Processo Thyssenkrupp – Cassazione Penale 12/12/2016 N° 52511

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione IV

Data: 12/12/2016

Numero: 52511

Testo completo della Sentenza Processo Thyssenkrupp – Cassazione penale 12/12/2016 n° 52511:

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SENTENZA

sul ricorso proposto da:

1. E.H., nato ad (OMISSIS);

2. P.M., nato a (OMISSIS);

3. PR.Ge., nato a (OMISSIS);

4. M.D., nato a (OMISSIS);

5. S.R., nato (OMISSIS);

6. C.C., nato a (OMISSIS);

Avverso la sentenza n. 5/15 della Corte di Assise di Appello di Torino del 29.5.2015;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal consigliere Ugo Bellini;

udito il Pubblico Ministero, in persona Sostituto Procuratore generale Dott. FILIPPI Paola, che ha concluso chiedendo: 1) l’annullamento con rinvio della sentenza al fine della determinazione della pena per i reati di omicidio plurimo in riferimento ad E.H., Pr.Ge., P.M., M.D., S.R. e C.C.; 2) l’annullamento con rinvio al fine del bilanciamento delle circostanze attenuanti generiche in riferimento ai ricorrenti E.H., Pr.Ge., P.M. e M.D.; 3) rigetto per il resto i ricorsi;

uditi i difensori dei ricorrenti:

Avv. Ezio Audisio e Avv. Franco Coppi per E.H. i quali, nell’associarsi alle richieste del P.G., concludono per l’accoglimento del ricorso;

i difensori Avv.ti Ezio Audisio e Guido Carlo Alleva per Pr.Ge. e P.M. i quali, nell’associarsi alle richieste del P.G., concludono per l’accoglimento del ricorso;

i difensori Avv.ti Paolo Sommella e Maurizio Anglesio per S.R. i quali concludono per l’accoglimento del ricorso; i difensori Avv.ti Maurizio Anglesio e Alfredo Gaito per M.D. i quali concludono per l’accoglimento del ricorso;

i difensori Avv.ti Francesco Dassano e Guglielmo Giordanengo per C.C. i quali concludono per l’accoglimento del ricorso.

Svolgimento del processo

1. I ricorsi in esame si riferiscono al procedimento penale per cui vi è già stata pronuncia della Suprema Corte a Sezione Unite la quale, sulle impugnazioni proposte dal Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Torino e dalla difesa degli imputati, era sollecitata a individuare la linea di confine tra i profili soggettivi del dolo eventuale e della colpa cosciente a fronte di discordanti interpretazioni delle sezioni semplici, nonchè ad affrontare numerose ulteriori importanti questioni giuridiche in ordine alle singole posizioni di garanzia nell’ambito di una complessa struttura organizzativa;

Tale è quella della Thyssen Krupp Stainless, primaria ditta mondiale nella produzione dell’acciaio, la quale aveva il controllo della società nazionale Tyssen Krupp Acciai Speciali Terni Ast, con sede e stabilimento principale a (OMISSIS), da cui dipendeva anche lo stabilimento di (OMISSIS) ove si sono verificati i fatti di cui alla imputazione in cui persero la vita sette operai addetti alla fase di ricottura e decappaggio.

2. Il sinistro si è verificato nella notte tra il (OMISSIS) allorquando all’interno dello stabilimento si determinarono l’innesco e lo sviluppo di un incendio che determinò la formazione di una nuvola incandescente di olio nebulizzato (flash fire) che si espanse e investì alcuni operai che si erano avvicinati all’incendio con estintori a breve gittata.

3. In relazione a tali fatti venne esercitata l’azione penale nei confronti di:

E.H., amministratore delegato e membro del Comitato Esecutivo (cosiddetto Board) della TKAST; titolare di delega alla produzione, la sicurezza sul lavoro, il personale, gli affari generali e legali;

P.M., componente del consiglio di amministrazione e membro del Comitato esecutivo con delega per il settore commerciale e il marketing;

Pr.Ge., componente del consiglio di amministrazione e membro del Comitato esecutivo con delega per l’amministrazione, la finanza, il controllo di gestione, gli approvvigionamenti e i servizi informativi;

M.D., Dirigente con funzioni di Direttore dell’Area tecnica e servizi, con competenza nella pianificazione degli investimenti in materia di sicurezza antincendio anche per lo stabilimento di (OMISSIS);

S.R., Direttore dello stabilimento di (OMISSIS);

C.C., Dirigente con funzioni di responsabile dell’area ecologia, ambiente e sicurezza e responsabile del Servizio di prevenzione e protezione dello stabilimento di (OMISSIS).

4. Per meglio comprendere l’ambito del presente giudizio di rinvio e il contenuto delle specifiche censure proposte dalle difese di tutti gli imputati avverso la sentenza della Corte di Assise di Appello di Torino, che ha giudicato in sede di rinvio della pronuncia delle Sezioni Unite 38343/2014 sopra richiamata, è necessario illustrare, seppure sommariamente, l’oggetto delle originarie imputazioni e l’esito dei giudizi di merito.

4.1. La prospettazione accusatoria, fatta propria dai giudice di merito sebbene con una diversa qualificazione giuridica dei fatti reato, si muove dal dato che l’azienda aveva deciso di chiudere lo stabilimento torinese e di dislocare gli impianti presso l’opificio di Terni e in tale prospettiva le operazioni di trasferimento erano iniziate.

4.2. Si assumeva che la fase dismissiva degli impianti era stata accompagnata dalla decisione di sospendere gli investimenti per la sicurezza, determinando il progressivo rallentamento e scadimento della efficienza e della sicurezza delle lavorazioni, origine pertanto di numerose violazioni di prescrizioni cautelari, specificamente contestate nelle imputazioni, che avevano condotto al disastroso e tragico evento in questione.

4.3. A tutti gli imputati, in concorso tra loro, era imputato il reato di cui all’art. 437 c.p., commi 1 e 2, per avere omesso di dotare la linea di ricottura e decapaggio APL 5 di impianti ed apparecchi destinati a prevenire disastri ed infortuni sul lavoro e in particolare di un sistema automatico di segnalazione e di spegnimento degli incendi, di cui risultava la necessità in considerazione della situazione di rischio presente nello stabilimento per la presenza di agenti di innesco e di olio idraulico in pressione. Con l’aggravante dell’esserne conseguito un disastro e l’infortunio mortale;

4.4. Solo all’imputato E. venivano contestati nella forma dolosa i reati di omicidio e di incendio di cui agli artt. 575 e 423 c.p., per il fatto di essersi rappresentato la concreta possibilità del verificarsi di infortuni anche mortali in quanto, essendo a conoscenza delle contingenze già riportate nel capo precedente, ne aveva conseguentemente accettato il rischio e, in virtù dei poteri decisionali provenienti dalla sua posizione apicale, nonchè della specifica competenza che gli derivava dalla delega in materia di sicurezza, aveva deciso di posticipare gli investimenti sulla prevenzione di incendi sul lavoro in epoca successiva al trasferimento degli impianti a (OMISSIS). In relazione ad entrambe le imputazioni gli veniva contestato di non avere adeguatamente valutato il rischio; di non avere organizzato percorsi informativi e formativi nei confronti dei lavoratori; di non avere installato un sistema automatico di rilevazione e spegnimento degli incendi nonostante la situazione di crescente abbandono e di insicurezza dello stabilimento. Omissioni indotte dalla decisione di posticipare l’investimento nelle misure di sicurezza antincendio.

4.5. A tutti gli altri imputati era invece contestato, nelle loro rispettive qualità, il reato di omicidio colposo plurimo aggravato dalla previsione dell’evento e dalla violazione delle norme sulla prevenzione degli infortuni;

4.5.1. In particolare a P.M. e a Pr.Ge., quali membri del comitato esecutivo, era ascritto di avere omesso di sottolineare la esigenza di adottare le necessarie misure tecniche, organizzative, procedurali, informative, formative, di prevenzione e protezione degli incendi non appena avuto conoscenza della loro necessità.

4.5.2. A M.D. di avere omesso, in sede di pianificazione degli investimenti per la sicurezza e la prevenzione degli incendi, di sottolineare l’esigenza dell’adozione delle già indicate misure di prevenzione non appena avuta conoscenza della loro necessità e malgrado le ripetute sollecitazioni ricevute dal vertice del gruppo TK Stainless.

4.5.3. Analoga contestazione era mossa agli imputati S.R. e C.C. quali, rispettivamente, direttore e responsabile per la sicurezza e la prevenzione dello stabilimento di Torino in ragione della diretta e ampia conoscenza della situazione di crescente e grave abbandono dello stabilimento.

4.6. Agli stessi imputati era altresì contestato il reato di incendio nella forma colposa con l’aggravante della previsione dell’evento per avere cagionato l’incendio sopra indicato a causa delle condotte colpose indicate nel capo precedente.

5. La Corte di Assise di Torino aveva riconosciuto la responsabilità degli imputati per i delitti loro rispettivamente ascritti, condannandoli altresì al risarcimento dei danni nei confronti delle costituite parti civili, pronunciandosi altresì sulla responsabilità amministrativa dell’ente, e sulle misure interdittive.

5.1. La Corte di Assise di Appello di Torino, sulle impugnazioni proposte dagli imputati, riconduceva le contestazioni nei confronti dello E. ai meno gravi reati di omicidio colposo plurimo e incendio colposo con previsione dell’evento, con conseguente rideterminazione della pena.

In relazione a tutti gli imputati il reato di incendio colposo veniva ritenuto assorbito nella ipotesi aggravata del reato di rimozione od omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro, sul presupposto che dalla suddetta violazione era derivato un disastro e un infortunio. Inoltre la ipotesi dolosa di cui all’art. 437 c.p., veniva fatta operare in concorso formale con il reato, ritenuto più grave, di omicidio colposo plurimo; a tutti gli imputati veniva riconosciuta la circostanza attenuante dell’avvenuto integrale risarcimento del danno a favore delle persone offese mentre le circostanze attenuanti generiche erano riconosciute agli imputati E., P., Pr. e M., mentre erano escluse nei confronti di S. e C.; le circostanze attenuanti speciali riconosciute erano comunque ritenute equivalenti alle circostanze aggravanti contestate. Venivano così rideterminate le pene anche nei confronti degli altri imputati.

6. Avverso la suddetta sentenza proponeva ricorso per cassazione il procuratore Generale presso la Corte di Appello di Torino; la TK Ast in relazione alle statuizioni che concernevano la responsabile civile; la difesa di tutti gli imputati quanto alla ritenuta responsabilità penale, alla ricorrenza delle circostanze aggravanti contestate, alla sussistenza del concorso formale tra i reati di cui agli artt. 589 e 437 c.p., al mancato riconoscimento agli imputati S. e C. delle circostanze attenuanti generiche, al giudizio di bilanciamento delle circostanze di segno opposto e in ordine alla dosimetria della pena.

7. Questa Corte di Cassazione a Sezioni Unite, con sentenza nr. 38343 del 24/4/2014, all’esito di articolata motivazione sulle questioni sollevate nei ricorsi in punto di regolarità degli atti processuali, di materialità delle condotte dei reati ritenuti dai giudici di merito, dei profili soggettivi in contestazione, delle relazioni intercorrenti tra le ipotesi delittuose ascritte e ritenute in sentenza, annullava in parte la sentenza impugnata (senza rinvio e con rinvio). Nella parte motiva, in uno specifico paragrafo (n. 58), delineava la sintesi della decisione ed i compiti del giudice di rinvio che erano così indicati:

7.1. La pronuncia sui ricorsi determina la definitività delle statuizioni afferenti all’affermazione di responsabilità di tutti gli imputati in ordine ai reati di cui all’art. 437 c.p., comma 1, artt. 589 e 449 c.p..

7.2. Si esclude che il decorso del tempo dopo la pronuncia della sentenza abbia effetto sul termine prescrizionale.

7.3. Il concorso formale tra il reato di dolosa omissione di cautela contro gli infortuni con il reato di omicidio colposo plurimo non era ammissibile fin dall’origine, trattandosi di fatti che non possono essere realizzati con la medesima condotta e di conseguenza devono essere rideterminate le pene per entrambi i reati.

7.4. Esclusa la circostanza aggravante di cui all’art. 437 c.p., comma 2, tale reato, nella forma semplice, acquista piena autonomia, anche dal punto di vista sanzionatorio.

7.5. Da tale esclusione deriva inoltre il riacquisto di autonomia dell’altra fattispecie di cui all’art. 449 c.p., che al contrario la corte di assise di appello aveva ritenuta assorbita nella ipotesi aggravata di cui all’art. 437 c.p.;

7.6. Viene riconosciuta peraltro ipotesi di concorso formale tra la fattispecie di incendio colposo e la ipotesi di omicidio colposo, in presenza di eventi espressione dei medesimi fatti, ove l’evento morte è seguito senza soluzione di continuità all’incendio, con conseguente necessità di rideterminare la pena per i due reati alla stregua dell’art. 81 c.p., comma 1.

7.7. Quanto alla determinazione della pena, attesa la infondatezza delle censure del Procuratore generale, la stessa va modulata tenendo conto della esclusione della circostanza aggravante di cui all’art. 437 c.p., e del riassetto delle relazioni tra gli illeciti, ma le sanzioni inflitte non possono essere aumentate.

7.8. Si afferma inoltre che l’ampiezza del novum da deliberare implica la necessità di nuovamente ponderare pure le connesse questioni afferenti alle invocate attenuanti ed al bilanciamento delle circostanze. Si aggiunge che in tale quadro saranno pure valutate le questioni di fatto prospettate dagli imputati C. e S. afferenti a condotte ritenute censurabili, poste in essere in epoca successive agli eventi, facendo riferimento alle ritenute iniziative “inquinatorie” che, sulla base di quanto motivato dalla Corte nel paragrafo precedente quello che sintetizza le conclusioni, possono assumere rilievo solo nell’ambito delle valutazioni inerenti alla concessione e al bilanciamento delle circostanze, nonchè alla determinazione della pena.

8. La Corte di Assise di Appello di Torino in sede di rinvio a fronte del dictum della Suprema Corte, ripercorre sommariamente le ragioni della decisione del giudice di legittimità e precisate le posizioni dei singoli imputati come erano emerse nel giudizio di appello con riferimento alla applicazione delle circostanze, al bilanciamento delle stesse e alla determinazione della pena in relazione agli specifici profili di colpa ascritti e alle condotte, anche processuali, tenute successivamente ai tragici eventi, ha affrontato le singole questioni allo stesso demandate.

8.1. Ha specificato i ruoli e le responsabilità di ciascun imputato, valorizzando le indicazioni fornite dal giudice di legittimità con riferimento alle singole posizioni di garanzia, al comune coinvolgimento degli imputati nella gestione del rischio, al profilato connubio di responsabilità integrante ipotesi di cooperazione colposa sinergica alla determinazione del tragico evento dannoso.

8.2. In particolare ha sottolineato il ruolo dell’imputato E., riconosciuto massimo autore delle violazioni antinfortunistiche che avevano causato gli eventi di incendio e morte, nonchè quello rivestito da Pr. e P. quali partecipi del ristretto board esecutivo investito di compiti di notevole rilevanza sull’indirizzo di scelte gestionali, anche alternative rispetto a quelle operate dall’amministratore. In relazione alla veste del M. il giudice del rinvio ha richiamato la valutazione espressa dal giudice di legittimità che gli aveva riconosciuto, alla stregua della sofisticata competenza tecnica posseduta, il ruolo di pianificatore degli investimenti in materia di sicurezza antincendio, che pure era stato consultato dall’amministrazione prima di fare slittare gli investimenti del gruppo e dirottarli verso lo stabilimento di (OMISSIS), delle cui innovazioni in chiave di prevenzione egli era stato incaricato sotto il profilo progettuale. Ad esso competeva l’obbligo di segnalazione della esigenza di operare in senso prevenzionale presso lo stabilimento di (OMISSIS).

8.3. Quanto alle posizioni degli imputati M. e C. il giudice del rinvio ha rappresentato come la Cassazione nulla aveva obiettato sulle rispettive posizioni di garanzia quali rispettivamente direttore dello stabilimento e responsabile dell’emergenza e del servizio di prevenzione e protezione nello stabilimento di (OMISSIS), i quali pertanto avevano maturato una rappresentazione diretta e piena di tutte le fonti di pericolo presenti nello stabilimento, sui quali quindi incombeva un dovere di segnalazione della reale situazione in essere con particolare riferimento alla esigenza di presidi antinfortunistici.

8.4. Dava altresì atto che la difesa dell’imputato M. nel presentare motivi nuovi di ricorso aveva richiesto una rinnovazione della istruttoria dibattimentale, limitatamente al demandato compito di determinazione della pena, affinchè fossero acquisite informazioni sulla possibilità per l’imputato di interferire con le scelte gestionali da attuare presso lo stabilimento di (OMISSIS), mentre la difesa del ricorrente S. aveva chiesto l’acquisizione del certificato penale e del certificato dei carichi pendenti per dimostrare che allo stesso non erano state attribuite condotte di inquinamento probatorio nei confronti dei testimoni.

Il giudice di rinvio riteneva non necessaria ai fini della decisione la rinnovazione del dibattimento mediante l’assunzione di prove testimoniali, mentre ammetteva la produzione dei documenti di cui era richiesta l’acquisizione.

8.5. Nelle more della celebrazione del giudizio di rinvio la difesa dell’imputato M.D. ha depositato ricorso straordinario ex art. 625 c.p.p., per denunciare errore percettivo in cui sarebbe incorso il Supremo Collegio a Sezioni Unite per avere ritenuto il nesso causale tra le condotte contestate a titolo di omicidio colposo e l’evento, sul presupposto che la data cui erano riferibili le omissioni contestate rendevano le stesse ininfluenti ai fini del compimento del reato. La Corte di Cassazione dichiarava il ricorso inammissibile in quanto basato su motivi non consentiti in quanto di contenuto valutativo.

8.6. Con la sentenza impugnata la Corte di Assise di appello di Torino in primo luogo ha stabilito che la pronuncia del giudice di legittimità non aveva escluso la ricorrenza della ipotesi dolosa di cui all’art. 437 c.p., ma ne aveva circoscritto il rilievo, epurandola dell’effetto causale rispetto al tragico evento, ma nondimeno riconoscendone la configurazione in capo a tutti gli imputati stante la comune volontà, peraltro riconosciuta dal giudice di legittimità, di fare slittare la applicazione della cautela antinfortunistica doverosa, rappresentata dall’impianto automatico di segnalazione e spengimento incendi.

8.7. Con riferimento al punto del riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche a favore degli imputati S. e C., questione esplicitamente devoluta al giudice del rinvio, la Corte territoriale ribadiva il giudizio già espresso dai giudici di merito che la colpa con previsione dei due soggetti, chiamati ad operare con funzioni di responsabilità sul campo, era da valutare al massimo livello ipotizzabile, richiamando sul punto una serie di valutazioni espresse dal giudice di legittimità nel connotare di antidoverosità le condotte dei singoli imputati nel paragrafo (23) a ciò dedicato.

8.8. Nell’escludere profili di meritevolezza per il riconoscimento delle suddette circostanze attenuanti generiche ai due imputati, valorizzava alcune condotte di inquinamento probatorio a questi riconducibili subito dopo i fatti per cui è processo (quali il tentare di ripulire i locali quando si era ormai verificato il fatto dannoso, il sottrarre gli estintori non in regola); ma anche nel corso del processo, laddove era risultato che persone vicine al C. avevano avvicinato alcuni testimoni ancora da escutere sottoponendo una serie di domande a risposta multipla (teste G.), ovvero un documento su cui sarebbe svolta la deposizione (piano di emergenza) e fornendo l’elenco delle domande che sarebbero state poste (testimoni R. e V.); tali condotte, dall’equivoco significato, pure non dirette a viziare il contenuto della testimonianza, hanno costituito, secondo il giudice del rinvio, improvvide e invadenti iniziative tese a condizionare o quantomeno a indirizzare il ricordo testimoniale, espressione di una non corretta gestione dei rapporti con la prova da assumere. In tale ottica veniva altresì evidenziata l’assoluta inopportunità della organizzazione di una cena alla bocciofila di (OMISSIS), presenti entrambi gli imputati nella imminenza della audizione dei testimoni, stante l’evidente conflitto di interessi che caratterizzava la posizione dei due imputati.

8.9. Rilevava ancora la Corte di merito che, escluso il riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche agli imputati S. e C., al giudice di rinvio non era devoluto il tema del giudizio di bilanciamento, se non nei limiti della rideterminazione della pena per i reati minori.

Affermava peraltro di sottoscrivere il giudizio di bilanciamento fra circostanze di segno opposto in precedenza operato dai giudici di merito in termini di equivalenza rispetto al reato più grave di cui all’art. 589 c.p., tenuto conto del grado della colpa e del numero delle persone che avevano perso la vita sul lavoro. In particolare poneva in rilievo i dati della gravità delle condotte e delle conseguenze lesive rispetto agli elementi positivi quali l’intervenuto risarcimento del danno, lo stato di incensuratezza e il corretto comportamento processuale di taluni imputati.

9. Passando a definire il trattamento sanzionatorio dei singoli imputati alla stregua delle indicazioni provenienti dal giudice di legittimità, la Corte distrettuale assumeva che le Sezioni Unite non avevano svolto alcun rilievo sulla parametrazione delle pene riconosciute dalla Corte di Assise di Appello di Torino in relazione al reato di omicidio colposo plurimo, atteso che secondo la motivazione del giudice di legittimità il tema delle pene “dovrà essere nuovamente affrontato dal giudice di merito per effetto dell’esclusione dell’aggravante e della diversa configurazione della relazione tra i diversi illeciti”, ma nel dispositivo si affermava che l’annullamento era limitato alla ritenuta esistenza della circostanza aggravante di cui al capoverso dell’art. 437 c.p., ed al conseguente assorbimento del reato di cui all’art. 449 c.p..

Sosteneva che la pena come calcolata per il reato di omicidio colposo non era stata oggetto di intervento censorio da parte della Corte di cassazione e che comunque la stessa era da condividere poichè espressione di una corretta ponderazione tra i plurimi parametri da tenere in considerazione.

9.1. In conclusione il giudice di rinvio assumeva di dovere apportare aumenti alla pena, già in precedenza applicata per il reato di omicidio colposo plurimo, in ragione del concorso formale con il reato di incendio colposo e del cumulo con il reato di cui all’art. 437 c.p., comma 1.

9.2. A tale proposito dichiarava di dovere riconoscere una integrazione sanzionatoria per il reato di incendio colposo profilando un maggiore rigore per gli imputati che avevano operato sul campo a più stretto contatto con la situazione ambientale dello stabilimento, mentre criterio opposto era seguito per la parametrazione della pena del reato di cui all’art. 437 c.p., trattandosi di violazione che chiamava in causa in prima battuta i vertici dell’azienda che non avevano attuato la cautela doverosa.

10. Sulla base di tali criteri e ferme restando le pene per la ipotesi di omicidio colposo plurimo, ad E.H. era apportato aumento di mesi due di reclusione per il concorso formale con il reato di incendio colposo e la pena di mesi sei di reclusione per il reato di cui all’art. 437 c.p., per una pena complessiva di anni nove mesi otto di reclusione; agli imputati Pr. e P. era apportato un minimo aumento per il concorso formale con il reato di cui all’art. 449 c.p., mentre la pena per il reato di cui all’art. 437 c.p., era fissata in mesi tre per un totale di anni sei mesi dieci di reclusione; all’imputato M. era riconosciuto un aumento per il concorso formale con il reato di incendio colposo nella misura di mesi due di reclusione mentre, in relazione alla ipotesi dolosa di omissione di cautele contro gli infortuni, stante la sua competenza specifica e la delega ricevuta dall’amministratore in materia di sicurezza, veniva applicata la pena di mesi quattro di reclusione per il reato di cui all’art. 437 c.p., per n totale di anni sette mesi sei di reclusione; all’imputato S. era riconosciuto un aumento di mesi quattro di reclusione per il reato di incendio colposo mentre la pena per la omessa predisposizione di cautela antinfortunistica obbligatoria era modulato in mesi quattro di reclusione e pertanto la pena finale risulta pari a anni sette mesi due di reclusione.

Infine l’imputato C. era destinatario di un aumento di pena mesi quattro per il concorso formale con il reato di incendio colposo mentre per il reato di cui all’art. 437 c.p., la pena era fissata in mesi quattro di reclusione, con pena finale di anni sei mesi otto di reclusione.

11. Avverso la suddetta sentenza hanno proposto ricorso per cassazione le difese di tutti gli imputati.

12. La difesa di E.H. proponeva tre motivi di ricorso.

12.1. Con il primo motivo deduce nullità della sentenza del giudice di rinvio per violazione di norma processuale assumendo che lo stesso non si era uniformato al decisum della Corte di Cassazione in punto a determinazione della pena per il reato di omicidio plurimo aggravato; sullo stesso punto denunciava mancanza e contraddittorietà della motivazione risultante dal testo della sentenza.

Evidenzia come snodo centrale delle imputazioni mosse al ricorrente la mancata predisposizione nello stabilimento di (OMISSIS) di misure di prevenzione e protezione dagli incendi e in particolare la mancata adozione di un impianto automatico di rilevazione e spegnimento degli stessi, con la conseguenza che, riconosciuta la responsabilità dell’imputato per i fatti ascritti, la pena era stata determinata anche sul rilievo di tale condotta omissiva che era valsa a connotare di enorme gravità la condotta antidoverosa dell’ E., come ampiamente argomentato dai giudici di merito con motivazione richiamata dallo stesso giudice di legittimità.

12.2. Sostiene ancora che la valutazione di speciale antidoverosità della condotta ascritta al ricorrente fondata, tra l’altro, sulla dolosa omissione di una tale cautela antinfortunistica, doveva ritenersi profondamente mutata a seguito della sentenza del giudice di legittimità a Sezioni Unite il quale, nell’escludere la circostanza aggravante di cui all’art. 437 c.p., comma 2, aveva espressamente negato, sotto il profilo causale, la diretta derivazione dell’evento dannoso dalla omissione della suddetta cautela.

Ne era conseguito l’annullamento del capo della sentenza relativo alla sussistenza dell’aggravante di cui all’art. 437 c.p., comma 2, e di quello concernente la determinazione della pena per il reato di omicidio colposo plurimo.

12.3. Peraltro il giudice di rinvio si era limitato ad una rimodulazione delle sanzioni sulla base della esclusione della suddetta circostanza aggravante, ritenendo la intangibilità della pena edittale prevista per il reato di omicidio colposo plurimo sul presupposto che la Corte di legittimità non avesse richiesto alcuna nuova valutazione sul punto.

A tale proposito lamenta che il giudice di rinvio era incorso in errore processuale dal momento che lo stesso testo della motivazione del giudice di legittimità conteneva affermazioni ed argomentazioni che rendevano palese che l’annullamento si fosse esteso anche al trattamento sanzionatorio del delitto di omicidio colposo plurimo, laddove la Corte escludeva il concorso formale tra i reati di cui agli artt. 589 e 437 c.p., a maggiore ragione per effetto del venire meno della aggravante di cui al capoverso dell’art. 437 c.p., così da imporsi la nuova determinazione della pena per entrambi i reati;

Si assume che tale affermazione sarebbe priva di logico significato a meno di volere ritenere che la eliminazione dell’aggravante comportasse una disciplina sanzionatoria più mite anche per il reato di omicidio colposo, avendo perso rilevanza una condotta (quale quella della omessa installazione di impianto di spegnimento automatico) che ne costituiva elemento fattuale costitutivo, soprattutto alla stregua delle valutazioni operate sul profilo soggettivo dell’imputato da parte della stessa Suprema Corte.

12.4. Altra argomentazione a sostegno di tale doglianza è rappresentata dal fatto che la Corte di cassazione, nell’indicare le parti della sentenza non più soggette a impugnazione in quanto irrevocabili, non aveva inserito quella relativa al trattamento sanzionatorio, che pertanto doveva ritenersi suscettibile di rideterminazione, anche in relazione al reato di omicidio colposo;

La stessa previsione del giudice di legittimità sulla esigenza di una nuova ponderazione sulle circostanze attenuanti e sul giudizio di bilanciamento tra circostanze, anche come conseguenza della esclusione di una circostanza aggravante, rendeva del tutto verosimile che la rivalutazione dovesse avere ad oggetto anche il trattamento sanzionatorio per il delitto che conteneva il disvalore della omissione di una cautela antincendio obbligatoria la cui rilevanza era stata notevolmente ridimensionata da parte del giudice di legittimità.

12.5. Sotto diverso profilo assume la difesa del ricorrente E. che anche qualora la Corte di legittimità non avesse inteso annullare in maniera esplicita il punto della sentenza del giudice di appello relativo al trattamento sanzionatorio per il reato di omicidio plurimo, a tale risultato si perveniva ugualmente in virtù del vincolo di connessione essenziale tra il suddetto trattamento sanzionatorio e il punto oggetto di espresso annullamento, ai sensi dell’art. 624 c.p.p., comma 1, stante l’inscindibile collegamento tra la circostanza aggravante eliminata (disastro o infortunio come conseguenza della volontaria omissione di cautela antinfortunistica) e le ripercussioni di tale esclusione con il reato di cui all’art. 589 c.p., che veniva privato di una premessa fattuale essenziale.

12.6. Sul punto il ricorrente si duole che il giudice di rinvio era venuto meno ai propri compiti di rivalutazione del trattamento sanzionatorio ed era altresì incorso in vizio motivazionale nella parte in cui aveva comunque dichiarato di condividere i criteri cui si erano attenuti i giudici di secondo grado, laddove aveva violato il principio di diritto enunciato dalle Sezioni Unite che avevano imposto un radicale mutamento di prospettiva rispetto ai rilievi in punto pena dei precedenti giudici.

12.7. Con un secondo motivo di ricorso la difesa di E. lamenta inosservanza di norme processuali per il fatto che il giudice di rinvio non si era uniformato al principio di diritto enunciato dalla Cassazione a sezioni unite in punto a giudizio di bilanciamento tra circostanze; sullo stesso punto era denunciato vizio di mancanza e contraddittorietà della motivazione.

Rileva il ricorrente che del tutto inspiegabilmente il giudice di rinvio aveva ritenuto che il giudizio di bilanciamento non fosse stato allo stesso devoluto, se non nei limiti della rideterminazione della pena per i reati minori, laddove tutte le considerazioni evidenziate nel motivo precedente erano a maggiore ragione apprezzabili anche in termini di bilanciamento delle circostanze di segno opposto, dovendo le stesse essere valutate proprio in relazione al delitto di omicidio colposo plurimo.

Errava poi il giudice di rinvio a porre sul piatto della bilancia, nel giudizio di bilanciamento fra circostanze, quale elemento negativo di ponderazione quello della gravità di conseguenze dannose del reato, quali la pluralità di eventi mortali, laddove tale evenienza, nell’ottica strutturale del delitto di omicidio colposo non costituisce una circostanza aggravante, bensì ipotesi di concorso formale di reato, il quale risultava essere già stato addebitato al prevenuto con l’apporto di tanti aumenti di pena corrispondenti al numero di persone rimaste uccise, già comprensivo pertanto degli elementi circostanziali riferiti a ciascuna violazione. Rappresenta pertanto un ingiustificato e inammissibile aggravio per la posizione dell’imputato quello di rivalutare la molteplice portata lesiva della condotta colposa, ai fini del bilanciamento delle circostanze, atteso che la stessa risulta interamente scontata dall’agente mediante l’aumento previsto dall’art. 589 c.p., comma 4.

12.8. Con un terzo motivo di ricorso E. si duole per il fatto che il giudice di rinvio, non uniformandosi al dictum del giudice di legittimità, in ciò incorrendo in violazione di legge processuale e in erronea applicazione della legge penale, aveva omesso di riconoscere la continuazione tra i reati omicidio colposo e di incendio colposo e quello di dolosa omissione di cautela antinfortunistica, che pure il giudice di legittimità ha ritenuto ammissibile quando l’imputato, come nel caso in specie, abbia agito nonostante la previsione dell’evento.

13. La difesa degli imputati Pr.Ge. e P.M. proponevano tre motivi di ricorso i quali per numerazione e contenuto ricalcano i tre motivi di ricorso avanzati dalla difesa del ricorrente E.H..

Attraverso i suddetti motivi i ricorrenti chiedono l’annullamento della sentenza del giudice di rinvio in punto alla mancata rideterminazione della pena edittale ad essi applicata in relazione al reato di omicidio colposo plurimo tenendo conto del novum rappresentato dalla esclusione ad opera del giudice di legittimità della circostanza aggravante di cui all’art. 437 c.p., comma 2, e, conseguentemente, dei riflessi sotto il profilo sanzionatorio che la stessa esclusione ha determinato rispetto al reato di omicidio colposo ascritto, tenendo altresì conto del fatto che la pena applicata dai giudici di merito agli odierni ricorrenti è basata su criteri medio massimi edittali per detto titolo di reato (anni quattro di reclusione) e pertanto si sarebbe imposta una motivazione rafforzata per giustificarne il mantenimento;

Una diversa valutazione doveva essere tratta dal dictum della cassazione in sede di comparazione delle circostanze di segno opposto, laddove il giudice di rinvio si era del tutto sottratto a questo compito ovvero lo aveva assolto condividendo la valutazione già svolta dal precedente giudice di merito, peraltro attraverso una motivazione contraddittoria e viziata da incoerenza nell’affrontare la relazione esistente tra circostanze e la particolare ipotesi di concorso formale di cui all’art. 589 c.p., comma 4.

Veniva infine denunciata violazione di legge processuale per il fatto che il giudice del rinvio non si era uniformato al principio di diritto sul riassetto delle pene, in ragione dell’omesso riconoscimento della disciplina della continuazione tra art. 537 c.p., comma 1, e art. 589 c.p., in presenza di condotta realizzata nella previsione dell’evento.

14. La difesa di M.D. si affida ad un unico articolato motivo di ricorso con il quale deduce violazione delle regole di apprezzamento della prova indiziaria, vizio di motivazione, anche in relazione all’art. 627 c.p.p., nonchè omessa assunzione di prova indiretta a confutazione ed erronea applicazione della legge penale sia in relazione alla sentenza del giudice di rinvio sia avverso la ordinanza istruttoria in data 28 maggio 2015 reiettiva delle istanze probatorie della parte.

14.1. Anche la doglianza del M. si incentra preliminarmente sulla prospettata esigenza, disattesa dal giudice del rinvio, ma imposta dal dictum del supremo collegio, di una nuova valutazione della condotta dell’imputato ricorrente alla stregua del nuovo assetto dei reati risultante dalla esclusione di rilievo eziologico alla dolosa omissione della predisposizione di misura di prevenzione.

14.2. In particolare assume il ricorrente che, una volta isolata la omissione dolosa rispetto alle altre condotte colpose efficienti rispetto all’evento disastroso, peraltro al ricorrente non riferibili, era interesse dello stesso M. tentare di dimostrare, in sede di giudizio di rinvio e ai limitati effetti della determinazione della pena, se egli aveva potuto realmente interferire con le scelte gestionali da attuare presso lo stabilimento di (OMISSIS). Assume che faceva obbligo al giudice di rinvio indicare in modo specifico, sulla base dei dati già acquisiti o quelli eventualmente ancora da acquisire le ragioni che stavano alla base della responsabilità dell’imputato in relazione agli altri criteri di imputazione del colpa per il delitto di cui all’art. 589 c.p..

14.3. In tale prospettiva denuncia pertanto erronea applicazione dei criteri di valutazione probatoria, avendo il giudice di rinvio utilizzato ipotesi congetturali e deviazioni rispetto alle risultanze degli atti di causa incorrendo in vizio di illogicità manifesta della motivazione e di elusione del diritto alla prova in violazione dell’art. 627 c.p.p., comma 2.

14.4. Rileva la difesa del M. che a seguito dell’annullamento disposto dal giudice di legittimità, a richiesta della parte interessata, la rinnovazione della istruttoria dibattimentale per l’assunzione di prove rilevanti si pone come atto dovuto da parte del giudice del rinvio il quale, pure tenuto ad uniformarsi alla sentenza della cassazione, non può ritenersi privo dei poteri di acquisizione probatoria in funzione rivalutativa riconosciutigli dall’art. 627 c.p.p., comma 2, soprattutto in ipotesi, come la presente, di grave deficit probatorio.

Invero a seguito della esclusione da parte del giudice di legittimità di un dato probatorio ritenuto prevalente ed assorbente nelle precedenti sentenze di merito, era indispensabile individuare una prevalente causa dell’incidente al quale era seguita la morte degli operai ovvero eseguire una gerarchia tra le varie concause e confermare o meno, anche alla stregua delle nuove richieste istruttorie, la partecipazione del M. agli atti decisionali dell’amministrazione.

14.5. A tale fine doveva ritenersi del tutto rilevante la prova articolata dal ricorrente che atteneva all’asserito ruolo di influenza del M. in ogni momento decisionale del board, non potendo all’uopo ritenersi pertinente la ragione della mancata ammissione nella limitazione del potere rivalutativo del giudice del rinvio alla sola rideterminazione della pena, atteso che anche a tale compito è necessario attendere nella piena cognizione dei fatti di causa.

14.6. Lamenta che la corte di assise di appello in maniera del tutto aprioristica e parziale aveva finito per trincerarsi in una valutazione di completezza istruttoria che poggiava esclusivamente sulle risultanze ad essa congeniali senza apprezzare quelle di segno opposto pur essendo tenuta, ai sensi dell’art. 546 c.p.p., comma 1, a misurarsi in motivazione anche con le prove di segno contrario ovvero di enunciare la ragione della irrilevanza della loro acquisizione, conseguendo in ragione di tale erronea valutazione probatoria, una rilevante lesione della posizione difensiva del ricorrente, rappresentata dalla mancata dimostrazione di quella situazione di fatto idonea a tradursi in una adeguata commisurazione della pena.

14.7. Analogo vizio di motivazione veniva dedotto anche con riferimento al giudizio di bilanciamento tra circostanze, laddove il giudice avrebbe dovuto tenere conto del novum rappresentato dalla esclusione del rilievo causale alla misura antinfortunistica ritenuta obbligatoria e dolosamente omessa, mentre lo stesso aveva ribadito il giudizio di equivalenza tra circostanze senza tenere in nessuna considerazione tale dato, anche a fronte del fatto che la partecipazione del M. ai singoli atti elencati dal P.M. in imputazione non risultava adeguatamente esplorato.

15. La difesa dell’imputato S. propone tre distinti motivi di ricorso per cassazione avverso la sentenza impugnata.

15.1. Con un primo motivo di ricorso deduce vizio procedurale ai sensi dell’art. 627 c.p.p., comma 3, per avere disatteso il disposto della sentenza delle Sezioni Unite relativamente all’ambito del riesame della quantificazione delle pene con riferimento alla misura della pena base inflitta in relazione al reato di omicidio colposo plurimo: sulla questione si doleva altresì per difetto di motivazione in ordine alla quantificazione della pena base.

15.2 In particolare censura la motivazione della sentenza impugnata nella parte in cui il giudice del rinvio aveva ritenuto di tenere ferma la pena per il suddetto reato, omettendo di considerare il novum rappresentato dalla esclusione ad opera del giudice di legittimità della circostanza aggravante di cui all’art. 437 c.p., comma 2, e conseguentemente dei riflessi, sotto il profilo sanzionatorio che la stessa esclusione aveva, rispetto al reato di omicidio colposo ascritto, il quale presenta un addebito ampiamente ridimensionato una volta eliminata la incidenza causale della omessa predisposizione dolosa di cautela antinfortunistica; all’uopo formula argomentazioni e denuncia difetti motivazionali della sentenza impugnata del tutto analoghi e sovrapponibili a quelli formulati dalla difesa del ricorrente E. come sintetizzati nei paragrafi da 12.1 a 12.6;

Il ricorrente evidenzia inoltre la contraddittorietà della motivazione del giudice di rinvio che se da un lato aveva mostrato di condividere l’esigenza di una differenziazione quoad poenam della posizione assunta dai diversi imputati in relazione alle contestazioni agli stessi mosse, con riferimento all’aumento di pena per il concorso formale con il reato di incendio colposo e alla determinazione della pena per il reato di cu all’art. 437 c.p., non più aggravato, dall’altra aveva del tutto omesso di considerare il significativo mutamento di prospettiva determinato dall’esito del giudizio di cassazione, che rende non più attuali le conclusioni quad poenam assunte dai giudici di merito; nè può ritenersi giustificato un richiamo per relationem ai criteri seguiti dai giudici di secondo grado in ragione del mutato quadro prospettico e un siffatto rinvio si risolve in motivazione apparente ed illogica.

15.3. Con un secondo motivo di ricorso la difesa del S. lamenta inosservanza di norme processuali per il fatto che il giudice di rinvio non si era uniformato al principio di diritto enunciato dalla Cassazione a Sezioni Unite in punto a giudizio di bilanciamento tra circostanze e al riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche; sullo stesso punto è denunciato vizio di violazione di legge per erronea applicazione della attenuante dell’art. 62 c.p., n. 6, giudicata sub valente con riferimento alla sanzione prevista dall’art. 589 c.p., comma 4, anzichè rispetto alla ipotesi relativa al singolo, più grave episodio di omicidio.

Le ragioni del motivo ripropongono sostanzialmente le doglianze riassunte al paragrafo 12.7 relativo ai motivi di ricorso dell’imputato E. cui per brevità esplicativa si ritiene di fare rinvio evidenziando che, in relazione alla posizione del ricorrente S., il vizio denunciato viene ritenuto ancora più penalizzante in ragione di un giudizio di minusvalenza dell’attenuante a questi riconosciuta rispetto alle circostanze aggravanti contestate.

15.4. Con un terzo motivo di ricorso si denuncia inosservanza dell’art. 627 c.p.p., comma 3, in quanto la sentenza impugnata avrebbe disatteso il disposto della sentenza del giudice di legittimità in relazione al riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche e comunque al bilanciamento della concessa attenuante di cui all’art. 62 c.p., n. 6. Si contesta altresì vizio motivazionale per omessa valutazione dei corretti presupposti per decidere in ordine alle suddette questioni.

In particolare il ricorrente si duole in ordine alle valutazioni del giudice di rinvio che lo hanno condotto ad escludere al S. il riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche, in particolare per il fatto di non avere inteso differenziare la posizione del C. da quella del S., al quale non erano attribuibili azioni volte ad alterare la genuinità delle deposizioni, laddove il giudice di legittimità ha espressamente rimesso al giudice del rinvio una nuova valutazione delle condotte asseritamente “inquinatorie” proprio nell’ambito delle valutazioni inerenti alla concessione e al bilanciamento delle circostanze e della determinazione della pena.

15.5. Per tale ragione si pone in rilievo l’apparenza e la incoerenza di una motivazione che si era limitata a riproporre elementi di valutazione che le Sezioni Unite avevano imposto di rivisitare, omettendo di attribuire il giusto rilievo al comportamento collaborativo del prevenuto in sede di esame dibattimentale e a quello precedente all’episodio dannoso in cui il S. si era impegnato per ottenere un incremento delle maestranze.

16. C.C. si affida a cinque motivi di ricorso.

16.1. Con un primo motivo e in via preliminare deduce inosservanza ed erronea applicazione della legge processuale e di quella penale e mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione in relazione all’art. 624 c.p.p., comma 1; erronea applicazione dell’art. 437 c.p., comma 1, in contrasto con il punto avente connessione essenziale con la parte annullata art. 437 c.p., comma 2.

Assume il ricorrente che essendo stato annullato il capo della sentenza che applicava la circostanza aggravante di cui all’art. 437 c.p., comma 2, in quanto la condotta addebitata (omessa predisposizione di un sistema automatico di rilevamento e spegnimento degli incendi) non si era posta in relazione causale con l’evento disastroso e mortale e considerato che tale omissione non era stata ritenuta dal giudice di legittimità efficiente perchè concretizzatasi in tempo non utile per procedere ad una tempestiva adozione della misura di prevenzione, ne deduceva che veniva a mancare lo stesso concetto di omissione il quale presuppone l’esistenza di un termine certo entro il quale l’azione salvifica andava realizzata.

Per tale ragione assume che già la suprema corte e comunque il giudice del rinvio avrebbero dovuto escludere del tutto la previsione di cui all’art. 437 c.p., per mancanza di tipicità del reato omissivo di cui all’art. 437, comma 1, in mancanza di un presupposto logico normativo della fattispecie, quale il termine entro il quale l’azione doveva essere realizzata.

In particolare lamenta una non corretta esplorazione dei rapporti tra la fattispecie del comma 1, della norma in esame, che costituisce ipotesi di reato omissivo proprio, rispetto a quella contemplata dal secondo comma, costituente reato omissivo improprio, ove peraltro la condotta tipica è unica e pertanto soggiace a regole identiche in punto a momento perfezionativo, il quale richiede, come indispensabile presupposto, il termine necessario per la installazione della specifica cautela antinfortunistica omessa, che nel caso in specie è stato ritenuto insufficiente.

16.2. Con un secondo motivo, sempre in via preliminare, chiede dichiararsi l’intervenuta estinzione per prescrizione dei reati di cui all’art. 449 c.p., e art. 437 c.p., comma 1; in subordine prospetta questione di legittimità costituzionale degli art. 624 c.p.p., comma 1, e art. 627 c.p.p., comma 3, per contrasto con l’art. 111 Cost., comma 2, art. 27 Cost., comma 3, e art. 3 Cost.; nonchè dell’art. 117 Cost., comma 1, in relazione all’art. 6 Cedu.

Assume il ricorrente che, alla stregua delle disposizioni normative anche di rango costituzionale richiamate, non vi è stato il passaggio in giudicato delle statuizioni sulla responsabilità penale dell’imputato C., così da precludere il compimento del termine prescrizionale medio tempore realizzatosi.

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