Reati Contro Il Patrimonio – Cassazione Penale 23/05/2017 N° 25733

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione II

Data: 23/05/2017

Numero: 25733

Testo completo della Sentenza Reati contro il patrimonio – Cassazione penale 23/05/2017 n° 25733:

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Penale Sent. Sez. 2 Num. 25733 Anno 2017
Presidente: DIOTALLEVI GIOVANNI
Relatore: ALMA MARCO MARIA
Data Udienza: 04/05/2017

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
Bosio Loredana, nata a Brescia il 26/09/1973
avverso la sentenza del 05/04/2016 della Corte di Appello di Brescia;
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Marco Maria Alma;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Antonio
Mura, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso;
udito il difensore dell’imputata, avv. Alessandro Mainardi, che ha concluso
chiedendo l’accoglimento del ricorso.

RITENUTO IN FATTO
1. Con sentenza in data 5 aprile 2016 la Corte di Appello di Brescia, in
parziale riforma della sentenza del Tribunale di Bergamo in data 27 aprile 2015,
ha ridotto ad euro 15.000,00 il risarcimento del danno nei confronti della parte
civile Comune di Bergamo, confermando nel resto l’affermazione di penale
responsabilità di Loredana Bosio in relazione al contestato reato di cui agli artt.
56 e 640, comma 2, n. 1, cod. pen. e la condanna della stessa a pena ritenuta di
giustizia.
In estrema sintesi, all’imputata, legale rappresentante pro-tempore della
società Grandi Impianti S.r.l. di Castenedolo (BS) – in sede di partecipazione alla
gara pubblica indetta dal Comune di Bergamo per l’aggiudicazione dei lavori di
ristrutturazione e riqualificazione impiantistica del palazzo comunale sito in
Bergamo, Piazza Matteotti – si contesta il fatto di avere posto in essere atti
idonei e diretti in modo non equivoco ad indurre il Comune di Bergamo, in
persona del responsabile del procedimento, all’aggiudicazione della gara alla
predetta società e ciò mediante artifizi e raggiri consistiti nell’allegare in sede di
presentazione dell’offerta per l’aggiudicazione del predetto appalto una serie di
documenti e preventivi falsi o falsificati così come nel dettaglio indicati nel capo
di imputazione. I fatti in contestazione risalgono ad epoca anteriore e prossima
al 13 luglio 2011.
2. Ricorre per Cassazione avverso la predetta sentenza il difensore
dell’imputata, deducendo:
2.1. Nullità della sentenza ex art. 606, comma 1, lett. c) ed e), cod. proc.
pen. in relazione agli artt. 606, 552, 178 e 179 cod. proc. pen.
Deduce parte ricorrente la nullità assoluta dell’imputazione non risultando
compiutamente contestato nella stessa il fatto di tentata truffa in quanto alla
minuziosa descrizione delle modalità di partecipazione al bando di gara non è
seguita la descrizione degli altri elementi costitutivi del reato quali l’ingiusto
profitto e l’altrui danno.
Erroneamente, secondo la difesa della ricorrente, la Corte territoriale
avrebbe ritenuto infondata tale eccezione richiamando i requisiti formali della
sentenza ex art. 546, comma 3, cod. proc. pen. in quanto la questione era
diversa e verteva sulla delimitazione del perimetro dell’accusa sulla quale
l’imputata era chiamata a difendersi.
L’evidenziata carenza contenutistica del capo di imputazione avrebbe
consentito al Tribunale di individuare a piacimento i profili di danno e di profitto
ingiusto così surrogandosi all’iniziativa al riguardo spettante al Pubblico Ministero
e pregiudicando l’esercizio dell’attività difensiva.
2.2. Nullità della sentenza ex art. 606, comma 1, lett. b) ed e), cod. proc.
pen. in relazione all’art. 640 cod. pen. ed al d.Lgs. 163 del 12.4.2006 e succ.
modif.
Secondo la difesa della ricorrente avrebbe errato la Corte territoriale
allorquando ha affermato di condividere l’assunto del Tribunale secondo il quale
la inaffidabilità di una offerta troppo bassa avrebbe determinato un danno per
l’Ente.
In realtà non è possibile coniugare il concetto di inaffidabilità con quello di
danno economico necessario per la configurabilità del reato in contestazione e
ciò anche tenuto conto delle seguenti circostanze:
a) il bando di gara riguardava l’offerta “economicamente più vantaggiosa”;
b) tutta la procedura di assegnazione, regolata dal d.Lgs. 183/2006 prevedeva
che il vincitore del bando fosse assoggettato a severi vincoli economici volti ad
assicurare l’esecuzione a regola d’arte dell’opera ed a tutelare l’ente pubblico da
eventuali danni od inadempienze;
c) in caso di assegnazione dei lavori la Grandi Impianti S.r.l. avrebbe dovuto
costituire immediatamente cauzione per 617.390 euro a titolo di pegno a favore
dell’amministrazione aggiudicatrice.
Osserva, ancora, la difesa della ricorrente:
a) i Giudici del merito avrebbero apoditticamente affermato che la Grandi
Impianti non sarebbe stata in grado di eseguire a regola d’arte le opere di cui
all’appalto ed addirittura sarebbe stata posta in liquidazione e, pertanto, neppure
in grado di completare le opere stesse;
b) gli stessi Giudici del merito avrebbero errato allorquando hanno sostenuto che
il profitto della Grandi Impianti sarebbe stato l’aggiudicazione dell’appalto e la
riscossione del relativo profitto;
c) ancora, i Giudici del merito avrebbero errato allorquando hanno sostenuto di
configurare l’ingiustizia del profitto grazie alla fraudolenta diminuzione dei
preventivi delle ditte Siemens e Giaconnini, così da poter vincere la gara di
appalto con ogni conseguenza economica.
2.3. Nullità della sentenza ex art. 606, comma 1, lett. b), cod. proc. pen. in
relazione agli artt. 56 e 640 cod. pen. ed agli artt. 87 e 88 d.Lgs. 163/2006.
Sostiene la difesa della ricorrente che avrebbe errato la Corte territoriale
allorquando ha ritenuto che la violazione da parte dell’ente dell’art. 88, comma
4, d.Lgs. 163/2006 per non avere convocato la ricorrente come previsto dalla
legge sia una mera irregolarità amministrativa della procedura di aggiudicazione
della gara irrilevante in ordine alla configurabilità del reato di tentata truffa.
In realtà, la normativa de qua prevede la possibilità che l’esclusione
dell’offerente può avvenire solo all’esito di ulteriore verifica in contradditorio con
la conseguenza che prima di escludere l’offerta ritenuta eccessivamente bassa la
stazione appaltante doveva convocare l’offerente invitandolo ad indicare ogni
elemento utile.
Secondo la tesi difensiva, non poteva, pertanto, ritenersi configurato il
tentativo di truffa giacché l’iter procedimentale previsto dalla normativa indicata
non poteva dirsi concluso.
2.4. Nullità della sentenza ex art. 606, comma 1, lett. c), cod. proc. pen. in
relazione all’art. 522 cod. proc. pen.
Rileva la difesa della ricorrente che la condotta di tentata truffa era stata
contestata all’imputata per il fatto che la stessa aveva presentato l’offerta per
l’aggiudicazione dell’appalto mediante allegazione alla stessa di documenti e
preventivi falsificati.
In realtà dall’istruttoria dibattimentale è emerso che il supposto reato è
stato consumato in epoca successiva alla presentazione dell’offerta allorquando,
su richiesta dell’ente, la Grandi Impianti aveva trasmesso i preventivi Siemens e
Giacomini.
La Corte di appello avrebbe erroneamente ritenuto irrilevante tale difformità
che invece, secondo la difesa, comporta una violazione del disposto dell’art. 522
cod. proc. pen.
2.5. Nullità della sentenza ex art. 606, comma 1, lett. b), cod. proc. pen. in
relazione agli artt. 162-bis e 133 cod. pen.
Si duole la difesa della ricorrente del fatto che i Giudici territoriali hanno
negato all’imputata il riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche con
richiami a parametri (importo dell’appalto ed assenza di segnali di resipiscenza)
asseritannente non influenti sulla decisione.
2.6. Nullità della sentenza ex art. 606, comma 1, lett. e), cod. proc. pen. in
relazione alla richiesta di riduzione della pena.
Evidenza la difesa della ricorrente l’assenza di motivazione al riguardo da
parte della Corte di appello.
2.7. Nullità della sentenza ex art. 606, comma 1, lett. b), c) ed e), cod.
proc. pen. in relazione agli artt. 110 cod. pen. e 63 cod. proc. pen.
Censura la difesa della ricorrente il fatto che la penale responsabilità della
Bosio sarebbe stata ritenuta sulla base del rilievo che fu la stessa ad avere
sottoscritto l’offerta di gara e le successive giustificazioni con i preventivi
allegati.
In realtà non sarebbe ravvisabile a carico dell’imputata alcuna condotta
dolosa non emergendo da alcuna fonte probatoria che ella fossa stata a
conoscenza della condotta di falsificazione dei documenti posta in essere da
Mauro Zani e ciò in quanto le dichiarazioni da questi rese in dibattimento non
potevano essere utilizzate ex art. 63 cod. proc. pen. atteso che l’esame dello
stesso era stato interrotto allorquando erano emersi elementi di reato a suo
carico e, quando fu ripreso, egli si avvalse della facoltà di non rispondere alle
domande.
3. In data 2 maggio 2017 la difesa della parte civile Comune di Bergamo ha
depositato nella Cancelleria di questa Corte Suprema una memoria con la quale
ha contestato le doglianze formulate dalla difesa della ricorrente ed ha chiesto il
rigetto del ricorso, la conferma delle statuizioni civili nonché la liquidazione delle
spese e degli onorari di fase indicati in una nota allegata.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il primo motivo di ricorso è infondato.
Al riguardo ed al di là dell’improprio richiamo che la Corte territoriale, nel
rispondere alla relativa doglianza difensiva, ha effettuato all’art. 546 cod. proc.
pen., è sufficiente rilevare che nel capo di imputazione risultano non solo
indicate le norme di legge violate ma anche meticolosamente descritta la
condotta tenuta dall’imputata. Il fine di profitto è stato correttamente indicato
nell’intento di ottenere l’aggiudicazione dell’appalto all’esito della gara indetta dal
Comune di Bergamo e, trovandoci, in presenza di un delitto tentato, il danno che
potenzialmente poteva derivarne all’Ente appaltante non aveva bisogno di essere
espressamente indicato, emergendo lo stesso dalla complessiva descrizione della
condotta, che, se non interrotta, avrebbe portato l’ente pubblico all’errata
aggiudicazione dell’appalto ad una società che aveva chiaramente “barato” in
sede di produzione della documentazione richiesta con conseguente vanificazione
della regolarità della procedura amministrativa di assegnazione dei lavori.
In sostanza, nel caso in esame, l’imputata è stata posta nella piena
condizione di conoscere gli addebiti e di approntare la difesa in relazione agli
stessi, ivi compresa la determinazione del danno sul quale ha certamente avuto
modo di interloquire al punto che la sentenza di secondo grado, proprio
accogliendo (almeno in parte) le doglianze difensive sul punto, ha ridotto in
misura considerevole (dimezzandolo) l’ammontare dello stesso.
In punto di diritto deve solo essere rammentato che per costante
giurisprudenza di questa Corte di legittimità «Non sussiste alcuna incertezza
sull’imputazione, quando questa contenga con adeguata specificità i tratti
essenziali del fatto di reato contestato in modo da consentire un completo
contraddittorio ed il pieno esercizio del diritto di difesa; la contestazione, inoltre,
non va riferita soltanto al capo di imputazione in senso stretto, ma anche a tutti
quegli atti che, inseriti nel fascicolo processuale, pongono l’imputato in
condizione di conoscere in modo ampio l’addebito» (Sez. 2, n. 2741 del
11/12/2015, dep. 2016, Ferrante, Rv. 265825; Sez. 2, n. 36438 del 21/07/2015,
Bilotta, Rv. 264772; ed altre in senso conforme).
2. Anche il secondo motivo di ricorso è infondato.
Per affrontare le questioni di diritto sottoposte a questa Corte con il motivo
di ricorso che qui ci occupa, appare, innanzitutto, richiamare brevemente la
ricostruzione della vicenda così come effettuata in sede di merito.
Nell’anno 2011 il Comune di Bergamo decideva di ricorrere ad una
procedura di appalto perché aveva necessità di fare adeguare gli impianti del
piano interrato e del primo piano della sede municipale di piazza Matteotti.
Alla relativa gara partecipavano otto aziende.
Secondo le regole del bando di gara l’aggiudicazione dei lavori doveva
essere effettuata all’impresa che presentava l’offerta più vantaggiosa sia sotto il
profilo tecnico che sotto il profilo meramente economico.
La Grandi Impianti S.r.I., di cui era legale rappresentante l’attuale imputata,
ad un primo esame delle offerte risultava aggiudicataria dei lavori. Tuttavia,
poiché l’offerta presentata da tale azienda aveva caratteristiche anomale in
ordine ai parametri richiesti per la valutazione, il responsabile del procedimento,
al fine di comprendere se l’offerta fosse ragionevole, ossia sostenibile, decideva
di effettuare una verifica chiedendo alla Grandi Impianti di dare contezza del
prezzo delle forniture, del costo della manodopera, dell’incidenza delle spese
generali e degli utili.
In data 27 novembre 2011 il Comune di Bergamo chiedeva pertanto
chiarimenti alla predetta azienda, fissando per la risposta il termine del 21
ottobre 2011.
Nel termine indicato la Grandi Impianti inviava la documentazione richiesta
che, peraltro, visionata dal responsabile del procedimento evidenziava che vi
erano delle differenze notevoli rispetto all’elenco dei prezzi stimati: in particolare
apparivano troppo bassi i costi delle forniture che avrebbero dovuto essere
operate dalle aziende Siemens e Giacomini.
Veniva, pertanto, richiesto a queste due ultime aziende di comunicare i
prezzi effettivi delle loro forniture ed in tal modo si accertava che i prezzi
realmente praticati dalle predette aziende e di cui alle offerte dalle stesse
predisposte erano del 50% (ed oltre) superiori a quelli fatti conoscere dalla
società Grandi Impianti.
Non risultando, quindi, adeguata l’offerta della Grandi Impianti la gara
veniva pertanto aggiudicata all’azienda che occupava il secondo posto nella
relativa graduatoria.
Stante l’accertata falsità della documentazione prodotta dalla Grandi
Impianti veniva segnalato l’accaduto alla Procura della Repubblica.
Fin qui i fatti ricostruiti in sede di merito e non contestati nel loro sviluppo
neppure dalla difesa dell’imputata.
Va detto subito che gli elementi indicati dalla difesa dell’imputata per
escludere la sussistenza del reato contestato sono del tutto inconferenti.
Non rilevano, infatti, le circostanze che il bando di gara prevedeva
l’aggiudicazione attraverso l’offerta “economicamente più vantaggiosa”, che la
procedura di assegnazione prevedeva che il vincitore del bando fosse
assoggettato a severi vincoli economici volti ad assicurare l’esecuzione a regola
d’arte dell’opera ed a tutelare l’ente pubblico da eventuali danni o inadempienze
e neppure il fatto che in caso di assegnazione dei lavori la Grandi Impianti S.r.l.
avrebbe dovuto costituire immediatamente cauzione per 617.390 euro a titolo di
pegno a favore dell’amministrazione aggiudicatrice.
In realtà la questione è ben diversa ed è stata correttamente evidenziata dai
Giudici di merito atteso che la problematica giuridica verte su questioni ben
diverse che riguardano la regolarità dello svolgimento delle procedure di appalto
tale da consentire all’ente pubblico di scegliere il soggetto più idoneo
all’esecuzione dei lavori da appaltare e certamente detto soggetto non può
essere individuato in quello che presenta una falsa documentazione per superare
le offerte degli altri concorrenti.
A nulla rileva, poi, la circostanza che la Grandi Impianti fosse o meno in
grado di portare a compimento i lavori e di eseguirli a regola d’arte: questo è un
fatto successivo che non può essere certo parametrato al momento precedente
relativo all’interesse dell’Ente pubblico al regolare svolgimento della gara ed alla
conseguente corretta individuazione dell’impresa vincitrice della stessa. L’azione
illecita contestata non è infatti quella di non avere eseguito il contratto pur
avendo fornito false garanzie di esecuzione dello stesso ma quella (antecedente)
di aver posto in essere un condotta finalizzata a determinare la Pubblica
Amministrazione alla stipulazione di un contratto che, conoscendo la realtà dei
fatti, non avrebbe dovuto (e potuto) stipulare.
Con un assunto già enunciato in un caso di truffa consumata ma il cui
principio si riflette anche nel caso di truffa rimasta a livello di tentativo, questa
Corte Suprema ha già avuto modo condivisibilnnente di chiarire che «Sussiste il
reato di truffa “contrattuale” anche nell’ipotesi in cui venga pagato un giusto
corrispettivo a fronte della prestazione truffaldinamente conseguita, posto che
l’illecito si realizza per il solo fatto che la parte sia addivenuta alla stipulazione
del contratto, che altrimenti non avrebbe stipulato, in ragione degli artifici e dei
raggiri posti in essere dall’agente» (Sez. 2, n. 5801 del 08/11/2013, dep. 2014,
Montalti, Rv. 258202).
In tale ottica altrettanto inconferenti sono l’affermazione che non v’è prova
che la Grandi Impianti non avrebbe dato corretta esecuzione al contratto e la
circostanza che detta società, qualora vincitrice della gara, avrebbe dovuto
fornire garanzie economiche tali da rendere esente l’ente pubblico da eventuali
danni derivanti dalla (mancata o non corretta) esecuzione del contratto.
Ragionando nel senso proposto dalla difesa dell’imputata si giungerebbe alla
assurda affermazione che il tentativo di consumazione di un reato contro il
patrimonio non sarebbe configurabile nel caso in cui la vittima sia in grado di
ammortizzare il danno per effetto di una polizza assicurativa o di altre garanzie a
protezione dello stesso.
Giova ancora una volta ribadirlo: il danno in situazioni come quella in esame
non deriva dall’esecuzione del contratto ma (nel caso di specie) dalla potenziale
stipulazione di un contratto con un soggetto che attraverso artifizi a raggiri ha
descritto una situazione che qualora fosse stata regolarmente descritta non era
in grado di farlo diventare una parte contrattuale.
Ciò chiarito, si impongono però ulteriori osservazioni in punto di diritto.
Essendo la truffa, quanto alla collocazione sistematica della disposizione
incriminatrice nel titolo XIII del libro II del codice penale e all’oggettività
giuridica tutelata, delitto contro il patrimonio mediante frode, mentre il requisito
del profitto ingiusto può comprendere in sé qualsiasi utilità, incremento o
vantaggio patrimoniale, anche a carattere non strettamente economico,
l’elemento del danno, proprio in virtù dell’evento consumativo che caratterizza
tipicamente la realizzazione della fattispecie criminosa, deve avere necessario
contenuto patrimoniale ed economico, consistendo in una lesione concreta e non
soltanto potenziale che abbia l’effetto di produrre – mediante la “cooperazione
artificiosa della vittima” che, indotta in errore dall’inganno ordito dall’autore del
reato, compie l’atto di disposizione – una perdita patrimoniale (od una potenziale
perdita patrimoniale nel caso di delitto tentato) da parte della stessa.
Mette conto inoltre osservare che l’opportunità di agganciare in modo
rigoroso al verificarsi di un danno economico-patrimoniale la repressione penale
di comportamenti che ledono la libertà negoziale consente di limitare l’area
dell’intervento penale rispetto a quella del diritto civile.
L’opposta opinione, tendendo a trasformare il delitto di truffa, contro la
lettera e la chiara voluntas legis, in reato di attentato alla sola libertà di
consenso della vittima nei negozi patrimoniali e di mero pericolo per l’integrità
del patrimonio di questa, opera in realtà un’inammissibile dilatazione dell’ambito
di applicazione della norma incriminatrice, la quale, invece, espressamente
richiede uno specifico ed effettivo danno di indole patrimoniale, ovvero un reale
depauperamento economico del soggetto passivo del reato, nella forma del
danno emergente o del lucro cessante.
Anche in tema di danno nel delitto di truffa riferito alle ipotesi in cui
l’inganno colpisca interessi di pertinenza dello Stato o di altro ente pubblico, la
giurisprudenza di legittimità è orientata nel senso che il danno rilevante è
sempre quello di natura patrimoniale, essendo il patrimonio il bene protetto
dall’art. 640 cod. pen., e nega di conseguenza la configurabilità del reato quando
l’interesse leso attenga esclusivamente alla regolarità delle procedure
amministrative e non si rinvenga un atto di disposizione patrimoniale da parte
del soggetto passivo.
L’essenza obiettiva del danno effettivo di contenuto stricto sensu
economico-patrimoniale, insito nella ratio dell’incriminazione (nel quale
s’individua l’offesa tipica con la cui verificazione si consuma il delitto di truffa),
appare pertanto requisito inderogabile anche quando soggetto passivo del reato
sia lo Stato o altro ente pubblico, nonostante l’indubbia rilevanza e le peculiari
caratteristiche del fenomeno della truffa ai danni della pubblica amministrazione.
Ed invero, attesa la natura di circostanza aggravante speciale rispetto
all’ipotesi criminosa di base della figura disciplinata dall’art. 640 cpv. n. 1 cod.
pen., non può consentirsi che l’unitaria oggettività giuridica del reato di truffa sia
alterata (mediante il richiamo alla mancanza di correlazione fra funzione e spesa
pubblica che in tal caso caratterizza la portata offensiva della fattispecie
fraudolenta, a causa della frustrazione degli scopi economico-sociali perseguiti
mediante le erogazioni o dell’irregolarità delle procedure amministrative di
ammissione o di esecuzione delle prestazioni medesime), a favore di interessi
generali attinenti al buon andamento della pubblica amministrazione o alle regole
d’impegno di spesa nel bilancio: valori, quest’ultimi, meritevoli anch’essi di
rilievo ordinamentale, ma distinti rispetto al bene giuridico tutelato dalla
disposizione incriminatrice di base.
Anche in questo caso, un’interpretazione “estensiva” o “evolutiva” del
concetto di danno, divergente dai tipici connotati economico-patrimoniali
configurati dal legislatore negli elementi costitutivi della fattispecie legale,
darebbe luogo ad una non consentita espansione dell’area di applicazione del
delitto di truffa e, nello stesso tempo, ad una degradazione di esso da reato di
danno effettivo in reato di mero pericolo per il patrimonio della pubblica
amministrazione.
Ritiene peraltro il Collegio che anche l’opposto argomentare (per il quale il
danno economico-patrimoniale dell’amministrazione, e di conseguenza il
momento consumativo della truffa finalizzata all’assegnazione di un appalto, è
integrato all’atto, non della percezione delle retribuzioni corrispondenti
all’esplicato esercizio dell’attività appaltata, bensì dello stesso indebito
conseguimento del ruolo contrattuale, per le disfunzioni e spese di ordine vario
che ne derivano) in tanto merita di essere condiviso, in quanto ad esso si
apportino alcuni necessari chiarimenti di ordine logico-giuridico, onde evitare il
rischio di un indebito allargamento dell’area di operatività dell’istituto, a tutela di
interessi estranei al patrimonio della pubblica amministrazione ed attinenti
invece al patrimonio di altri soggetti privati, ovvero alla regolarità delle
procedure di assegnazione degli appalti, sì che i peculiari caratteri pubblicistici
della personalità del soggetto passivo del reato finirebbero con il fare premio
sull’oggettiva configurazione della fattispecie criminosa.
I dubbi e le perplessità talvolta manifestati in dottrina, circa la
configurabilità di un evento consumativo di danno patrimoniale per la pubblica
amministrazione nella cosiddetta truffa “in contratto” mediante la produzione di
una falsa documentazione, possono essere superati alla sola condizione che
l’affermata esistenza dell’elemento costitutivo del danno (o della concreta
potenzialità di esso nel caso di delitto tentato), e perciò del reato previsto
dall’art. 640 cod. pen., sia ancorata, nell’analisi ricostruttiva della norma
incriminatrice, ad una solida base giustificativa di ordine fattuale ed oggettivo,
che, in forza del principio di tipicità della fattispecie criminosa, ne escluda la
ravvisabilità in re ipsa.
Secondo un indirizzo di pensiero prevalente si perviene al menzionato
risultato interpretativo individuando il danno per la pubblica amministrazione, di
volta in volta: nel pregiudizio derivante dall’assegnazione dell’appalto a soggetto
carente dei necessari requisiti e dall’alterazione della graduatoria del concorso;
nelle spese che l’amministrazione deve sostenere per riparare l’errore in cui è
stata indotta, con i disservizi conseguenti alla modifica della graduatoria, alla
nuova convocazione degli organi di controllo, alla vacanza della posizione di
esecutore dei lavori nel periodo di tempo fra la revoca della società colpevole e la
stipulazione di un nuovo contratto di appalto con quella avente diritto; nel
pregiudizio derivante per gli altri concorrenti esclusi dal ritardo nell’assegnazione
del contratto, essendo l’amministrazione tenuta a garantire il buon esito della
gara; negli oneri finanziari sostenuti dall’amministrazione medesima per istruire
la pratica e perfezionare l’assegnazione del contratto.
Orbene, a fronte di siffatte, affermazioni, sostanzialmente dettate
dall’esigenza di reprimere comunque la condotta ingannevole dell’agente che
resterebbe altrimenti elusa, questa Suprema Corte ha ritenuto necessario (cfr.
Sez. U, n. 1 del 16/12/1998, dep. 1999, Cellammare, Rv. 212081 in materia di
irregolari assunzioni nel pubblico impiego ma con principi applicabili anche in
questa sede) delineare con chiarezza i termini economico-patrimoniali delle
conseguenze dannose subite dalla pubblica amministrazione in conseguenza
dell’indebita assunzione ad un pubblico impiego (essendo il profitto o il vantaggio
“ingiusto” dell’agente, di natura lato sensu patrimoniale, immediatamente
configurabile nell’attribuzione del ruolo di vincitore della gara di appalto, con il
conseguente diritto all’ottenimento di una prestazione economica come
corrispettivo dell’esplicanda attività di esecuzione dei lavori commissionati).
Secondo i principi delineati dalle Sezioni Unite nella citata decisione (ed
adattati al caso che in questa sede ci occupa) sarebbe inammissibile innanzitutto
il ricorso a criteri di valutazione estranei alla nozione strettamente economicopatrimoniale ed effettiva dell’evento di danno proprio del delitto di truffa, con
riferimento a conseguenze meramente virtuali del reato quali le conseguenze di
natura non immediatamente patrimoniale, come l’assegnazione della gara a
soggetto privo dei necessari requisiti e l’alterazione della graduatoria del
concorso, o estrinseche rispetto all’ambito di tutela proprio della norma
incriminatrice, quale il pregiudizio per gli altri concorrenti.
Tuttavia sempre secondo il Supremo Collegio non può invece escludersi
l’esistenza di un danno effettivo e immediato di natura stricto sensu economicopatrimoniale, configurabile nelle spese, esborsi ed oneri finanziari sostenuti dalla
pubblica amministrazione nella procedura di costituzione del rapporto
contrattuale: ad esempio, per istruire la pratica e perfezionare il contratto e,
prima ancora, per la necessità di operare ulteriori accertamenti al fine di
verificare la regolarità della documentazione prodotta.
Danno “emergente” dunque per la pubblica amministrazione, identificabile
nel dispendio dell’attività lavorativa dei suoi dipendenti e nelle spese vive
sostenute per le operazioni amministrative e contabili di perfezionamento della
pratica e “potenziale” (nell’ottica di delitto tentato) ma pur sempre economico
qualora a seguito di una scoperta tardiva dell’irregolarità della procedura l’ente
pubblico si fosse visto costretto a revocare l’assegnazione dell’appalto e ad
adottare, con dispendio di risorse umane ed economiche, una ulteriore serie di
provvedimenti amministrativi.
In tale ottica è, quindi, del tutto irrilevante la valutazione del “se” la Grandi
Impianti sarebbe stata in grado, nonostante l’irregolare assegnazione
dell’appalto, di effettuare lavori a regola d’arte nel completo rispetto del relativo
capitolato perché in questo caso si ragionerebbe a livello di mera ipotesi.
Rilevante, invece, a configurare il reato in esame sono gli altri elementi
sopra indicati che presentano una palese e concreto pregiudizio economico per
l’ente chiamato ad assegnare l’appalto.
Ritiene, pertanto, il Collegio che in quest’ultima ottica – e solo in questa –
sia da ravvisarsi il pregiudizio economico che l’azione imputata alla Bosio
(nell’ambito di un delitto pur sempre contestato e ritenuto a livello di tentativo
con decisione non impugnata dal Pubblico Ministero) potenzialmente (ma appare
più corretto affermare “concretamente”) ha creato all’ente pubblico.
Da qui la corretta riconducibilità alla fattispecie della truffa della condotta
per la quale è intervenuta la decisione (doppia conforme) di condanna.
3. Infondato è, poi, anche il terzo motivo di ricorso nel quale si sostiene che
avrebbe errato la Corte territoriale allorquando ha ritenuto che la violazione da
parte dell’ente dell’art. 88, comma 4, d.Lgs. 163/2006 (per non avere convocato
la ricorrente come previsto dalla legge) sia una mera irregolarità amministrativa
della procedura di aggiudicazione della gara irrilevante in ordine alla
configurabilità del reato di tentata truffa e che in ogni caso il tentativo di truffa
non sarebbe configurabile perché la procedura amministrativa di assegnazione
dell’appalto non si era ancora conclusa.
Ritiene il Collegio di concordare in toto con quanto affermato sul punto dalla
Corte di appello (v. pag. 7 della sentenza impugnata) laddove ha rilevato che ci
si trova in presenza di una mera irregolarità amministrativa che al più avrebbe
potuto dar luogo ad un contenzioso sempre di natura amministrativa ma che non
ha alcun effetto sulla corretta configurabilità del reato in contestazione.
La difesa dell’imputato tenta inammissibilmente di legare i due profili che,
invece, sono totalmente distinti: non si vede infatti come possa influire
l’eventuale pregiudizio per la Bosio di fornire chiarimenti in sede di
contraddittorio con la Pubblica Amministrazione con il fatto che furono prodotti
documenti “falsi”. Nessuna giustificazione – che l’imputata non ha ritenuto di
fornire neppure in sede di giudizio penale – poteva essere addotta in sede
amministrativa per elidere una condotta oramai realizzata e di rilevanza penale.
Per il resto appare sufficiente ricordare che questa Corte di legittimità ha già
avuto modo di chiarire che «In tema di truffa, l’idoneità degli artifici e raggiri non
è esclusa dal fatto che per svelarli sia necessario il successivo intervento di atti
di controllo, atteso che l’idoneità postula che – come certamente ritenibile nel
caso in esame – i comportamenti truffaldini siano astrattamente capaci, con
valutazione “ex ante”, di causare l’evento» (Sez. 2, n. 40624 del 04/10/2012,
Nigro, Rv. 253452).
Ne consegue che «In tema di truffa, l’idoneità degli artifici e raggiri in danno
di una P.A. non è esclusa dal fatto che siano compiuti all’interno di una fase
procedimentale che non si sia ancora conclusa e che implichi il successivo
intervento di atti di controllo, perché l’idoneità postula che i comportamenti
truffaldini siano astrattamente capaci di trarre in inganno e oggettivamente
adeguati all’attivazione del procedimento in vista di un ingiusto vantaggio»
(Fattispecie in cui è stato rigettato il ricorso avverso la sentenza di condanna per
il tentativo di truffa commesso da un soggetto che aveva preso parte ad una
gara, indetta da un’amministrazione comunale per l’affidamento di un incarico di
progettazione, producendo falsi titoli professionali). (Sez. 2, n. 20975 del
06/05/2008, Orsini, Rv. 240412).
Del resto, ai fini della sussistenza del delitto tentato, occorre che, sulla base
di una valutazione ex ante, gli atti compiuti, anche se meramente preparatori o
solo parziali, siano idonei ed univoci, ossia diretti in modo non equivoco a
causare l’evento lesivo ovvero a realizzare la fattispecie prevista dalla norma
incriminatrice, rivelando così l’intenzione dell’agente di commettere lo specifico
delitto. L’idoneità degli atti non è peraltro sinonimo della loro sufficienza causale,
bensì esprime l’esigenza che l’atto abbia l’oggettiva attitudine ad inserirsi, quale
condizione necessaria, nella sequenza causale ed operativa che conduce alla
consumazione del delitto. Ne consegue che, nell’ipotesi di truffa tentata ai danni
della pubblica amministrazione, è sufficiente che l’azione, dotata dei caratteri
propri dell’artificio o raggiro – ossia astrattamente capace di indurre in errore la
pubblica amministrazione – sia oggettivamente idonea ad attivare l’iter
procedimentale volto a conseguire il vantaggio patrimoniale indebito (cfr. Sez. 2,
n. 40343 del 13/05/2003, La Ferla, Rv. 227363).
4. Infondato è altresì il quarto motivo di ricorso nel quale si lamenta la
violazione dell’art. 522 cod. proc. pen.
Nel caso di specie la corretta verifica del momento consumativo del reato
nell’ambito di una procedura amministrativa in progress così come emerso nella
fase del giudizio dibattimentale ha comportato una modifica del tempus
commissi delicti che non ha investito il nucleo sostanziale dell’addebito e non ha
recato alcun pregiudizio al diritto dell’imputata di individuare con esattezza il
fatto contestatole. Del resto la difesa dell’imputata risulta essere stata
pienamente esercitata nella fase dibattimentale nella quale si è ricostruito l’iter
amministrativo della gara di appalto e, come detto, il nucleo sostanziale
dell’addebito è rimasto immutato.
5. Meritevoli di trattazione congiunta appaiono il quinto ed il sesto motivo
ricorso nei quali si lamenta il mancato riconoscimento all’imputata delle
circostanze attenuanti generiche e la conseguente riduzione di pena.
Va detto subito che dalla lettura del motivo di appello la invocata riduzione
del trattamento sanzionatorio risulta essere stata legata al riconoscimento delle
circostanze attenuanti generiche (così testualmente a pag. 12 dell’atto di
appello: “l’effettiva consistenza della vicenda tutt’altro che grave, il ruolo a tutto
concedere marginale della Bosio, nonché la sua incensuratezza, ben devono
consentire la concessione delle attenuanti generiche e ciò anche per ragioni di
opportuna dosimetria della sanzione.”) con la conseguenza che il mancato
riconoscimento delle predette circostanze attenuanti ha comportato anche la
conferma del trattamento sanzionatorio irrogato dal Giudice di prima cura e, per
l’effetto, il rigetto della richiesta di riduzione della pena irrogata.
Per il resto deve osservarsi che la Corte di appello, con motivazione congrua
e, in effetti, con espresso riferimento al “trattamento sanzionatorio” (cfr. pag. 9
della sentenza impugnata) ha rilevato che non sono ravvisabili elementi
valorizzabili ai fini della concessione delle invocate attenuanti generiche, tenuto
conto dell’importo dell’appalto e dell’assenza di segnali di resipiscenza.
Sul punto – è appena il caso di ribadirlo – questa Corte di legittimità ha
già avuto modo di chiarire che «Il mancato riconoscimento delle circostanze
attenuanti generiche può essere legittimamente giustificato con l’assenza di
elementi o circostanze di segno positivo, a maggior ragione dopo la modifica
dell’art. 62 bis, disposta con il D.L. 23 maggio 2008, n. 92, convertito con
modifiche nella legge 24 luglio 2008, n. 125, per effetto della quale, ai fini della
concessione della diminuente non è più sufficiente lo stato di incensuratezza
dell’imputato» (Sez. 3, n. 44071 del 25/09/2014, Papini, Rv. 260610) e, ancora,
che «Nel motivare il diniego della concessione delle attenuanti generiche non è
necessario che il giudice prenda in considerazione tutti gli elementi favorevoli o
sfavorevoli dedotti dalle parti o rilevabili dagli atti, ma è sufficiente che egli
faccia riferimento a quelli ritenuti decisivi o comunque rilevanti, rimanendo tutti
gli altri disattesi o superati da tale valutazione» (Sez. 3, sent. n. 28535 del
19/03/2014, Lule, Rv. 259899).
Quanto detto rende, pertanto, infondati anche i motivi di ricorso qui
esaminati.
6. Da ultimo si rende necessario procedere all’esame del settimo motivo di
ricorso nel quale sostanzialmente si eccepisce l’assenza di prova in capo
all’imputata dell’elemento soggettivo idoneo a configurare il reato di tentata
truffa per il quale è intervenuta la decisione di condanna.
Va detto subito che il richiamo all’art. 63 cod. proc. pen. operato dalla difesa
della ricorrente per sostenere l’inutilizzabilità delle dichiarazioni rese da Mauro
Zani nei confronti della Bosio non è corretto.
Come già accennato lo Zani, ascoltato in origine come teste, ha ammesso di
avere predisposto lui i preventivi (poi risultati falsi) inviati a seguito dei
chiarimenti richiesti del Comune e di avere informato della cosa la Bosio, indi, a
seguito dell’interruzione dell’esame, essendo emersi indizi di reità a suo carico, il
predetto, sentito nel rispetto delle garanzie difensive, si è avvalso della facoltà di
non rispondere.
Il chiaro testo del comma 1 dell’art. 63 cod. proc. pen. precisa che “le
precedenti dichiarazioni non possono essere utilizzate contro la persona che le ha
rese” mentre nessun limite ha posto la norma all’utilizzazione nei confronti dei
terzi (nella specie l’odierna imputata).
La giurisprudenza di legittimità è costante nell’affermare che «Le
dichiarazioni rese da persona raggiunta da indizi di colpevolezza nel corso
dell’esame, e non ancora posta in condizioni di esercitare i diritti della difesa, se
non possono essere utilizzate contro di lei, ben possono esserlo nei confronti di
terzi (Sez. 6, n. 29535 del 02/07/2013, Rv. 256151; Sez. 1, n. 11077 del
07/10/1997, Bonavota, Rv. 209162; Sez. 6, n. 1837 del 06/05/1996, Limone,
Rv, 205770; Sez. 6, n. 10775 del 20/06/1994, Bruzzaniti ed altri, Rv. 200171;
Sez. 6, n. 29535 del 02/07/2013, Rv. 256151).
In ogni caso ed anche a voler prescindere dalla dichiarazioni dello Zani, la
Corte di appello, con motivazione congrua e logica, nel rilevare la sussistenza
anche dell’elemento soggettivo del reato in contestazione all’imputata, ha
sottolineato che rilevante è la circostanza che la Bosio ha sottoscritto sia l’offerta
che le giustificazioni con gli allegati preventivi in risposta ai chiarimenti chiesti
dal Comune “atteso che nella qualità di legale rappresentante della Grandi
Impianti ella avrebbe dovuto pretendere di visionare la documentazione prima di
firmarla e, avendola sottoscritta in nome e per conto della società, se ne è
assunta la relativa responsabilità”, poi anche ulteriormente evidenziando che
l’imputata – che non si è sottoposta ad interrogatorio né ad esame e non ha
neppure reso spontanee dichiarazioni – non ha mai dedotto di essere mero
prestanome e di non avere mai gestito l’impresa, né di avere avuto obiettive
difficoltà o che le siano stati frapposti ostacoli che le abbiano impedito di
verificare l’offerta presentata e ancor di più di esaminare la richiesta di
chiarimenti avanzata dal Comune che l’avrebbe dovuta indurre a sospettare della
correttezza della documentazione prodotta.
Per il resto è solo doveroso ribadire che, come ha già avuto modo di
precisare già in tempi remoti questa Corte Suprema, «ai fini dell’accertamento
dell’elemento psicologico del soggetto agente, essendo la volontà ed i moti
dell’anima interni al soggetto, essi non sono dall’interprete desumibili che
attraverso le loro manifestazioni, ossia attraverso gli elementi esteriorizzati e
sintomatici della condotta. … Ne deriva che i singoli elementi e quindi anche
quelli soggettivi attraverso cui si estrinseca l’azione, inerenti al fatto storico
oggetto del giudizio, impongono una loro analisi la quale, essendo pertinente ad
elementi di fatto, costituiscono appannaggio del giudizio di merito, non di quello
della legittimità che può solo verificare la inesistenza di vizi logici, la correttezza
e la compiutezza della motivazione, l’assenza di errori sul piano del diritto, così
escludendosi in tale sede un terzo riapprezzannento del merito» (Sez. 1, sent. n.
12726 del 28/09/1988, dep. 1989, Alberto, Rv. 182105).
Da ciò ne discende la valutazione di infondatezza anche di tale ultimo motivo
di ricorso.
7. Da quanto sopra consegue il rigetto del ricorso in esame, con condanna
della ricorrente al pagamento delle spese processuali.
8. Quanto, infine, al fatto sopra evidenziato che la parte civile Comune di
Bergamo in data 2 maggio 2017 ha fatto pervenire nella Cancelleria di questa
Corte Suprema una memoria con conclusioni scritte e nota spese, deve essere
rilevato che il difensore di parte civile non ha partecipato alla discussione orale
tenutasi all’odierna udienza e, sul punto, deve essere ricordato che in un caso
assimilabile per principi di diritto a quello in esame, questa Corte ha già avuto
reiteratamente modo di precisare che «Nel giudizio di legittimità non può tenersi
conto delle conclusioni inviate in cancelleria, a mezzo telefax, dal difensore della
parte civile, dovendo egli, in virtù dell’espresso richiamo effettuato dall’art. 614,
comma primo, cod. proc. pen., alle norme regolanti lo svolgimento della
discussione nei giudizi di merito di primo e di secondo grado, formulare e
illustrare oralmente le proprie conclusioni in udienza, facendo seguire alle stesse
la presentazione di una sintesi scritta, a norma dell’art. 523, comma secondo,
cod. proc. pen.» (Sez. 2, n. 38713 del 06/06/2014, Smiroldo, Rv. 260519; Sez.
6, n. 22209 del 07/01/2010, Sollima, Rv. 247359).
Quanto detto non consente di procedere alla liquidazione delle spese per il
presente grado di giudizio richieste dalla parte civile.

P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese
processuali.
Così deciso il 04/05/2017.

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