati
Avanzamento Lavori) relativi ai lavori di costruzione della villa della moglie, al
fine di determinare l’importo delle ennittendi fatture.
Trattasi, secondo ogni logica, di elementi effettivamente indicativi della
compartecipazione di Driussi alle attività illecite dell’amministratore formale e
dall’altro amministratore di fatto, perché rivelano che Driussi si servì di soggetti
privi di autonoma capacità di determinazione per mandare a compimento un
progetto delittuoso personalmente elaborato. Quanto è detto in sentenza (ed è
stato sopra sintetizzato) rivela, infatti, che l’imputato decise la nascita e la
composizione personale della società fallita, scegliendo per essa un soggetto
(Corrieri, cuoco operante altrove) inesperto e disinteressato alle sorti della
società (ma non ai vantaggi che potevano derivargli), ponendolo a capo,
formalmente, della compagine amministrativa; inoltre, decise l’inserimento nella
stessa di un seminfermo di mente (Ferrandi), destinato ad esporsi nei riguardi
dei terzi e guidandolo nel compimento delle operazioni lecite ed illecite della
società: vale a dire, in regime di concorso con lui (e con l’amministratore di
diritto). Tanto è stato desunto dalle dichiarazioni di D’Aronco, ma anche dagli
accertamenti effettuati dal curatore e dalle dichiarazioni dei (pochi) committenti
e fornitori della società, sopra riportate. Il percorso argomentativo seguito nella
sentenza è pienamente osservante dei criteri di valutazione della prova dettati
dall’art. 192 c.p.p., anche sotto il profilo dell’apprezzamento di quelli che nella
motivazione sono considerati indici rivelatori, e che possono agevolmente
ricondursi alla nozione di indizi gravi, precisi e concordanti.
Nessun rilievo ha, pertanto, il fatto, ripetutamente sottolineato dal suo
difensore, che Driussi non pose in essere, personalmente, nessun atto tipico di
gestione, giacché la sua responsabilità nella bancarotta è stata ricollegata
all’influenza da lui esercitata sugli organi gestori, di diritto o di fatto: influenza
che ha assunto – secondo i giudicanti – caratteri tanto marcati da fare di lui un
determinatore al delitto ( e non un soggetto avente “generica influenza sulla vita
sociale”). Tanto, in linea con l’imputazione elevata nei suoi confronti, che è
quella di concorrente – con l’amministratore di diritto e con l’altro
amministratore di fatto – nella bancarotta societaria; vale a dire, in base ad un
titolo di imputazione certamente adeguato alla natura del reato contestato. Non
va dimenticato, invero, che il concorrente nel reato risponde non solo degli atti
personalmente posti in essere, ma anche di quelli posti in essere dai soggetti con
cui abbia consapevolmente cooperato nella determinazione dell’evento
delittuoso. Per il resto, le critiche difensive alla sentenza impugnata sono
inammissibili o inidonee a scalfire l’impianto argomentativo, in quanto: a)
l’apprezzamento della credibilità dei testi (di D’Aronco, nella specie) è rimessa al
giudice di merito e la determinazione di quest’ultimo è incensurabile in sede di
legittimità, laddove, come nella specie, sia condotta in base a parametri della
logica e non sia smentita da altre, certe e soverchianti emergenze processuali,
desumibili dalla stessa sentenza o da atti del processo – non apprezzati dal
giudicante – specificamente indicati; b) esula dai poteri della Corte di Cassazione
quello di una diversa lettura degli elementi di fatto posti a fondamento della
decisione, la cui valutazione è riservata in via esclusiva al giudice di merito senza
che possa integrare vizio di legittimità la mera prospettazione di una diversa
valutazione delle risultanze processuali ritenute dal ricorrente più adeguate
(tanto vale per le dichiarazioni del curatore, di Fio Anna, di Traine Giuseppina, di
Michelin Maddalena, di Cosatti, di Fasano, che il ricorrente pretende, in maniera
inammissibile, di rivalutare a proprio favore); c) le dichiarazioni di Ferrandi non
possono essere valutate contro l’imputato, ma nemmeno a suo favore
(inammissibilmente, pertanto, il ricorrente rimanda alle dichiarazioni di
quest’ultimo per l’individuazione del soggetto che “faceva le fatture”); d) in
sentenza non si legge – contrariamente all’assunto del ricorrente – che prestare
consulenza finanziaria alla società “integra una forma di gestione”, avendo
invece i giudici di merito stigmatizzato l’attivismo di Driussi nell’apertura di linee
di credito utilizzate, poi, per distrarre beni societari mediante l’emissione di
fatture false; e) la contabilità era pacificamente tenuta dallo studio dell’imputato:
poco rileva, quindi, che fossero i suoi dipendenti ad effettuare le registrazioni
contabili, posto che la circostanza è stata valorizzata dalla Corte d’appello per
dimostrare la perfetta conoscenza delle dinamiche societarie da parte
dell’imputato e l’opportunità che gli era data, per tale via, di concorrere nella
bancarotta documentale, concretamente desunta, poi, dagli altri e significativi
elementi probatori sopra passati in rassegna.
Ne deriva che il giudizio espresso dal Tribunale e dalla Corte d’appello, che
hanno proceduto ad una disamina esaustiva e penetrante delle fonti di prova e
delle contrapposte versioni, non merita di essere censurata con l’annullamento, a
fronte della indebita utilizzazione delle dichiarazioni di Ferrandi, posto che il
compendio residuo fornisce, comunque, adeguata dimostrazione della
responsabilità di Driussi nella bancarotta patrimoniale e documentale e posto che
il ricorso dell’imputato si sostanzia, per il resto, nella riproposizione di doglianze
dirette alla rivalutazione di circostanze di fatto già correttamente esaminate in
sede di merito.
5. Infondato, infine, è il motivo relativo alla determinazione della pena base, che
è stata determinata in anni quattro di reclusione in considerazione della gravità
del reato e della “caratura” professionale dell’imputato, che lo faceva
maggiormente consapevole – rispetto ai concorrenti nel reato – del disvalore
sociale e giudico della condotta: vale a dire, in base a parametri che hanno base
nell’art. 133 cod. pen. e costituiscono – pertanto – legittimo riferimento per
l’esercizio del potere sanzionatorio.
6. E’ fondata, invece, la doglianza relativa alla bancarotta preferenziale
contestata al capo a), punto 3 (pagamento a Driussi della somma di C 20.000
per la tenuta della contabilità); bancarotta che, commessa (o divenuta punibile,
a seconda della qualificazione della pronuncia di fallimento nel contesto del reato
di bancarotta) il 13/1/2006, era già prescritta alla data della sentenza d’appello,
emessa il 9 giugno 2015. Parimenti fondata è la doglianza relativa al trattamento
sanzionatorio riservatogli dalla Corte d’appello, posto che la pena base è stata
ridotta unicamente per la concessione delle attenuanti generiche, senza tener
conto della prescrizione del reato di cui al capo B (ricorso abusivo al credito),
pure dichiarata in sentenza. Questa va pertanto annullata sul punto nei confronti
di tutti gli imputati – in considerazione dell’effetto estensivo della pronuncia di
annullamento – con rinvio al giudice a quo per la rideterminazione della pena.

P.Q.M.
Annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente alle ipotesi di
bancarotta preferenziale elencate nel capo A) e precisamente con riferimento
all’importo di C 15.930,04 e ai pagamenti di cui al punto 3, perché estinti per
prescrizione; rigetta nel resto i ricorsi e rinvia ad altra sezione della Corte
d’appello di Trieste per la rideterminazione del solo trattamento sanzionatorio.
Così deciso 1’8/3/2017

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