Reati Contro Il Patrimonio – Cassazione Penale 28/07/2016 N° 33076

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione II

Data: 28/07/2016

Numero: 33076

Testo completo della Sentenza Reati contro il patrimonio – Cassazione penale 28/07/2016 n° 33076:

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SENTENZA Sul ricorso proposto da: PROCURATORE DELLA REPUBBLICA PRESSO IL TRIBUNALE DI TORINO nei confronti di: MOCCIA GENNARO N. IL 29/11/1972 Inoltre MOCCIA GENNARO N. IL 29/11/1972 MOCCIA GENNARO N. IL 15/09/1992 MARANTA MARIA N. IL 20/08/1963 CAPASSO CARMINEANTONIO N. IL 02/02/1987 MOCCIA LUIGI N. IL 05/09/1956 1 avverso l’ordinanza n.358/2016 TRIBUNALE DELLA LIBERTA’ DI ROMA, del 29/02/2016 sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. IGNAZIO PARDO; sentite le conclusioni del Procuratore Generale dott. Pompeo Alfredo Viola che ha chiesto l’annullamento con rinvio limitatamente al capo e) per Moccia Gennaro cl.72 e l’annullamento con riferimento alle esigenze cautelari per tutti gli altri ricorsi. Rigetto nel resto dei ricorsi. Uditi i difensori avv.ti: Nino Marazzita, Saverio Senese, anche in sostituzione dell’avv. Annalisa Senese, ed avv.to Francesco Dovinio che insistono nei rispettivi ricorsi. RITENUTO IN FATTO 1.1 Con ordinanza in data 29 febbraio 2016 il Tribunale della libertà di Roma respingeva l’istanza di riesame avanzata nell’interesse di Moccia Luigi, Capasso Carminantonio e Maranta Maria, avverso l’ordinanza del G.I.P. del Tribunale dello stesso capoluogo del 25 gennaio 2016, annullava la predetta ordinanza limitatamente alla posizione di Moccia Gennaro c1.72 con riferimento al capo e) dell’imputazione provvisoria, contestualmente disponendo la misura degli arresti domiciliari per il predetto, ed applicava la misura dell’obbligo di presentazione alla P.G. per l’indagato Moccia Gennaro c1.92. 1.2 L’ordinanza del Tribunale del riesame romano riteneva non sussistere adeguati indizi di colpevolezza con riferimento al delitto di cui all’art. 648 ter cod.pen. contestato al Moccia Gennaro c1.72 e confermava invece l’impianto accusatorio già valorizzato dal Giudice delle Indagini Preliminari in sede di provvedimento coercitivo nei riguardi dello stesso Moccia, quanto agli ulteriori delitti di tentata estorsione e concorrenza illecita con violenza, ed in riferimento al delitto di interposizione fittizia di cui all’art. 12 quinques L. 356/92 contestato ai capi b) e c) nei riguardi degli altri indagati. In particolare, per quanto atteneva il capo c), riguardante l’interposizione fittizia della Maranta in attività alberghiere dell’interposto Moccia Luigi, il giudice del riesame valorizzava il contenuto di contatti telefonici e personali tra i due, altre intercettazioni tra la Maranta e la moglie del Moccia, Arcella Francesca, nella quale la prima fa riferimento alla gestione di somme ricevute dal nucleo familiare Moccia, ulteriori conversazioni dalle quali risultava l’interesse del capo clan (Moccia Luigi) per le attività di ristrutturazione dell’albergo personalmente dirette dalla Maranta ovvero i rapporti tra questa ed Anna Moccia figlia del predetto Luigi. Con riguardo al capo b) dell’imputazione, relativo all’interposizione nella società G.E.N.I. s.r.l. dedita alla commercializzazione in Roma di prodotti caseari, il Tribunale della libertà ricostruiva le vicende della predetta società ritenendo che la stessa fosse riferibile proprio a Moccia Luigi ed al fratello Antonio, entrambi definitivamente condannati per il delitto di cui all’art. 416 bis cod.pen. e che per decisione del 2 primo nella stessa figurassero, dal 2014, quali soci formali, il figlio Moccia Gennaro c1.92 per il 90 % e Capasso Carminantonio per il 10 % delle quote. L’immanenza ed il ruolo di effettivo dirigente delle attività sociali da parte di Luigi Moccia veniva dimostrato, ad avviso del giudice del riesame, da numerose intercettazioni che comprovavano come lo stesso, in assenza di qualsiasi formalizzazione della partecipazione personale alla società, gestisse di fatto la predetta G.E.N.I. attraverso l’interposizione fittizia dei soci formali. Affermata anche l’esistenza del clan Moccia, riconducibile ai parametri di cui all’art. 416 bis cod.pen. ed operante nel territorio campano e di Afragola in particolare, il riesame riteneva che Moccia Luigi avesse operato al fine di impedire l’applicazione di misure di prevenzione nei suoi confronti mentre irrilevante doveva ritenersi la produzione difensiva diretta a dimostrare la cessazione dell’operatività del predetto gruppo criminale dovendo darsi rilievo alla potenziale pericolosità del soggetto. Con riguardo poi ai capi f) e g), contestati a Moccia Gennaro c1.72, il Tribunale valorizzava i dati di fatto, costituiti dal comportamento violento del predetto, in danno della parte offesa Di Nardo Domenico, diretto ad eliminare o comunque ridurre le attività del concorrente commerciale nella fornitura di generi alimentari ad alcuni supermercati; escludeva invece lo stesso giudice del riesame cautelare che le condotte dirette a favorire l’inserimento della G.E.N.I. nel tessuto commerciale romano, poste in essere dallo stesso Moccia Gennaro c1.72, potessero essere qualificate ai sensi dell’art. 648 ter cod.pen., poiché detta fattispecie punisce le ipotesi di immissione di somme di provenienza illecita in circuiti commerciali e finanziari mentre, nel caso in esame, l’indagato aveva solo ampliato le attività della predetta G.E.N.I. attraverso la commercializzazione dei prodotti caseari provenienti dalla stessa e non anche impiegato i beni provento di delitto in altre attività. 1.2 Avverso detta ordinanza proponeva innanzi tutto ricorso per cassazione il Pubblico Ministero presso la D.D.A. di Roma contestando l’annullamento disposto con riguardo alla posizione di Moccia Gennaro c1.72 in relazione al delitto di cui all’art. 648 ter cod.pen. contestato al capo e), esponendo che essendo scopo della norma quello di sanzionare la fase finale delle operazioni di riciclaggio e cioè il momento in cui i capitali “ripuliti” vengono impiegati in investimenti legittimi, la condotta posta in essere dal predetto indagato, che aveva facilitato la fornitura diretta di prodotti commercializzati da G.E.N.I. a propri clienti già fidelizzati, integrava l’ipotesi contestata; difatti l’indagato aveva incrementato le vendite e specularmente i profitti dell’attività di impresa. Quanto al reato presupposto, nessun dubbio, ad avviso del P.M., sussisteva quanto alla possibilità che lo stesso fosse costituito anche dal delitto di cui all’art. 12 quinques L.306/92. 1.3 Proponevano ricorso anche gli indagati; Maranta Maria, tramite il proprio difensore di fiducia, deducendo violazione dell’art. 606 lett. b) e c) cod.proc.pen., in relazione all’art. 12 quinques L. 306/92, mancanza dei gravi indizi di colpevolezza in ordine al suddetto reato aggravato ex art. 7 D.L. 152/91, contraddittorietà ed illogicità della motivazione in ordine agli indizi, mancanza di motivazione in ordine alle prove documentali prodotte ed ai rilievi svolti 3 dinanzi al giudice del riesame. Premesse alcune considerazioni circa la norma di cui all’art. 12 quinques cit., soprattutto con riguardo alla necessità che l’operazione contestata abbia carattere fittizio e che i beni siano suscettibili in concreto di misura di prevenzione patrimoniale, la difesa contestava la provenienza delle risorse economiche impiegate nell’acquisizione della proprietà di una parte della struttura e nelle attività di ristrutturazione dell’Hotel San Pietro dal Moccia Luigi. Rappresentava al proposito che la ricorrente svolgeva attività imprenditoriale nel settore alberghiero da anni e ricostruiva in concreto i passaggi finanziari attraverso i quali era pervenuta all’acquisizione degli ampliamenti del predetto albergo indicando l’origine lecita della provvista. Quanto al contenuto delle conversazioni evidenziate per affermare la sussistenza dell’ipotesi contestata, o facevano riferimento a valori in denaro non compatibili con l’importo dell’acquisto e delle operazioni di ristrutturazione ovvero valorizzavano l’elemento della presenza di Moccia Luigi presso l’hotel che aveva natura meramente neutra ed occasionale. Ancora, quanto ai rapporti tra la Maranta e Moccia Anna, figlia di Luigi, essi evidenziavano che la prima aveva negato la propria disponibilità ad intestarsi beni dell’altra sicchè doveva proprio ritenersi che i giudici avevano operato un’interpretazione estensiva del significato delle intercettazioni in contrasto con dati documentali ed oggettivi, posto che l’acquisto dell’immobile era stato effettuato con assegni circolari intestati alla MPS Immobiliare. Contestava ancora il ricorso la sussistenza dell’elemento soggettivo e cioè della consapevolezza in capo alla Maranta della qualità criminale del Moccia e che questi potesse essere destinatario di misure di prevenzione, lamentava poi l’omesso riferimento alla produzione documentale e l’assenza di prova circa provviste finanziarie dirette dal Moccia alla Maranta che rendevano la motivazione illogica e contraddittoria. Analoghe considerazioni svolgeva con riguardo alla circostanza aggravante di cui all’art. 7 D.L. 152/91, non emergendo alcuna consapevolezza di agevolare le attività dell’associazione. Inoltre deduceva il difetto delle esigenze cautelari e difetto di motivazione sul punto. 1.4 Moccia Gennaro c1.1972 deduceva violazione dell’art. 606 lett. e) cod.proc.pen. in relazione alle imputazioni di cui ai capi f) e g) poiché il Tribunale aveva proposto una propria interpretazione delle conversazioni rilevanti per la ricostruzione di quanto accaduto tra il ricorrente ed il Di Nardo, scartando aprioristicamente l’interpretazione più favorevole e cioè che quel contrasto non era dovuto alla intenzione di obbligare Di Nardo ad abbandonare la fornitura in concorrenza con il Moccia, quanto al fatto che la presunta vittima aveva avuto modo di parlare negativamente del ricorrente con i suoi clienti così provocando una reazione a fronte di un comportamento denigrante. Deduceva poi l’incompetenza per territorio del Tribunale di Roma essendosi verificati i fatti nel territorio del Tribunale di Tivoli. Con il secondo motivo deduceva mancanza della motivazione con riferimento alla sussistenza delle esigenze cautelari sotto il profilo della attualità e permanenza. 1.5 Con il primo motivo di ricorso la difesa di Luigi Moccia deduceva violazione dell’art. 606 lett. e) cod.proc.pen. e, premessa la descrizione delle due imputazioni per le quali risultava 4 emessa la misura cautelare, riferiva che dagli atti emergesse come sia la Maranta che i soci della G.E.N.I. avevano fornito il proprio personale ed autonomo contributo nelle rispettive attività con conseguente impossibilità di configurare l’ipotesi contestata; in relazione al capo b), la contraddittorietà della motivazione, risiedeva nella valutazione errata fatta delle vicende societarie così come ripercorse dall’indagato in sede di interrogatorio e dall’assenza di qualsiasi elemento che potesse far ritenere presenti interessi di natura economica alla ripartizione degli utili dello stesso nella G.E.N.I. s.r.I.. I comportamenti stigmatizzati dal Tribunale riguardavano infatti solo attività laboriose svolte nell’interesse del figlio al quale si voleva fornire un’attività. Anche le intercettazioni relative a dette attività erano state interpretate acriticamente. In relazione al capo c) l’illogicità della motivazione si basava sulla valutazione di fatti (interesse all’acquisto di un hotel in Roma) del tutto differenti da quelli contestati e per i quali non sussistevano indizi idonei a dimostrare che attraverso operazioni bancarie e finanziarie le operazioni della Maranta relative all’Hotel San Pietro fossero riferibili al ricorrente Luigi Moccia. Procedeva poi il difensore ad un’analisi delle singole conversazioni ritenute di rilievo fornendo una lettura alternativa ed, al proposito, sottolineava come la somma di C 70.000 alla quale facevano riferimento la Maranta e la moglie del ricorrente Arcella, era assai inferiore a quella impiegata dalla prima per l’acquisto dell’albergo (300.000 C). Mancava qualsiasi elemento per ritenere che la famiglia Moccia potesse influire sulle decisioni riguardanti la gestione e ristrutturazione dell’Hotel. Lamentava poi la ritenuta sussistenza dell’aggravante di cui all’art. 7 L. 203/91 non potendo detta circostanza trovare applicazione nei confronti di colui che veniva ritenuto lo stesso vertice dell’associazione se contestata sotto il profilo dell’agevolazione; inoltre nessun vantaggio in concreto era stato assicurato stante i profitti della G.E.N.I. assai limitati. Inoltre il provvedimento era viziato nella parte in cui non aveva dato atto della provenienza illecita delle risorse economiche impiegate nell’operazione. Con il secondo motivo deduceva l’assenza di esigenze cautelari avuto riguardo alle date di contestazione dei fatti avvenuti tra il 2012 ed il 2013 ed alla interruzione da parte del Moccia di ogni legame con gli ambienti criminali sicchè doveva ritenersi mancare anche il requisito della attualità. 1.6 II secondo difensore del Moccia Luigi proponeva ricorso e deduceva, anche nell’interesse dei coindagati Gennaro Moccia e Capasso: – violazione dell’art. 606 lett. c) ed e) cod. proc. pen., in relazione alla fittizia intestazione G.E.N.I. avuto riguardo alla assenza di motivazione in ordine alla condotta fraudolenta ipotizzata, smentita da elementi contrari ed all’omessa motivazione in ordine all’elemento soggettivo del reato richiesto nella forma del dolo specifico; lamentava al proposito la contraddittorietà della motivazione quanto alla valutazione delle modifiche della compagine societaria e sottolineava come il ruolo di socio occulto di Moccia Luigi doveva comunque risultare da modalità fittizie o fraudolente per l’integrazione della fattispecie fatto questo smentito da quegli elementi (la presenza del fratello Antonio, l’intestazione delle quote ai figli, le conversazioni con esponenti delle forze dell’ordine) che palesavano come Moccia avesse 5 agito non in maniera occulta ma palesemente ed al solo fine di garantire un’attività al figlio che aveva poi deciso l’ingresso del Capasso sicchè non vi era un ruolo direttivo del padre nelle attività sociali; – violazione dell’art. 606 lett. c) ed e) cod. proc. pen. in relazione ai gravi indizi di colpevolezza ritenuti quanto al capo c), poiché irrilevanti erano i riferimenti a presunti investimenti in Roma mentre, la memoria difensiva depositata nel procedimento di riesame, aveva adeguatamente provato come la Maranta fosse soggetto abitualmente operante nel settore, dotata di ampia capacità finanziaria come dimostrato dal ricorso al credito bancario e che aveva provveduto all’acquisto di quella porzione dell’Hotel San Pietro in forza di una provvista lecita tutta documentata. Le conversazioni valorizzate dimostravano solamente un generico interessamento della figlia Moccia Anna alle attività alberghiere e ciò sulla base del rapporto di amicizia che legava la madre Arcella alla Maranta unica proprietaria dell’attività; – violazione dell’art. 606 lett. c) ed e) cod. proc. pen. con riguardo alla ritenuta esistenza dell’aggravante di cui all’art. 7 L.203/91 per entrambi i reati contestati mancando l’esposizione da parte del Tribunale della Libertà degli elementi gravi sulla base dei quali ritenere che la società appartenesse al sodalizio criminale ovvero agisse per favorire l’associazione; – violazione dell’art. 606 lett. b), c) ed e) cod. proc. pen. per mancata valutazione del materiale prodotto dalla difesa in ordine alla perdurante esistenza del clan Moccia smentita da plurimi e specifici elementi; i giudici del riesame avevano travisato il contenuto degli atti processuali posto che la sentenza del G.U.P. del Tribunale di Napoli, cui faceva riferimento il provvedimento impugnato, non vedeva tra gli imputati Moccia Luigi ed altresì omesso di valutare quelle emergenze dalle quali risultava l’interruzione di qualsiasi legame tra il predetto ricorrente e supposti appartenenti al suo clan. Il Tribunale pertanto aveva omesso di evidenziare come essendo stati i Moccia assolti dai fatti associativi non potevano fondatamente presumere l’inizio di una procedura di prevenzione sicchè non sussisteva un requisito del delitto e neppure la possibilità di configurare l’aggravante di cui all’art. 7 D.L. 152/91. Difatti Luigi Moccia non era stato più indagato per il delitto di cui all’art. 416 bis cod.pen. e l’unica sentenza del 2012 emessa nei suoi riguardi era stata di proscioglimento senza che mai fosse iniziato un procedimento di prevenzione sicchè mancava il dolo specifico. Al più poteva ritenersi che Moccia avesse agito per agevolare se stesso ma non un presunto clan la cui esistenza giudizialmente accertata si fermava agli anni ’80 con interruzione definitiva nel 1992 e dal quale il ricorrente si era palesemente dissociato con comportamenti inequivocabili. Il giudice del riesame quindi non aveva valutato le tre sentenze di assoluzione depositate dalla difesa che provavano l’inesistenza attuale del clan Moccia. Quanto ai collaboratori di giustizia, il ricorrente procedeva ad un’analisi specifica della credibilità di ciascuno concludendo negativamente e valorizzava poi l’esito dei servizi di osservazione che davano atto di condotte e frequentazioni assolutamente lecite; – violazione dell’art. 606 lett. c) ed e) cod. proc. pen. in ordine alla scelta della misura cautelare ed alla mancata valutazione di circostanze dedotte dalla difesa anche con specifica 6 in memoria. Doveva al proposito ritenersi che la scelta della misura si poneva in contrasto con le disposizioni della Corte Costituzionale in tema di adeguatezza della custodia in carcere essendo stata provata l’estraneità di Luigi Moccia ad associazioni criminali. 1.7 II secondo difensore di Moccia Gennaro c1.1992 e Capasso Carminantonio proponeva anch’esso ricorso deducendo: – violazione dell’art. 606 lett. c) ed e) cod. proc. pen. in relazione al capo b) della rubrica per avere omesso di motivare in punto di elemento intenzionale sostenendo l’errato principio secondo cui non occorrerebbe il dolo specifico in capo al terzo interessato per configurare la gravità indiziaria e per avere adottato una motivazione apparente in relazione alla ipotizzata condotta fraudolenta smentita da molteplici elementi contrari. Al proposito sosteneva come la ricostruzione dei fatti sposata dai giudici in fase preliminare e di riesame non teneva conto del fatto che la modifica della compagine sociale del 2013 muoveva dall’esigenza puramente esistenziale e familiare di assicurare un’attività a Moccia Gennaro c1.92 che aveva svolto attività effettiva ed altresì della circostanza che dette iniziative non erano state attuate per direttiva di Luigi Moccia. Aggiungeva poi non esservi elementi per ritenere che i ricorrenti avessero agito per la realizzazione del fine fraudolento contestato e ciò riguardava sia Gennaro Moccia che il Capasso in relazione al quale il Tribunale non spendeva valutazioni specifiche e necessarie operando un’interpretazione non logica delle conversazioni intercettate. Esponeva poi motivi analoghi a quelli dedotti dal primo difensore circa la natura non fraudolenta dell’operazione G.E.N.I. avendo operato Luigi Moccia in maniera trasparente; – violazione dell’art. 606 lett. c) ed e) cod. proc. pen. in relazione alla ritenuta sussistenza dell’aggravante dell’agevolazione dell’associazione denominata clan Moccia poiché i ricorrenti erano soggetti pacificamente estranei al gruppo criminale e ciò comportava doversi fornire prova specifica della consapevolezza della finalità agevolatrice; nel caso in esame doveva escludersi tale circostanza non potendo ritenersi compatibile il fine di agevolare con la mera accettazione dell’eventualità di un vantaggio per l’ente; – violazione dell’art. 606 lett. c) ed e) cod. proc. pen. in relazione alla scelta della misura cautelare non esistendo elementi dimostrativi la pericolosità dei ricorrenti ed avendo proceduto il riesame ad una ingiustificata disparità di trattamento tra il Capasso ed il Moccia per il quale si era sostituita la misura disposta con l’obbligo di presentazione in assenza di motivazione. CONSIDERATO IN DIRITTO 2.1 Il ricorso proposto dal Pubblico Ministero presso la D.D.A. della Procura della Repubblica di Roma nei confronti di Moccia Gennaro cl.72 è fondato e deve pertanto essere accolto; occorre rammentare come il Moccia è stato chiamato a rispondere del delitto di cui all’art. 648 ter cod.pen. che, secondo la testuale dizione, punisce chiunque “impiega in attività economiche o finanziarie denaro, beni o altre utilità provenienti da delitto…”. La suddetta fattispecie criminosa è delitto a forma libera, e che può quindi realizzarsi secondo le più diverse condotte, pur richiedendosi che dette condotte siano caratterizzate da un tipico effetto dissimulatorio, avendo l’obbiettivo di ostacolare l’accertamento o l’astratta individuabilità dell’origine delittuosa 7 del denaro ovvero degli altri beni od utilità che si intendono occultare (Sez. 2, n. 39756 del 05/10/2011, Rv. 251194). Chiamata a dettare i criteri distintivi tra le diverse ipotesi, questa Corte ha stabilito che premesso che presupposto comune di tutte e tre le fattispecie incriminatrici previste dagli artt. 648, 648 bis e 648 ter cod. pen. è quello costituito dalla provenienza da delitto del denaro e dell’altra utilità di cui l’agente è venuto a disporre, le stesse si distinguono, sotto il profilo soggettivo, per il fatto che la prima di esse richiede, oltre alla consapevolezza della suindicata provenienza, necessaria anche per le altre, solo una generica finalità di profitto, mentre la seconda e la terza richiedono la specifica finalità di far perdere le tracce dell’origine illecita, con l’ulteriore peculiarità, quanto alla terza, che detta finalità deve essere perseguita mediante l’impiego delle risorse in attività economiche o finanziarie. L’art. 648 ter è quindi in rapporto di specialità con l’art. 648 bis e questo lo è, a sua volta, con l’art. 648 (Cass. Sez. 4, n. 6534 del 23/03/2000, Rv. 216733). Carattere specifico della condotta dell’art. 648 ter è quindi la circostanza che l’effetto dissimulatorio deve essere ricercato attraverso l’impiego del denaro o degli altri beni in attività economiche o finanziarie con la consapevolezza della illiceità della suddetta provenienza e della volontà di ottenere l’effetto di occultamento; e se con la previsione sanzionatoria dell’articolo 648 ter c.p. si vuole reprimere il reimpiego in attività economiche e finanziarie dei proventi illeciti, deve subito ammettersi che la condotta di chi attua la distribuzione di beni commercializzati da una struttura che opera in forza di condotte di intestazione fittizia come la G.E.N.I. integri la contestata ipotesi. Come riconosciuto dal Pubblico Ministero ricorrente, se con il riciclaggio si puniscono le condotte che mirano a “ripulire” i proventi illeciti, recidendo il loro collegamento all’attività criminosa delittuosa da cui sono derivati, onde impedire l’accertamento di tale provenienza, con la previsione sanzionatoria dell’art. 648 ter c.p., si vuole reprimere, invece, residualmente, il reimpiego in attività economiche e finanziarie dei proventi illeciti, in precedenza “ripuliti”. Il termine “impiego” rimanda a nozioni volutamente non tecniche, dovendosi intendere per tale qualsiasi tipo e qualsiasi forma di “utilizzazione” e/o di “investimento” dei capitali illeciti, con l’unica specificazione e limitazione che si tratti di un impiego in attività economiche o finanziarie. Si può pertanto affermare come la figura criminosa del reimpiego si ponga come “norma di chiusura”, a completamento del sistema sanzionatorio delle attività lato sensu di riciclaggio. La rilevata residualità emerge, a chiare lettere, proprio dalla clausola di riserva con cui si apre il testo della norma: l’art. 648 ter c.p., si applica, infatti, non solo fuori dalle ipotesi di concorso nel reato, ma anche allorché nei fatti non ricorrano i casi previsti dagli artt. 648 e 648 bis c.p.. Peraltro, la ricettazione e il reimpiego hanno in comune la ricezione di denaro o di altra utilità di provenienza illecita, ma, mentre la ricettazione richiede una generica attività di profitto che giustifica l’impiego che del denaro o dell’altra utilità l’agente abbia fatto, proprio per perseguire l’anzidetta finalità di profitto, nel reimpiego l’elemento specializzante (e penalmente rilevante) è rappresentato dalla specificità dell’impiego “in attività economiche o finanziarie”. Pertanto, la vera chiave di lettura interpretativa per cogliere il proprium del reimpiego, e le differenze rispetto alla ricettazione 8 comune, passa necessariamente attraverso il significato normativo da attribuire all’espressione “attività economiche o finanziarie”, che, nel difetto di esplicite indicazioni ricavabili dallo stesso art. 648 ter c.p., si deve necessariamente trarre da altre norme, contenenti la relativa definizione. Al riguardo, un’importante ausilio per poter dare concretezza al concetto di “attività economica”, lo si trova nell’art. 2082 c.c., che, nel definire la nozione giuridica di imprenditore, qualifica come tale colui che “esercita professionalmente un’attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o di servizi”, e nei successivi artt. 2135 e 2195 dello stesso codice che, a loro volta, qualificano l’imprenditore agricolo e quello commerciale. Perché possa parlarsi di attività economica (anche ai fini sanzionatori del “reimpiego” illecito) occorre la presenza di un’attività finalizzata alla “produzione” o allo “scambio” di beni o di servizi, dovendosi intendere per tale, comunque, non solo l’attività produttiva in senso stretto, ossia quella diretta a creare nuovi beni o servizi, ma anche l’attività di scambio e di distribuzione dei beni nel mercato del consumo, ed altresì ogni altra attività che possa rientrare in una di quelle elencate nelle sopra menzionate norme del codice civile (Sez. 2, Sentenza n. 5546 del 11/12/2013, Rv. 258204).

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