Reati Contro La Fede Pubblica – Cassazione Penale 07/07/2016 N° 28303

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione VI

Data: 07/07/2016

Numero: 28303

Testo completo della Sentenza Reati contro la fede pubblica – Cassazione penale 07/07/2016 n° 28303:

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SENTENZA sul ricorso proposto da: MASE’ ELISABETTA nato il 10/02/1955 a STREMBO avverso la sentenza del 31/10/2014 della CORTE APPELLO di TRENTO visti gli atti, il provvedimento impugnato e i ricorsi; udita la relazione svolta dal Consigliere Antonio CORBO; sentito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Massimo GALLI, che ha concluso per il rigetto del ricorso; sentite le conclusioni dell’avvocato Maria Cristina OSELE, difensore di fiducia delle partì civili, che ha chiesto il rigetto del ricorso; sentite le conclusioni dell’avvocato Monica BAGGIA, difensore di fiducia di Elisabetta Masè, che ha chiesto l’accoglimento del ricorso RITENUTO IN FATTO 1. Con sentenza emessa il 31 ottobre 2014, la Corte di appello di Trento, per quanto di interesse in questa sede, in parziale riforma della sentenza pronunciata dal Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Trento, all’esito di giudizio abbreviato condizionato, ha condannato Elisabetta Masé per calunnia e plurimi falsi materiali in atto pubblico commessi da privato alla pena ritenuta di giustizia. Precisamente, secondo la Corte di appello, la calunnia era stata commessa in data 23 agosto 2010, mediante deposito di querela, con la quale l’imputata avrebbe accusato falsamente, pur sapendola innocente, Paola Giovannelli, del reato di lesioni personali volontarie cagionatele all’interno degli uffici del comune di Strembo in data 27 maggio 2010; i falsi materiali erano stati commessi tra il maggio ed il giugno 2010, mediante la formazione di copie fotostatiche di certificati medici depositate unitamente alla querela il 23 agosto 2010 o comunque utilizzate nei confronti del proprio datore di lavoro, il comune di Strembo. La sentenza di primo grado, invece, aveva ritenuto la responsabilità della Masé per i reati concernenti le falsità materiali in atto pubblico commesse da privato, ma aveva assolto l’imputata dal reato di calunnia perché il fatto non sussiste. A fondamento della statuizione assolutoria, il G.u.p. aveva richiamato fondamentalmente la ragione «squisitamente processuale» della mancata adozione di una decisione nel giudizio pendente davanti al giudice di pace per il reato di lesioni addebitato a Paola Giovannelli in danno della Masé, ed irritualmente sospeso in attesa della pronuncia sulla contestazione concernente la calunnia. 2. Ha presentato ricorso per cassazione avverso la sentenza della Corte di appello indicata in epigrafe l’avvocato Monica Baggia, quale difensore di fiducia della Masé, articolando tre motivi. 2.1. Nel primo motivo, si lamenta violazione ed erronea applicazione dell’art. 368 cod. pen., nonché contraddittorietà o manifesta illogicità della sentenza impugnata, a norma dell’art. 606, comma 1, lett. e), cod. proc. pen. Si deduce che: la decisione della Corte di appello ha del tutto ignorato il rapporto di pregiudizialità logica intercorrente tra il giudizio di lesioni personali ed il giudizio di calunnia, limitandosi a rappresentare l’autonomia processuale tra i due giudizi; la pendenza di un processo penale a carico della persona offesa proprio per il reato che si assume essere l’oggetto della calunnia è elemento significativo per desumere l’insussistenza materiale del fatto di cui all’art. 368 cod. pen. o comunque il difetto del dolo in capo al supposto calunniatore; la 2 genuinità del certificato medico redatto presso il Pronto Soccorso dell’ospedale di Tione, ed attestante le lesioni subite dalla Masé in data 27 maggio 2010 non è stata mai posta in discussione; il teste Righi ha dichiarato di aver incontrato la Masé, turbata ed agitata, presso gli uffici comunali di Strembo immediatamente dopo le denunciate lesioni, e non ha visto ferite o segni visibili perché la donna gli era passata davanti senza fermarsi e parlando tra sé e sé. 2.2. Nel secondo motivo, si lamenta violazione o falsa applicazione dell’art. 603, comma 3, cod. proc. pen., in relazione all’art. 6 CEDU per l’omessa rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale con riferimento alla testimonianza di Ruggero Righi, a norma dell’art. 606, comma 1, lett. e), cod. proc. pen. Si deduce che la Corte d’appello ha fondato la decisione di condanna sulla base della rilettura delle dichiarazioni di Ruggero Righi, assunte dal Giudice dell”udienza preliminare in contraddittorio tra le parti, violando i principi desumibili dall’art. 6 CEDU, come interpretato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, che gli imponevano di procedere alla riassunzione della testimonianza anche di ufficio. 2.3 Nel terzo motivo si lamenta violazione ed erronea applicazione dell’art. 479 cod. pen., in relazione all’art. 49, secondo comma, cod. pen., a norma dell’art. 606, comma 1, lett. e), cod. proc. pen. Si deduce che le falsificazioni documentali, diversamente da quanto ritiene la sentenza impugnata, costituiscono «modifiche non solo inidonee ad alterare il contenuto probatorio , ma anche inutili sotto il profilo della cd. immutatio veri», in quanto «grossolane integrazioni/correzioni che hanno investito parti e elementi accessori dei documenti in oggetto, senza dunque incidere sull’esistenza ed efficacia degli stessi e senza alterarne il significato originario». Si osserva, in particolare, che: a) il certificato rilasciato dal Pronto Soccorso il 27 maggio 2010, la cui genuinità non è mai stata messa in dubbio, «è di per sé sufficiente a fornire la prova delle lesioni»; b) la contraffazione del certificato del 4 giugno 2010, caratterizzata dalla sostituzione della parola «armadio» alla parola «muro», è immediatamente visibile ed innocua, perché il riferimento all’«armadio» risultava già dalla certificazione del 27 maggio; c) l’alterazione dell’orario riportato sul certificato dell’INAIL, una volta mutato da 13.03 a 13.05, e l’altra da 13.03 a 13.45 è ininfluente sia sul significato dell’atto in sé, sia ai fini della prova delle lesioni; d) le aggiunte ai due certificati rilasciati dal dott. Cozzio, eseguite operando in una l’addizione delle parole «setto nasale» e nell’altra l’addizione «aggressione avvenuta il 27/05/2010 ore 13,00 circa», sono in realtà riferibili proprio al medico, come può evincersi da semplici comparazioni con altri documenti provenienti da quest’ultimo, e comunque inidonee ad incidere sul significato della certificazione. 3 3. In data 24 maggio 2016, ha depositato memoria l’avvocato Maria Cristina Osele, quale difensore di fiducia della parte civile Paola Giovannelli. Nell’atto, in particolare, si evidenzia che: a) nelle more del giudizio di cassazione, il giudice di pace ha assolto Paola Giovannelli dal reato di lesioni personali in danno di Elisabetta Masé “perché il fatto non sussiste”, con sentenza divenuta irrevocabile; b) la valutazione della deposizione del teste Righi è identica sia nella sentenza di appello, sia in quella di primo grado, che ha pronunciato l’assoluzione per la calunnia solo in ragione di supposti vincoli processuali; c) la natura dolosa delle falsificazioni dei certificati medici è stata valorizzata anche dalla Corte di appello di Trento, sezione lavoro, nella sentenza che ha confermato la legittimità del licenziamento della Masé da parte del Comune di Strembo, e dal giudice di pace nel procedimento per il reato di lesioni volontarie ascritte alla Giovannelli. CONSIDERATO IN DIRITTO 1. Il ricorso è infondato per le ragioni di seguito precisate. 2. Infondato è il primo motivo, che contesta la configurabilità del reato di calunnia sia per motivi di ordine processuale, sia per ragioni attinenti alla ricostruzione logica dei fatti. 2.1. La tesi secondo cui la pendenza del procedimento penale a carico del preteso calunniato, nella specie la Giovannelli, escluderebbe la sussistenza del fatto già da un punto di vista materiale, o comunque il dolo, è manifestamente priva di fondamento. Costituisce principio più volte affermato in giurisprudenza, e che il Collegio condivide, quello secondo cui la sospensione del processo è un mezzo eccezionale al quale il giudice deve fare ricorso solo quando la legge espressamente lo consenta e cioè quando la decisione dipende dalla risoluzione di una questione pregiudiziale costituzionale o euro-unitaria ovvero civile o amministrativa, ai sensi dell’art. 3 cod. proc. pen., con la conseguenza che, fuori da tali casi, il giudice è tenuto a risolvere ogni altra questione pregiudiziale, seppure con efficacia non vincolante (cfr., in particolare, Sez. 5, n. 14972 del 24/03/2005, La Delfa, Rv. 231326 e Sez. 1, n. 503 del 20/01/1998, Allegri, Rv. 210767). In questo ordine di idee, del resto, si è anche escluso che l’art. 3 cod. proc. pen., nella parte in cui non prevede che il procedimento penale possa essere sospeso per la pendenza di altro procedimento penale, si ponga in contrasto con gli artt. 3 e 111 della Costituzione, sul rilievo che la disciplina 4 fissata da tale enunciato normativo costituisce espressione di una ragionevole scelta del legislatore ispirata all’intento di garantire la massima autonomia di giudizio in ciascun procedimento penale, nell’ambito del quale deve essere sempre e comunque ricercata la verità, senza condizionamenti derivanti dagli elementi raccolti in altri procedimenti (così Sez. 1, n. 38171 del 20/09/2006, De Masi, Rv. 234958). Di conseguenza, nonostante la pendenza del procedimento penale per lesioni personali a carico della persona offesa del presente giudizio, doveroso è stato l’accertamento “a tutto campo” compiuto dal giudice di merito, e legittima la soluzione adottata e consistita nell’affermazione della responsabilità penale della asserita vittima delle lesioni per il delitto di calunnia. 2.2. Le critiche attinenti al difetto di motivazione muovono dalla genuinità del certificato medico rilasciato dal Pronto Soccorso dell’ospedale di Tione in data 27 maggio 2010, attestante le lesioni subite dalla Masé e dalle dichiarazioni del teste Righi, il quale, subito dopo il fatto delle lesioni asseritamente procurate alla Masé dalla Giovannelli, pur non notando alcuna ferita, aveva visto la prima passare velocemente davanti a lui agitata e turbata. Trattasi di censure che non evidenziano manifesta illogicità, mancanza o contraddittorietà della motivazione. La sentenza impugnata ha posto a fondamento del proprio giudizio di condanna per la calunnia proprio le dichiarazioni del teste Righi, la condotta della Masé subito dopo la denunciata aggressione, la successiva presentazione di certificati medici alterati. Invero, si rappresenta che il teste Righi ha riferito che la Masé subito dopo il diverbio con la Giovannelli del 27 maggio 2010 gli aveva detto: «non ne posso più, mi fa venire il mal di cuore adesso vado dal dottore e dai carabinieri», senza fare alcun cenno a violenze sulla sua persona o a ferite, e che, inoltre, egli, pur avendo visto la Masé solo lateralmente, non aveva notato segni visibili o ferite. Si aggiunge, poi, che la Masé si è recata al Pronto Soccorso dell’ospedale per farsi refertare solo due ore e mezzo dopo lo “scontro” con la Giovannelli, e ciò risulta incompatibile con una perdita di sangue in corso, come denunciato, e con la dichiarata intenzione di procedere alla denuncia; inoltre, il referto medico conseguentemente redatto attesta ecchimosi, ma non la denunciata epistassi. Si osserva, ancora, che le immutazioni riscontrate nei certificati medici prodotti dalla Masé, alterati negli orari e recanti aggiunte apocrife relative all’aggressione ed alle parti del corpo, si caratterizzano tutte per la convergente direzione intesa a «rendere graniticamente credibile l’accusa costruita contro la Giovannelli». Questo essendo il percorso argomentativo della sentenza impugnata, può perciò concludersi che la stessa ha offerto una 5 indicazione puntuale ed immune da vizi logici delle ragioni del convincimento raggiunto in ordine alla sussistenza della calunnia e del dolo dell’imputata. 3. Infondato è anche il secondo motivo di ricorso, che lamenta l’omessa rinnovazione dell’esame del teste Righi, già sentito dal giudice dell’udienza preliminare che aveva poi pronunciato assoluzione della Masé dall’accusa di calunnia. Invero, le dichiarazioni del teste Righi non sono state valutate inattendibili dal primo giudice e, invece, attendibili dalla Corte di appello: l’assoluzione pronunciata dal Tribunale ha ragioni esclusivamente processuali, perché incentrata sull’erroneo presupposto secondo cui la condanna per calunnia presuppone indefettibilmente l’avvenuta pronuncia di un decisione irrevocabile sul reato presupposto. Si può anche aggiungere che una – non necessaria – conferma dell’assenza di mutamenti nel giudizio sull’attendibilità delle affermazioni del testimone è desumibile anche dall’argomentazione esposta nel motivo di ricorso: questo, infatti, si limita a citare in termini generali la giurisprudenza sovranazionale e di legittimità in materia di «diverso apprezzamento» della prova orale da parte del giudice di appello rispetto a quello di primo grado, senza indicare quale sarebbe stato in concreto, il «diverso apprezzamento» delle dichiarazioni del Righi. 4. Infondato, infine, è anche il terzo motivo di ricorso, concernente la innocuità o la irrilevanza dei falsi materiali relativi alle copie fotostatiche di certificati medici, le quali sono state prodotte dalla Masé unitamente alla querela contro la Giovannelli o depositate al Comune di Strembo, suo datore di lavoro. 4.1. E’ utile premettere che le censure escludono espressamente l’ascrivibilità delle alterazioni all’imputata solo con riferimento alle copie dei due certificati rilasciati dal dott. Cozzio nelle date del 31 maggio 2010 e del 13 luglio 2010. Peraltro, queste doglianze sulla non riferibilità dei fatti materiali di immutatio veri alla Masé sono diverse da quelle consentite in sede di legittimità, perché si limitano ad opporre alle conclusioni della sentenza impugnata (e di quella di primo grado) una diversa ricostruzione dei fatti, fondata sulla asserita identità «a colpo d’occhio» della grafia del dott. Cozzio e di quella dell’autore delle alterazioni. 4.2. Per quanto attiene alla dedotta innocuità o irrilevanza degli altri falsi, la stessa è affermata perché la sostituzione della parola «muro» con la parola «armadio» nel certificato del 4 giugno 2010 sarebbe visibile e comunque relativa a circostanza risultante già dal certificato del 27 maggio 2010, mentre le alterazioni degli orari operate sulle copie dei certificati INAIL del 14 giugno 2010 6 sarebbero ininfluenti rispetto alla finalità documentativa di tali atti, diretta ad accertare la durata della malattia diagnosticata, e non utili ad avvalorare la tesi dell’imputata fissando il momento delle lesioni alle ore 13,45, invece che alle ore 13,03, ossia in un momento in cui la stessa aveva già lasciato il Comune. Anche in questo caso immune da vizi è il ragionamento della sentenza impugnata, che conclude per la rilevanza delle falsificazioni sottolineando come le stesse siano coerenti con l’obiettivo di accreditare le accuse di lesioni, che saranno poi formulate dalla Masé contro la Giovannelli nella querela del 23 agosto 2010. 4.3. Né può ritenersi che i falsi siano innocui o irrilevanti perché relativi ad elementi accessori dell’atto e diversi da quelli che attengono al contenuto tipico dell’attestazione. Invero, non appare discutibile che tutte le componenti di un atto, anche quando di per sé non necessarie o comunque non direttamente rilevanti ai fini dell’effetto attestativo tipico, se inserite nel documento, ripetono da questo la loro idoneità funzionale ad asseverare l’esistenza di quanto indicato, almeno laddove, come nel caso di specie, l’inserimento di tali componenti accessorie avviene proprio per dare (o concorrere a dare) prova dei fatti da esse rappresentati. Pure in questa tipologia di ipotesi, infatti, viene lesa la fiducia della collettività sul significato attribuibile all’atto, quale fonte di effetti giuridici. In linea con queste osservazioni, può anche richiamarsi il consolidato orientamento giurisprudenziale che esclude la “inutilità” della falsa autenticazione, compiuta da un pubblico ufficiale, della sottoscrizione sostitutiva di un atto notorio, perché l’asseverazione, sebbene non richiesta, può comunque potenziare l’efficacia probatoria dell’atto (così, in particolare, Sez. 5 n. 6204 del 30/11/2010, dep. 2011, Colla, Rv. 249260, nonché Sez. 6, n. 6885 del 10/01/12002, Alasia, Rv. 222246), anche ed eventualmente a fini diversi da quello per il quale il documento è stato predisposto (per questi rilievi, cfr., specificamente, Sez. 6, Alasia, cit., la quale ha osservato che «falso inutile è soltanto quello che cade su un atto assolutamente privo di valenza probatoria», e che «la lesione del bene protetto provocata dalla falsa autenticazione di una sottoscrizione ad opera del pubblico ufficiale non viene certo meno se quell’atto, non sia più considerato necessario ai fini del compimento di una certa attività da parte del privato e tuttavia – lungi dal venire cancellato come categoria dal mondo del giuridico – conservi il suo valore probatorio a ogni altro possibile effetto», ad esempio per dare «dimostrazione che la persona partecipante era in vita o si trovava in un certo luogo al momento della redazione dell’atto»). 5. In conclusione, quindi, l’infondatezza dei motivi proposti impone il rigetto del ricorso, e la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali ed 7 alla refusione delle spese di fase in favore della parte civile Paola Giovannelli, che si stima equo liquidare, complessivamente, in Euro 3.500 (tremilacinquecento), oltre spese generali nella misura del quindici per cento, I.V.A. e C.P.A. Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali e a rifondere alla parte civile Paola Giovannelli le spese sostenute nel presente grado di giudizio, che liquida in euro tremilacinquecento, oltre spese generali nella misura del quindici per cento, I.V.A. e C.P.A. Così deciso il 3 giugno 2016

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