Rapina Impropria – Cassazione Penale 14/04/2017 N° 18741

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione Penale

Sezione: Sezione II

Data: 14/04/2017

Numero: 18741

Testo completo della Sentenza Rapina impropria – Cassazione Penale 14/04/2017 n° 18741:

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Penale Sent. Sez. 2 Num. 18741 Anno 2017
Presidente: GALLO DOMENICO
Relatore: PAZIENZA VITTORIO
Data Udienza: 03/04/2017

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
TRUSHI Edmond, nato a Scutari (Albania) il 09/07/1985
avverso la sentenza del 14/09/2016 della Corte di Appello di Torino
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Vittorio Pazienza;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Paola
Filippi, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso;

RITENUTO IN FATTO
1. Con sentenza in data 14/09/2016, la Corte di Appello di Torino ha
parzialmente riformato la sentenza, emessa con rito abbreviato in data
01/04/2016 dal Giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Cuneo,
con la quale Edmond TRUSHI era stato dichiarato colpevole dei reati a lui ascritti,
unificati dal vincolo della continuazione, e condannato alla pena di anni tre, mesi
sei di reclusione e C 900,00 di multa, nonché dichiarato interdetto dai pubblici
uffici per la durata di anni cinque: pena accessoria peraltro eliminata dalla Corte
torinese, che ha confermato nel resto la sentenza di condanna.
L’imputato era stato tratto a giudizio per rispondere, in concorso con il fratello
Eduard TRUSHI (che ha definito separatamente la propria posizione ai sensi
dell’art. 444 cod. proc. pen.), del delitto continuato di rapina impropria
pluriaggravata, consumata (in danno di PEIRETTI Cristina, DANNA Beppe e BILLIA
Mauro) e tentata (in danno di PACE Davide, PEIRETTI Silvia e MULATTERO Pier
Angela), in relazione alla violenta reazione posta in essere alle ore 4 circa del
28/10/2014 – dopo essersi introdotti nelle abitazioni delle predette persone offese,
tentando di sottrarre o sottraendo quanto meglio specificato nell’imputazione – nei
confronti degli operanti dai quali erano stati bloccati per un controllo, nell’ambito
dei servizi di pattugliamento volti ad individuare i responsabili delle richiamate
condotte, denunciate a partire dalle 01.30 della stessa notte (capo a, nel quale
erano stati unificati gli episodi in origine rubricati sub b e c come furto consumato
o tentato, dopo l’ordinanza emessa del tribunale del riesame, che li aveva
riqualificati ai sensi dell’art. 628).
Sempre in concorso con il fratello Eduard, il TRUSHI era stato condannato dal
G.i.p. anche per il furto aggravato di un’autovettura (capo d, in relazione al quale,
peraltro, non era peraltro stato proposto appello).
2. Ricorre per Cassazione avverso la predetta sentenza il difensore
dell’imputato, deducendo:
2.1. Nullità della sentenza ai sensi dell’art. 606, lett. b), c) ed e), in relazione
agli artt. 628, secondo comma, cod. pen. e 382 cod. proc. pen.
La difesa lamenta l’erronea qualificazione giuridica dei fatti come rapina
impropria, anziché come furto in appartamento e resistenza a pubblico ufficiale.
In particolare, si censura anzitutto la ritenuta irrilevanza – quanto alla
configurabilità della rapina impropria – dello scarto temporale esistente tra la
consumazione dei furti (tra le ore 01.30 e le 02.30 del 28/10/2014) e
l’individuazione dei fratelli TRUSHI (ore 4): irrilevanza motivata dalla Corte
osservando che la violenza e la minaccia possono realizzarsi anche in luogo diverso
da quello della sottrazione della cosa, e in pregiudizio di persona diversa dal
derubato.
Inoltre, si deduce l’erroneità dell’affermazione per cui le puntualizzazioni
giurisprudenziali in tema di quasi flagranza (con particolare riguardo alla necessità
che l’inseguimento consegua ad una diretta percezione del fatto da parte degli
operanti, e non alla segnalazione di terzi) dovrebbero rilevare solo per l’adozione
della misura precautelare, ma non anche per il reato di rapina impropria.
Il difensore richiama, al riguardo, la giurisprudenza della Suprema Corte
secondo cui, in ordine all’immediatezza della violenza e minaccia, le due
condotte di impossessamento della cosa ed il comportamento dell’agente devono
potersi prospettare come un’azione unitaria, e che, in relazione al nesso
cronologico tra le due condotte, debba farsi riferimento alle nozioni di flagranza e
quasi flagranza delineate dall’art. 382 cod. proc. pen. A tale ultimo proposito, si
valorizza il recente arresto delle Sezioni unite (Sez. U, n. 39131 del 24/11/2015,
dep. 2016, Ventrice, Rv. 267591) per escludere che possa ritenersi sufficiente la
mera conseguenzialità dell’intervento degli operanti rispetto ai fatti, intervento
indotto, nella specie, solo dalla denuncia delle persone offese e dal conseguente
sopralluogo. D’altra parte, secondo il difensore, i fratelli TRUSHI erano stati
casualmente intercettati durante l’attività di mera perlustrazione e non di
inseguimento, né potevano ritenersi ancora in fuga dal luogo di commissione dei
fatti, nel momento in cui ricevettero l’alt dagli operanti.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso è infondato.
2. La ricostruzione dei fatti operata dalla Corte d’appello appare
incontroversa, avendo tra l’altro il ricorrente ammesso le proprie responsabilità
nel corso del giudizio abbreviato.
Può dunque dirsi pacifico che, a partire dalle 1,30 del 28/10/2016, giunsero
ai Carabinieri di Saluzzo alcune segnalazioni, da parte di persone residenti nei
comuni di Rifreddo e di Sanfront, relative a furti (tentati o consumati) commessi
da ignoti previa effrazione dei serramenti o delle finestre – in alcuni casi,
avvalendosi di un trapano – delle rispettive abitazioni.
A seguito delle prime segnalazioni, gli operanti raggiunsero gli appartamenti
delle due prime denuncianti, eseguendo in loco, alle 2.50 e alle 3.25, gli
accertamenti urgenti del caso, ed attivando subito dopo un servizio perlustrativo
della zona, finalizzato alla ricerca dei responsabili. Alle ore 4 circa, nel corso di tale
servizio, i Carabinieri intercettarono nel comune di Saluzzo un’auto con due uomini
a bordo: nonostante l’alt intimato, la vettura finse di accostare ma ripartì a tutta
velocità finendo contro un muretto. Gli occupanti scesero e, dopo una violenta
colluttazione ingaggiata in due tempi con i Carabinieri, riuscirono a dileguarsi,
abbandonando l’auto – risultata provento di furto – al cui interno vennero ritrovati
arnesi da scasso (tra cui due trapani) e parte della refurtiva asportata a una delle
persone offese (danaro e biglietti “gratta e vinci”, la cui sottrazione era stata
denunciata dal titolare di un bar tabaccheria). La successiva attività di indagine
consentì l’identificazione dei due fuggitivi nei fratelli TRUSHI, che nel luglio 2015
vennero sottoposti a fermo e alla conseguente misura custodiale.
3. Come già ricordato, la difesa del ricorrente non censura la motivazione
della Corte d’appello in relazione a tale ricostruzione dei fatti, bensì alla
qualificazione giuridica degli stessi come rapina impropria (consumata o tentata):
e ciò avuto riguardo sia all’ampiezza dell’arco temporale trascorso tra i fatti
denunciati e la successiva colluttazione con i Carabinieri, sia al principio, affermato
dalle Sezioni unite della Suprema corte, secondo cui la quasi flagranza non è
configurabile qualora l’inseguimento sia intrapreso sulla scorta delle dichiarazioni
acquisite dai testimoni (Sez. U, n. 39131 del 2015, Ventrice, cit.).
4. I rilievi difensivi non possono essere condivisi.
Il Collegio ritiene infatti di aderire al consolidato indirizzo della Suprema corte
– richiamato dal provvedimento impugnato, e ribadito anche in epoca successiva
alla citata decisione del Supremo consesso, tra l’altro con la pronuncia che ha
definito il procedimento di riesame cautelare personale introdotto dai fratelli
TRUSHI – secondo cui “nella rapina impropria, la violenza o la minaccia possono
realizzarsi anche in luogo diverso da quello della sottrazione della cosa e in
pregiudizio di persona diversa dal derubato, sicché, per la configurazione del reato,
non è richiesta la contestualità temporale tra sottrazione e uso della violenza o
minaccia, essendo sufficiente che tra le due diverse attività intercorra un arco
temporale tale da non interrompere l’unitarietà dell’azione volta ad impedire al
derubato di tornare in possesso delle cose sottratte o di assicurare al colpevole
l’impunità” (Sez. 2, n. 43764 del 04/10/2013, Mitrovic, Rv. 257310; Sez. 2, n.
30285 del 28/06/2016, Anzi; Sez. 2, n. 37016 del 30/07/2016, Trushi; Sez. 2, n.
50971 del 20/07/2016, Lisi; Sez. 7, n. 7900 del 15/11/2016, dep. 2017,
Santoiemma).
Le prime due decisioni citate hanno tra l’altro evidenziato che, nelle fattispecie
concrete rispettivamente prese in considerazione (pienamente assimilabili a quella
in esame), “era ancora in atto non la sottrazione, bensì l’assicurazione
dell’impossessamento della cosa”, per fronteggiare la quale la reazione repressiva
pubblica era ancora in pieno svolgimento. Pertanto, “il requisito della
immediatezza, richiesto dalla norma incriminatrice, non deve essere inteso in
senso rigorosamente letterale, ma deve essere posto in relazione allo scopo
perseguito di assicurarsi il possesso della cosa sottratta ovvero l’impunità” (Sez.
2, n. 30285 del 2016, Anzi, cit., con richiami a Sez. 6, n. 2410 del 25/06/1999,
Concas, Rv. 214926).
5. In tale ottica ricostruttiva, non può che convenirsi con la motivazione della
sentenza impugnata nella parte in cui sottolinea che “i rilievi della giurisprudenza
di legittimità volti a delimitare il concetto di quasi flagranza non possono essere
utilmente richiamati riguardo alla fattispecie di cui all’art. 628 co.2 c.p.” (cfr. pag.
7, dove si afferma anche che i richiami alla flagranza o quasi flagranza, contenuti
in alcune pronunce in tema di rapina impropria, devono intendersi riferiti ai relativi
aspetti temporali, essendo invece privi di attinenza con il concetto di immediatezza
richiesto per l’integrazione del predetto reato).
Com’è noto le Sezioni unite, nella già citata sentenza Ventrice, hanno
affermato il principio per cui “non può procedersi all’arresto in flagranza sulla base
di informazioni della vittima o di terzi fornite nell’immediatezza del fatto”,
ancorando quindi a presupposti di particolare rigore la possibilità di adottare la
misura precautelare, da parte della polizia giudiziaria, nei confronti di chi sia da
quest’ultima inseguito “subito dopo il reato” (art. 382 cod. proc. pen.).
E’ evidente che tale intervento del Supremo consesso risponde all’esigenza,
avente un intuitivo rilievo anche costituzionale, di ribadire l’eccezionalità della
privazione della libertà personale in assenza di un vaglio preventivo dell’autorità
giudiziaria (art. 13, commi secondo e terzo, Cost.): in tale prospettiva, le Sezioni
unite hanno espressamente chiarito che la misura precautelare “trova ragionevole
giustificazione nella constatazione (da parte di chi procede all’arresto) della
condotta del reo, nell’atto stesso della commissione del delitto, ovvero della diretta
percezione di condotte e situazioni personali dell’autore del reato,
immediatamente correlate alla perpetrazione e obiettivamente rivelatrici della
colpevolezza” (pag. 18 della sentenza Ventrice).
Altrettanto chiaro, peraltro, è il fatto che dall’individuazione di un più ristretto
ambito applicativo dell’arresto in flagranza, nel senso e per le ragioni appena
richiamate, non possono in alcun modo derivare le immediate, “automatiche”
conseguenze auspicate dal difensore in un contesto interpretativo totalmente
diverso, quale quello concernente l’analisi dell’elemento oggettivo del delitto di
rapina impropria.
In realtà, le stesse Sezioni unite della Suprema corte – nella nota pronuncia
che ha precisato i termini in cui tale delitto può configurarsi nella forma tentata
(Sez. U, n. 34952 del 19/04/2012, Reina, Rv. 253153) – hanno posto in evidenza
che “il comma secondo dell’art. 628 cod. pen. fa riferimento alla sola sottrazione
e non anche all’impossessamento, ciò che conduce a ritenere che il delitto di rapina
impropria si possa perfezionare anche se il reo usi violenza dopo la mera
apprensione del bene, senza il conseguimento, sia pure per un breve spazio
temporale, della disponibilità autonoma dello stesso” (pag. 13).
All’individuazione dei limiti di tale spazio temporale ha provveduto
l’elaborazione della giurisprudenza di legittimità, con gli approdi interpretativi
sopra ricordati in ordine alla “immediatezza” richiesta dalla norma incriminatrice
(cfr. supra, § 4): approdi da cui non vi è motivo di discostarsi, anche dopo la
sentenza Ventrice, attesa l’evidente eterogeneità delle situazioni e delle
disposizioni prese in esame.
6. La sentenza impugnata ha fatto corretta applicazione dei principi appena
richiamati, avendo valorizzato, anzitutto, il carattere contenuto dell’arco
temporale decorso tra le azioni delittuose denunciate dalle varie persone offese ed
il blocco della vettura da parte degli operanti (cui ha fatto seguito la colluttazione
tra questi ultimi ed i fratelli TRUSHI). La Corte d’appello ha poi evidenziato che il
controllo dell’autovettura era stato effettuato nell’ambito di un’attività
investigativa immediatamente avviata al preciso scopo di individuare gli autori dei
delitti, e che la presenza a bordo dell’auto degli arnesi da scasso e di parte della
refurtiva ben spiegava la reazione violenta posta in essere dai TRUSHI: reazione
certamente finalizzata a cercare di assicurarsi il possesso delle cose sottratte e a
guadagnarsi l’impunità, “atteso che, se non fossero fuggiti grazie alla reazione
aggressiva ai danni dei Carabinieri, costoro li avrebbero certamente ricollegati ai
reati appena commessi e in relazione ai quali stavano perlustrando il territorio”
(pag. 8 della sentenza impugnata).
Il rinvenimento degli arnesi da scasso e della refurtiva, tra l’altro, era stato
valorizzato dalla sentenza di questa Suprema corte, già citata in precedenza, che
aveva dichiarato inammissibile il ricorso proposto in sede cautelare dai TRUSHI:
in quella sede, era stato operato un riferimento alla quasi flagranza sotto il profilo
(diverso da quello dell’inseguimento, su cui si impernia la tesi difensiva) della
sorpresa del reo con cose o tracce del reato, sottolineando che tale requisito “non
richiede nemmeno la diretta percezione dei fatti da parte della polizia giudiziaria,
né che la sorpresa avvenga in maniera non casuale, ma solo l’esistenza di una
stretta contiguità tra la commissione del fatto e la successiva sorpresa del presunto
autore con le “cose” o le “tracce” del reato, e dunque il susseguirsi, senza soluzione
di continuità, della condotta del reo e dell’intervento degli operanti a seguito della
percezione delle cose o delle tracce” (Sez. 2, n, 37016 del 2016, Trushi, cit. In
senso analogo, cfr. Sez. 5, n. 44041 del 03/07/2014, Ruggirello, Rv. 262097).
7. Da quanto sopra consegue il rigetto del ricorso in esame, con condanna del
ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese
processuali.
Così deciso il 3 aprile 2017

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