Reati Contro La PA – Cassazione Penale 24/03/2017 N° 14580

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione VI

Data: 24/03/2017

Numero: 14580

Testo completo della Sentenza Reati contro la PA – Cassazione penale 24/03/2017 n° 14580:

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Penale Sent. Sez. 6 Num. 14580 Anno 2017
Presidente: CONTI GIOVANNI
Relatore: CAPOZZI ANGELO
Data Udienza: 02/02/2017

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
PROCURATORE GENERALE PRESSO CORTE D’APPELLO DI TRIESTE
PROCURATORE DELLA REPUBBLICA PRESSO IL TRIBUNALE TRIBUNALE DI
TRIESTE
nei confronti di:
NARDUZZI DANILO nato il 30/01/1963 a PORDENONE
avverso la sentenza del 18/04/2016 del GIUDICE UDIENZA PRELIMINARE di
TRIESTE
sentita la relazione svolta dal Consigliere ANGELO CAPOZZI;

RITENUTO IN FATTO
1. Con la sentenza in epigrafe il Giudice dell’udienza preliminare del
Tribunale di Trieste ha assolto, ai sensi degli artt. 129 e 444 cod. proc.
pen., Danilo NARDUZZI, capo gruppo del Gruppo consiliare Lega nord
presso il Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia, dal reato sub B) di
cui agli artt. 81,110,314 cod. pen. in ordine alle voci di spesa
contestategli in concorso con Federico RAZZINI, Enore PICCO e Mara
PICCIN, nonché dal reato di cui al capo C) di cui agli artt. 110, 314 cod.
pen.) per la appropriazione di 5.000,00 euro correlata ad una fittizia
consulenza, perché il fatto non sussiste.
2. Avverso la sentenza hanno proposto ricorso per cassazione, con
distinti atti, il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Trieste
ed il Procuratore generale presso la Corte di appello di Trieste.
3. Il primo ricorrente pubblico deduce:
3.1. Violazione dell’art. 314 cod. pen. e delle norme amministrative
sulla rimborsabilità delle spese dei consiglieri regionali. Erroneo
risulterebbe l’ assunto del Giudice con particolare riguardo alle “spese
minute” secondo il quale la mancanza del documento comprovante la
causale e il beneficiario della spesa non può risolversi in danno
dell’imputato, risultando – invece – dalle norme di contabilità vigenti che
incombe al beneficiario la dimostrazione della destinazione istituzionale
delle somme erogate ed al capogruppo la responsabilità delle spese dei
Consiglieri;
3.2. Contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione in
relazione alla prova del reato laddove di assume – da un lato – che la
prima non può desumersi dai soli documenti di spesa e nemmeno dal
tipo di bene acquistato, sulla base del principio della libertà di scelta
delle modalità di esercizio del mandato politico da parte dei Consiglieri
Regionali e – dall’altro – si afferma la suscettibilità al controllo ex post di
tali spese.
3.3. Mancanza assoluta di motivazione in ordine al vaglio delle
singole spese contestate come illecite. In particolare, quanto alle spese
del RAZZINI, risultano ictu °cui/ estranee alle finalità previste le
numerose spese di barberia, il soggiorno alberghiero ed il pasto al
ristorante in Milano, i soggiorni alberghieri in Venezia, Forni Avoltri e
Bolzano, le due cene di capodanno ed il pernottamento a Lubiana, i
profumi per donna acquistati; come pure quelle – prive di qualsiasi
giustificativo – attribuite a “rimborso spese minute”( pari a circa 40.000
euro); quanto a quelle del PICCO, parimenti prive di giustificativo,
risultano quelle pari ad oltre 25.000,00 euro attribuite alle medesime
“spese minute”; infine, quanto a quelle della PICCIN, esulano dalle
finalità istituzionali quelle relative ai vari soggiorni e del tutto prive di
giustificativi quelle attribuite a “spese minute” di circa 44.000,00 euro.
Quanto al capo C) la consulenza risulta conferita per un oggetto
estraneo alle competenze del consulente, legato da un rapporto
sentimentale alla PICCIN.
4. Con il ricorso del P.G. si deduce:
4.1. Violazione degli artt. 129 e 444 cod. proc. pen. e manifesta
illogicità della motivazione in relazione ai capi B) e C), avendo il Giudice
esulato dal parametro valutativo previsto in sede patteggiamento – che
presuppone una ammissione del fatto – ed aderito acriticamente alle
spiegazioni offerte dagli imputati in ordine alle spese rimborsate.
4.2. Violazione degli artt. 314 e 357 cod. pen. e delle norme
regionali del F.V.G. vigenti all’epoca dei fatti in relazione al capo B). Non
corrisponderebbe al dato normativo regionale l’assunto della autonomia
e discrezionalità di spesa per l’esercizio del mandato prettamente
politico dei singoli consiglieri regionali posto che le LL.RR. 54/1973 e
52/80 – così come circostanziate dalla delibera regolamentare n.
196/1996 – riguardano solo il rimborso delle spese per il funzionamento
dei Gruppi regionali. Inoltre, pacifica la qualità di pubblico ufficiale del
presidente di detti gruppi, essa deve essere riconosciuta anche al
Consigliere regionale, esulando dal tema la problematica relativa alla
natura giuridica di detti gruppi ed essendo i contributi stanziati per
essere attribuiti ai consiglieri regionali esclusivamente al fine di garantire
l’esplicazione delle loro funzioni. Inoltre, l’elemento materiale della
distrazione deve ritenersi sussistente per il solo fatto della destinazione
ad uno scopo diverso da quello prestabilito, anche se di interesse
pubblico. Ancora, non può ricollegarsi alla natura dei Gruppi consiliari
una qualche deroga al dovere di rendicontazione della attinenza della
gestione del denaro pubblico alle funzioni istituzionali svolte dai Gruppi
regionali. Infine, incombe al capo gruppo consiliare la pubblica funzione
di controllo del vincolo di destinazione dei contributi erogati al gruppo
medesimo dall’ente regionale.
4.3. Violazione dell’art. 314 cod. pen. e delle norme regionali del
F.V.G. vigenti all’epoca dei fatti in relazione al capo B) ed alle singole
spese indicate in capo al RAZZINI al PICCO ed alla PICCIN, trattandosi di
spese non legittimamente giustificate in termini di effettiva attinenza
alle funzioni istituzionali del Gruppo consiliare.
4.4. Violazione degli artt. 314 e 357 cod. pen. e delle norme
regionali del F.V.G. vigenti all’epoca dei fatti in relazione al capo B) con
riferimento alle “spese minute” ascritte al RAZZINI, PICCO e PICCIN,
rispetto all’obbligo di rendicontazione vigente illegittimamente
disconosciuto dalla sentenza impugnata.
4.5. Violazione degli artt. 314, 42 e 5 cod. pen. non versandosi
affatto in un caso di ignoranza inevitabile trattandosi di soggetti
istituzionalmente deputati all’esercizio della funzione legislativa
regionale.
5. Con requisitoria scritta il P.G. presso questa Corte ha chiesto
l’annullamento della sentenza impugnata con rinvio allo stesso Ufficio
per un nuovo giudizio. Premessa la legittimità dei ricorsi proposti, si
mostra di condividere la dedotta violazione di legge in ordine alla
qualificazione come spese di rappresentanza di esborsi che sicuramente
non potevano rientrare in tale categoria, l’illegittima esenzione
dall’obbligo di rendicontazione, specie per quanto riguarda le c.d. “spese
minute”, rinviando alla singola disamina svolta dal primo ricorso in
ordine alle singole spese contestate.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorsi sono in parte fondati.
2. Deve essere preliminarmente affermata la ritualità dei ricorsi
proposti, in adesione all’orientamento espresso da Sez. 1 n. 37575 del
18.3.2014,Yordanov, Rv. 260803 secondo il quale la sentenza di
proscioglimento emessa, ai sensi dell’art. 129 cod. proc. pen., all’esito
dell’esame della concorde istanza delle parti di applicazione della pena, è
impugnabile esclusivamente con ricorso per cassazione essendosi
condivisibilmente evidenziato che, nel caso di applicazione pena su
richiesta delle parti, l’esito del proscioglimento è strettamente correlato
alla fisionomia tipica del rito e deve ritenersi ricompreso negli “altri casi”
di inappellabilità indicati dall’art. 448 comma secondo cod. proc. pen..
Va aggiunto che tale correlazione- più che in relazione alla inutilizzabilità
degli atti nel successivo giudizio di gravame sfornito della relativa base
probatoria – si esprime attraverso la irreversibile risoluzione del patto
sulla pena al quale sono addivenute le parti, per la sua mancata ratifica
ed al proscioglimento che ne nega il fondamento. Patto che, pertanto,
l’atto unilaterale di gravame non potrebbe né far rivivere ai fini di una
sua nuova verifica, né – tantomeno e, d’altra parte, – obliterare per dare
luogo al giudizio con rito ordinario in secondo grado.
3. La sentenza impugnata ha ad oggetto – per quanto riguarda il
capo B) – l’ipotesi secondo la quale i tre Consiglieri Regionali del Gruppo
del Consiglio Regionale Lega Nord PICCIN,PICCO e RAZZINI avrebbero
commesso, tra il 2009 ed il 2012, peculato chiedendo ed ottenendo
dall’imputato NARDUZZI, capo Gruppo della Lega Nord, la erogazione di
rimborsi di titoli di spesa estranei alle finalità per le quali le somme dal
Consiglio Regionale erano erogate ai Gruppi Consiliari del FVG. Sulla
base di una ricostruzione del dato normativo regionale la sentenza
impugnata (v. pg. 16) è giunta ad affermare che i contributi erogati dai
Consigli regionali ai Gruppi consiliari non erano finalizzati alle spese di
funzionamento dei Gruppi consiliari regionali (GCR), legate al loro
connotato di articolazioni strutturali del Consiglio, ma anche alla natura
prettamente politica dei GCR, rispetto alla quale “la disciplina dei
contributi non attribuiva ai Capigruppo poteri di controllo/sindacato di
merito sulle spese dei singoli Consiglieri correlate alla loro attività
politica”. Aggiungendo che ” solo le finalità per le quali sia accertato il
soddisfacimento di esigenze private del consigliere per tipologia di spesa
incompatibile con l’attività politica…ovvero per tale estraneità
comprovata in un caso specifico, anche a prescindere dalla tipologia in
sé della spesa costituirono una condotta appropriativa del denaro “altrui”
e pertanto, in presenza degli altri elementi costitutivi integrando il
delitto di peculato”. Di qui l’assunto secondo il quale deve essere
“esclusa – per le ipotesi diverse da quelle al punto precedente – la
possibilità di ravvisare condotte distrattive sulla sola base dei
giustificativi di spesa, ricorrendo cioè a criteri empirici per qualificare
una spesa di “rappresentanza” etc. che comporterebbero una
valutazione discrezionale ed incerta, inoltre invasiva della sfera di
autonomia della politica garantita dalla Costituzione”. E’ stata, quindi,
affermata l’insussistenza dell’ obbligo al “rendiconto analitico delle
causali per le quali veniva richiesto ed erogato il rimborso”, sussistendo
solo quello della “produzione dei giustificativi di spesa da conservarsi a
cura dei capigruppo, tenuti annualmente a presentare, con riguardo
all’impiego dei contributi una nota riepilogativa, compilata su un modulo
prestampato, corredata da una relazione illustrativa”. Di qui
l’inconfigurabilità del peculato “dall’omissione in sé del rendiconto delle
spese presentate al rimborso dei consiglieri”. La sentenza, inoltre, ha
stigmatizzato (v. pg. 22) l'”intrinseca ambiguità” del sistema vigente
all’epoca dei fatti per la commistione tra criteri di gestione privatistica
per decisioni di spesa afferenti le scelte dell’attività politica individuale
dei componenti i GCR e le possibili valutazioni ex post di tale gestione
fondate su criteri di inerenza alli interesse pubblico con conseguente
pregiudizio alla certezza del diritto, laddove la magistratura contabile ha
affermato la sussistenza del danno ingiusto sulla base della carenza
della documentazione comprovante la legittimità delle spese sostenute
sulla base di categorie e nozioni non applicabili al giudizio penale ( v. pg.
24 e ss.). Ha, infine, escluso la applicabilità di soglie di “irrilevanza
penale” individuate per casi analoghi da parte di altre A.G. ma non
previste dalla legge ( v. pg. 27 e sg.). Il Giudice di merito ha, quindi,
rilevato che il sistema così delineato aveva creato nei confronti dei
consiglieri regionali un affidamento secondo il quale le spese a loro
rimborsate dal GCR fossero soggette al vaglio del capogruppo operato in
regime privatistico e per ciò solo legittimamente conseguite (al pari del
rimborso forfettario ai deputati) e, pertanto, non poteva che prendersi
atto del difetto dell’elemento psicologico del reato (v. pg. 28). Dopo un
riepilogo delle vicende relative alla spese del GRC Lega Nord ( v. pg. 30
e ss.), il discorso giustificativo si appunta sulle c.d. “spese minute” che
risultano essere state cumulativamente rimborsate a tale generico titolo
senza alcun riferimento ai giustificativi di spesa, concludendosi che non
può sostenersi alcuna ipotesi circa le destinazioni delle “spese minute”, e
– pertanto – deve escludersi la sussistenza di qualsiasi prova che si
tratti di spese in tutto o in parte indebitamente corrisposte agli
interessati.
In particolare, quanto alle vicende riferite a Federico RAZZINI (v.
pg. 39 e ss.), il Giudice censura l’indebita trasposizione operata
dall’Accusa nella voce “spese minute” dell’importo di 32.282 euro per
l’anno 2011/2012 relativo – invece – alla ricarica della carta Genius
assegnata allo stesso RAZZINI in quel periodo, laddove questa – da un
lato – non poteva far riferimento a specifici giustificativi di spesa e –
dall’altro – poteva far riferimento “a qualsiasi spesa, anche di natura
tendenzialmente istituzionale”. Quanto ai rimborsi di cui alle voci
specifiche, il Giudice ha avallato la tesi dell’erronea allegazione di quelle
relative alle spese di barberia ed il dubbio rimborso di quelle relative alla
profumeria. Quanto a quelle relative ai pernottamenti e ristorazione, nel
rilevare l’inincidenza economica della presenza di soggetti estranei, il
Giudice ha richiamato le giustificazioni rese e la documentazione allegata
dallo stesso RAZZINI al riguardo (v. pg. 47), rispetto alle quali ha
ritenuto insussistenti elementi che potessero smentire le addotte finalità
politiche (v. pg. 50).
Anche in relazione alle “spese minute” rimborsate a Enore PICCO si
sviluppano analoghe considerazioni sulla base della circostanza della
ricarica della carta Genius nella disponibilità del predetto, evidenziando
la vicenda – ritenuta sintomatica della approssimazione nella
formulazione degli addebiti – dell’acquisto di un computer ritenuto
regolare in via principale, ma poi, associato alle spese minute,
riconnpreso tra quelle illecitamente rimborsate. Quanto alle altre voci di
spesa relative agli acquisti in un’armeria (v. pg. 58 e ss.) il Giudice ne
afferma la strumentalità rispetto alla pertinente comprovata attività
istituzionale del PICCO relativa ai temi della tutela del territorio e
dell’ambiente dell’Alto Friuli.
Infine, anche quanto alle vicende relative alle spese minute
rimborsate alla PICCIN (v. pg. 60 e ss.) si ripercorrono considerazioni
analoghe alle precedenti con riferimento alle analoghe circostanze della
ricarica della carta Genius nella disponibilità della predetta. Quanto alla
spesa per un navigatore satellitare il Giudice ne ha affermato la
funzionalità, quale bene strumentale, agli spostamenti della Consigliera
necessari per la di lei attività politica (v. pg. 72). Quanto, infine, alle
spese di pernottamento e trasferte – oltre a rimarcarne la restituzione –
lo stesso Giudice ha ritenuto che le allegazioni difensive a riguardo della
finalizzazione istituzionale di tali spese non sono state smentite in atti.
Quanto alla vicenda correlata alla consulenza sub C), il Giudice l’ha
ritenuta infondata in quanto sorretta da mere soggettive ed apodittiche
valutazioni dell’accusa trasfuse nella stessa formulazione dell’accusa
suggestivamente poggiata sul legame sentimentale tra la PICCIN e lo
JURI, nominato consulente.
Conclusivamente la sentenza rileva che non solo risulta emersa la
insussistenza dei fatti ascritti con riguardo ai singoli consiglieri, ma
anche l’inesistenza di elementi idonei a supportare qualsiasi ipotesi di
attivazione del NARDUZZI a favorire indebitamente i rimborsi ai predetti,
rispetto alla quale anche la vicenda del distacco dei giustificativi dalle
attestazioni di rimborso ai singoli consiglieri non risultava rilevante.
4. In relazione alla valutazione del merito delle accuse, va –
innanzitutto – affrontato il tema della latitudine cognitiva e della regola
di giudizio sottesa alla declaratoria di cui all’art. 129 comma 1 cod.
proc. pen. emessa nella specie, rispetto al primo motivo del ricorso del
P.G..
5. Ritiene la Corte che il motivo è infondato.
6. Invero, è stato condivisibilmente affermato che il richiamo fatto
dall’art. 444 cod. proc. pen. all’art. 129 dello stesso codice comporta
che, malgrado il patteggiamento sulla pena intervenuto tra le parti, il
giudice deve emanare pronuncia di proscioglimento quando riconosce –
indipendentemente dall’evidenza – che il fatto non sussiste, l’imputato
non l’ha commesso, il fatto non costituisce reato o non è preveduto
come reato, il reato è estinto o manca una condizione di procedibilità
(art.129, cit., primo comma). Il criterio dell’evidenza della ragione di
proscioglimento viene in rilievo solo quando, sussistendo già una causa
di estinzione del reato, possa farsi luogo alli assoluzione nel merito (art.
129, cit., secondo comma) (Sez. 3, n. 1540 del 07/07/1993, Picano, Rv.
195865).
7. Pertanto, correttamente il Giudice di merito ha esperito la sua
indagine in ordine alla sussistenza sotto il profilo oggettivo e psicologico
dei reati contestati, non arrestandosi rispetto alla evidenza o meno della
insussistenza degli stessi, non radicando l’accordo tra le parti una
presunzione di colpevolezza in capo all’imputato incidente sulla regola di
giudizio tanto che il suo superamento presupponga la evidenza della
causa di non punibilità, secondo un parametro sostanzialmente
constatativo di essa.
8. Quanto al giudizio di merito sulle accuse di peculato di cui al capo
B) – pur registrando una difformità tra i due ricorsi in relazione ai punti
della decisione impugnati (la decisione sulle spese di ENORE PICCO
diverse da quelle minute dichiaratamente non è stata impugnata dal
primo ricorrente) – va detto quanto segue.
9. Il primo e secondo motivo del ricorso del Procuratore della
Repubblica presso il Tribunale di Trieste nonché il secondo, quarto e
quinto motivo del ricorso del P.G. sono fondati, il terzo motivo dei due
rispettivi ricorsi sono in parte fondati.
10. La Corte intende ribadire i seguenti arresti di legittimità sul
tema del peculato, secondo le argomentazioni da ciascuno svolte.
11. In particolare Sez. 6, n. 23066 del 14/05/2009, Provenzano ed
altri, Rv. 244061 ha affermato che integra il delitto di peculato
l’utilizzazione di denaro pubblico accreditato su un capitolo di bilancio
intestato a “spese riservate”, quando non si dia una giustificazione certa
e puntuale del suo impiego per finalità strettamente corrispondenti alle
specifiche attribuzioni e competenze istituzionali del soggetto che ne
dispone, tenuto conto delle norme generali della contabilità pubblica,
ovvero di quelle specificamente previste dalla legge. Nell’affrontare la
natura delle spese riservate e l’individuazione della loro disciplina con
riguardo alla sussistenza di un corrispondente normale obbligo di
rendicontazione ovvero di un obbligo peculiare di giustificazione causale
ovvero di un regime di assoluta insindacabilità, la decisione ha affermato
che “Ciò da cui occorre muovere … come sempre quando manchi
un’esplicita ed espressa disciplina positiva, e in particolare nel settore
pubblico, sono i principi posti dalla Costituzione ed i connessi principi
generali. Nella materia della spesa pubblica rilevano gli artt. 3, 81, 97,
100 e 103 Cost., che nel loro insieme dettano questi convergenti
principi:
– ogni tipo di spesa deve avere una propria autonoma previsione
normativa, che non può essere la mera indicazione nella legge di
bilancio;
– la gestione delle spese pubbliche è sempre soggetta a controllo, anche
giurisdizionale;
– l’impiego delle somme deve concretizzarsi in modo conforme alle
corrispondenti finalità istituzionali, come indicate dalla propria previsione
normativa;
– tale impiego deve in ogni caso rispettare i principi di uguaglianza,
imparzialità, efficienza (che a sua volta comprende quelli di efficacia,
economicità e trasparenza).
La sintesi di tali principi è pertanto che sussiste il generale obbligo
di giustificazione della spesa secondo le precipue finalità istituzionali.
Questi principi costituzionali e generali non comportano ovviamente
l’applicazione di un unico modello di disciplina ed organizzazione della
spesa pubblica, ma indicano i parametri che i vari modelli debbono
rispettare, pur nelle loro articolazioni rispondenti alla peculiarità del
settore in cui prima la spesa è normativamente prevista e poi
concretamente interviene. Non è pertanto compatibile con la
Costituzione l’ipotesi di un potere di spesa di denaro pubblico sottratto
ad ogni tipo di controllo – di natura amministrativa o giurisdizionale –
esterno a chi concretamente dispone la singola spesa, anche perché le
peculiari esigenze del singolo settore possono essere efficacemente
salvaguardate da tipologie di verifica che le concilino con il principio
costituzionale, che altrimenti comunque prevale in ragione della propria
fonte sovraordinata”. Concludendosi che ” lungi allora dall’essere fonte
giustificatrice di ogni tipo di eventuale illecito o irregolarità, anche fiscale
(con un’utilizzazione di denaro pubblico caratterizzata esclusivamente
dal suo mero materiale e grossolano passaggio di mano dal titolare del
potere di spesa, in questo caso il presidente della Regione, al
destinatario della singola dazione, anche per interposte persone), il
carattere riservato della spesa non escludeva affatto, ne’ esclude,
l’obbligo di dare coeva giustificazione della gestione di quel denaro, per
comprovare la sua utilizzazione in modo conforme alle finalità,
competenze ed attribuzioni istituzionali positivamente disciplinate, ferma
l’eventuale insindacabilità della singola scelta una volta constatata tale
conformità alle finalità, competenze ed attribuzioni istituzionali”. La
stessa decisione esamina, inoltre, la questione della inversione
dell’onere della prova e di automatismo tra la mancata prova
documentale della singola destinazione di spesa e la sussistenza del
reato, mentre solo la concreta destinazione della somma, non già la sua
mera ricezione dal cassiere, costituirebbe la necessaria condotta di
appropriazione/interversione del possesso legittimo ed osserva la
sovrapposizione di due temi distinti, “con conseguente confusione
dell’aspetto sostanziale in quello probatorio processuale. Il principio di
diritto affermato da questa Corte …. è che anche le spese qualificate
come riservate da norma giuridica positiva sono soggette all’obbligo
costituzionale di giustificazione causale, sia pure con le modalità
peculiari eventualmente previste dalla specifica norma di legge che volta
per volta le disciplina. La giustificazione causale della singola spesa,
intesa come indicazione puntuale e coeva della sua destinazione
nell’ambito delle finalità strettamente connesse alle specifiche
competenze ed attribuzioni istituzionali dei soggetti che ne possono
disporre – e non di un mero generico interesse pubblico che non trovi in
quelle specifiche competenze la propria pertinenza – è pertanto vera e
propria condizione necessaria per la liceità della spesa stessa. In
assenza di tale coeva giustificazione la spesa – che è passaggio della
somma di denaro, o della relativa disponibilità giuridica autonoma, dal
soggetto che ancora legittimamente possiede in ragione della sua qualità
a soggetti terzi, ovvero a se stesso in un contesto estraneo alle
specifiche attribuzioni istituzionali che sole legittimano la disponibilità e
l’utilizzazione – per sé determina interversione del possesso ed
appropriazione, perché realizza un’utilizzazione intrinsecamente illecita.
La coeva giustificazione della destinazione – nei sensi e nel contenuto
prima chiariti – è quindi onere strutturale proprio della fattispecie, in
definitiva imposto appunto dalle precondizioni di liceità dell’utilizzazione
del denaro pubblico. Va pertanto affermato l’ulteriore principio di diritto
che costituisce delitto di peculato l’utilizzazione di denaro pubblico
nell’ambito di spese riservate quando non si dia giustificazione certa –
secondo le norme generali della contabilità pubblica ovvero quelle
derogative previste dalla legge nella singola fattispecie – del loro impiego
per finalità corrispondenti alle attribuzioni e competenze istituzionali
specifiche del soggetto che le effettua. Nel solo caso in cui la spesa
avvenga per finalità diverse da quelle specificamente previste, ma pur
tuttavia espressamente riconosciute dalle norme in senso lato
organizzative come esse pure proprie delle specifiche attribuzioni del
ruolo istituzionale svolto, permane la connessione funzionale e quindi la
legittimità del possesso, potendosi dar luogo, dopo la soppressione della
fattispecie del peculato per distrazione e nella ricorrenza di tutti i relativi
presupposti, al delitto di abuso d’ufficio (Sez. 6, sent. 553 del
16.10.1992 – 25.1.1993 in proc. Bava e altro). Oltre che ovviamente nel
caso di incameramento ovvero destinazione ad uso ed interesse
esclusivamente personale, è invece configurabile il delitto di peculato, e
non quello di abuso d’ufficio, nei casi in cui l’utilizzazione della somma
avvenga per finalità che, pur genericamente di interesse pubblico, non
siano espressamente riconducibili alle attribuzioni e competenze della
specifica funzione istituzionale svolta ma a quelle di altre funzioni,
attribuite a soggetti pubblici distinti. In questo caso, infatti, lo
stravolgimento della connessione funzionale determina lo stravolgimento
del sistema organizzativo-istituzionale che priva di ogni legittimazione la
concreta spendita della somma di cui si ha la disponibilità, materiale o
giuridica (Sez. 6, n.33069 del 12.5.2003 Tretter, Sez. 6, n. 10908 del
1.2.3.2006 Caffaro; Sez. 6 n.352 del 7.11.2000 – 18.1.2001 Cassetti),
sicché la spendita del denaro avviene uti princeps e costituisce mera
interversione del possesso”.
12. Ancora, questa Corte ha ritenuto configurabile il delitto di
peculato nel caso di appropriazione dei contributi destinati all’attività del
gruppo consiliare da parte del Presidente del gruppo medesimo (Sez. 6,
n. 49976 del 03/12/2012, Fiorito, Rv. 254033) ed ha affermato che il
presidente di un gruppo consiliare regionale riveste la qualifica di
pubblico ufficiale, in quanto, nel suo ruolo, partecipa alle modalità
progettuali ed attuative della funzione legislativa regionale, nonchè alla
procedura di controllo del vincolo di destinazione dei contributi erogati al
gruppo. In motivazione ha spiegato che, a seguito delle modifiche
apportate alla norma incriminatrice di cui all’art. 314 c.p., con la L. 26
aprile 1990, n. 86, l’origine o – se si preferisce – la natura pubblica o
privata del denaro altrui e/o delle altre cose mobili altrui, che
costituiscono l’oggetto materiale del peculato, è un dato irrilevante ai fini
del perfezionamento del reato, integrato dal fatto appropriativo di
denaro o cosa mobile “altrui” di pertinenza di qualunque soggetto
giuridico, pubblico o privato, individuale o collettivo, e non più dal
denaro o dalla cosa mobile “appartenente alla p.a.” secondo la
previgente disciplina normativa. In vero, sulla base della normativa
vigente (art. 314 c.p., come novellato nel 1990), gli elementi costitutivi
che strutturano la fattispecie del peculato sono rappresentati in
sequenza: 1) dalla qualità di pubblico ufficiale o di incaricato di pubblico
servizio del soggetto agente (ciò che connota il peculato come un reato
proprio); 2) dal possesso da parte del pubblico ufficiale o dell’incaricato
di pubblico servizio del denaro o altra cosa mobile “altrui”; 3) dalla
possibilità per il soggetto agente di compiere atti dispositivi sull’altrui
denaro o cosa mobile derivante da ragioni connesse all’ufficio o al
servizio pubblici da lui svolti; 4) da atti di appropriazione di tale denaro
o altra cosa mobile. L’attività che in ragione del suo ruolo svolge il
presidente (o capogruppo) di un gruppo consiliare regionale lo colloca in
una posizione di particolare incidenza funzionale ed organizzativa nella
vita del Consiglio regionale. Il capo del gruppo politico consiliare, infatti,
concorre – attraverso la partecipazione alla Conferenza dei Presidenti dei
gruppi – alla organizzazione e calendarizzazione dei lavori
dell’assemblea, alla organizzazione delle altre attività consiliari
propedeutiche a quelle direttamente legiferanti, alla indicazione dei
membri del proprio gruppo di riferimento che compongono le
commissioni previste dallo Statuto in seno al Consiglio regionale. Una
serie di facoltà e di poteri, dunque, il cui esercizio esalta la rilevanza
della figura del presidente del gruppo, rendendolo diretto partecipe di
una peculiare modalità progettuale ed attuativa della funzione legislativa
regionale, che lo qualifica senza dubbio come pubblico ufficiale ai sensi
dell’art. 357 c.p., comma 1. Qualifica che, a prescindere dalla natura
giuridica che voglia riconoscersi ai gruppi consiliari, si coniuga ad una
disciplina per certo di diritto pubblico dell’azione del gruppo consiliare in
seno al Consiglio regionale e alla stessa rilevanza pubblica che in questo
specifico contesto operativo assumono i presidenti dei vari gruppi
cons il ia ri .
13. Nel caso oggi all’esame della Corte, la normativa regionale
vigente all’epoca dei fatti era costituita dalla L.R. 5.11.1973 n. 54
“Norme riguardanti le spese di funzionamento dei gruppi consiliari” e la
disciplina che prefissava la destinazione dei contributi era contenuta nel
Regolamento di esecuzione delle leggi regionali 5.11.1973 n.54 e
28.10.1980 n. 52 approvato con deliberazione U.P. n. 196 del
22.5.1996. Ebbene , non v’è dubbio, che tale normativa – alla cui
dettagliata esposizione può rinviarsi (v. pg. 6 e ss. della sentenza
impugnata) – nell’individuare il responsabile della gestione dei fondi nel
Presidente del Gruppo Consiliare, definire dettagliatamente le spese
oggetto dei contributi e quelle per le quali era vietato l’utilizzo di questi,
stabilire le relative modalità anche di tenuta della documentazione,
costituisce specifica regolamentazione di quell’obbligo di rendicontazione
in via generale enucleato dal richiamato arresto di legittimità
Provenzano, a maggior ragione non potendosi riconoscere alle somme
destinate alla attività anche politica dei gruppi, un regime di gestione
incontrollata già disconosciuta per le spese riservate.
14. Pertanto, destituito di fondamento è l’assunto posto a base
della decisione liberatoria in ordine all’assenza di obbligo di rendiconto
analitico delle spese portate a rimborso ritenuto asseritamente
inconciliabile con la sfera di autonomia dell’attività politica e fumoso
l’argomento della pretesa ambiguità del sistema vigente all’epoca dei
fatti. Erroneo, ancora, quello che fa leva sull’inversione dell’onere della
prova applicato in sede di giurisdizione contabile ma inapplicabile al
processo penale secondo le pertinenti richiamate argomentazioni svolte
dalla sentenza Provenzano secondo la quale la rendicontazione della
spesa è condizione sostanziale della legittimità del rimborso.
Quanto, poi, all’assunto della sentenza che intende svincolare la
fattispecie in esame dal predetto arresto (v. pg. 37) secondo il quale
“non risulta minimamente accertato che tutti o parte dei rimborsi erogati
quali “spese minute” ai consiglieri della lega Nord (in specie i tre
accusati di concorso con il NARDUZZI) fossero stati corrisposti senza che
i beneficiari producessero le relative pezze giustificative”, va detto che
non solo non è colta la articolata ratio di detta decisione di legittimità,
ma risulta del tutto apodittico e contraddittorio assumere che ai detti
rimborsi presiedesse una valutazione della loro legittimità.
15. Alla stregua di quanto detto errata risulta la conclusione,
ripetuta per ciascuno dei consiglieri regionali interessati, della irrilevanza
penale dei rimborsi aventi ad oggetto le c.d. “spese minute”, rivelatesi
prive di qualsiasi rendicontazione, dovendo – invece – affermarsene la
illiceità penale secondo la fattispecie contestata in ragione della
arbitraria corresponsione delle somme all’interessato da parte di chi –
l’attuale imputato – era obbligato al controllo delle somme a lui rese
disponibili in ragione della veste istituzionale ricoperta.
Dovendosi censurare – con riguardo all’elemento psicologico del reato –
perchè del tutto destituita di fondamento l’ “obbligata presa d’atto” del
suo difetto (v. pg. 28 della sentenza impugnata) sulla base di una
complessiva considerazione del regime normativo vigente all’epoca.
Invero, tale approccio – sostanziatosi in una cumulativa interpretazione,
finalisticannente orientata, di elementi eterogenei – sicuramente, anche
per quest’aspetto richiamati gli arresti di legittimità sopra indicati, non
può giustificare la buona fede nell’utilizzo arbitrario dei fondi destinati ai
GCR, travalicando il principio secondo il quale – specie per soggetti
qualificati quali l’attuale imputato ed i consiglieri regionali richiedenti –
ignorantia legis non excusat.
16. Quanto ai rimborsi liquidati al RAZZINI sub B) di cui ai punti
a),b),c), d), e), f), k), I) ed m), relative a spese di barberia e
profumeria, la relativa pronuncia liberatoria è manifestamente illogica in
quanto fondata su mere congetture circa l’erroneità della loro
allegazione alle richieste di rimborso.
17. Quanto ai rimborsi al RAZZINI sub B) di cui ai punti g), h), i), j),
n), o),p), q), r), relativi a pernottamenti e pasti, come pure al PICCO
per i punti da a) a k), relative a spese in armeria, e, infine, alla PICCIN
di cui ai punti a), b),c), d), e), f), k) ed l), che oltre per il navigatore
satellitare, per pernottamenti e pasti, i ricorsi – a parte la segnalata
difformità tra i due ricorsi relativa alla posizione del PICCO – sono
generici rispetto alle motivazioni poste a base della decisione che
hanno accolto, in assenza di contrarie emergenze, le analitiche
allegazioni difensive, limitandosi i ricorrenti a censurare la non meglio
precisata acritica adesione del Giudice alle ragioni della difesa, quando
non in fatto, allorquando adombrano alternative ricostruzioni
sostanzialmente poggiate sulla sola prospettazione dell’editto
accusatorio.
18. Del pari in fatto risulta il ricorso del P.M. presso il Tribunale in
ordine al capo C) – l’altro ricorso non muovendo specifiche doglianze sul
punto. Invero, il ricorrente oppone alla non illogica valutazione del
Giudice che fa capo alla compatibilità dell’oggetto della consulenza con
il curriculum del consulente ed all’assenza di ogni altra emergenza
investigativa (anche la stessa e sola informativa di p.g. risultando essere
destinata ad evidenziare altri aspetti), una rivalutazione in fatto
sull’oggetto dell’incarico facendo altresì leva sul legame sentimentale tra
il consulente e la Piccin – pervero, quest’ultimo, esulante dalla
fattispecie incriminatrice – che si sostanzialmente poggia sulla sola
imputazione ridondante di apprezzamenti.
19. Pertanto, la sentenza deve essere annullata senza rinvio in
relazione al capo B) con riferimento ai fatti ascritti in relazione ai
rimborsi al RAZZINI di cui ai punti a), b), c), d), e), f), k), I), m), s); a
quelli al PICCO al punto l) ed alla PICCIN ai punti g),h), i) e j) e gli atti
devono essere trasmessi al Tribunale di Trieste per l’ulteriore corso. Nel
resto i ricorsi devono essere dichiarati inammissibili.

P.Q.M.
Annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente al capo
B) in relazione ai rimborsi erogati a Federico Razzini ai punti
a),b),c),d),e), f),k),I),m) ed s); erogati a Enore Picco al punto I); a Mara
Piccin ai punti g),h),i) e j) e dispone trasmettersi gli atti al Tribunale di
Trieste per l’ulteriore corso. Dichiara inammissibili nel resto i ricorsi.
Così deciso il 2.2.2017.

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