Reati Contro L’incolumità Pubblica – Cassazione Penale 06/04/2017 N° 17558

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Tipo: Cassazione Penale

Sezione: Sezione II

Data: 06/04/2017

Numero: 17558

Testo completo della Sentenza Reati contro l’incolumità pubblica – Cassazione Penale 06/04/2017 n° 17558:

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Penale Sent. Sez. 2 Num. 17558 Anno 2017
Presidente: DIOTALLEVI GIOVANNI
Relatore: PAZZI ALBERTO
Data Udienza: 08/03/2017

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
Preiti Giuseppe, nato a Rosarno il 15.8.1964;
Preiti Michelangelo, nato a Rosarno il 8.2.1970;
Pantano Francesco, nato a Gioia Tauro il 30.12.1976,
avverso la sentenza n. 351/2016 del 15.4.2016 della Corte di Appello di Brescia;
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Alberto Pazzi;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Mario
Maria Stefano Pinelli, che ha concluso per il rigetto dei ricorsi;
udito il difensore della parte civile Giuseppe Denardo, avv. Chiara Bezante, che
ha concluso associandosi alla richiesta del P.G. per il rigetto dei ricorsi e
presentando conclusioni scritte e nota spese;
udito il difensore dell’imputato Giuseppe Preiti, avv. Carmela Pirrottina, che ha
concluso riportandosi ai motivi di ricorso;
udito il difensore dell’imputato Michelangelo Preiti, avv. Paolo Macchion, che ha
concluso riportandosi ai motivi di ricorso.

RITENUTO IN FATTO
1. Con sentenza in data 15 aprile 2016 la Corte di Appello di Brescia, in
parziale riforma della decisione del G.U.P. del Tribunale di Brescia resa il 14
ottobre 2015 nei confronti di Giuseppe Preiti, Michelangelo Preiti e Francesco
Pantano, correggeva l’ errore materiale commesso dal primo giudice nella
determinazione della pena inflitta a Giuseppe Preiti, condannava gli imputati al
risarcimento anche del danno patrimoniale cagionato alla parte civile Giuseppe
Denardo e confermava nel resto la decisione impugnata.
Gli odierni ricorrenti erano stati tratti a giudizio per rispondere: tutti dei reati di
cui agli artt. 605, 628, 56, 629 e 582 c.p. e 2 I. 895/1967, Michelangelo Preiti
dei reati di cui agli artt. 56, 424 e 610 c.p., Giuseppe Preiti del delitto di cui all’
art. 610 c.p., Giuseppe Preiti e Michelangelo Preiti dei delitti di cui agli artt. 12
quinquies I. 356/1992 e 4 I. 401/1989.
2. Hanno proposto ricorso per Cassazione avverso la predetta sentenza i
difensori degli imputati, deducendo i seguenti motivi di impugnazione.
2.1 L’ Avv. Carmela Pirrottina, quale difensore di Giuseppe Preiti, ha
lamentato:
i) ai sensi dell’ art. 606, comma 1, lett. b) ed e), c.p.p. la violazione dell’ art. 629
c.p.; la corte territoriale aveva confermato il giudizio di sussistenza del reato di
tentata estorsione sul presupposto che l’ aggressione fosse stata finalizzata a
costringere il Denardo a mantenere l’ intestazione della società Pre.Ri.Co. s.r.l.
benchè fosse maggiormente plausibile supporre un intento punitivo del Preiti per
il fatto che il Denardo avesse cambiato l’ amministratore assumendo la gestione
totale della società senza aver prima corrisposto quanto dovuto per l’ acquisto
delle quote;
ii) ai sensi dell’ art. 606, comma 1, lett. b) ed e), c.p.p. la violazione dell’ art.
628 c.p.; la corte territoriale aveva ravvisato la responsabilità dell’ imputato per
tale reato trascurando di considerare da una parte che egli aveva istintivamente
afferrato il telefono senza alcuna intenzione di trarne profitto, dall’ altra che la
sottrazione di € 1.000 poteva essere avvenuta su iniziativa di uno degli altri
soggetti presenti in quel frangente all’ insaputa del Preiti;
iii) ai sensi dell’ art. 606, comma 1, lett. b) ed e), c.p.p. la violazione dell’ art. 7
I. 203/1991; la corte territoriale aveva ravvisato l’ aggravante del metodo
mafioso facendo ricorso a elementi ordinari del reato piuttosto che al quid pluris
richiesto dalla norma in parola e nel contempo non aveva valutato che la
consapevolezza dell’ appartenenza ad un’ associazione mafiosa non era mai stata
riferita dalla vittima;
iv) ai sensi dell’ art. 606, comma 1, lett. b) ed e), c.p.p. la violazione degli artt.
610 c.p. e 7 I. 203/1991; la corte territoriale aveva ravvisato la responsabilità
per tale reato pur in mancanza di atti diretti in modo non equivoco a costringere
la persona offesa, la quale non aveva patito alcun timore in conseguenza della
presunta minaccia del Preiti né aveva avuto la consapevolezza che l’ agente
appartenesse a un’ associazione mafiosa;
v) ai sensi dell’ art. 606, comma 1, lett. b) ed e), c.p.p. la violazione dell’ art. 12
quinquies I. 356/1992; la corte territoriale aveva ravvisato la fondatezza di tali
imputazioni attribuendo erroneamente rilievo al fatto che il Preiti gestisse le
società dal punto di vista amministrativo, trascurando di considerare che la
società Pre.Ri.Co. s.r.l. era stata oggetto di attenzione investigativa nell ambito
del procedimento ex art. 12 sexies I. 356/1992 senza che ciò ne determinasse la
confisca e non tenendo conto della sussistenza dell’elemento soggettivo.
2.2 L’ Avv. Gianbattista Scalvi, quale difensore di Giuseppe Preiti, ha
dedotto:
i) violazione di legge e vizio di motivazione per contrasto con le dichiarazioni
rese dalla persona offesa; il difensore ha sottolineato, sulla base del contenuto
delle sommarie informazioni testimoniali rese dalla persona offesa, l’ esistenza di
rapporti economici fra il Preiti e il Denardo caratterizzati da aspetti simulatori
almeno sino al pagamento definitivo delle quote, dovendosi di conseguenza
ritenere sussistenti situazioni giuridiche che potevano essere tutelate davanti all’
autorità giudiziaria; non aveva peraltro valore risolutivo il grado di violenza che
connotava l’ azione delittuosa, in quanto l’ elemento intenzionale, a prescindere
dall’ intensità della minaccia e dalla gravità della violenza, integra la fattispecie
estorsiva solo qualora miri all’ attuazione di una pretesa non tutelabile davanti
all’ autorità giudiziaria;
ii) violazione di norma processuale stabilita a pena di nullità in merito al reato di
rapina; in particolare la difesa ha lamentato che l’ intervenuta sottrazione della
somma di C 1.000 fosse stata ritenuta sussistente a prescindere dall’ esame
della credibilità della persona offesa, a dispetto del principio del ragionevole
dubbio previsto dall’ art. 533 c.p.p. e in assenza di indizi gravi, precisi e
concordanti;
iii) violazione di legge penale in merito alla ravvisata responsabilità per il delitto
di rapina in relazione alla sottrazione del telefono, da qualificarsi al più come
danneggiamento; a questo proposito la difesa ha sottolineato che lo scopo dell’
azione era quello di distruggere o rendere in tutto o in parte inservibile la cosa
mobile altrui, dovendosi di conseguenza valutare il ricorrere degli elementi del
reato sulla base di tali circostanze;
iv) violazione di norma processuale stabilita a pena di nullità e manifesta
illogicità della motivazione in ordine alla ritenuta sussistenza del delitto di porto
d’arma, atteso che la distinzione tra un’ arma vera e un’ arma giocattolo riposa
sulla possibilità di esplodere colpi e non sul rumore del caricamento;
v) violazione di legge in merito alla ritenuta sussistenza della circostanza
aggravante del metodo mafioso ex art. 7 I. 203/1991, per la cui configurabilità l’
intervento di un’ associazione mafiosa doveva essere quanto meno evocato dall’
agente, mentre nel caso di specie era stata valorizzata una frase pronunciata da
Michelangelo Preiti del tutto generica e non contestualizzabile in una realtà
mafiosa; il timore nutrito dalla persona offesa nell’ occasione era stato invece
riconnesso soltanto alle modalità dell’ azione e alla sua particolare violenza e non
già all evocazione del metodo mafioso né tanto meno alla condizione di
assoggettamento alla forza derivante dal vincolo associativo;
vi) violazione di legge e vizio di motivazione in merito al mancato riconoscimento
dell’ attenuante del risarcimento del danno; a questo proposito la difesa, dopo
aver precisato che l’ attenuante era stata invocata per i soli reati commessi ai
danni del Denardo, ha sottolineato come non fosse possibile ritenere che la
medesima circostanza potesse essere ritenuta integrata per alcuni imputati ed
esclusa per altri a fronte di un risarcimento cumulativamente effettuato da tutti i
correi;
vii) violazione di legge e vizio di motivazione rispetto al delitto di cui alli art. 12
quinquies I. 356/1992; a questo riguardo la difesa ha evidenziato, rispetto al
reato contestato al capo G), l’ inesistenza di elementi di fraudolenza, dato che l’
intestazione della Pre.Ri.Co a Di Pasquale aveva realizzato un effettivo
trasferimento del bene, l’ impossibilità di ravvisare il reato in contestazione nel
caso in cui il bene fosse privo di valore e l’ estraneità di Giuseppe Preiti alla
compagine sociale, a cui non aveva mai partecipato; quanto alla società Titanic
Games a dire della difesa non aveva alcun rilievo il perdurare dell’ intervento
gestorio del Preiti, essendo necessaria l’ attribuzione fittizia della titolarità del
bene e non l’ assunzione di compiti di amministrazione; quanto alla società P.G.
Tech le condotte in contestazione erano estranee alla fattispecie contestata, dato
che tutti gli imputati non erano mai stati titolari di quote sociali e risultando
irrilevante l’ attribuzione di compiti di amministrazione.
2.3 Il difensore di Michelangelo Preiti ha dedotto:
i) violazione di legge processuale prevista a pena di nullità e vizio di motivazione
in merito alla mancata notifica dell’ avviso di conclusione delle indagini
preliminari al difensore di fiducia dell’ epoca Avv. Scalvi; al riguardo la difesa ha
sostenuto che la nomina dell’ Avv. Scalvi quale difensore di fiducia non faceva
riferimento al giudizio cautelare, che peraltro all’ epoca non era in corso, e non
poteva essere riferita alla sola eventuale impugnazione del provvedimento
assunto in quella sede, ha rimarcato che la notificazione dell’ avviso ex art. 415-
bis c.p.p. doveva essere effettuata nei riguardi di entrambi i difensori nominati e
ha evidenziato l’ irrilevanza del fatto che il medesimo legale avesse ricevuto la
notifica quale difensore di altri coimputati, in quanto lo scopo dell’ avviso in
questione non si riduce alla mera funzione informativa; l’ omessa notificazione
dell’avviso di conclusione dell’indagini preliminari determinava perciò la nullità
del decreto di citazione a giudizio e degli atti successivi, com’era stato
tempestivamente eccepito;
ii) violazione di legge e vizio di motivazione in ordine alla ritenuta responsabilità
per il delitto tentato di estorsione; a questo proposito la difesa ha rimarcato l’
inidoneità della condotta tenuta dai correi a ottenere lo scopo ipotizzato, poichè
atti di violenza fisica realizzati in un unico contesto temporale non potevano
ritenersi idonei a ottenere un vantaggio che presuppone una continuità, dato che
solo atti destinati a costituire una costante e incombente minaccia potevano
determinare nella vittima una persistente coartazione della volontà, e apparivano
più compatibili con una finalità punitiva piuttosto che estorsiva;
iii) violazione di legge e vizio di motivazione con riferimento alla ritenuta
responsabilità per il reato di cui all’ art. 628 c.p.; la corte territoriale aveva
ritenuto di dare credito alle dichiarazioni della persona offesa malgrado la stessa
avesse più di una ragione di livore nei riguardi dei suoi aggressori, trascurando
peraltro di considerare che la disponibilità della somma di € 1.000 non era
coerente con la rappresentazione che lo stesso Denardo aveva dato di sé come
persona priva di lavoro fisso e dedita a lavori saltuari;
iv) violazione di legge e vizio di motivazione con riferimento alla ritenuta
responsabilità per il reato di cui all’ art. 605 c.p., ravvisata dalla Corte d’Appello
sulla base delle sole dichiarazioni della persona offesa, a dispetto delle molteplici
contraddizioni, lacune e illogicità nelle stesse contenute, senza tener conto
peraltro del fatto che l’ azione violenta era finalizzata non tanto alla privazione
della libertà personale ma ad arrecare lesioni alla vittima;
v) violazione di legge e vizio di motivazione con riferimento alla ritenuta
responsabilità per il reato di cui agli artt. 2 e 4 I. 895/1967, anche in questo caso
ravvisata sulla base delle sole dichiarazioni della persona offesa;
vi) violazione di legge e vizio di motivazione con riferimento alla ravvisata
aggravante di cui all’ art. 7 I. 203/1991, in quanto tale aggravante prescindeva
dall’ utilizzo delle armi e dipendeva invece dal!’ accertamento che i correi si
fossero avvalsi delle condizioni previste dall’ art. 416-bis c.p., vale a dire della
forza di intimidazione del vincolo associativo;
vii) violazione di legge e vizio di motivazione con riferimento al mancato
riconoscimento delle attenuanti di cui all’ art. 62, n. 4 e 6, c.p. malgrado il danno
arrecato alla parte offesa risultasse di modesta entità e fosse stato integralmente
risarcito in data anteriore alla decisione del giudice di primo grado;
viii) violazione di legge e vizio di motivazione con riferimento alla ritenuta
responsabilità per il delitto tentato di danneggiamento seguito da incendio; la
difesa, dopo aver denunciato l’ impossibilità di configurare il tentativo rispetto al
delitto previsto dall’ art. 424 c.p., ha rilevato la mancanza di concreti elementi
probatori che dimostrassero il ruolo di mandante di Michelangelo Preiti;
ix) violazione di legge e vizio di motivazione con riferimento alla ritenuta
responsabilità per il reato di cui all’ art. 610 c.p., in quanto l’ episodio in
contestazione avrebbe dovuto essere interpretato quale acceso diverbio tra due
soggetti in conflitto per ragioni riguardanti il rapporto di lavoro fra loro
intercorrente e comunque dovendosi escludere la sussistenza dell’ aggravante
del metodo mafioso poichè l’espressione utilizzata nell’occasione non aveva
prodotto alcun timore in capo al dipendente;
x) violazione di legge e vizio di motivazione con riferimento alla ritenuta
responsabilità per il reato di cui all’ art. 12 quinquies d.l. 306/1992; su questo
punto la difesa ha evidenziato come non fosse stato chiarito né nell’ imputazione,
nè nelle decisioni dei giudici di merito quali misure di prevenzione Michelangelo
Preiti avrebbe dovuto eludere e ha inoltre rimarcato che il ricorrente non aveva
assunto alcun ruolo rispetto alla società P.G. Tech s.r.I.;
xi) violazione di legge e vizio di motivazione con riferimento alla determinazione
della pena, quantificata in maniera immotivata, senza tenere conto del
trattamento riservato ai correi e omettendo di prevedere una prevalenza delle
circostanze favorevoli alli imputato.
2.4 II difensore di Francesco Pantano ha dedotto, con un unico motivo di
ricorso, la contraddittorietà della motivazione nella parte in cui aveva ritenuto
che ricorresse l’ aggravante del metodo mafioso sulla base di argomenti
apodittici che, pur dovendo essere il frutto di un accertamento sull’ ambito
soggettivo della vittima, avevano reputato di scarsa rilevanza il fatto che la
stessa non avesse mai riferito di essere stata a conoscenza o di sospettare dell’
esistenza di collegamenti mafiosi degli assalitori.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso proposto dall’ Avv. Carmela Pirrottina, quale difensore di
Giuseppe Preiti, non è fondato.
1.1 Secondo il costante insegnamento di questa Suprema Corte esula dai
poteri dei giudici di legittimità quello di una rilettura degli elementi di fatto posti
a fondamento della decisione, la cui valutazione è, in via esclusiva, riservata al
giudice di merito, senza che possa integrare il vizio di legittimità la mera
prospettazione di una diversa, e per il ricorrente più adeguata, valutazione delle
risultanze processuali (per tutte: Sez. Un., 30/4-2/7/1997, n. 6402, Dessimone,
riv. 207944; tra le più recenti: Sez. 4, n. 4842 del 02/12/2003 – 06/02/2004,
Elia, Rv. 229369).
I motivi proposti ai punti i), ii) e iv) tendono a ottenere un’ inammissibile
ricostruzione dei fatti mediante criteri di valutazione diversi da quelli adottati dal
giudice di merito, il quale, con motivazione esente da vizi logici e giuridici, ha
esplicitato le ragioni del suo convincimento, che non può quindi essere rivisto in
questa sede.
Giova aggiungere che la corte territoriale, una volta esaminato il compendio
istruttorio in maniera completa e non selettiva, nel ravvisare la responsabilità
dell’ imputato per i reati in contestazione ha fatto corretta applicazione del
principio secondo cui il ragionevole dubbio previsto dall’ art. 533, 1° c., c.p.p.
non può fondarsi su un’ ipotesi ricostruttiva del tutto congetturale che non si basi
su elementi concreti posti a conoscenza dell’ organo giudicante (“Il principio
secondo cui la condanna può essere pronunciata solo se l’imputato risulta
colpevole al là di ogni ragionevole dubbio implica, in caso di prospettazione di un’
alternativa ricostruzione dei fatti, che siano individuati gli elementi di conferma
dell’ ipotesi ricostruttiva accolta, e su cui é fondata la condanna in modo da far
risultare la non razionalità del dubbio derivante dalla prospettazione alternativa,
non potendo detto dubbio fondarsi su un’ ipotesi del tutto congetturale, seppure
plausibile Sez. 4, sentenza n. 22257 del 25/03/2014 Ud. – dep. 29/05/2014
Rv. 259204; nello stesso senso Sez. 4, n. 30862 del 17/06/2011 – dep.
03/08/2011, Giulianelli e altri, Rv. 25090301).
1.2 La corte territoriale ha spiegato che la parte offesa, in realtà mai
interrogata in merito al fatto che avesse sospettato l’ esistenza di collegamenti
mafiosi degli assalitori, aveva comunque più volte riferito di essere convinta che i
suoi aggressori intendessero ucciderla, a dimostrazione del fatto che i plurimi atti
di violenza compiuti e le minacce proferite avevano ingenerato in essa la
convinzione che le venisse riservata la stessa sorte che l’ associazione mafiosa
usualmente attribuisce a chi non si adegua alle sue indicazioni.
A fronte di queste argomentazioni il terzo motivo di ricorso è fondato su motivi
che ripropongono le stesse ragioni già discusse e ritenute infondate dal giudice
del gravame, dovendosi gli stessi considerarsi non specifici.
La mancanza di specificità del motivo, invero, deve essere apprezzata non solo
per la sua genericità, come indeterminatezza, ma anche per la mancanza di
correlazione tra le ragioni argomentate dalla decisione impugnata e quelle poste
a fondamento dell’ impugnazione, questa non potendo ignorare le esplicitazioni
del giudice censurato senza cadere nel vizio di aspecificità conducente, a mente
dell’art. 591 comma 1 lett. c), all’inammissibilità (Sez. 4, 29/03/2000, n. 5191,
Barone, Rv. 216473; Sez. 1, 30/09/2004, n. 39598, Burzotta, Rv. 230634; Sez.
4, 03/07/2007, n. 34270, Scicchitano, Rv. 236945; Sez. 3, 06/07/2007, n.
35492, Tasca, Rv. 237596).
1.3 Quanto all’ ultimo motivo di doglianza occorre ricordare che tra i
requisiti del ricorso per cassazione vi è anche quello, sancito a pena di
inammissibilità, della specificità dei motivi: il ricorrente ha non soltanto l’onere di
dedurre le censure su uno o più punti determinati della decisione impugnata, ma
anche quello di indicare gli elementi che sono alla base delle sue lagnanze.
Sul punto il ricorso è inammissibile perché privo dei requisiti prescritti dall’ art.
581, comma 1, lett. c) c.p.p. in quanto, a fronte di motivazioni di entrambi i
giudici di merito molto ampie, estremamente dettagliate e logicamente corrette,
non indica gli elementi che sono alla base della censura formulata, non
consentendo al giudice dell’ impugnazione di individuare i rilievi mossi ed
esercitare il proprio sindacato.
2. Il ricorso proposto dall’ Avv. Gianbattista Scalvi, quale difensore di
Giuseppe Preiti, non è fondato.
2.1 La corte territoriale, dopo aver spiegato che Giuseppe Preiti non poteva
certo pretendere dal Denardo quanto a suo tempo non ricevuto da Di Pasquale
per il pagamento delle quote e che l’ obbligazione del Denardo aveva come
termine per l’ adempimento il 31.12.2014, ha escluso che i Preiti vantassero nei
confronti della parte offesa alcun diritto tutelabile in sede giudiziaria per
rivendicare la gestione della società e ha di conseguenza disatteso la richiesta di
qualificare il fatto come esercizio arbitrario delle proprie ragioni.
Sulla base di questi accertamenti in fatto, esenti da manifesti vizi logici e non
rivedibili in questa sede, la valutazione della Corte d’Appello appare del tutto
corretta, non solo nella parte in cui si è preso atto dell’ assenza in capo al reo di
una ragionevole convinzione di esercitare un diritto che avrebbe potuto formare
oggetto di azione giudiziaria (si veda in questo senso, ex multis, Sez. 2, n.
46288 del 28/06/2016 – dep. 03/11/2016, Musa e altro, Rv. 26836101), ma
anche laddove è stato ritenuto che la singolare violenza esercitata escludesse
comunque la sussistenza del delitto di cui all’ art. 393 c.p. (“Integra il delitto di
estorsione, e non quello di esercizio arbitrario delle proprie ragioni, la condotta
minacciosa che si estrinsechi in forme di tale forza intimidatoria da andare al di
là di ogni ragionevole intento di far valere un preteso diritto, con la conseguenza
che la coartazione dell’altrui volontà assume di per se i caratteri dell’ingiustizia,
trasformandosi in una condotta estorsiva” Sez. 2, n. 51013 del 21/10/2016 –
dep. 30/11/2016, Arcidiacono, Rv. 26851201).
2.2 Entrambi i giudici del merito hanno ritenuto, con argomenti che si
integrano reciprocamente ed esenti da manifesti vizi logici, che le dichiarazioni
del Denardo fossero pienamente credibili.
Costituisce principio incontroverso nella giurisprudenza di legittimità l’
affermazione che la valutazione dell’ attendibilità della persona offesa dal reato
rappresenta una questione di fatto che ha una propria chiave di lettura nel
compendio motivazionale fornito dal giudice e non può essere rivalutata in sede
di legittimità, salvo che il giudice non sia incorso in manifeste contraddizioni (ex
plurimis Sez. 6, n. 27322 del 2008, De Ritis, cit.; Sez. 3, n. 8382 del
22/01/2008, Finazzo, Rv. 239342; Sez. 6, n. 443 del 04/11/2004, dep. 2005,
Zamberlan, Rv. 230899; Sez. 3, n. 3348 del 13/11/2003, dep. 2004, Pacca,
Rv.227493; Sez. 3, n. 22848 del 27/03/2003, Assenza, Rv. 225232).
La sottrazione della somma di denaro in contestazione risulta perciò dimostrata
in via diretta e non indiziaria sulla base di dichiarazioni che, ad avviso dei giudici
di merito, hanno offerto la certezza processuale della fondatezza della
contestazione.
2.3 La corte territoriale ha sottolineato che la questione relativa alla
possibilità di ricomprendere la sottrazione del telefono cellulare nel delitto di
rapina risultava di scarsa rilevanza, alla luce dell’ unitarietà del reato, che
riguardava la contestuale sottrazione di più beni, tanto più che a voler dar corso
alle tesi difensive dovrebbe essere ravvisato un ulteriore reato di
danneggiamento aggravato dalla violenza.
In questa sede sarà necessario osservare, ai sensi dell’ art. 591 c.p.p., che il
ricorrente non ha interesse a dolersi della mancata qualificazione nei termini
prospettati, in ragione del carattere unitario del reato in contestazione e della
necessità, ove la tesi fosse accolta, di ravvisare un delitto suppletivo rispetto a
quelli già contestati.
2.4 La Corte d’Appello ha ritenuto fondata l’ imputazione relativa al porto
d’arma sulla base del narrato della persona offesa, la quale non solo aveva visto
la pistola puntata alla sua tempia ma aveva anche udito il rumore metallico
prodotto al momento del caricamento.
Come spiegato in precedenza al punto 1.2 non è possibile procedere in questa
sede a una rivisitazione degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione
in presenza di una motivazione dei giudici di merito esente da vizi logici che ha
escluso che l’ arma utilizzata avesse natura di giocattolo.
2.5 Nel ritenere sussistente l’ aggravante del metodo mafioso previsto dall’
art. 7 I. 203/1991 la Corte d’Appello ha considerato tanto il tenore della frase
pronunciata da Michelangelo Preiti, quanto, e unitariamente, il numero di
soggetti che avevano partecipato all aggressione, la comune provenienza
geografica dei predetti, che poteva contribuire ad avvalorare agli occhi del
soggetto passivo la convinzione che si trattasse di appartenenti alla ‘ndrangheta,
il fatto che i correi avessero agito nel centro città senza curarsi dell’ eventuale
presenza di testimoni, le modalità dell’ agguato, che prevedevano l’ esercizio di
un notevole grado di violenza fisica, il sequestro della vittima e l’ utilizzo di una
pistola puntata alla testa di quest’ultima per intimidirla, e la pronuncia di
minacce di ritorsioni ai danni dei parenti della parte offesa.
Dall’ insieme di queste circostanze, apprezzate nel loro complesso, la Corte
d’Appello ha tratto la convinzione che gli assalitori avessero ingenerato nel
Denardo la consapevolezza della loro appartenenza a un’ associazione mafiosa.
La valutazione della corte territoriale, esente da manifesti vizi logici e non
rivedibile nel merito in questa sede, è del tutto coerente con la giurisprudenza di
questa Corte secondo cui ai fini della configurabilità dell’ aggravante dell’
utilizzazione del “metodo mafioso” prevista dall’ art. 7 I. 12 luglio 1991, n. 203 è
sufficiente che la violenza o la minaccia richiamino alla mente ed alla sensibilità
del soggetto passivo la forza intimidatrice tipicamente mafiosa del vincolo
associativo (Sez. 2, n. 16053 del 25/03/2015 – dep. 17/04/2015, Campanella,
Rv. 26352501).
E che questa forza intimidatrice fosse stata indubitabilmente avvertita dalla parte
offesa è provato dal fatto che il Nardo, come detto in precedenza, nutrisse la
convinzione che i suoi assalitori intendessero ucciderlo, come capita a chi cerca
di sottrarsi all’ egemonia di una cosca mafiosa.
2.6 La corte territoriale, una volta esclusa l’ influenza nel presente
giudizio della valutazione compiuta in altra sede processuale in merito al
ricorrere dell’ attenuante di cui all’ art. 62 n. 6 c.p., ha ritenuto di dover negare
la sussistenza della stessa in ragione del carattere non integrale del risarcimento
corrisposto.
La valutazione, di pertinenza del giudice di merito, non può essere censurata in
questa sede, risultando scevra da vizi logici manifesti, e fa corretta applicazione
del principio secondo cui ai fini della configurabilità della circostanza attenuante
di cui all’ art. 62, comma 1, n. 6, cod. pen. il risarcimento del danno deve essere
volontario, integrale, comprensivo sia del danno patrimoniale che morale, ed
effettivo (Sez. 6, n. 6405 del 12/11/2015 – dep. 17/02/2016, Minzolini, Rv.
26583101).
2.7 La corte territoriale, la cui motivazione si integra reciprocamente con
le diffuse argomentazioni del primo giudice, ha spiegato in merito al capo G): i)
che la titolarità delle quote di Pre.Ri.Co era in realtà di pertinenza di Giuseppe
Preiti; ii) che i formali intestatari delle quote trasferirono, altrettanto
fittiziamente, la titolarità delle stesse ad Adriano Di Pasquale; iii) che risultava
irrilevante, ai fini della valutazione del delitto in contestazione, sia la successiva
cessione da Di Pasquale a De Nardo, effettuata con il benestare del reale
proprietario, sia il valore delle quote al momento di questa seconda vendita.
Analoga formale intestazione è avvenuta, a dire dei giudici di merito, sia rispetto
a Titanic Games, le cui quote (di apprezzabile valore anche economico benchè la
compagine non fosse operativa) erano state fittiziamente trasferite al Di
Pasquale malgrado il controllo della compagine fosse rimasto in capo a Giuseppe
Preiti, sia rispetto a P.G. Tech, le cui quote erano state formalmente intestate a
terzi malgrado l’ odierno ricorrente ne fosse proprietario occulto.
Il motivo di ricorso sul punto è fondato su motivi aspecifici che ripropongono gli
stessi argomenti già discussi e ritenuti infondati dal giudice del gravame e non si
confrontano con le ragioni illustrate dalla decisione impugnata e poste a
fondamento dell’impugnazione.
3. Il ricorso proposto dal difensore di Michelangelo Preiti è fondato nei limiti
che si vanno ad illustrare.
3.1 Entrambi i giudici di merito hanno constatato che la nomina dell’ Avv.
Scalvi effettuata in data 5 settembre 2014 era stata indirizzata e inviata al
Tribunale del riesame e non era mai pervenuta all’ autorità giudiziaria
procedente, avanti alla quale l’ Avv. Scalvi era stato nominato soltanto in data 6
maggio 2015, con un atto che costituiva ulteriore riprova della limitata
estensione del mandato in precedenza conferito.
La mancata conoscenza da parte dell’ autorità procedente del mandato difensivo
conferito in sede di riesame, non contestata dalla difesa, rende di per sé
infondato il motivo di ricorso.
Infatti la nomina effettuata rispetto al solo procedimento cautelare, secondo la
costante giurisprudenza di questa Corte, non dispiega effetto alcuno nel
procedimento principale, non essendone prevista la conoscenza da parte dell’
autorità giudiziaria procedente, che è avvisata dell’ impugnazione cautelare ai
soli fini della trasmissione degli atti (“La nomina del difensore di fiducia
designato in procedimento cautelare non spiega effetti in quello principale,
nemmeno se indica il numero di quest’ultimo” Sez. 3, n. 32323 del 05/02/2015 –
dep. 23/07/2015, Zanoli, Rv. 26418101).
La notifica dell’ avviso di conclusione delle indagini preliminari è stata dunque
effettuata, in data 4 maggio 2015, ai difensori di fiducia che risultavano nominati
nel momento in cui l’ atto è stato formato.
3.2 La corte territoriale ha ritenuto che fosse stata correttamente affermata
la penale responsabilità degli imputati in ordine al delitto di tentata estorsione in
quanto il reale obiettivo della pesante aggressione subita dal Denardo era quello
di imporgli l’ egemonia dei Preiti nella gestione di Pre.Ri.Co s.r.I..
Una simile valutazione, del tutto congrua sotto un profilo logico e giuridico (ben
potendosi ipotizzare che una violenta aggressione, soprattutto ove
accompagnata da gravi minacce, possa determinare nella vittima il timore del
ripetersi di ulteriori attacchi e una persistente coartazione della sua volontà), non
può essere rivalutata nel merito in questa sede.
3.3 In merito alla configurabilità del delitto di rapina sulla base delle
dichiarazioni rese dalla persona offesa si rinvia agli argomenti illustrati in
precedenza al punto 2.2..
3.4 La corte territoriale, sulla base della ricostruzione dei fatti compiuta dalla
persona offesa, ha ritenuto che quest’ ultima fosse stata costretta a salire su un
furgone e trattenersi al suo interno, rimanendo così priva della propria libertà
personale per un apprezzabile lasso di tempo.
Rimangono così integrati gli elementi caratteristici del delitto in contestazione,
dovendosi escludere, come spiegato in precedenza, la possibilità di procedere in
questa sede a una nuova ricostruzione degli elementi di fatto sul punto, ivi
compresa l’ attendibilità della persona offesa dal reato.
3.5 In merito alla configurabilità del delitto di cui agli artt. 2 e 4 I. 895/1967
sulla base delle dichiarazioni rese dalla persona offesa si rinvia agli argomenti
illustrati in precedenza al punto 2.4..
3.6 In merito alla configurabilità dell’ aggravante del metodo mafioso di cui
all’ art. 7 I. 203/1991 si rinvia agli argomenti illustrati in precedenza al punto
2.5.
3.7 In merito alla configurabilità dell’ attenuante di cui all’ art. 62 n. 6 c.p. si
rinvia agli argomenti illustrati in precedenza al punto 2.6.
La doglianza relativa al mancato riconoscimento dell’ attenuante di cui all’ art. 62
n. 4 c.p., oltre a essere smentita dalla quantificazione del danno compiuta dai
giudici di merito, non risulta essere stata previamente dedotta come motivo di
appello, secondo quanto è prescritto a pena di inammissibilità dall’art. 606,
comma 3, c.p.p..
3.8 I giudici di merito hanno ritenuto, con motivazione non rivedibile in
questa sede, che Martino Alessi e Giuseppe De Maria, trasportando in orario
notturno su mandato di Michelangelo Preiti un fusto di sostanza infiammabile nei
pressi dello stabilimento della società Pontoglio s.r.I., si siano resi responsabili al
pari del loro mandante, non potendosi conoscere quale fosse esattamente il
contenuto del bidone, del reato tentato di danneggiamento mediante incendio ai
sensi degli artt. 56 e 424 c.p..
A questo proposito appare fondata l’ eccezione sollevata dalla difesa secondo cui
non è configurabile il tentativo nel delitto previsto dall’ art. 424 c.p..
In vero il delitto di danneggiamento seguito da incendio prevede, al primo
comma dell’ art. 424 c.p., che l’ appiccannento del fuoco a una cosa sia
sussumibile in questa fattispecie di reato solo se dal fuoco sorga quanto meno un
pericolo di incendio.
L’ interpretazione dottrinaria ha spiegato che la norma è delineata secondo lo
schema tipico dei reati di pericolo indiretto, facendo riferimento a una condotta
(appiccarmento del fuoco) che è punita se e in quanto genera il pericolo di una
situazione (l’ incendio) che a sua volta mette a repentaglio l’ incolumità pubblica,
potendosi così ritenere che la tutela penale sia approntata a uno stadio anteriore
alla messa in pericolo dell’ ultimo bene giuridico tutelato.
Il delitto in parola costituisce, nella fattispecie descritta dal primo comma dell’
art. 424 c.p., un reato di pericolo concreto, dato che il pericolo di incendio
costituisce una componente imprescindibile che deve essere accertata in
concreto ad opera del giudicante.
Questa componente del pericolo di incendio ha natura, secondo la costante
giurisprudenza di questa Corte, di condizione obiettiva di punibilità (“La
differenza, tra il reato di incendio, di cui all’art. 423 cod. pen., e quello di
danneggiamento seguito da incendio, previsto dall’art. 424 cod. pen., sussiste
sul fatto che, nella prima fattispecie, l’agente vuole che si sviluppi un incendio,
mentre, nella seconda, vuole solo danneggiare con il fuoco. L’ art. 424 cod. pen.
prevede quindi l’incendio come reato che esula dalla intenzione dell’agente, e,
nella struttura di detto reato, l’incendio o il pericolo d’incendio è solo condizione
oggettiva di punibilità e, come tale, estranea al dolo” Sez. 1, n. 2549 del
20/11/1995 – dep. 07/03/1996, Palermo, Rv. 20404901).
Nel caso in cui questa condizione manchi, vale a dire quando il fuoco appiccato
non abbia caratteristiche tali che da esso possa sorgere il pericolo di un incendio,
il fatto deve invece essere ricondotto nella fattispecie delittuosa del
danneggiamento (“Il reato di danneggiamento seguito da incendio richiede,
come elemento costitutivo, il sorgere di un pericolo di incendio, sicché non è
ravvisabile qualora il fuoco appiccato abbia caratteristiche tali che da esso non
possa sorgere detto pericolo per cui, in questa eventualità o in quella nella quale
chi, nell’appiccare il fuoco alla cosa altrui al solo scopo di danneggiarla,
raggiunge l’intento senza cagionare né un incendio né il pericolo di un incendio, è
configurabile il reato di danneggiamento, mentre se detto pericolo sorge o se
segue l’incendio, il delitto contro il patrimonio diventa più propriamente un
delitto contro la pubblica incolumità e trovano applicazione, rispettivamente, gli
articoli 423 e 424 cod. pen.” Sez. 2, n. 47415 del 17/10/2014 – dep.
18/11/2014, Giagnoni, Rv. 26083201).
Una simile struttura della fattispecie delittuosa non consente di configurare il
tentativo, al pari di quanto generalmente si ritiene, secondo l’ opinione
largamente prevalente in dottrina e giurisprudenza, nei reati di pericolo, sia
perchè in questi reati opera una strutturale anticipazione della soglia di tutela in
base alla quale il reato è già perfetto in presenza di semplici atti preparatori, sia
perchè sul piano astratto vi è una incompatibilità tra l’ art. 56 c.p. e le fattispecie
incriminatrici del cd. “delitto di attentato” in cui si concreta la figura del reato a
consumazione anticipata, sia perché diversamente si finirebbe per punire il
pericolo di un pericolo, con inaccettabile arretramento della soglia di tutela e
violazione del canone di offensività della condotta (in merito all’ impossibilità di
configurare il tentativo rispetto a reati di pericolo si vedano da ultimo Sez. 6, n.
34667 del 05/05/2016 – dep. 05/08/2016, P.G. in proc. Arduino e altri, Rv.
26770401 rispetto al delitto di subornazione previsto dall’ art.377 cod.pen., Sez.
3, n. 41776 del 16/04/2013 – dep. 10/10/2013, V, Rv. 25689901 in merito alla
fattispecie di cui all’art. 600-ter, comma 1, cod. pen., Sez. 3, n. 12562 del
25/02/2010 – dep. 31/03/2010, Preziosi e altri, Rv. 24659501 in tema di delitto
di frode sportiva ex art. 1, comma 1, L. 13 dicembre 1989, n. 401 e Sez. 1, n.
6392 del 13/11/1997 – dep. 19/02/1998, Denaro, Rv. 20983201 rispetto alli
incendio di cosa propria).
In particolare rispetto al delitto de quo non è ipotizzabile la sussistenza di un
delitto tentato sia perché, dovendo il fatto essere commesso al solo fine di
danneggiare (Sez. 1, n. 11026 del 10/06/1998 – dep. 22/10/1998, Calabrò, Rv.
21160701), lo stesso non può essere diretto allo scopo di incendiare, sia perché
il fatto medesimo non è punibile fino a quando non sia sorto quanto meno il
pericolo di incendio, evenienza sufficiente a ravvisare la consumazione del delitto
in parola.
Ogni fattispecie che non superi il limite minimo costituito dalla sussistenza della
condizione obiettiva di punibilità prevista dall’ art. 424, comma 1, c.p. deve
perciò essere ricondotta al delitto di danneggiamento, nella forma consumata o
tentata.
Nel caso di specie la condotta accertata dai giudici di merito deve essere
riqualificata come tentativo di danneggiamento aggravato dalla minaccia, punito
alli epoca dei fatti di causa dagli artt. 56 e 635, comma 2, n. 1, c.p..
3.9 La corte territoriale ha spiegato che le risultanze istruttorie
dimostravano la fondatezza dell’ imputazione di cui al capo e), escludendo che il
diritto del datore di lavoro a vedersi restituire le chiavi e il tesserino impedisse di
ravvisare gli elementi caratteristici della fattispecie in contestazione, tenuto
conto della condotta e delle minacce che si unirono alla richiesta.
La corte territoriale ha inoltre ritenuto che potesse ravvisarsi l’ aggravante di cui
all’ art. 7 I. 203/1991 in ragione dell’ esplicita affermazione dell’ imputato di
essere mafioso, accompagnata da un comportamento violento e sprezzante e
dalla minaccia di uccidere con un’ arma da sparo l’ interlocutore e i suoi
familiari, in quanto simili condotte erano certamente di tale gravità da far
apparire credibili le affermazioni proferite.
Anche in questo caso la valutazione della corte territoriale, esente da manifesti
vizi logici e non rivedibile nel merito in questa sede, risulta del tutto coerente con
la giurisprudenza di questa corte secondo cui ai fini della configurabilità dell’
aggravante dell’utilizzazione del “metodo mafioso” prevista dall’ art. 7 I. 12 luglio
1991, n. 203 è sufficiente che la violenza o la minaccia richiamino alla mente e
alla sensibilità del soggetto passivo la forza intimidatrice tipicamente mafiosa del
vincolo associativo (Sez. 2, n. 16053 del 25/03/2015 – dep. 17/04/2015,
Campanella, Rv. 26352501).
3.10 Il giudice di primo grado, i cui argomenti integrano la sentenza di
appello nella sua struttura giustificativa (Sez. 3, n. 44418 del 16/07/2013 – dep.
04/11/2013, Argentieri, Rv. 25759501), ha ampiamente spiegato che Giuseppe
Preiti aveva già subito la confisca di beni immobili e mobili nonché di una
società, in applicazione del disposto dell’ art. 12 sexíes I. 306/1992, da parte
della Corte di Appello di Reggio Calabria nel corso del 2007 ed era ben
consapevole del rischio di essere di nuovo destinatario di misure di prevenzione;
per questo motivo, pur continuando a svolgere attività imprenditoriale tramite
varie strutture societarie, si era astenuto dall’ assumere il ruolo di proprietario
delle quote e legale rappresentante delle singole compagini e, volendo sollevare
la moglie e il fratello da eventuali responsabilità penali, aveva fatto ricorso a
terze persone per dissociare la titolarità delle partecipazioni dall’ effettiva
gestione.
La corte territoriale ha così spiegato, come motivazione non rivedibile in questa
sede, quali fossero le misure di prevenzione a cui gli imputati intendevano
sottrarsi tramite il ricorso a un’ intestazione fittizia.
Il giudice di primo grado ha altresì precisato che la fittizia intestazione a terzi, ai
fini appena illustrati, delle quote di P.G. Tech s.r.l. doveva essere ricondotta a
entrambi i fratelli Preiti, correttamente individuati quali concorrenti nel delitto di
cui al capo I).
Anche sotto questo profilo le valutazioni della corte territoriale non si prestano a
censure per vizi argomentativi e non possono essere riconsiderate nel loro
contenuto.
3.11 La graduazione della pena, anche in relazione agli aumenti per
ciascuno dei reati satellite, rientra nella discrezionalità del giudice di merito, che
la esercita, così come per fissare la pena base, in aderenza ai principi enunciati
negli artt. 132 e 133 cod. pen.; ne discende che è inammissibile la censura che,
nel giudizio di cassazione, miri ad una nuova valutazione della congruità della
pena la cui determinazione non sia frutto di mero arbitrio o di ragionamento
illogico (Sez. 5, n. 5582 del 30/09/2013 – 04/02/2014, Ferrario, Rv. 259142),
ciò che – nel caso di specie – non ricorre, tenuto conto delle diffuse
argomentazioni fornite da entrambi i giudici in proposito.
Peraltro una specifica e dettagliata motivazione in ordine alla quantità di pena
irrogata, specie in relazione alle diminuzioni o aumenti per circostanze, è
necessaria soltanto se la pena sia di gran lunga superiore alla misura media di
quella edittale, potendo altrimenti essere sufficienti a dare conto dell’impiego dei
criteri di cui all’art. 133 cod. pen. le espressioni del tipo: “pena congrua”, “pena
equa” o “congruo aumento”, come pure il richiamo alla gravità del reato o alla
capacità a delinquere (Sez. 2, n. 36245 del 26/06/2009, Denaro, Rv. 245596).
Le statuizioni relative al giudizio di comparazione tra opposte circostanze,
implicando una valutazione discrezionale tipica del giudizio di merito, sfuggono al
sindacato di legittimità qualora non siano frutto di mero arbitrio o di
ragionamento illogico e siano sorrette da sufficiente motivazione, tale dovendo
ritenersi quella che per giustificare la soluzione dell’equivalenza si sia limitata a
ritenerla la più idonea a realizzare l’adeguatezza della pena irrogata in concreto
(Sez. U, n. 10713 del 25/02/2010, Contaldo, Rv. 245931).
4. Il ricorso proposto dal difensore di Francesco Pantano non è fondato, in
ragione delle argomentazioni in precedenza illustrate ai punti 1.2 e 2.5 della
motivazione, dovendosi soltanto aggiungere che nessun profilo di
contraddittorietà vizia la sentenza impugnata, la quale al contrario evidenzia la
coerenza del proprio ragionamento induttivo in merito al ricorrere dell’
aggravante in contestazione con la percezione nefasta degli accadimenti avuta
dalla persona offesa, del tutto coerente con l’ attuazione del metodo mafioso.
5. In conclusione in conseguenza della riqualificazione effettuata al punto
3.8 sarà necessario disporre l’ annullamento della sentenza impugnata
limitatamente al reato di cui al capo D) contestato a Michelangelo Preiti, con
conseguente eliminazione dell’ aumento di pena disposto a questo proposito
(quattro mesi di reclusione e C 100 di multa, ridotti per il rito a 80 giorni di
reclusione e C 67 di multa), e rinviare ad altra sezione della Corte di Appello di
Brescia per la rideterminazione del relativo trattamento sanzionatorio in
continuazione.
Il ricorso di Michelangelo Preiti deve invece essere rigettato nella sua residua
parte.
I ricorsi presentati da Giuseppe Preiti e Francesco Pantano risultano poi
inammissibili, in forza della argomentazioni in precedenza illustrate; ne
consegue, a norma dell’ art. 616 cod. proc. pen., la condanna dei medesimi
ricorrenti, in solido tra loro, al pagamento delle spese del procedimento e,
quanto a ciascuno di essi, al versamento a favore della Cassa delle Ammende,
non emergendo ragioni di esonero, della somma ritenuta equa di C 1.500 a titolo
di sanzione pecuniaria.
Ne discendono, altresì, le correlative statuizioni di seguito espresse in ordine alla
rifusione delle spese del grado in favore della costituita parte civile Giuseppe
Denardo, la cui liquidazione, escluso quanto richiesto per la fase introduttiva del
giudizio non presente innanzi alla Corte di cassazione e tenuto conto del grado di
complessità della vicenda processuale, viene operata secondo l’importo in
dispositivo meglio enunciato.

P.Q.M.
Annulla la sentenza impugnata limitatamente al reato di cui al capo D)
contestato a Michelangelo Preiti e, previa riqualificazione del fatto nel reato di
tentato danneggiamento aggravato dalla minaccia, rinvia per la rideterminazione
della relativa pena in continuazione ad altra sezione della Corte di Appello di
Brescia.
Rigetta nel resto il ricorso.
Dichiara inammissibili i ricorsi di Giuseppe Preiti e Francesco Pantano e
condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e della somma di euro
millecinquecento ciascuno a favore della Cassa delle ammende.
Condanna tutti i ricorrenti in solido alla rifusione delle spese processuali per
questo grado di giudizio in favore della parte civile costituita Giuseppe Denardo
liquidate in euro 3.510,00 oltre spese forfettarie nella misura del 15%, C.P.A. ed
I.V.A..
Così deciso in Roma in data 8 marzo 2017.

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine