Reati Fallimentari – Cassazione Penale 18/10/2016 N° 44103

Reati fallimentari – Cassazione penale 18/10/2016 n° 44103 leggi la sentenza gratuitamente su leggesemplice.com

Cassazione penale

Consulta tutte le sentenze della cassazione penale

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine Pagina 1Pagina 2

Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione V

Data: 18/10/2016

Numero: 44103

Testo completo della Sentenza Reati fallimentari – Cassazione penale 18/10/2016 n° 44103:

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine  Pagina 1Pagina 2

TESTO DELLA SENTENZA

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. V PENALE – SENTENZA 18 ottobre 2016, n.44103 – Pres. Bruno – est. Pistorelli
Fatto e diritto

1. Con la sentenza impugnata la Corte d’appello di Napoli ha confermato la condanna di F.C. e C.G. per i reati di bancarotta fraudolenta patrimoniale e di cagionamento del fallimento per effetto di operazioni dolose commessi nelle loro rispettive qualità di amministratore delegato e di presidente del consiglio di amministrazione della (omissis) , dichiarata fallita nel corso del (…). L’imputazione cui si riferisce la condanna riguarda plurimi fatti lesivi dell’integrità patrimoniale della fallita commessi attraverso le operazioni ad oggetto il centro sportivo e funzionale ‘(…)’ (dove peraltro (…) aveva la sua sede), nonché il complesso immobiliare sito in località (omissis) nel quale era prevista la costruzione di un ulteriore centro sportivo. Nel primo caso viene contestato che, dopo due mesi dall’acquisto da parte di (…) del complesso sportivo (che la fallita aveva già in uso essendo stato acquisito in locazione finanziaria da (…), società del gruppo F. ), lo stesso veniva rivenduto con patto di riscatto a (omissis) (società invece riconducibile al C. ), la quale lo prometteva in locazione alla stessa (…). Successivamente all’assunzione da parte dei due imputati della guida formale della fallita, (…) rinunziava al patto di riscatto e, nello stipulare il contratto definitivo di locazione, accettava condizioni ritenute più onerose di quelle originariamente pattuite (in ordine alla durata del rapporto, all’entità del canone e agli oneri accessori) e contestualmente veniva redatta scrittura privata contenente la promessa da parte di (omissis) di cedere alla fallita il contratto di locazione finanziaria comprensivo del diritto di riscatto del complesso immobiliare che la società del C. in realtà concluse solo alcune settimane dopo nella forma del sale and lease back, con cessione dunque del bene alle società erogatrici. Quanto all’operazione relativa al centro (omissis) , oggetto di contestazione è la decisione di procedere all’acquisto definitivo del bene – che già era stato dato in locazione alla fallita – da (…) che ne era la proprietaria, nonostante si fossero avverate le condizioni risolutive previste nel preliminare stipulato alcuni anni prima e sulla venditrice gravasse istanza di fallimento presentata da una delle banche creditrici, nonché la mancata realizzazione delle opere per cui era stata rilasciata concessione edilizia nei termini fissati dalla stessa, con conseguente depauperamento del valore del bene.

2. Avverso la sentenza ricorrono entrambi gli imputati a mezzo dei rispettivi difensori.

2.1 D ricorso proposto nell’interesse del F. articola tre motivi.

2.1.1 Con il primo vengono dedotti errata applicazione della legge penale e vizi della motivazione in merito alla ritenuta configurabilità del reato contestato in relazione alla vicenda del Centro (…). In proposito il ricorrente lamenta che la Corte territoriale, nel ricostruire l’operazione relativa al suddetto bene, avrebbe illogicamente trascurato come la sua cessione alla società del C. avesse generato una cospicua plusvalenza rispetto al prezzo d’acquisto del medesimo, plusvalenza peraltro in larga parte monetizzata già prima del momento in cui la (…) prese in locazione il centro dall’acquirente e rilevò dallo stesso il contratto di sale and leaseback da questi nel frattempo stipulato con due finanziarie. Parimenti i giudici del merito avrebbero illogicamente ed immotivatamente svalutato la genesi del dissesto della fallita, da attribuirsi alla rilevante decurtazione dei diritti televisivi conseguita alla retrocessione della squadra del (…) nella serie cadetta nel (…), nonché l’impossibilità per la fallita di accedere direttamente al credito bancario per garantirsi l’operatività finanziaria gravemente compromessa dal suddetto evento in forza dei limiti posti in tal senso dalla l. n. 91/1981 e delle conseguenze previste per la loro violazione. In definitiva il giudice dell’appello, ad avviso del ricorrente, avrebbe errato nel ricostruire come dissipativa un’operazione invece legittima e necessaria per finanziare la fallita, consentendole di proseguire la propria attività.

2.1.2 Analoghi vizi vengono dedotti con il secondo motivo in relazione all’acquisto del centro sportivo di (omissis) . In particolare viene contestata la tenuta logica e giuridica della sentenza impugnata nella misura in cui la stessa rimprovera all’imputato una mera scelta imprenditoriale per sua natura discrezionale. In tal senso il ricorrente osserva come gli stessi giudici dell’appello abbiano ammesso che la (…) fungeva da ‘cerniera finanziaria’ della fallita e ciononostante abbiano svalutato il rischio della fallita – qualora non avesse onorato il preliminare di vendita consentendo alla venditrice di finanziarsi – di vedere escussa la fideiussione prestata in favore della menzionata società per i debiti della stessa assunti con il sistema bancario. Né le circostanze addotte in motivazione a fondamento dell’asserita natura dissipatoria della scelta operata avrebbero imposto – come invece ritenuto dalla Corte territoriale – di soprassedere all’acquisto, atteso che solo una delle banche creditrici di (…) aveva proposto istanza per il suo fallimento, cosicché l’esito concorsuale non poteva ritenersi certo, con il conseguente ulteriore rischio di dare vita ad un contenzioso con la cedente a causa del mancato rispetto del suddetto preliminare. Non di meno i giudici dell’appello non avrebbero tenuto conto del rilevante valore del bene acquistato, entrato a far parte della garanzia patrimoniale dei creditori della fallita, e, per l’appunto, del rischio di una pesante erosione di tale garanzia a seguito della prevedibile escussione della citata fideiussione. La motivazione della sentenza sarebbe poi apodittica in merito alla ritenuta perdita di valore del bene in conseguenza della scadenza della concessione edilizia, atteso che nel preliminare non era stato precisato a chi competesse realizzare le opere previste e che la stipula del contratto definitivo doveva intervenire in un termine sufficiente alla loro realizzazione. Spettava dunque alla Corte territoriale l’onere di dimostrare che il ritardo nella conclusione della vendita fosse addebitabile alla fallita piuttosto che alla (…) ovvero, come più probabile, alla necessità di reperire attraverso la cessione del Centro (…) le risorse finanziarie per l’acquisto di quello di (omissis) . Invero, secondo il ricorrente, ciò che i giudici del merito avrebbero ignorato o illogicamente svalutato è l’evidente connessione tra le due operazioni, sufficiente ad escludere alcun intento dissipativo, giacché la vendita del Centro (…) e il successivo acquisto del contratto di leasing ad oggetto il medesimo ha conservato la possibilità di riscattare il bene e di reperire i mezzi per evitare invece la perdita dell’immobile di (omissis) . Sul punto il ricorso lamenta infine l’omessa considerazione da parte dei giudici del merito delle valutazioni compiute nella perizia giurata dell’ing. Cr. , anche sulla base di quelle compiute dall’ing. Ca. e nella consulenza L. in merito alla mancata perdita di valore del bene a seguito della scadenza della concessione edilizia, fondandosi le conclusioni rassegnate in sentenza esclusivamente sul parere del perito Z. , formulate a ben cinque anni dai fatti al contrario di quelle effettuate dai citati Cr. e Ca. in epoca prossima agli stessi.

2.1.3 Con il terzo motivo il ricorrente lamenta ancora errata applicazione della legge penale e difetto di motivazione in merito al titolo di imputazione del reato al F. , rilevando come la sua responsabilità sia stata affermata in relazione ad una contestazione elevata in riferimento all’art. 40 cpv. c.p., senza che la sentenza abbia chiarito quale sarebbe al fonte dell’obbligo giuridico presuntivamente violato, posto che oggetto di contestazione sarebbero mere scelte gestionali di natura discrezionali, al più rimproverabili esclusivamente ai sensi dell’art. 2634 c.c., costituendo invece una violazione del principio di correlazione l’intervenuta condanna per una condotta attiva di dissipazione. Non di meno, con riferimento all’elemento psicologico del reato, la sentenza avrebbe trascurato le valutazioni del curatore sulla sostanziale mera inadeguatezza della gestione, nonché il fatto che l’azione di responsabilità intentata nei confronti degli amministratori è stata rigettata in entrambi i gradi di merito.

2.2 Il ricorso proposto nell’interesse del C. articola otto motivi.

2.2.1 Con il primo articolato motivo vengono dedotti errata applicazione della legge penale e vizi della motivazione in merito alla sussistenza del reato di bancarotta dissipativa in relazione all’operazione (…) di cui al capo 1 sub A. Sotto un primo profilo il ricorrente rileva come la sentenza abbia accomunato nella valutazione di dannosità per la fallita sia i negozi dell’aprile del 2000, che quelli stipulati il successivo settembre, giungendo alla conclusione che (omissis) sarebbe stata immotivatamente interposta, traendone vantaggio, nell’operazione tesa al finanziamento di (…). In proposito il ricorso eccepisce innanzi tutto come all’epoca delle prime pattuizioni il C. non rivestisse ancora la qualifica formale integrante il titolo soggettivo di imputazione del reato (avendo assunto la carica di presidente del CdA della fallita solo nel luglio del (…)), mentre mai gli sia stata contestata quella di concorrente extraneus nello stesso. In secondo luogo viene contestata la tenuta logica della valutazione compiuta dalla Corte territoriale in merito alla natura dell’operazione alla luce delle risultanze processuali, le quali dimostrerebbero come la mobilizzazione del bene fosse all’epoca l’unica soluzione praticabile per garantire alla fallita la liquidità necessaria per affrontare la stagione sportiva ed evitare il sostanziale azzeramento del valore del parco giocatori, attesa l’impossibilità di ricorrere al mercato del credito e i vincoli posti dalla l. n. 91/1981, nonché le conseguenze, non solo di natura sportiva, previste per il loro mancato rispetto. Né la successiva stipula da parte della citata (omissis) del contratto di sale and lease back può, secondo il ricorrente, essere logicamente interpretata alla stregua di una interposizione, atteso che la società era a tutti gli effetti divenuta proprietaria del centro (…). Illogica, in quanto fondata su una valutazione parziale ed erronea dei dati fattuali, sarebbe altresì la valutazione sulla ontologica identità tra i negozi stipulati ad aprile e quelli del successivo settembre, la cui comparazione rivela invece l’intrinseca diversità della loro natura, trovando giustificazione la differente onerosità per le casse della fallita nella circostanza che nel secondo caso i canoni dovuti erano quelli relativi alla locazione finanziaria. Maggior onere peraltro controbilanciato dalla più concreta ed agevole possibilità di riscattare il bene rispetto a quella offerta dalla clausola inserita nell’originario contratto di vendita dello stesso a (omissis) . Sotto diverso profilo il ricorso lamenta inoltre il difetto di motivazione in ordine alla natura effettivamente dissipatoria dell’operazione, la quale può essere ritenuta solo a seguito di una valutazione che tenga conto del settore di attività della fallita, delle finalità perseguite attraverso il negozio che si assume integrare l’illecito contestato (rimanendo irrilevante la sua eventuale eccentricità rispetto all’oggetto sociale), nonché della sua idoneità – secondo una valutazione condotta ex ante e non ex post – a soddisfare le esigenze economiche della società.

2.2.2 Analoghi vizi vengono dedotti con il secondo motivo di ricorso con riguardo alla ritenuta rilevanza penale dell’operazioni (omissis) . In larga parte il ricorrente ripropone le medesime doglianze e argomentazioni svolte con il secondo motivo del ricorso del F. , alla cui illustrazione è dunque sufficiente rinviare. Va comunque evidenziato come la difesa del C. in maniera ancor più accentuata critichi quello che individua come il fondamento della conclusione cui è pervenuta la Corte territoriale, sottolineando come questo si risolva nell’indebita valutazione del merito della scelta imprenditoriale di onorare il preliminare stipulato con (…) piuttosto che rischiare l’escussione della fideiussione prestata in favore della medesima. Non di meno la sentenza impugnata risulterebbe apodittica nella misura in cui, nel comparare le due opzioni, non avrebbe spiegato perché la prima sarebbe stata preferibile. Ancora il ragionamento dei giudici del merito è, per il ricorrente, viziato nella sua premessa per cui (…) avrebbe potuto non dare corso alla stipulazione del definitivo nel timore del possibile fallimento della controparte, atteso che nel caso di specie verrebbe in conto non già il disposto dell’art. 1461 c.c. (come contestato nell’imputazione e ritenuto in sentenza), bensì quello dell’art. 1481 c.c., che al più avrebbe consentito la mera sospensione dell’obbligazione, facoltà di cui in realtà, a mente del secondo comma dell’articolo da ultimo citato, la fallita nemmeno avrebbe potuto avvalersi. Ed invero, anche ritenendo applicabile nel caso di specie la prima delle disposizioni menzionate, i giudici del merito non avrebbero tenuto conto dell’insussistenza delle condizioni individuate dalla giurisprudenza per la sua effettiva operatività. Quanto poi alla concretezza del rischio di fallimento di (…), la sentenza avrebbe trascurato di considerare come l’istanza in tal senso proposta da una delle banche finanziatrici della società sia stata successivamente respinta dal Tribunale di Napoli nel novembre del 2000, evento che, rimuovendo il pericolo di escussione della fideiussione, dimostrerebbe la validità della scelta di consentire alla stessa (…) di avere le risorse per rientrare dall’esposizione bancaria. Né l’iniziativa di un sola delle banche creditrici avrebbe realizzato la condizione risolutiva del preliminare, come ritenuto dalla Corte territoriale, la quale in proposito avrebbe omesso di valutare le risultanze documentali di segno contrario evidenziate con il gravame di merito. Il ricorrente eccepisce poi che, in realtà, oggetto dell’addebito di cui al capo 1 sub B fosse esclusivamente l’aver lasciato scadere la concessione edilizia, provocando una svalutazione del bene, ma non già la conclusione dell’acquisto del medesimo.

2.2.3 Con il terzo motivo vengono denunciati errata applicazione della legge penale e vizi della motivazione con riguardo alla sussistenza dell’elemento soggettivo del reato contestato, difettando nel caso di specie la coscienza e volontà dell’imputato di agire in spregio alle ragioni dei creditori attesa la giustificazione economica delle operazioni contestate. Gli stessi vizi, nonché quello di violazione di legge, vengono dedotti con il quarto motivo in ordine all’affermato concorso materiale tra il delitto di bancarotta patrimoniale e quello di cui all’art. 223 comma 2 n. 2 legge fall., reato quest’ultimo invece assorbito nel primo e in relazione alla cui configurabilità in concreto in ogni caso la sentenza avrebbe omesso di motivare. Conseguentemente con il quinto motivo viene eccepita l’insussistenza dell’aggravante della pluralità dei fatti di bancarotta, ritenuta dai giudici del merito proprio in ragione dell’affermato concorso materiale tra i due reati menzionati in precedenza.

2.2.4 Con il sesto motivo viene eccepita violazione di legge in merito al rigetto della richiesta ex art. 603 c.p.p. ad oggetto l’acquisizione della sentenza con la quale il Tribunale di Napoli ha deciso in ordine all’azione di responsabilità degli amministratori della fallita; rigetto motivato dal difetto delle condizioni per l’applicazione dell’art. 238 c.p.p., mentre la menzionata sentenza poteva essere acquisita come documento ai sensi dell’art. 234 c.p.p. Con il settimo motivo il ricorrente lamenta invece errata applicazione della legge penale e vizi della motivazione in ordine alla denegata concessione delle attenuanti generiche, mentre con l’ottavo denuncia violazione di legge e vizi di motivazione in merito al motivo aggiunto d’appello con il quale la difesa aveva eccepito la nullità della sentenza di primo grado per la mancata sottoscrizione della stessa da parte del Presidente del collegio, non essendo ragione idonea a giustificare l’omissione la collocazione a riposo dello stesso.

3. L’8 giugno 2016 la difesa del C. ha depositato motivi nuovi, producendo in realtà una serie di documenti estratti dagli atti processuali a supporto dei rilievi svolti con l’impugnazione principale.

Considerato in diritto

1. I ricorsi sono fondati nei limiti di seguito esposti.

2. Pregiudiziale è l’esame di alcune eccezioni processuali dedotte dai ricorrenti.

2.1 Inammissibile è innanzi tutto quella di cui all’ottavo motivo del ricorso del C. . Deve infatti rilevarsi come la stessa sia stata sollevata per la prima volta con i motivi aggiunti d’appello e quindi intempestivamente, atteso che quella prospettata con la suddetta eccezione è una nullità relativa e non assoluta (Sez. Un., n. 14978/13 del 20 dicembre 2012, R.D., Rv. 254671). Irrilevante è dunque la motivazione con la quale il giudice dell’appello ha rigettato la suddetta eccezione, che in realtà non avrebbe dovuto nemmeno prendere in considerazione. Motivazione che comunque deve ritenersi corretta, dovendosi ribadire che costituisce impedimento del presidente del collegio, che consente la sottoscrizione della sentenza da parte del componente anziano, il collocamento a riposo dello stesso, il quale causa la cessazione dell’appartenenza all’ordine giudiziario (Sez. 6, n. 3920 del 14 gennaio 2009, Franzè, Rv. 242529).

2.2 Inammissibile sotto diversi profili è anche l’eccezione relativa alla violazione del principio di correlazione sollevata con il terzo motivo del ricorso del F. . Innanzi tutto dal testo dell’atto di impugnazione non è nemmeno dato comprendere se il ricorrente abbia voluto effettivamente sollevare la suddetta eccezione, introdotta attraverso l’ambigua formula ‘e ciò a prescindere dall’eventuale nullità della sentenza per violazione dell’art. 521 c.p.p.’, che, tra l’altro, non trova riscontro nell’intestazione del motivo, dove non viene evocato il vizio di violazione di legge ex art. 606 lett. c) c.p.p. Non di meno va rilevato che si tratta di eccezione manifestamente infondata. Ed infatti dalla formulazione del capo d’imputazione sub 1), per quanto riguarda la posizione del F. , inequivocabilmente emerge che a quest’ultimo è stata contestata una condotta commissiva consistita nella deliberazione ed attuazione degli atti gestionali considerati dissipativi del patrimonio della fallita. Altrettanto inequivocabilmente risulta che l’evocazione dell’art. 40 c.p. e della condotta di mancato impedimento, pure descritta nell’imputazione, è riferita esclusivamente alla posizione del coimputato T. (peraltro assolto già in primo grado), coinvolto nell’accusa nella sua qualità di presidente del collegio sindacale di (…). In tal senso alcuna distonia sussiste tra il fatto contestato all’imputato e quello ritenuto in sentenza, in riferimento al quale peraltro egli ha effettivamente svolto le proprie difese nei gradi di merito. Infine va ribadito, in sintonia con il consolidato insegnamento di questa Corte, come l’eventuale condanna dell’amministratore di una società per una condotta commissiva a fronte di un originario addebito omissivo (o viceversa) nell’ambito della contestazione di un fatto di bancarotta patrimoniale rimasto immutato nei suoi tratti essenziali non costituisce una violazione del principio di correlazione (Sez. 5, n. 39329 del 20 settembre 2007, Gili, Rv. 238210; Sez. 5, n. 25432 del 11 aprile 2012, De Mitri e altri, Rv. 252991).

2.3 Manifestamente infondata è l’analoga eccezione svolta con il secondo motivo del ricorso del C. (p. 31 dell’atto d’impugnazione). Anche in questo caso è invero dubbia la stessa volontà del ricorrente di formalizzarla effettivamente (non avendola anche in questo caso menzionata nell’intestazione del motivo). Non di meno il rilievo del ricorrente per cui l’oggetto della contestazione nel capo 1 sub B sarebbe esclusivamente la perdita di valore del complesso della (omissis) per la mancata realizzazione delle opere autorizzate nei termini fissati dalla concessione edilizia è manifestamente infondato. Dalla semplice lettura dello stesso capo d’imputazione si ricava, infatti, in maniera inequivocabile come sia stato contestato ai ricorrenti a titolo di dissipazione anche il mero fatto di aver proceduto all’acquisto definitivo del bene pur non sussistendone l’obbligo, come agevolmente si ricava, tra l’altro, dalla circostanza che la parte della contestazione relativa al mancato sfruttamento della concessione edilizia è introdotta dalla formula ‘senza inoltre provvedere’.

2.4 Inammissibile è altresì il sesto motivo del ricorso del C. , che si fonda su presupposti manifestamente infondati. La Corte territoriale ha giustamente respinto l’istanza di rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale ad oggetto l’acquisizione di una sentenza civile, per di più non definitiva.

2.4.1 In proposito va infatti ricordato come questa Corte abbia ripetutamente affermato che l’acquisibilità delle sentenze divenute irrevocabili ai fini della prova dei fatti in esse accertati ai sensi dell’art. 238-bis c.p.p. riguarda esclusivamente le sentenze pronunziate in altro procedimento penale e non anche quelle pronunziate in un procedimento civile, attese le evidenti e sostanziali asimmetrie in ordine alla valutazione della prova che caratterizzano i due diversi ordinamenti processuali (ex multis Sez. 5, n. 14042 del 4 marzo 2013, Simona ed altri, Rv. 254981).

2.4.2 Se dunque nemmeno la sentenza civile definitiva può essere acquisita ed utilizzata nel procedimento penale a fini della prova dei fatti in essa valutati e ricostruiti (a meno che, ovviamente, oggetto di prova non sia per qualche ragione la sua stessa esistenza o le vicende processuali in essa rappresentate), men che meno può esserlo quella non definitiva, conseguendone la piena legittimità del rigetto dell’istanza ex art. 603 c.p.p. avanzata dalla difesa dell’imputato nel giudizio d’appello, in quanto per l’appunto mirata all’acquisizione di un atto privo di vocazione probatoria nel processo penale in merito ai fatti in essa rappresentati.

2.4.3 Destituita di qualsiasi fondamento è poi la tesi sostenuta dal ricorrente per cui la sentenza emessa nel giudizio ex art. 2409 c.c. avrebbe potuto essere acquisita ex art. 234 c.p.p., costituendo in ogni caso un documento ai sensi della disposizione da ultima citata. Ed infatti tale disposizione deve essere necessariamente letta in coordinamento sistematico con quelle di cui agli artt. 236, 238 e 238-bis c.p.p., attraverso cui il legislatore ha chiaramente voluto dettare una disciplina autonoma e speciale per i verbali di prove assunte nel corso di un processo e per le sentenze, che pure formalmente rientrano nel concetto di ‘documento’ così come delineato nell’art. 234, che non può dunque essere invocato per aggirare i limiti di acquisizione dei suddetti atti fissati dalla norme citate (nello stesso senso, perfino con riferimento alla sentenza penale non definitiva emessa in altro procedimento v. Sez. Un., n. 33748 del 12 luglio 2005, Mannino, Rv. 231677).

3. Venendo alle altre censure avanzate dai ricorrenti, infondate e per certi versi inammissibili devono ritenersi quelle proposte con il primo motivo del ricorso del F. .

3.1 Manifestamente infondata è innanzi tutto l’obiezione per cui i giudici del merito, nel concludere per la penale rilevanza dell’operazione finanziaria ad oggetto il centro (…), non avrebbero tenuto conto della plusvalenza generata dalla vendita alla (omissis) del bene ad un prezzo superiore a quello per cui lo stesso era stato solo due mesi prima acquistato dalla società di leasing che ne era proprietaria. La sentenza non solo ha registrato il dato, ma ha evidenziato come il depauperamento della garanzia patrimoniale di cui l’imputato deve ritenersi responsabile risieda per l’appunto nel fatto che, attraverso gli ulteriori sviluppi dell’operazione, la fallita ha finito per assumere oneri complessivamente superiori al valore della suddetta plusvalenza, raggiungendo un risultato pratico (l’utilizzabilità del bene per gli scopi sociali) che era già stato acquisito di fatto ab origine – addirittura cioè da quando lo stesso era stato concesso in locazione finanziaria alla (…) (facente capo al F. ) – e comunque era stato nuovamente conseguito a condizioni più favorevoli al momento della cessione a (omissis) del centro attraverso la contestuale stipulazione del primo contratto di locazione con la società del C. . Concentrare il senso della menzionata operazione sul primo segmento, al fine di valorizzarne il significato economico di segno positivo, è dunque logicamente scorretto e, soprattutto, non in linea con le risultanze processuali esposte, che ne evidenziano l’ispirazione unitaria, peraltro contraddittoriamente rivendicata dallo stesso ricorrente.

3.2 La manifesta infondatezza della doglianza, infatti, emerge proprio dalle ulteriori obiezioni svolte con il motivo in esame, attraverso cui si lamenta come la Corte territoriale non avrebbe colto l’effettiva essenza dell’intera operazione (per l’appunto unitariamente considerata) e cioè utilizzare il bene – pur mantenendone la costante disponibilità al servizio della società – per procurarsi quella liquidità necessaria a consentire alla fallita il prosieguo dell’attività sportiva in un frangente in cui la sua situazione non le consentiva l’accesso diretto al credito bancario.

3.3 Tale censura si fonda innanzi tutto sull’assunto per cui le disposizioni della I. n. 91/1981 avrebbero precluso per l’appunto a (…) l’accesso a canali di finanziamento, per così dire, più diretti. Ipotesi che in realtà poggia su presupposti giuridici errati e non solo o non tanto per le ragioni rilevate in sentenza. Ed infatti la questione non è tanto se, come ricordato dai giudici dell’appello, l’eventuale negazione da parte degli organi federali dell’approvazione prevista dal secondo comma dell’art. 12 della legge menzionata non avrebbe compromesso la validità di eventuali contratti di mutuo stipulati con le banche, quanto, piuttosto, che lo stesso assoggettamento degli atti di gestione delle società professionistiche all’approvazione preventiva dell’autorità sportiva è stato abolito dal d.l. n. 495/1996 (conv. con l. 586/1996), il quale ha invece configurato un più generico potere di verifica successiva da parte di quest’ultima sull’equilibrio finanziario delle suddette società ed abrogato proprio il menzionato secondo comma dell’articolo citato.

3.4 Pertanto nel 2000 (epoca in cui sono state compiute le operazioni incriminate) (…) poteva rivolgersi al mercato del credito senza necessità di ottenere preventive autorizzazioni di sorta. Prova ne sia che essa, nel contesto della medesima operazione, come si è ricordato e come opportunamente sottolineato dalla sentenza impugnata (obiezione con la quale peraltro il ricorrente non si è confrontato), ha provveduto a vendere a (omissis) il centro (…) senza che tale cessione risulti essere stata approvata dagli organi sportivi (né il ricorrente ha sostenuto il contrario), mentre l’abrogato secondo comma del citato art. 12 prevedeva, per l’appunto, un vincolo di tal genere anche per gli atti alienazione degli immobili delle società assoggettate all’ordinamento sportivo. È sì vero che l’autorità sportiva conservava, in caso di esito non positivo della menzionata verifica sull’equilibrio finanziario della società, il potere di adottare i provvedimenti previsti dai regolamenti federali, ma va da sé che la soluzione nell’immediato della crisi di liquidità, asseritamente in grado di pregiudicare l’iscrizione al campionato, attraverso l’assunzione di pesanti oneri in grado di appesantire la situazione finanziaria di (…) è operazione contraddittoria e che in realtà rivela esclusivamente l’intenzione di ritardare l’ineluttabile sorte della società, riducendo la residua garanzia patrimoniale del ceto creditorio. Infatti eccepire il timore che gli organi sportivi avrebbero contestato l’accesso al mercato del credito, significa sostanzialmente ammettere l’incapacità di (…) di rispettare i parametri federali in ragione di una situazione di virtuale decozione nella quale si è scelto di aggravare consapevolmente lo squilibrio finanziario della società incidendo negativamente sulla sua consistenza patrimoniale in assenza di effettive prospettive. Né può per l’appunto rappresentare una giustificazione dell’operato degli imputati il fatto che alla società fosse di fatto precluso l’accesso ordinario al credito bancario, proprio perché tale preclusione era conseguenza di una non più sostenibile situazione debitoria. Non solo, il ricorrente è altresì contraddittorio laddove giustifica l’urgenza del reperimento di liquidità con la necessità di fronteggiare le spese dell’imminente campionato, ma al contempo, successivamente, evidenzia come l’operazione (…) sarebbe stata il mezzo necessario per acquisire la finanza necessaria ad effettuare l’operazione (omissis), rivelando la pretestuosità ed evanescenza dell’argomentazione.

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine  Pagina 1Pagina 2