Reati Contro Il Patrimonio – Cassazione Penale 13/04/2017 N° 18508

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione Penale

Sezione: Sezione V

Data: 13/04/2017

Numero: 18508

Testo completo della Sentenza Reati contro il patrimonio – Cassazione Penale 13/04/2017 n° 18508:

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Penale Sent. Sez. 5 Num. 18508 Anno 2017
Presidente: SETTEMBRE ANTONIO
Relatore: PISTORELLI LUCA
Data Udienza: 16/02/2017

SENTENZA
sui ricorsi presentati da:
Fulco Giuseppe, nato a Scilla, il 5/6/1971;
Nasone Francesco, nato a Scilla, il 29/1/1972;
Nasone Virgilio Giuseppe, nato a Scilla, il 19/7/1944;
Spanò Francesco, nato a Seminara, il 20/3/1961;
Calabrese Carmelo, nato a Torino, il 27/3/1972;
Benedetto Maria, nata a Reggio Calabria, 1’8/1/1979;
Burzomato Arturo, nato a Scilla, il 24/5/1990;
Puntorieri Pietro, nato a Scilla, il 29/9/1988;
Alampi Francesco, nato a Seminara, il 22/4/1968;
Piccolo Giuseppe, nato a Seminara, il 25/4/1979;
nonché dal Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Reggio
Calabria nei confronti di Fulco Annunziatina, Gaietti Matteo, Nasone Antonino, Nasone
Domenico, cl. ’83, Nasone Domenico cl. ’69, Nasone Gioia Virgilia Grazia, Nasone
Rocco, Burzomato Arturo, Calabrese Carmelo, Fulco Giuseppe, Nasone Francesco,
Nasone Virgilio Giuseppe, Puntorieri Pietro;
avverso la sentenza del 29/7/2015 della Corte d’appello di Reggio Calabria;
visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere Dott. Luca Pistorelli;
udito il Pubblico Ministero in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. Marilia
Di Nardo, che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso della Benedetto,
l’annullamento con rinvio per Nasone Giuseppe Virgilio, Nasone Francesco,
limitatamente al capo M), Burzomato, limitatamente al capo F), e per il rigetto nel
resto dei ricorsi;
uditi per le parti civili gli avv.ti Bruno Poggio, Aurelio Chizzoniti, Alfredo Galasso che
hanno concluso chiedendo il rigetto dei ricorsi degli imputati e per la parte civile
Confindustria anche l’accoglimento di quello del PG;
uditi per gli imputati gli avv.ti Gaetano Ciccone, Giulia Dieni, Mario Nigro, Giovanni
Aricò, Giancarlo Murolo, Maurizio Riccardi, Francesco Calabrese, Andrea Alvaro, Luigi
Bellantoni, Pasquale Foti, Guido Contestabile e Clara Veneto che hanno concluso
chiedendo l’accoglimento dei ricorsi proposti nell’interesse dei rispettivi assistiti e
l’inammissibilità o il rigetto del ricorso del PG.
RITENUTO IN FATTO
1. Con la sentenza impugnata la Corte d’appello di Reggio Calabria ha confermato le
condanne, pronunziate in giudizio abbreviato, di Fulco Giuseppe, Nasone Francesco,
Nasone Virgilio Giuseppe, Calabrese Carmelo, Burzomato Arturo, Puntorieri Pietro,
Alampi Francesco, Piccolo Giuseppe e Spanò Francesco, per i reati di associazione di
tipo mafioso, estorsione tentata e consumata pluriaggravata, furto pluriaggravato e
ricettazione per come rispettivamente contestati, nonché di Benedetto Maria per quello
di falsa attestazione di qualità personali. In riforma della pronunzia di primo grado la
Corte territoriale ha invece assolto Nasone Domenico cl. ’69, Nasone Domenico cl. ’83,
Nasone Rocco, Nasone Antonino, Gaietti Matteo, Fulco Annunziatina e Nasone Gioia
Virgilia dal già citato reato di associazione mafiosa, Nasone Francesco e il Puntorieri da
una delle imputazioni per estorsione loro contestate, mentre il Burzomato da due.
Infine ha escluso, in riferimento all’associazione mafiosa, le aggravanti di cui ai commi
4 e 6 dell’art. 416-bis c.p. ed altre aggravanti in riferimento ad alcuni dei reati fine
contestati agli imputati di cui è stata confermata la condanna. La vicenda processuale
riguarda l’attività dell’articolazione ‘ndranghetista operante nel territorio di Scilla in
Calabria sotto la direzione del menzionato Nasone Francesco e con la partecipazione del
Fulco, del Puntorieri, del Calabrese e del Burzomato, sodalizio dedito al taglieggiamento
delle imprese, soprattutto di quelle impegnate nella realizzazione dei lavori di
ammodernamento del troncone dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria sito nel
medesimo territorio e vittime di attentati e furti finalizzati a determinarne
l’assoggettamento alle pretese economiche della cosca. Nella impostazione accusatoria
accolta dalla pronunzia di primo grado membri effettivi del sodalizio sarebbero stati
altresì alcuni familiari del Nasone e del Fulco, oltre a Gaietti Matteo, ma, come
accennato, la partecipazione di tali soggetti all’associazione non è stata ritenuta
sufficientemente provata dalla Corte territoriale che li ha assolti dalla relativa
imputazione.
2. Avverso la sentenza ricorrono il Procuratore Generale presso la Corte d’appello di
Reggio Calabria ed i sopra rubricati imputati.
2.1 n ricorso del PG articola dieci motivi. Con i primi otto vengono dedotti errata
applicazione della legge penale e vizi della motivazione in merito all’assoluzione dei
citati Nasone Domenico cl. ’69, Nasone Domenico cl. ’83, Nasone Rocco, Nasone
Antonino, Gaietti Matteo, Fulco Annunziatina e Nasone Gioia Virgilia dal reato di
partecipazione ad associazione di tipo ‘ndranghetista. In tal senso il PG ricorrente
lamenta illogicità nell’interpretazione del compendio probatorio di riferimento e in
particolare di alcune intercettazioni ambientali, nonché l’omessa considerazione di
alcune risultanze indiziarie invece valorizzate nella pronunzia di primo grado riformata
dalla sentenza impugnata. Con il nono ed il decimo motivo ulteriori vizi della
motivazione vengono denunziati con riguardo all’esclusione in riferimento alla condanna
per lo stesso reato associativo di Nasone Francesco, Nasone Virgilio Giuseppe,
Calabrese Carmelo, Fulco Giuseppe, Burzomato Arturo e Puntorieri Pietro delle
contestate aggravanti di cui ai commi 4 e 6 dell’art. 416-bis c.p. In proposito, quanto
alla prima, viene eccepita l’omessa valutazione di elementi probatori indicativi
dell’utilizzo da parte del sodalizio di armi per commettere alcuni attentati intimidatori,
mentre, con riguardo alla seconda, la mancata confutazione della valutazione degli
indizi valorizzati dal giudice di prime cure per affermare la sussistenza dell’aggravante
in questione.
2.2 n ricorso proposto nell’interesse di Spanò Francesco articola tre motivi. Con il primo
vengono dedotti errata applicazione della legge penale e vizi della motivazione in
riferimento al ritenuto concorso dell’imputato nella tentata estorsione ai danni della
Ediltecnica s.r.l. di cui al capo L), difettando in particolare secondo il ricorrente la
dimostrazione che il Nasone Francesco – presunto autore o mandante del furto di
attrezzature subito dalla summenzionata società – abbia posto in essere,
personalmente ovvero a mezzo dello Spanò o di altri emissari, qualsivoglia attività
ricattatoria funzionale alla riconsegna della refurtiva, venendo così a mancare uno degli
elementi costitutivi della condotta tipica e cioè l’intimidazione della vittima, solo
congetturalmente identificata dalla Corte territoriale con lo stesso furto. Con il secondo
motivo il ricorrente lamenta difetto di motivazione in merito alla riconosciuta
sussistenza dell’aggravante di cui all’art. 7 I. n. 203/1991, mentre ulteriori vizi della
motivazione vengono dedotti con il terzo motivo con riguardo alla denegata
concessione delle attenuanti generiche e alla commisurazione della pena, statuizioni
assunte senza prendere in considerazione l’incensuratezza dell’imputato, la sua età
avanzata, il suo stato di salute e la oggettiva marginalità del suo presunto contributo
alla realizzazione del reato.
2.3 Il ricorso proposto nell’interesse di Alampi Francesco, imputato per la medesima
tentata estorsione di cui al capo L), articola sette motivi.
2.3.1 Con i primi due deduce errata applicazione della legge penale e vizi della
motivazione, riproponendo innanzi tutto l’argomentazione già esaminata in ordine al
difetto della prova di condotte intimidatorie poste in essere nei confronti del Conte
Antonio, capocantiere della Ediltecnica, obiezione che sarebbe peraltro ancor più
avvalorata dalla riconosciuta occasionalità dell’incontro avvenuto tra quest’ultimo ed il
Piccolo. Peraltro la prova della presunta richiesta estorsiva che avrebbe invece
formulato l’imputato riposerebbe secondo il ricorrente esclusivamente sulle
dichiarazioni dello stesso Conte, non attendibili in quanto tardive ed interessate.
Quanto alle intercettazioni svolte nel Bar La Genziana, queste sarebbero parimenti
inattendibili, attesa la mancata identificazione di uno dei conversanti e il difetto di
certezza sull’attribuibilità di una delle voci all’Alampi. Sul versante dell’elemento
soggettivo, il ricorrente ne contesta l’integrazione, evidenziando come al più la
condotta attribuita all’imputato dovrebbe ricondursi a quella dell’intermediario agente
nell’interesse esclusivo della vittima e su invito di quest’ultima.
2.3.2 Con il terzo motivo analoghi vizi vengono prospettati con riguardo al
riconoscimento dell’aggravante di cui all’art. 7 I. n. 203/1991, rilevandosi in proposito
la mera occasionalità del rapporto intrattenuto con il Nasone Francesco e il fatto che
per l’appunto l’Alannpi si sarebbe attivato per recuperare la refurtiva su esclusivo
impulso del Conte, peraltro fornendogli consigli finalizzati ad evitare il pagamento di
una somma maggiorata. Gli stessi vizi vengono dedotti anche con il quarto motivo in
merito alla sussistenza dell’ulteriore aggravante contestata e cioè quella di cui all’art.
628 comma 3 n. 1 c.p., obiettandosi in tal senso come nell’unica occasione in cui
l’Alampi e i suoi presunti correi avrebbero agito congiuntamente – e cioè in occasione
del primo incontro con il Conte – alcuna minaccia diretta o indiretta venne formulata,
come confermato dalla stessa presunta vittima, secondo le dichiarazioni della quale per
l’appunto la condotta estorsiva sarebbe stata consumata solo la notte successiva dal
solo Alampi. Per il ricorrente inoltre tale aggravante sarebbe incompatibile con quella di
cui all’art. 7 I. n. 203/1991, pure riconosciuta a carico dell’imputato.
2.3.3 Ancora errata applicazione della legge penale e vizi della motivazione vengono
denunziati con il quinto e sesto motivo in merito al denegato riconoscimento delle
attenuanti generiche ed alla commisurazione della pena, mentre con il settimo ed
ultimo motivo il ricorrente deduce violazione di legge e vizi della motivazione,
lamentando lesione del diritto di difesa per il mancato accoglimento da parte della
Corte territoriale della richiesta di audizione nel giudizio d’appello del teste Conte
finalizzata a comporre le aporie rilevate tra le dichiarazioni rese dallo stesso nel corso
delle indagini preliminari e già evidenziate a sostegno dell’originaria richiesta di
abbreviato condizionato proposta dall’imputato.
2.4 II ricorso proposto nell’interesse di Piccolo Giuseppe, ulteriore imputato condannato
esclusivamente per la tentata estorsione di cui al capo L), articola tre motivi. Con il
primo vengono dedotti errata applicazione della legge penale e vizi della motivazione in
merito alla ritenuta responsabilità dell’imputato. In parte il ricorrente propone censure
sovrapponibili a quelle svolte nei ricorsi dell’Alarnpi e dello Spanò, eccependo il difetto
della prova sulla responsabilità del Nasone nella perpetrazione del furto ai danni della
Ediltecnica e contestando l’interpretazione dell’intercettazione ambientale effettuata
all’interno del Bar La Genziana anche in ragione della sua scarsa comprensibilità,
nonchè rivendicando il ruolo di mero mediatore che il Piccolo avrebbe svolto su incarico
del Conte, come dimostrato dalla sua mancata partecipazione alle successive vicende
attraverso cui si sarebbe estrinsecato il reato. In tal senso del tutto apodittica sarebbe
l’affermazione per cui l’imputato avrebbe agito anche per il proprio profitto e nella
consapevolezza che in un momento successivo sarebbe stata formulata una richiesta
estorsiva, mentre la sentenza non avrebbe colto l’intrinseca contraddizione tra il suo
asserito concorso nel reato e il fatto che egli fornì alla vittima suggerimenti finalizzati
ad ottenere il pagamento di una cifra inferiore. I giudici del merito non avrebbero poi
dimostrato l’effettiva esistenza di un accordo tra il Nasone ed il Piccolo antecedente al
suo incontro con il Conte, le cui dichiarazioni peraltro la Corte territoriale non avrebbe
sottoposto ad una doverosa ed approfondita verifica di attendibilità, come invece
necessario trattandosi di testimone interessato. La sentenza avrebbe inoltre omesso di
considerare come il citato Conte, nelle sue prime dichiarazioni, non affermò in alcun
modo che l’imputato gli avesse consigliato di non proporre denunzia ed invece individuò
nell’Alampi colui che prospettò alla persona offesa come i problemi incontrati dalla
società dovessero essere ricondotti alla mancata “regolarizzazione della propria
posizione con chi di dovere”. Ed in proposito i giudici dell’appello avrebbero omesso di
considerare le testimonianze del Mastrogiovanni e del Santoro, per l’appunto concordi
nel riportare la confidenza del Conte per cui la richiesta estorsiva proveniva dall’Alampi.
Infine la Corte territoriale non avrebbe considerato come l’uscita di scena del Piccolo
già prima della formale presentazione della richiesta estorsiva porti in ogni caso a
ritenere che egli abbia volontariamente desistito dall’azione, senza che possa essergli
rimproverata la mancata elisione del proprio contributo che, fino al momento
dell’interruzione della sua presunta partecipazione alla consumazione del reato, non
aveva ancora prodotto effetti illeciti tangibili. Analoghi vizi vengono dedotti con il
secondo motivo in merito alla sussistenza dell’aggravante di cui all’art. 7 I. n.
203/1991, non avendo l’imputato prospettato alla persona offesa alcun male ingiusto e
risultando comunque apodittica la motivazione della sentenza sia con riguardo
all’affermato ricorso al metodo mafioso, sia all’intenzione dell’imputato di agevolare la
cosca del Nasone. E sempre gli stessi vizi vengono prospettati anche con il terzo motivo
in merito alla denegata concessione delle attenuanti generiche, statuizione peraltro
fondata sull’erroneo presupposto della non incensuratezza dell’imputato.
2.5 II ricorso proposto nell’interesse di Benedetto Maria, condannata per il reato di cui
all’art. 495 c.p. originariamente qualificato al capo Q) sotto il titolo di cui all’art. 483
c.p., deduce errata applicazione della legge penale e vizi della motivazione. In
proposito la ricorrente lamenta l’omessa valutazione, ai fini della configurabilità
dell’elemento soggettivo del reato, delle dichiarazioni rese dalla Benedetto in merito
alla sua convinzione di aver ritenuto il suo rapporto con Nasone Rocco come una vera e
propria convivenza, così come dichiarato al fine di ottenere l’autorizzazione a svolgere
con il medesimo i colloqui in carcere. Peraltro la stessa sentenza sarebbe sul punto
contraddittoria nella misura in cui sembra riconoscere il rapporto di convivenza,
contestandone esclusivamente la stabilità.
2.6 II ricorso proposto nell’interesse di Fulco Giuseppe, condannato per la
partecipazione all’associazione mafiosa di cui al capo A), articola due motivi con i quali
deduce errata applicazione della legge penale e vizi della motivazione in merito al
ritenuto carattere mafioso della menzionata associazione ed alla dimostrazione della
partecipazione dell’imputato alla medesima.
2.6.1 Quanto al primo profilo il ricorrente denunzia la circolarità della prova
asseritamente costituita dalla consumazione da parte dei sodali di reati fine
apoditticamente ritenuti aggravati ai sensi dell’art. 7 I. n. 203/1991 ed al più ascrivibili
al programma criminoso di una associazione semplice. Neutra sarebbe poi la
circostanza che i presunti associati si riuniscano abitualmente nel bar La Genziana e
riconoscano un ruolo sopraelevato a Nasone Francesco, mentre la Corte avrebbe
artificiosamente interpretato il significato del rimprovero mosso dal Fulco
all’imprenditore vittima dell’estorsione di cui al capo B), peraltro senza considerare che
l’imputato – già condannato in precedenza per tale reato – in proposito ha sempre
affermato di aver agito in maniera autonoma. Contraddittorio sarebbe inoltre trarre
dall’intercettazione in carcere tra il Fulco, la madre e la sorella ulteriore prova del
carattere mafioso del sodalizio una volta che queste ultime sono state assolte proprio in
appello dall’accusa di essere intranee al medesimo, fermo restando che oggetto della
conversazione sono meri pettegolezzi ovvero opinioni. Indimos .trato è poi secondo il
ricorrente che le sovvenzioni ricevute dall’imputato nel corso della sua detenzione
provenissero dal sodalizio piuttosto che dalla solidarietà di amici e parenti, tanto più
che alcuna prova sussiste – contrariamente a quanto sostenuto in sentenza – che tra i
contribuenti vi fosse anche il citato Nasone Francesco, mentre gli altri sono stati tutti
ritenuti proprio nel giudizio d’appello estranei all’associazione mafiosa. Infine dal
compendio intercettativo valorizzato dai giudici territoriali non emergerebbe in alcun
modo l’esistenza di un vincolo associativo e nemmeno la possibilità di ricondurre i
singoli fatti di rilevanza penale eventualmente accertati ad un contesto unitario e
tantomeno all’attività di un sodalizio mafioso.
2.6.2 Quanto alla partecipazione del Fulco all’associazione, il ricorrente riprende le
obiezioni fondate sulla contraddittoria assoluzione di alcuni dei presunti sodali
dell’imputato, ribadendo l’insufficienza della condanna subita dallo stesso per
l’estorsione citata in precedenza a fondare la prova della sua intraneità all’associazione,
a maggior ragione in difetto di una motivata confutazione delle spiegazioni da lui
offerte in merito all’inquadramento dell’episodio ed alle ragioni che lo avevano spinto a
commettere il crimine, peraltro, come detto, in assoluta autonomia. Né vale a
dimostrare il contrario, secondo il ricorso, il fatto che per il medesimo reato sia stato
condannato anche il Nasone Francesco, sul cui coinvolgimento nella vicenda la
sentenza si rivela apodittica non tenendo conto della circostanza per cui le modalità
della sua consumazione divergono da quelle che hanno caratterizzato le altre estorsioni
tentate dalla cosca Nasone, come evidenziato dal PG in udienza a sostegno della
propria richiesta di assoluzione, nonché delle dichiarazioni della vittima, la quale ha
sempre affermato di aver sempre e solo interloquito con il Fulco. Ancora il ricorrente
ribadisce le censure a quella che considera la distorta ed assertiva interpretazione del
rimprovero rivolto dall’imputato alla suddetta vittima per non essersi rivolto a qualche
soggetto del luogo prima di iniziare a lavorare con la propria ditta, frutto altresì
dell’altrettanto apodittica interpretazione del colloquio intercettato tra lo stesso ed i
suoi familiari. Infine la Corte non avrebbe considerato come il Fulco in passato sia stato
assolto da analoga accusa nell’ambito del procedimento c.d. Cyrano e come,
successivamente a tale assoluzione, egli si sia allontanato per un lungo periodo da
Scilla, rientrandovi solo sporadicamente anche a causa dei lunghi periodi di
carcerazione sofferti a Milano, dove era emigrato.
2.6.3 II 25 gennaio 2017 il difensore dell’imputato ha depositato motivi nuovi con i
quali eccepisce errata applicazione della legge penale in relazione al riconoscimento
della recidiva reiterata, contestata in riferimento ad una precedente condanna per reati
concernenti il traffico di stupefacenti ed a quella per il già citato reato di estorsione di
cui al capo B) connesso all’attività dell’associazione mafiosa per cui si procede e che
all’evidenza non è stato commesso successivamente al passaggio in giudicato di tale
ultima condanna, come invece necessario perché la stessa potesse essere valutata ai
fini dell’applicazione del menzionato istituto.
2.7 n ricorso proposto nell’interesse di Nasone Virgilio Giuseppe, condannato per la
partecipazione all’associazione mafiosa di cui al capo A), articola quattro motivi.
2.7.1 Con il primo il ricorrente deduce errata applicazione della legge penale, violazione
di quella processuale e vizi della motivazione in merito al rigetto, peraltro non
autonomamente argomentato, delle eccezioni relative all’ammissione all’udienza del 27
giugno 2013 della costituzione di parte civile del comune di Scilla, da ritenersi invece
illegittima in quanto intempestiva, essendo intervenuta dopo l’introduzione del rito
abbreviato e comunque proposta da soggetto non legittimato, in quanto presentata dal
sostituto officiato ex art. 102 c.p.p. del difensore e procuratore speciale nominato
nell’atto di costituzione.
2.7.2 Analoghi vizi vengono dedotti con il secondo motivo con il quale si lamenta la
lesione del diritto di difesa conseguente al mancato deposito integrale dei supporti fisici
delle intercettazioni ambientali effettuate all’interno del bar La Genziana, deposito che
ha riguardato solo quelli selezionati dal pubblico ministero in violazione degli artt. 416 e
419 c.p.p., nonché 130 disp. att. c.p.p. In proposito il ricorrente deduce altresì
l’apoditticità della risposta fornita dalla Corte territoriale all’analoga eccezione sollevata
con il gravame di merito, ritenuta generica nonostante fosse stato precisato che le
captazioni sottratte alla cognizione della difesa erano quelle effettuate tra il 23 febbraio
ed il 23 maggio 2012.
2.7.3 Con il terzo motivo vengono denunziati violazione di legge e vizi della
motivazione in merito alla valutazione della prova della responsabilità dell’imputato per
il reato contestatogli. In proposito il ricorrente lamenta la contraddittorietà della
condanna del Nasone sulla base del medesimo materiale indiziario utilizzato per
assolvere alcuni dei suoi familiari, soluzione ispirata alla presunta caratura mafiosa
dell’imputato, peraltro solo congetturalmente ricostruita in difetto dell’accertato
concorso del medesimo in alcuno dei reati fine dell’associazione contestati nel presente
procedimento e trascurando che il suo pregresso coinvolgimento nei processi che
hanno riguardato l’attività della cosca Nasone-Gaietti è sempre esitato in pronunzie
assolutorie. Vaghe, come già evidenziato dalla Suprema Corte in occasione di
precedenti annullamenti, sarebbero poi le condotte tenute dal Nasone nell’ambito della
vicenda relativa alla tentata estorsione ai danni del Callore (capo K), l’unica nel cui
ambito si sarebbe manifestata la sua adesione al sodalizio, pur non essendogli tale
reato mai stato contestato. Peraltro egli mai sarebbe stato protagonista di alcuna delle
conversazioni intercettate relative a tale vicenda, essendo il suo nome stato solo
evocato sporadicamente da altri e in contesti limitati. Né, del resto, il menzionato
Callore avrebbe mai attribuito all’imputato la responsabilità per il danneggiamento del
suo veicolo. Non di meno la Corte territoriale ha in proposito omesso di considerare la
conversazione intrattenuta da quest’ultimo con il figlio il 3 maggio 2012, dalla quale si
evincerebbe in maniera chiara la sua estraneità alle dinamiche ‘ndranghetiste e che per
l’appunto era stata valutata come positivo riscontro delle dichiarazioni rese dal Nasone
nel corso del suo interrogatorio in occasione dell’annullamento senza rinvio disposto da
questa stessa sezione della Corte nell’incidente cautelare. Illogica si rivelerebbe poi la
motivazione della sentenza nella misura in cui attribuisce all’imputato la paternità
dell’autorizzazione rilasciata al Callore di collocare il proprio furgone in una determinata
zona del Porticciolo di Scilla, giacchè, se effettivamente in tal modo questi sarebbe
stato posto sotto la protezione della cosca, non si comprende perché poi lo stesso
furgone sarebbe stato dato alle fiamme. E peraltro sul punto i giudici dell’appello
avrebbero omesso di valutare la prova acquisita in sede di rinnovazione dell’istruttoria
dibattimentale ed allegata al ricorso da cui si evince che il suddetto incendio fu dovuto
a cause accidentali. Sempre con riguardo alla suddetta vicenda il ricorrente lamenta
come i giudici dell’appello abbiano omesso di considerare la documentazione prodotta
dalla difesa a sostegno delle dichiarazioni dell’imputato in merito alla domanda di
concessione dell’area portuale, attribuendo invece in maniera arbitraria valore
indiziante a quanto riferito dal Callore in merito alla sua percezione della presunta
caratura mafiosa della famiglia Nasone. La sentenza impugnata rivelerebbe poi un
ulteriore profilo di contraddittorietà laddove ha derubricato l’accusa mossa all’imputato
escludendo la sua qualifica di vertice apicale del sodalizio, poiché degradando il Nasone
ed assolvendo coloro che secondo l’impostazione originaria insieme a lui lo dirigevano
ha finito per mettere in discussione la stessa esistenza dell’associazione.
2.7.4 Con il quarto ed ultimo motivo il ricorrente lamenta errata applicazione della
legge penale e vizi della motivazione in merito alla commisurazione della pena,
nonostante l’avvenuta esclusione di tutte le aggravanti originariamente contestate, ed
al denegato riconoscimento delle attenuanti generiche.
2.8 Nell’interesse di Nasone Francesco hanno proposto ricorso entrambi i difensori con
pluralità di atti.
2.8.1 Quello depositato una prima volta 1’11 marzo 2016 dall’avv. Nigro su carta
intestata dell’avv. Dieni ed a firma di entrambi i difensori e, successivamente, anche
dallo stesso avv. Dieni il 16 marzo 2016, articola sei motivi.
2.8.1.1 I primi due svolgono le medesime eccezioni proposte con i primi due motivi del
ricorso proposto dallo stesso difensore nell’interesse di Nasone Virgilio Giuseppe, alla
cui illustrazione si rinvia attesa la loro sostanziale sovrapponibilità.
2.8.1.2 Con il terzo motivo vengono denunziati violazione di legge e vizi della
motivazione in merito alla valutazione della prova della responsabilità dell’imputato per
il reato associativo contestatogli al capo A). In proposito il ricorrente rileva innanzi tutto
come, contrariamente a quanto ritenuto dal giudice di primo grado, quello d’appello
abbia sostanzialmente escluso la struttura familistica del sodalizio cui si riferisce
l’imputazione, giungendo però ad affermarne l’esistenza e la partecipazione al
medesimo dell’imputato esclusivamente dalla consumazione dei delitti scopo e dal
coinvolgimento del Nasone negli stessi. In secondo luogo lamenta come la Corte
territoriale abbia omesso di confutare i rilievi difensivi svolti con il gravame di merito,
apoditticamente tacciandoli di genericità. I giudici dell’appello avrebbero poi altrettanto
apoditticamente interpretato in maniera distorta e colpevolista il compendio
intercettativo di riferimento, senza però spiegare perchè in alcuni casi – come ad
esempio in quelli delle captazioni dei colloqui tra il Fulco ed i suoi familiari e
dell’intercettazione del 27 febbraio 2012 all’interno del bar La Genziana – il contenuto
sia stato ritenuto non inequivoco al fine dell’assoluzione dei coimputati del Nasone
Francesco e invece idoneo a suffragare l’accusa nei confronti di quest’ultimo. Quanto
poi all’attribuzione all’imputato del ruolo di promotore dell’associazione, desunta dalla
vicenda estorsiva di cui al capo K), il ricorrente ripropone le censure relative all’omesso
confronto con la documentazione acquisita nel giudizio d’appello di cui già si è detto
esaminando il ricorso di Nasone Virgilio Giuseppe. Ed in proposito priva di
giustificazione sarebbe altresì la ricostruzione fornita dai giudici territoriali nella misura
in cui l’originaria contestazione identificava il vertice della cosca nello stesso padre
dell’imputato, nel Gaietti e in Nasone Domenico, mentre alcun elemento viene fornito in
merito alla posizione sovraordinata asseritannente ricoperta da Nasone Francesco.
2.8.1.3 Con l’articolato quarto motivo i medesimi vizi vengono dedotti in riferimento
alla responsabilità dell’imputato per i reati fine del sodalizio per i quali ha riportato
condanna. In tal senso, in via generale, il ricorrente contesta l’idoneità delle
intercettazioni utilizzate dai giudici del merito a fondare la prova del coinvolgimento del
Nasone nei suddetti reati, risultando le stesse non certe nel loro contenuto e non
gravemente indizianti, tanto più che alcun riscontro sarebbe stato individuato a
sostegno delle medesime. Inoltre, dalla conversazione intercettata tra l’imputato e il
proprio padre, emergerebbe invece la sua estraneità alle condotte eventualmente
addebitabile ai propri familiari.
2.8.1.4 Ciò premesso, con riguardo all’estorsione di cui al capo B) il ricorso lamenta la
natura sostanzialmente congetturale del ragionamento attraverso cui è stata affermata
la responsabilità del Nasone in difetto di elementi concreti comprovanti tale ipotesi e
nonostante la stessa Corte territoriale, trattando la posizione di altri imputati, abbia
contraddittoriamente messo in discussione il rilievo indiziario delle intercettazioni ai
danni del Fulco utilizzate per sostenere la decisione. Quanto alle estorsioni consumate e
tentate ai danni della Calme Beton s.r.l. contestate, rispettivamente, ai capi C) e D), la
sentenza avrebbe invece ignorato i rilievi svolti con il gravame di merito circa
l’attendibilità dei testi Romano e Speziali, che in prima battuta avevano negato di aver
ricevuto richieste estorsive. Non di meno, per essere utilizzabili, le dichiarazioni del
primo, già indagato per tale motivo per il reato di favoreggiamento e in quanto tale
interessato a ritrattare quanto affermato in precedenza, avrebbero dovuto essere
riscontrate ai sensi del terzo comma dell’art. 192 c.p.p., mentre irrituale sarebbe stata
l’acquisizione nel giudizio abbreviato del decreto di archiviazione relativo al
procedimento per il suddetto reato. Sotto altro profilo il ricorrente contesta l’autonomia
della condotta di cui al capo D), posto che, come riferito dai menzionati testimoni, la
successiva sollecitazione al versamento di somme maggiori si ricollega agli accordi
intervenuti in occasione della primigenia richiesta estorsiva.
2.8.1.5 In merito alla tentata estorsione continuata di cui al capo E), del tutto
ingiustificato ed illogico sarebbe il collegamento operato dalla Corte territoriale tra gli
atti di danneggiamento subiti dalla Fondazioni Speciali s.p.a. nell’agosto del 2011 e
quelli perpetrati nel successivo marzo del 2012, stante l’inidoneità dell’omologia tra le
modalità esecutive degli stessi ad unificare i diversi episodi. Conseguentemente le
intercettazioni effettuate in tale ultima data ai danni del Nasone non sarebbero –
contrariamente a quanto sostenuto nella sentenza impugnata – elemento sufficiente
per addebitargli i fatti accaduti ben sette mesi prima. Peraltro dalle suddette captazioni
non emergerebbero concreti elementi per sostenere che sia stata esercitata alcuna
violenza o minaccia con finalità estorsiva, circostanza che evidenzia l’inconfigurabilità
del tentativo oggetto di contestazione, posto che per la sua integrazione è necessario
che gli atti idonei ed inequivocabilmente diretti alla consumazione del reato possano
effettivamente considerarsi esecutivi di quest’ultimo, corrispondendo, anche solo in
minima parte, a quelli tipizzati nella fattispecie legale di riferimento, con esclusione,
quindi, di quelli meramente preparatori. Quanto invece al reato di furto pluriaggravato
di cui al capo F), episodio ritenuto connesso alla medesima strategia intimidatoria ai
danni della citata Fondazioni Speciali, i giudici dell’appello avrebbero arbitrariamente e
creativamente interpretato un brano delle conversazioni intercettate di per sé inidoneo
a fondare le conclusioni assunte in merito al coinvolgimento dell’imputato nella
consumazione del reato. Con riguardo alla tentata estorsione di cui al capo G) il
ricorrente ribadisce le doglianze proposte in relazione ai reati di cui al capo E),
rilevando come dalle intercettazioni poste a fondamento della decisione non emerga
alcun elemento indicativo del coinvolgimento del Nasone nella vicenda, rimanendo
insufficiente sul piano indiziario l’evocata analogia tra le modalità di esecuzione del
reato e quelle registrate in relazione ad altri episodi.
2.8.1.6 In ordine alla tentata estorsione ai danni del Callore di cui al capo K) il ricorso
denunzia difetto di motivazione, lamentando che la Corte territoriale avrebbe omesso di
considerare – giungendo addirittura a negarne l’esistenza – la documentazione
prodotta dalla difesa da cui si evince come tra la presunta vittima dell’estorsione ed il
Nasone non vi fosse invero alcuna contrapposizione in merito all’assegnazione delle
aree del porto di Scilla. Dalle intercettazioni citate dalla sentenza non emergerebbe poi
alcun elemento in grado di ipotizzare la programmazione da parte dell’imputato di
alcuna attività estorsiva ai danni del Callore, evidenziando, anzi, il colloquio con il figlio
della persona offesa come questa non nutrisse alcun timore nei confronti del Nasone o
fosse oggetto di intimidazione. Peraltro i giudici del merito avrebbero in proposito
valorizzato anche quelle captazioni che questa Corte aveva ritenuto non univocamente
indizianti, annullando per ben due volte l’ordinanza cautelare emessa nei confronti di
Nasone Virgilio Giuseppe, la seconda senza rinvio. Infine il ricorrente ripropone la
doglianza già illustrata trattando il ricorso del padre dell’imputato ad oggetto l’omessa
valutazione della documentazione acquisita nel giudizio d’appello da cui si evincerebbe
l’accidentalità dell’incendio del furgone del Callore.
2.8.1.7 Con riguardo alla tentata estorsione ai danni della Ediltecnica s.r.l. di cui al
capo L) ed al connesso furto di cui al capo M), viene innanzi tutto dedotta
l’inverosimiglianza della ricostruzione accolta dalla sentenza con riferimento all’oggetto
ed alle modalità di versamento della tangente assertivamente imposta alla suddetta
società. Inconsistente sarebbe poi la prova del fatto che il mandante delle presunte
richieste estorsive sia stato l’imputato, poichè l’incontro tra questi e coloro che sono
stati individuati come gli esecutori materiali è avvenuto successivamente al momento
in cui gli stessi avrebbero avuto l’abboccamento con il rappresentate della azienda
taglieggiata. Non solo, dagli atti risulta che fu quest’ultimo ad incaricare il Piccolo di
recuperare i beni sottratti alla società, mentre dall’intercettazione del 23 aprile 2012
menzionata in sentenza risulta come il Nasone abbia chiaramente preso le distanze dal
furto. In tal senso è dunque apodittica e congetturale per il ricorrente l’affermazione
della Corte territoriale per cui tale presa di distanza sarebbe stata meramente
strumentale ed invece manifestamente illogica la successiva osservazione in ordine
all’irrilevanza della mancata acquisizione della prova del coinvolgimento nel furto, pur
ritenuto funzionale alla perpetrazione dell’estorsione.
2.8.1.8 Quanto al furto aggravato di cui al capo O), la giustificazione offerta dai giudici
dell’appello a sostegno della conferma della condanna dell’imputato si ridurrebbe al già
criticato valore indiziario delle analogie operative riscontrate in relazione ad altre azioni
criminose, in questo caso ancor meno significativo nella misura in cui gli stessi hanno
contestualmente assolto il Nasone dalla connessa accusa di aver tentato un’estorsione
ai danni del proprietario dei beni sottratti. Peraltro il ragionamento probatorio svolto in
sentenza sarebbe viziato dalla distorta interpretazione del compendio intercettativo di
riferimento, dal quale – contrariamente a quanto sostenuto dal provvedimento
impugnato – non emerge in alcun modo che al suddetto furto abbiano partecipato i
coimputati Borzumato e Puntonieri, posto che nelle conversazioni che li riguardano
questi fanno riferimento ad attrezzi diversi a quelli sottratti alla Lagan & Altemps. Alcun
valore indiziario avrebbe poi il ritrovamento in un terreno del Nasone di un attrezzo
(nella specie un verricello a scoppio) del medesimo tipo, posto che non sussisterebbe
alcun elemento in grado di identificarlo con quello oggetto del furto. Allo stesso modo,
con riguardo alla ricettazione di un perforatore contestata al capo P) ed anch’esso
rinvenuto in un terreno dell’imputato, non sussisterebbe prova alcuna del reato
presupposto e cioè che il bene sia stato oggetto di furto, posto che il suo titolare non
l’ha mai denunziato. Sempre con il motivo in esame viene infine contestata la
sussistenza dell’aggravante di cui all’art. 7 I. n. 203/1991 in riferimento ai reati fine
dell’associazione. In proposito il ricorrente censura come meramente apparente
l’apparato giustificativo posto dai giudici del merito a sostegno del ritenuto effettivo
impiego del metodo mafioso, il quale, con riferimento al reato di estorsione, non può
coincidere con il ricorso alla violenza o alla minaccia necessarie per l’integrazione della
relativa fattispecie, ma deve manifestarsi in maniera più specifica e, soprattutto, deve
essere percepito dalla persona offesa come tale. Non di meno la Corte territoriale
avrebbe omesso di motivare con riguardo alla sussistenza del dolo specifico che
caratterizza l’aggravante in questione.
2.8.1.9 Con il quinto motivo vengono dedotti inosservanza della legge penale e vizi
della motivazione in merito alla commisurazione della pena, al mancato riconoscimento
delle attenuanti generiche ed all’esplicitazione dei criteri dispiegati nella determinazione
degli aumenti di pena disposti per la continuazione dei reati satellite. Con il sesto
motivo e con riferimento alla disposta confisca ex art. 416-bis comma 7 c.p. del bar La
Genziana, il ricorrente lamenta l’ingiustificata attribuzione all’imputato della qualifica di
amministratore di fatto dell’attività commerciale in difetto dell’esercizio in maniera
continuativa da parte del medesimo di effettiva attività gestoria, certamente non
identificali con le quelle materiali svolte dal Nasone all’interno del suddetto bar, di cui
era in realtà un mero dipendente, essendo la gestione del medesimo riconducibile
esclusivamente a Nasone Graziella e Nasone Rocco. Non di meno la Corte territoriale
avrebbe omesso l’accertamento della pertinenzialità o strumentalità dell’esercizio
commerciale all’attività dell’associazione, certamente non desumibile dal semplice fatto
che al suo interno siano state intercettate alcune conversazioni (peraltro solo 27 sulle
oltre 10.000 captate) ritenute funzionali alla prova del reato, in difetto della
dimostrazione che lo stesso fosse luogo necessario per lo svolgimento delle presunte
riunioni finalizzate alla pianificazione dei reati fine del sodalizio. Né infine vi sarebbe
prova dell’intestazione fittizia del bar a Nasone Graziella ovvero della effettiva
disponibilità del bene in capo all’imputato, fermo restando che nei confronti della prima
(terza estranea al reato) non è configurabile – come invece surrettiziamente
prospettato nel provvedimento impugnato – alcuna dolosa elusione di un presunto
dovere di vigilanza sull’operato del secondo.
2.8.2 II ricorso proposto su carta intesta dell’avv. Nigro ed a firma di entrambi i
difensori depositato 1’11 marzo 2016 articola sette motivi.
2.8.2.1 Con il primo viene dedotto difetto di motivazione in ordine alle discrasie rilevate
con il gravame di merito tra la ricostruzione del contenuto delle intercettazioni
effettuata nei brogliacci della PG e quella svolta dal consulente della difesa. Con il
secondo vengono prospettati i medesimi vizi e svolte argomentazioni in larga parte
sovrapponibili a quelle contenute nel quarto motivo dell’altro ricorso con riguardo
all’affermata responsabilità dell’imputato per l’estorsione contestata al capo B),
sottolineandosi in particolare l’inconsistenza dimostrativa della ritenuta analogia delle
modalità esecutive dell’illecito con quelle registrate in occasione di ulteriori episodi
similari, nonché il fatto che la sentenza sarebbe contraddittoria nella misura in cui, per
un verso, riconduce al Nasone tutte le estorsioni consumate nel territorio di Scilla in
ragione del ruolo direttivo asseritamente ricoperto dal medesimo in seno al sodalizio
mafioso ivi operante e per l’altro espressamente esclude tale circostanza nel trattare la
vicenda di un coimputato. Non di meno secondo il ricorrente alcun valore indiziario
avrebbero i colloqui intercettati in carcere tra il Fulco e i suoi familiari risultando
evidente che gli stessi fossero consapevoli di essere ascoltati alla luce dei
comportamenti tenuti nel corso delle conversazioni. Infine ulteriormente contraddittoria
sarebbe la valutazione della presunta intensità dei contatti telefonici tra il suddetto
Fulco e l’imputato, che si fonda su parametri disattesi in altre occasioni dalla Corte
territoriale.
2.8.2.2 Con il terzo motivo viene riproposta l’eccezione relativa all’inutilizzabilità del
decreto di archiviazione relativo al procedimento per reato di favoreggiamento a carico
del teste Romano, acquisito in violazione dell’art. 441 comma 5 c.p.p. posto che in
precedenza lo stesso G.u.p. aveva respinto la richiesta di produzione dell’atto, il quale
non poteva dunque ritenersi necessario ai fini della decisione. Quanto invece alla
valutazione dell’attendibilità del menzionato teste, la Corte non avrebbe tenuto conto
dell’inverosimiglianza della sua affermazione di essersi personalmente fatto carico del
pagamento della tangente (pari a ben 3.000 euro mensili) tacendo la circostanza alla
società di cui era dipendente, mentre irrilevanti sarebbero le conferme tratte dalle
deposizioni del fratello del Romano e dello Speziali, trattandosi di testimonianze de
relato che trovano la comune fonte nel Romano stesso. Il quarto motivo propone
censure in tutto sovrapponibili a quelle svolte nel corrispondente motivo dell’altro
ricorso con riguardo all’imputazione di al capo K) ed in riferimento all’annessa
valutazione della documentazione attestante l’accidentalità dell’incendio del furgone del
Callore, mentre con il quinto il ricorrente lamenta vizi della motivazione e violazione
delle regole di valutazione della prova in relazione al medesimo episodio, evidenziando
in particolare come dalle stesse intercettazioni evocate dalla sentenza emerga come il
Nasone abbia negato il suo coinvolgimento nell’attentato. Sempre con lo stesso motivo
il ricorrente ripropone alcune delle doglianze svolte nell’altro ricorso con riguardo,
questa volta, ai fatti di cui ai capi L) ed M).
2.8.2.3 Con il sesto motivo vengono dedotti errata applicazione della legge penale e
vizi della motivazione in merito alla ritenuta sussistenza dell’associazione mafiosa di cui
al capo A) ed alla partecipazione alla medesima del Nasone Francesco. In proposito,
ripercorrendo in larga parte argomenti già svolti nell’altro ricorso, viene posto l’accento
sulla trascurata assoluzione in passato di Nasone Virgilio Giuseppe da ogni addebito
associativo, risultando dunque ingiustificato ritenere che questi avrebbe trasmesso al
figlio il comando della cosca, nonché sul fatto che in sostanza il sodalizio sarebbe
costituito dall’imputato e da tre soli sodali e avrebbe più che altro tentato estorsioni
senza esito, rivelando ben poca capacità intimidatoria. Infine con il settimo ed ultimo
motivo il ricorrente ripropone le censure in merito alla commisurazione della pena, al
mancato riconoscimento delle attenuanti generiche e alla giustificazione degli aumenti
di pena disposti per la continuazione già svolte nel sesto motivo dell’altro ricorso.
2.8.3 Sempre con riguardo alla posizione del Nasone Francesco, deve infine darsi atto
che il 14 marzo 2016 è stato depositato a firma dell’avv. Dieni un terzo ricorso. Il primo
motivo e la prima parte del secondo riproducono i corrispondenti motivi di quello
depositato 1 1 11 marzo 2016. Sempre con il secondo motivo viene eccepita nuovamente
anche l’omessa valutazione delle discrasie evidenziate dalla difesa tra la relazione del
proprio consulente ed i brogliacci in merito all’effettivo contenuto di alcune
intercettazioni, mentre nel prosieguo e con i successivi motivi vengono dedotte
questioni attinenti posizioni di soggetti diversi dal Nasone Francesco imputati in altro
procedimento pendente dinanzi all’autorità giudiziaria di Milano.
2.9 Con unico atto a firma dell’avv. Francesco Calabrese sono proposti otto motivi
nell’interesse di Borzumato Arturo, Calabrese Carmelo e Puntorieri Pietro.
2.9.1 Con il primo e in relazione alla posizione del Calabrese vengono dedotti violazione
di legge e vizi della motivazione in merito alla condanna del medesimo per le estorsioni
tentate o consumate di cui ai capi C) e D). In proposito il ricorrente lamenta l’arbitraria
ed apodittica interpretazione in chiave indiziaria delle conversazioni captate all’interno
del bar La Genziana il 3 marzo 2012, limitandosi però ad estrapolare dal relativo
contesto alcune frasi dal significato ambiguo e comunque “aperto”, nonché, in ogni
caso, prive di riferimenti individualizzanti all’imputato, del quale risulta dimostrata solo
la presenza all’interno dell’esercizio commerciale, ma non anche la effettiva
partecipazione alle suddette conversazioni. Sul punto i giudici territoriali avrebbero
peraltro ignorato le spiegazioni offerte dal Calabrese in merito alla sua frequentazione
del menzionato bar. Sotto altro profilo il ricorrente ripropone le doglianze già esaminate
trattando i ricorsi di Nasone Francesco in merito alla tenuta della motivazione con
riguardo all’attendibilità dei testi Romano e Speziali, affermata senza tenere conto del
fatto che in un primo momento essi avevano negato agli inquirenti di aver ricevuto
alcuna richiesta estorsiva.
2.9.2 Con il secondo motivo vengono dedotti vizi della motivazione nell’interesse di
tutti e tre i ricorrenti in riferimento alla tentata estorsione di cui al capo E). In tal senso
viene eccepito che dalla già menzionata conversazione intercettata il 3 marzo 2012 al
più potrebbe evincersi la stipulazione tra i protagonisti della stessa di un accordo
finalizzato alla programmazione delle attività preparatorie di un futura estorsione
inidoneo ad integrare gli estremi del tentativo punibile, tanto più che alcuna prova è
stata fornita in sentenza in merito all’effettiva presentazione di una richiesta estorsiva o
anche solo di un contatto con rappresentanti della società vittima del danneggiamento,
mentre la stessa ha omesso di confrontarsi con le obiezioni difensive in ordine alla
asserita conoscenza da parte degli imputati dell’ubicazione del cantiere e della
dislocazione in esso dei macchinari, della operatività delle ditte sul territorio e dei
rispettivi referenti cui le stesse versavano il “pizzo”. Nello stesso senso meramente
congetturali sarebbero le argomentazioni svolte dalla Corte territoriale in merito
all’effettiva natura intimidatoria dell’attentato effettuato il giorno successivo ai danni di
un macchinario della Fondazioni Speciali s.p.a., presunta vittima del tentativo di
estorsione. Con specifico riferimento alla posizione del Calabrese, di cui mai è stata
dimostrata l’intraneità a sodalizi mafiosi, viene poi eccepita l’inconferenza del suo
presunto coinvolgimento nella vicenda oggetto delle imputazioni sub C) e D) ai fini
della prova della sua partecipazione al reato di cui si tratta, lamentandosi in proposito
nuovamente l’arbitraria interpretazione delle intercettazioni che lo riguardano, attesa
l’assoluta non univocità del loro significato.
2.9.3 Censure del tutto sovrapponibili a quelle testè esaminate vengono dedotte con il
terzo motivo nell’interesse del Borzumato e del Puntorieri in riferimento all’imputazione
di tentata estorsione di cui al capo G), mentre, sempre nell’interesse dei citati imputati,
il ricorso deduce violazione di legge e vizi della motivazione in relazione alla tentata
estorsione di cui al capo K). Vengono in tal senso riprese le doglianze già illustrate
trattando i ricorsi dei coimputati nel medesimo reato in merito all’omessa valutazione
della documentazione attestante l’accidentalità dell’incendio del furgone del Callore e il
contenuto delle intercettazioni a carico del Nasone, idonee ad escludere che egli sia
stato il mandante dell’azione criminosa. Oggetto di censura è altresì l’interpretazione
della telefonata intercorsa il 18 febbraio 2012 tra il Burzonnato ed il Puntorieri e, più in
generale, la mancata acquisizione di riscontri al compendio intercettativo di riferimento
alla luce dell’oggettiva incertezza del suo contenuto, dal quale comunque non
emergerebbe il conferimento ai due imputati di qualsivoglia mandato di natura illecita.
Infine la Corte territoriale avrebbe ingiustificatamente ritenuto attendibili le
dichiarazioni di Callore Rocco e Callore Carlo, senza considerare le contraddizioni
logiche che emergono dal loro narrato. Ancora nell’interesse del Burzonnato e del
Puntorieri gli stessi vizi vengono dedotti con il quinto motivo con riguardo al furto
aggravato di cui al capo O), lamentandosi la natura meramente congetturale
dell’argomentazione spesa dalla Corte territoriale per confutare l’obiezione difensiva per
cui non vi sarebbe coincidenza tra i beni sottratti e quelli menzionati nella
conversazione captata il giorno successivo al furto ed utilizzata per fondare la
responsabilità degli imputati ovvero che dalla stessa si evinca che i conversanti abbiano
inteso rivelare il proprio diretto coinvolgimento nel crimine.
2.9.4 Con il sesto motivo, nell’interesse di tutti e tre i ricorrenti, vengono dedotti errata
applicazione della legge penale, violazione di norme processuali e vizi della motivazione

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