Proprietà Industriale – Cassazione Penale 30/10/2016 N° 14812

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione III

Data: 30/10/2016

Numero: 14812

Testo completo della Sentenza Proprietà industriale – Cassazione penale 30/10/2016 n° 14812:

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SENTENZA sul ricorso proposto da: PATERNO’ ANDREA N. IL 29/09/1980 avverso la sentenza n. 1051/2013 CORTE APPELLO di CALTANISSETTA, del 23/10/2014 visti gli atti, la sentenza e il ricorso udita in PUBBLICA UDIENZA del 12/01/2016 la relazione fatta dal Consigliere Dott. ENRICO GIUSEPPE SANDRINI Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. f)(£.5i pit (i-U.( che ha concluso per E. Udito, per la parte civile, l’Avv Uditi difensor Avv. RITENUTO IN FATTO 1. Con sentenza in data 23.10.2014 la Corte d’appello di Caltanissetta ha confermato la sentenza pronunciata il 9.10.2012 con cui il Tribunale di Enna aveva condannato Paternò Andrea, per quanto qui interessa, alla pena di anni 2 mesi 9 di reclusione e C 600 di multa per i reati di danneggiamento aggravato e di detenzione e porto illegale in luogo pubblico di un fucile da caccia cal. 12, ascritti ai capi D ed E, unificati in continuazione tra loro, ritenuta la recidiva contestata ex art. 99 comma 4 del codice di rito (confermando altresì le statuizioni risarcitorie in favore delle parti civili), commessi il 24.09.2005 in Barrafranca nelle prime ore del mattino, allorchè da un’autovettura Fiat Uno – il cui conducente era stato individuato nell’imputato sulla scorta delle successive indagini di p.g. – erano stati esplosi alcuni colpi di arma da fuoco in direzione delle saracinesche dell’autosalone di Fardella Salvatore e del portone d’ingresso dello stabile in cui si trovava lo studio legale dell’avv. Antonio Bonanno. 2. Ricorre per cassazione Paternò Andrea, personalmente, deducendo violazione di legge, in relazione agli artt. 192 e 533 del codice di rito, nonché mancanza e illogicità della motivazione e travisamento della prova. Il ricorrente lamenta che la sentenza d’appello avesse ignorato le censure difensive riguardanti il movente dell’azione delittuosa, individuato dalla Corte territoriale in un risalente episodio di pascolo abusivo del tutto inidoneo a supportare un quadro di prova indiziaria; censura la decisiva valenza probatoria attribuita al rinvenimento nell’ovile della madre del Paternò (e non già nella residenza del prevenuto) dell’autovettura assenta mente utilizzata per commettere i reati, intestata a persona diversa dall’imputato, di cui non era emersa la disponibilità continuativa in capo al Paternò, al quale non incombeva l’onere di fornire spiegazioni alternative in ordine all’impiego della vettura; contesta l’univocità del quadro indiziario, non potendosi escludere che la vettura fosse stata utilizzata da altri soggetti, e deduce l’erronea applicazione dei criteri legali di valutazione della prova; censura la violazione degli artt. 191 e 526 cod.proc.pen. in cui era incorsa la sentenza impugnata nella valutazione delle risultanze della prova testimoniale, con particolare riguardo alle dichiarazioni del teste oculare Speziale Filippo, nonché il collegamento immotivatamente operato tra gli episodi di danneggiamento nei confronti del Fardella e dell’avv. Bonanno (tenuto conto anche dell’incerta direzione soggettiva del danno arrecato al portone dello stabile in cui insisteva lo studio professionale); lamenta il travisamento delle dichiarazioni del teste Munda sulle caratteristiche del gruppo ottico della vettura da lui avvistata e sulla provenienza dalla medesima dei colpi d’arma da fuoco che egli aveva udito; contesta la valenza identificativa della vettura da cui erano stati esplosi gli spari attribuita alla circostanza che uno dei f 1 gruppi ottici della Fiat Uno rinvenuta nell’ovile della madre del Paternò proiettava più luce dell’altro, non necessariamente ascrivibile alla rottura del relativo vetrino; censura l’utilizzazione delle dichiarazioni scritte inviate dal teste Amore, non escusso al dibattimento, ai carabinieri di Barrafranca, che non avevano trovato conferma nel Munda; contesta infine l’utilizzabilità delle dichiarazioni non sottoscritte del teste Speziale. 3. Con successivi motivi aggiunti l’avv. Franco Passanisi, difensore del Paternò, ribadisce l’inidoneità degli elementi indiziari valorizzati dalla sentenza impugnata a consentire l’individuazione nell’imputato dell’autore delle condotte incriminate. CONSIDERATO IN DIRITTO 1. Il ricorso è inammissibile, tanto nei motivi originari proposti personalmente dal Paternò quanto in quelli aggiunti presentati successivamente dal difensore, perché, nonostante la deduzione formale dei vizi di violazione di legge, carenza e illogicità della motivazione, travisamento del fatto, non denuncia in realtà alcun vizio di legittimità della sentenza impugnata, ma si limita a censurare l’analisi ricostruttiva del fatto e l’attività di interpretazione e valutazione delle risultanze probatorie compiute dalla Corte territoriale, in forza delle quali il giudice d’appello è pervenuto alla conferma della condanna dell’imputato per i reati di cui ai capi D ed E della rubrica, proponendo e sollecitando una lettura alternativa del medesimo materiale istruttorio – intesa a scagionare da responsabilità il Paternò – secondo lo schema tipico di un gravame di merito che non può trovare ingresso nel giudizio di legittimità. 2. La sentenza gravata ha dato conto in modo adeguato e puntuale, con motivazione incensurabile che si salda a quella – conforme – della decisione di primo grado, concorrendo a formare con essa un unico e inscindibile corpo argomentativo (Sez. 3 n. 44418 del 16/07/2013, Rv. 257595), dei plurimi, concludenti e convergenti elementi di prova indiziaria, muniti dei requisiti richiesti dall’art. 192 comma 2 del codice di rito, che hanno consentito di individuare nell’imputato il conducente dell’autovettura Fiat Uno dalla quale erano stati sparati con un fucile calibro 12 i colpi che avevano attinto, in immediata successione, nelle prime ore del mattino del 24.09.2005, le saracinesche dell’autosalone di Fardella Salvatore e il portone d’ingresso dello stabile in cui si trova lo studio professionale dell’avv. Bonanno, persone nei confronti di entrambe le quali il Paternò aveva motivi di rancore personale, essendosi reso responsabile di pascolo abusivo sul fondo del figlio del Fardella ed essendo stato perciò redarguito dall’avv. Bonanno, incaricato dal Fardella di tutelare le sue ragioni. In particolare, la Corte d’appello ha valorizzato gli elementi di prova costituiti: dalla disponibilità di fatto in capo al Paternò di un’autovettura dello stesso tipo e 2 colore (una Fiat Uno di colore scuro) di quella, sporca di polvere e fango, dalla quale erano stati esplosi i colpi di fucile, rinvenuta in analoghe condizioni, subito dopo il fatto, parcheggiata nello spazio antistante l’ovile in uso all’imputato; dalla circostanza individualizzante, riferita da più testimoni oculari (tra i quali anche un maresciallo dei carabinieri, che aveva osservato la scena dalla finestra della sua abitazione nella quale si trovava libero dal servizio), del fascio di luce particolarmente intenso emesso da uno dei fanali posteriori – molto più luminoso dell’altro – della vettura condotta dallo sparatore, che aveva trovato immediato e oggettivo riscontro nella mancanza della copertura esterna del gruppo ottico posteriore destro della Fiat Uno dell’imputato; dalla presenza, accertata dagli esperti del RIS di Messina, di residui di sparo, sicuramente riconducibili all’esplosione di colpi di arma da fuoco, sul cruscotto lato guida della medesima Fiat Uno; dall’assenza di qualsiasi spiegazione alternativa fornita al riguardo dal Paternò; dalla coincidenza del calibro (12) dei bossoli delle cartucce esplose, repertati sui luoghi dei due attentati, e dall’immediata consecutio temporale dei due episodi, commessi con modalità del tutto analoghe riconducibili a uno stesso autore; dall’esistenza di un movente di risentimento del Paternò comune a entrambe le vittime. 3. Le argomentazioni del ricorrente dirette a prospettare una possibile lettura alternativa dei singoli elementi che compongono il suddetto quadro di prova indiziaria, contestandone la singola decisività senza peraltro confrontarsi con la loro univoca e sinergica confluenza verso il medesimo contesto dimostrativo della colpevolezza dell’imputato, e dunque con la loro complessiva tenuta probatoria (Sez. Un. n. 33748 del 12/07/2005, Rv. 231678; Sez. 1 n. 30448 del 9/06/2010, Rv. 248384; Sez. 1 n. 26455 del 26/03/2013, Rv. 255677; Sez. 1 n. 44324 del 18/04/2013, Rv. 258321), si risolvono, in definitiva, in inammissibili censure di merito – per lo più formulate in termini perplessi e congetturali – che non possono comunque trovare ingresso nel giudizio di legittimità (Sez. 6 n. 32227 del 16/07/2010, Rv. 248037), dovendo il sindacato demandato alla Corte di cassazione sulla motivazione della sentenza del giudice di merito limitarsi al riscontro dell’esistenza di un logico apparato argomentativo, senza possibilità di estendersi all’accertamento della sua rispondenza alle acquisizioni processuali, posto che la funzione del controllo di legittimità non è quella di sindacare l’intrinseca attendibilità dei risultati dell’interpretazione delle prove e di attingere il merito dell’analisi ricostruttiva dei fatti, ma solo di verificare che gli elementi posti a base della decisione siano stati valutati seguendo le regole della logica e secondo linee argonnentative adeguate, che rendano giustificate, sul piano della consequenzialità, le conclusioni tratte (Sez. 2 n. 22362 del 19/04/2013, imputato Di Domenica, in motivazione; Sez. 6 n. 5907 del 29/11/2011, imputato 3 Borella, in motivazione; Sez. 5 n. 17905 del 23/03/2006, Rv. 234109; Sez. Un. n. 47289 del 24/09/2003, Rv. 226074, Petrella). Alla Corte di cassazione è, infatti, precluso di procedere a una rinnovata valutazione degli elementi di fatto che la Corte di merito ha posto a fondamento della decisione, o all’autonoma adozione di nuovi o diversi parametri di lettura dei fatti e delle risultanze istruttorie, prospettati dal ricorrente come maggiormente plausibili o dotati di una migliore capacità esplicativa di quelli adottati dal giudice di merito, che finirebbero col trasformare la Corte di legittimità nell’ennesimo giudice del fatto. 4. Inammissibile si rivela, infine, la prospettazione per la prima volta nel ricorso per cassazione di censure riguardanti l’utilizzazione delle dichiarazioni del maresciallo dei carabinieri Amore Alessandro, oggetto di relazione di servizio dallo stesso redatta sui cui contenuti aveva riferito al dibattimento il teste di p.g. Giordano, non risultando che l’imputato abbia mai chiesto la citazione diretta del teste né avendo sollevato alcuna questione sul punto nei motivi d’appello, laddove, anzi, ha invocato il contenuto di tali dichiarazioni – certamente non affette da alcuna inutilizzabilità patologica – a sostegno delle proprie tesi difensive (pagina 5 dell’atto di gravame); mentre la circostanza che il teste Speziale avesse materialmente omesso di sottoscrivere uno dei verbali di sommarie informazioni rese in fase di indagini, successivamente utilizzati per le contestazioni effettuate in sede di esame nel corso dell’istruttoria dibattimentale, è comunque superata dalla verbalizzazione delle risposte date in udienza dal teste, che costituiscono la relativa fonte di prova dichiarativa. 5. All’inammissibilità del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento alla cassa delle ammende della sanzione pecuniaria che si stima equo quantificare in 1.000 euro. Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di € 1.000,00 alla Cassa delle Ammende. Così deciso il 12/01/2016

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