Rapporti Tra Concussione – Cassazione Penale 15/11/2016 N° 53444

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione VI

Data: 15/11/2016

Numero: 53444

Testo completo della Sentenza Rapporti tra concussione – Cassazione penale 15/11/2016 n° 53444:

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RITENUTO IN FATTO
1. Con l’ordinanza in epigrafe, il Tribunale di Messina – a seguito di
istanza ai sensi dell’art. 309 cod. proc. pen. proposta nell’interesse
dell’indagato Giovanni COCIVERA avverso la ordinanza emessa il
13.5.2016 dal G.I.P. del Tribunale di Messina con la quale è stata
applicata la misura cautelare della custodia in carcere – in parziale
riforma di detto provvedimento, ha sostituito la predetta misura con
quella degli arresti domiciliari con divieto di comunicazione,
confermando la gravità indiziaria in relazione ai reati di cui ai capi A)
(artt. 81 cpv.,110,317 cod. pen.), B) ( artt.81 cpv.,110,314 cod. pen.),
D) ( artt. 110,317 cod. pen.) ed F) (artt. 56,317 cod. pen.), in relazione
alla pratica di aborti illegali eseguiti presso lo studio privato del
COCIVERA, dirigente medico in servizio presso il Reparto di ginecologia
dell’Ospedale Papardo, in concorso con Giuseppe LUPPINO, dirigente del
reparto di anestesia e rianimazione dell’Ospedale Piemonte. In
particolare, era emerso che il COCIVERA speculava sui tempi della
procedura legale di i.v.g. per prospettare difficoltà e lungaggini, in modo
da spingere donne gravide, che avevano necessità di abortire in tempi
contenuti, ad un aborto illegale a pagamento presso il proprio studio.
2. Avverso la ordinanza propone ricorso per cassazione la difesa
dell’indagato, deducendo:
2.1. Erronea applicazione dell’art. 317 cod. pen. e mancanza della
motivazione in ordine alla ritenuta sussistenza della gravità indiziaria
relativa ai capi A),D) ed F). Il Tribunale avrebbe omesso di verificare
l’esistenza di un abuso delle qualità o delle funzioni – e non già di soli
doveri – in capo al ricorrente causalmente efficiente rispetto alla
ipotizzata costrizione. Anche di quest’ultima sarebbe affermata la
sussistenza senza motivazione, posto che la interruzione di gravidanza
in sede “privata” e dietro pagamento non era stata influenzata
dall’indagato ma frutto di scelte personali dettate non da costrizione ma
da motivi personali.
2.2. Violazione degli artt. 317 e 640 cod. pen. e mancanza di
motivazione in relazione all’omessa derubricazione dei fatti nell’ambito
del delitto di truffa, ancorché aggravata ai sensi dell’art. 61 n. 9 cod.
pen.. Nella specie, invero, l’indagato avrebbe prospettato alle donne
false circostanze circa le prassi ospedaliere al fine di instradarle
all’aborto nel suo studio privato e la risposta dal Tribunale risulterebbe
apodittica.
2.3. Violazione di legge e vizio della motivazione in ordine alla
ritenuta gravità indiziaria relativa al reato di peculato, essendosi omesso
di considerare la mancanza di disponibilità in capo all’indagato dei
farmaci utilizzati oltre che l’assenza di intrinseco rilievo economico di
quanto oggetto di appropriazione nonché di incidenza di quest’ultima
sulla funzionalità dell’ufficio.
2.4. Violazione dell’art. 274 cod. proc. pen. e mancanza di
motivazione in ordine alla sussistenza delle esigenze cautelari, non
essendo – in considerazione della mutata situazione – ricorrente né il
pericolo di reiterazione della condotta criminosa né quello di
inquinamento probatorio.
2.5. Violazione dell’art. 270 cod. proc. pen. in relazione alla dedotta
inutilizzabilità del compendio intercettivo, non sussistendo alcuna
connessione, al di là di quella meramente soggettiva, tra la presunta
falsità nella redazione di una certificazione sanitaria e le attuali ipotesi
contestate, rispetto alle quali sarebbe dovuta essere effettuata una
nuova iscrizione e non un aggiornamento, possibile solo nel caso di una
diversa qualificazione giuridica dei fatti.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso è infondato.
2. Preliminare è la disamina dell’ultimo motivo di ricorso, il quale si
palesa manifestamente infondato.
2.1. Costituisce jus receptum l’orientamento secondo il quale in
tema di intercettazioni, qualora il mezzo di ricerca della prova sia
legittimamente autorizzato all’interno di un determinato procedimento
per uno dei reati di cui all’art. 266 cod. proc. pen., i suoi esiti sono
utilizzabili, senza alcun limite, per tutti gli altri reati relativi al medesimo
procedimento, mentre nel caso in cui si tratti di reati oggetto di un
procedimento diverso “ah origine”, l’utilizzazione è subordinata alla
sussistenza dei parametri indicati espressamente dall’art. 270 cod. proc.
pen., e, cioè, l’indispensabilità e l’obbligatorietà dell’arresto in flagranza
(Sez. 6, n. 50261 del 25/11/2015, M. e altri, Rv. 265757).; inoltre, è
stato condivisibilmente affermato che, ai fini del divieto di utilizzazione
previsto dall’art. 270, comma primo, cod. proc. pen., occorre far
riferimento ad una nozione sostanziale di “diverso procedimento”,
secondo cui la “diversità” va collegata al dato dell’insussistenza, tra i
due fatti – reato, storicamente differenti, di un nesso ai sensi dell’art. 12
cod. proc. pen., o di tipo investigativo, e, quindi, all’esistenza di un
collegamento meramente fattuale ed occasionale (Sez. 3, n. 2608 del
05/11/2015, Pulvirenti e altri, Rv. 266423).
2.2. Osserva la Corte che il Tribunale, in relazione alla analoga
doglianza propostagli, si è posto nell’alveo di legittimità richiamato,
rigettando la eccezione sul corretto rilievo che si tratta di captazioni
svolte nell’ambito del medesimo procedimento che aveva ad oggetto
l’ipotesi di cui all’art. 479 cod. pen. relativa alla falsa documentazione
sanitaria volta a documentare un procurato aborto quale conseguenza di
un sinistro stradale fasullo che aveva coinvolto una rumena.
3. Il primo motivo è infondato.
3.1. Le S.U., nella nota sentenza n. 12228 del 2014 Maldera, hanno
osservato che “non mancano casi in cui, per assicurare la corretta
qualificazione giuridica del fatto come concussione piuttosto che come
induzione indebita, non si può prescindere dal confronto e dal
bilanciamento tra i beni giuridici coinvolti nel conflitto decisionale: quello
oggetto del male prospettato e quello la cui lesione consegue alla
condotta determinata dall’altrui pressione. Può accadere, infatti, che il
privato, nonostante abbia conseguito, prestando acquiescenza
all’indebita richiesta del pubblico agente, un trattamento preferenziale,
si sia venuto sostanzialmente a trovare in uno stato psicologico di vera e
propria costrizione, assimilabile alla coazione morale di cui all’art. 54,
comma terzo, cod. pen., con conseguente decisiva incidenza negativa
sulla sua libertà di autodeterminazione. Il riferimento è a quelle
situazioni in cui l’extraneus, attraverso la prestazione indebita, intende
soprattutto preservare un proprio interesse di rango particolarmente
elevato (si pensi al bene vita, posto in pericolo da una grave patologia);
oppure, di fronte ad un messaggio comunque per lui pregiudizievole e al
di là del danno ingiusto o giusto preannunciato, sacrifica, con la
prestazione indebita, un bene strettamente personale di particolare
valore (libertà sessuale), e ciò in spregio a qualsiasi criterio di
proporzionalità, il che finisce con l’escludere lo stesso concetto di
vantaggio indebito…..”. Pertanto, secondo l’autorevole decisione “Il
criterio del danno-vantaggio non sempre consente, se isolatamente
considerato nella sua nettezza e nella sua staticità, di individuare il reale
disvalore di vicende che occupano la c.d. “zona grigia”. Il detto
parametro, pertanto, deve essere opportunamente calibrato, all’esito di
una puntuale ed approfondita valutazione in fatto, sulla specificità della
vicenda concreta, tenendo conto di tutti i dati circostanziali, del
complesso dei beni giuridici in gioco, dei principi e dei valori che
governano lo specifico settore di disciplina. Tanto è imposto dalla natura
proteiforme di particolari situazioni, nelle quali l’extraneus, per effetto
dell’abuso posto in essere dal pubblico agente, può contestualmente
evitare un danno ingiusto ed acquisire un indebito vantaggio ovvero, pur
di fronte ad un apparente vantaggio, subisce comunque una
coartazione, sicché, per scongiurare mere presunzioni o inaffidabili
automatismi, occorre apprezzare il registro comunicativo nei suoi
contenuti sostanziali, rapportati logicamente all’insieme dei dati di fatto
disponibili”.
3.2. Il provvedimento impugnato ha desunto la condotta costrittiva
del ricorrente individuando, per ognuna delle vicende passate in
disamina, la strumentalizzazione della propria nota posizione in ambito
ospedaliero – egli era uno dei due sanitari non obiettori dell’Ospedale
Piemonte di Messina presso il quale funzionava un ambulatorio di
interruzione volontaria della gravidanza – con la prospettazione di
lungaggini nella pratica standard ed ostacoli organizzativi. Questi ,
secondo il Primario Sebastiano CAUDULLO, erano insussistenti in quanto
il protocollo operativo consentiva una certa elasticità al fine di venire
incontro alle variegate esigenze delle gestanti. Dall’altro lato, il
provvedimento ha individuato la radicale compressione della volontà
negoziale della vittima, messa “con le spalle al muro”, atteso che
l’alternativa rispetto all’aborto illegale a titolo oneroso era quella di
esporsi al rischio – palesato dal ricorrente – di un disvelamento dello
stato di gravidanza con conseguente compromissione del rapporto con il
partner, di reazioni da parte dei parenti e/o di impossibilità di abortire
nel termine legale di 90 giorni.
3.3. Ritiene la Corte che la decisione impugnata si è posta
all’interno del parametro di legittimità ricordato attraverso una puntuale
ricostruzione dei termini rilevanti di ciascuna delle vicende esaminate
(modalità dell’approccio, mancanza di effettivi margini di trattativa sulla
somma pretesa, grave difficoltà psicologica nella quale si trovavano le
pazienti, la situazione “necessitata” che le spingeva ad accedere alla
richiesta indebita) con la radicale compressione della volontà negoziale
della vittima, così correttamente giustificando l’abuso costrittivo del
ricorrente finalizzato alla realizzazione delle remunerative illecite
pratiche abortive.
3.4. Pertanto, la deduzione difensiva è manifestamente infondata in
relazione alla dedotta mancanza di motivazione in ordine agli elementi
costitutivi del reato e generica ed in fatto allorquando fa leva sulla
riconducibilità a motivi personali della scelta di rivolgersi allo studio
privato del ricorrente.
4. Il secondo motivo è manifestamente infondato.
4.1. La distinzione tra il delitto di concussione per induzione e quello
di truffa aggravata dalla qualità di pubblico ufficiale va individuata nel
fatto che nella concussione il privato mantiene la consapevolezza di dare
o promettere qualcosa di non dovuto, mentre nella truffa la vittima
viene indotta in errore dal soggetto qualificato circa la doverosità delle
somme o delle utilità oggetto di dazione o promessa e la qualità di
pubblico ufficiale concorre solo in via accessoria a condizionare la
volontà del soggetto passivo (Sez. 6, n. 20195 del 22/04/2009, Golino,
Rv. 243842).
4.2. Del tutto corretta è, quindi, la esclusa riqualificazione del fatti
opposta dal provvedimento impugnato sul rilievo secondo il quale le
dazioni di denaro erano conseguenza della strumentalizzazione da parte
del ricorrente dei propri poteri e funzioni, nella consapevolezza – da
parte delle gestanti – che le somme dovute erano il prezzo dell’illecita
alternativa “privata” alla quale erano costrette.
5. Il terzo motivo è manifestamente infondato, quando non generico
ed in fatto, rispetto alla accertata provenienza pubblica dei farmaci
utilizzati nel corso degli interventi clandestini, siano anche essi tra quelli
lasciati presso l’Ospedale Piemonte prima del trasferimento del reparto
di ginecologia all’ospedale Papardo, e tenuto conto del consapevole
accordo tra il ricorrente ed il correo a riguardo (v. captazione del 3
febbraio 2016).
6.11 quarto motivo è generico in relazione ad un meramente
asserito mutamento della situazione.
7. Al rigetto del ricorso consegue la condanna del ricorrente al
pagamento delle spese processuali.
P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese
processuali.
Così deciso il 15.11.2016.

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