Processo Penale – Cassazione Penale 26/08/2016 N° 35536

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione Feriale

Data: 26/08/2016

Numero: 35536

Testo completo della Sentenza Processo penale – Cassazione penale 26/08/2016 n° 35536:

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SENTENZA Sul ricorso proposto da: 1) Tagliapietra Antonio, nato il 09/09/1986; Avverso l’ordinanza emessa il 30/05/2016 dal Tribunale del riesame di Bari; Sentita la relazione svolta dal Consigliere dott. Alessandro Centonze; Udito il Procuratore generale, in persona del dott. Paolo Canevelli, che ha concluso per il rigetto del ricorso; RILEVATO IN FATTO 1. Con ordinanza emessa il 30/05/2016 il Tribunale del riesame di Bari, pronunciandosi a norma dell’art. 309 cod. proc. pen., confermava l’ordinanza di custodia cautelare in carcere applicata ad Antonio Tagliapietra dal G.I.P. del Tribunale di Bari il 13/05/2016, in relazione al reato contestatogli ai sensi dell’art. 75, comma 2, d.lvo 6 settembre 2011, n. 159. Questa ipotesi di reato riguardava l’inosservanza delle prescrizioni imposte al Tagliapietra con il provvedimento impositivo della misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno nel Comune di Bari, emesso dal Tribunale di Bari, inerenti la detenzione e l’utilizzazione di utenze cellulari. Tale inosservanza veniva accertata mediante l’attività di intercettazione telefonica inizialmente disposta nel procedimento penale n. 9081/15 R.G.N.R. Mod. 44, iscritto a carico di ignoti in data 07/10/2015, in relazione al tentato omicidio perpetrato nei confronti del ricorrente l’01/10/2015. Da tali attività di intercettazione, in particolare, emergeva che il Tagliapietra deteneva e utilizzava il telefono cellulare nel quale era inserita la scheda numero 392-5816271, presso cui la sua convivente lo contattava abitualmente, chiamandolo Tonio. In questa cornice, il Tribunale del riesame di Bari riteneva congrua la motivazione posta a fondamento del provvedimento cautelare genetico, sotto il profilo della concretezza e dell’attualità del pericolo di reiterazione del reato contestato, evidenziando che il compendio indiziario era desumibile dalle sistematiche violazioni del divieto di detenere e utilizzare utenze cellulari, che era stato imposto al Tagliapietra in sede di applicazione della misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, sopra citata. Il Tribunale del riesame di Bari, inoltre, rigettava l’eccezione di inutilizzabilità delle intercettazioni telefoniche, proposta a norma dell’art. 270 cod. proc. pen., integrando la motivazione del provvedimento cautelare genetico – che aveva ritenuto le captazioní corpo del reato – e richiamando la giurisprudenza di questa Corte, secondo cui i risultati di intercettazioni legittimamente autorizzate all’interno di un procedimento inizialmente unitario sono utilizzabili per tutti i reati che ne sono oggetto, anche quando lo stesso procedimento sia stato successivamente frazionato (cfr. Sez. 6, n. 2780 del 17/06/2015, Morena, Rv. 264087). Queste considerazioni imponevano di ritenere infondata la residua doglianza difensiva, secondo cui le intercettazioni erano state disposte per un reato per il quale le attività di captazione dovevano essere escluse ab origine, atteso che essendo stato il mezzo di ricerca della prova legittimamente autorizzato nel 2 procedimento originariamente iscritto, tali intercettazioni erano utilizzabili anche per tutti gli altri reati del medesimo procedimento, a prescindere dal fatto che la loro emersione aveva dato luogo alla separazione processuale. Si riteneva, infine, certa l’identificazione del soggetto chiamato Tonio dalla sua convivente nelle conversazioni contestate, evidenziandosi che era stato Io stesso indagato, in sede di interrogatorio di garanzia, ad ammettere di avere effettuato i colloqui captati, pur affermando di essersi limitato a usare l’utenza cellulare intercettata, senza detenerla né portarla indosso. Sulla scorta di tale compendio indiziario il provvedimento impugnato veniva confermato. 2. Avverso tale provvedimento Antonio Tagliapietra, a mezzo del suo difensore, ricorreva per cassazione, deducendo tre motivi di ricorso. Con il primo motivo di ricorso si deducevano violazione di legge e vizio di motivazione, in riferimento agli artt. 266, 270 e 271 cod. proc. pen., in relazione al divieto di utilizzazione delle intercettazioni telefoniche sia in ordine al reato di cui all’art. 75, comma 2, d.lvo n. 159 del 2011 sia in ordine alla loro utilizzabilità in un differente procedimento penale. Si deduceva, in particolare, che il procedimento nel quale le intercettazioni erano state attivate era stato iscritto per tentato omicidio contro ignoti, con la conseguenza che, non risultando indagato il Tagliapietra, gli esiti di tali captazioni non potevano essere utilizzati nei suoi confronti, non sussistendo alcuna connessione con il reato per il quale si procedeva. Con il secondo motivo di ricorso si deducevano violazione di legge e vizio di motivazione, in riferimento all’art. 292, comma 2, lett. c), cod. proc. pen., in relazione all’omessa valutazione del lasso di tempo intercorso tra l’epoca di commissione del reato e l’adozione della misura cautelare genetica. Si deduceva, in tale ambito, che il lasso di tempo intercorso tra l’epoca di commissione del reato e l’adozione dell’originario provvedimento restrittivo aveva determinato un’attenuazione delle esigenze cautelari, sulla quale l’ordinanza impugnata aveva omesso di soffermarsi. Con il terzo motivo di ricorso, infine, si deducevano violazione di legge e vizio di motivazione, in riferimento all’art. 274 cod. proc. pen., in relazione all’incongruità del percorso argomentativo seguito dal Tribunale del riesame di Bari in ordine alla ritenuta sussistenza di un pericolo attuale e concreto di reiterazione del reato, resa evidente dalla circostanza che il Tagliapietra, già diversi mesi prima del suo arresto, non aveva più utilizzato in telefono cellulare in contestazione. 3 Queste ragioni processuali imponevano l’annullamento dell’ordinanza impugnata. CONSIDERATO IN DIRITTO 1. Il ricorso è infondato. Deve, innanzitutto, rilevarsi che risulta destituito di fondamento l’assunto processuale su cui si fonda il primo motivo di ricorso, secondo cui l’ordinanza cautelare genetica era stata emessa dal G.I.P. del Tribunale di Bari in violazione del divieto di utilizzazione delle intercettazioni telefoniche, rilevante sia in ordine al reato contestato che in ordine all’utilizzabilità delle captazioni in un differente procedimento penale. Deve, in proposito, rilevarsi che la motivazione del provvedimento impugnato risulta ineccepibile, laddove, integrando la motivazione dell’ordinanza cautelare genetica, richiama la giurisprudenza consolidata di questa Corte, secondo cui la diversità originaria del procedimento penale può assumere rilievo ai fini dell’esclusione dell’utilizzabilità delle intercettazioni soltanto nell’ipotesi in cui si faccia riferimento a reati oggetto di un procedimento sin dall’origine differente. Soltanto in questo caso, pacificamente non ricorrente nel caso in esame, l’utilizzazione degli esiti delle intercettazioni telefoniche è subordinata alla sussistenza dei parametri normativi richiamati dall’art. 270 cod. proc. pen. (cfr. Sez. 6, n. 2780 del 17/06/2015, Morena, cit.; Sez. 6, n. 49745 del 04/10/2012, Sarra Fiore, Rv. 254056). Né potrebbe essere diversamente, atteso che, in tema di intercettazioni, qualora il mezzo di ricerca della prova sia legittimamente autorizzato all’interno di un determinato procedimento, riguardante uno dei reati di cui all’art. 266 cod. proc. pen., i suoi esiti devono ritenersi utilizzabili anche per tutti gli altri reati relativi al medesimo procedimento, ancorché successivamente frazionato. Sul punto, non si può non richiamare la giurisprudenza di questa Corte, secondo cui: «I risultati delle intercettazioni telefoniche legittimamente acquisiti nell’ambito di un procedimento penale inizialmente unitario, riguardanti distinti reati per i quali sussistono le condizioni di ammissibilità previste dall’art. 266 cod. proc. pen., sono utilizzabili anche nel caso in cui il procedimento sia successivamente frazionato a causa della eterogeneità delle ipotesi di reato e dei soggetti indagati, atteso che, in tal caso, non trova applicazione l’art. 270 cod. proc. pen. che postula l’esistenza di procedimenti “ab origine” tra loro distinti» (cfr. Sez. 6, n. 21740 dell’01/03/2016, Masciotta, Rv. 266921). In questa cornice, l’infondatezza della doglianza difensiva in esame consegue al fatto che le intercettazioni telefoniche venivano disposte per il reato 4 di tentato omicidio nell’ambito del procedimento penale n. 9081/15 R.G.N.R. Mod. 44 e, nel contesto del medesimo procedimento, emergeva un’ipotesi di violazione dell’art. 75, comma 2, d.lvo n. 159 del 2011, che è quella contestata al Tagliapietra, in ordine alla quale i risultati delle captazioni attivate sono certamente utilizzabili. Quanto al residuo profilo censorio, relativo all’inutilizzabilità delle intercettazioni telefoniche per il reato contestato al Tagliapietra, deve rilevarsi che costituisce espressione di un orientamento ermeneutico consolidato quello secondo cui i risultati delle captazioni legittimamente acquisite in un procedimento sono utilizzabili anche per la prova di reati oggetto dello stesso procedimento, per i quali tali intercettazioni non sarebbero consentite. Sul punto, ci si deve limitare a richiamare la giurisprudenza consolidata di questa Corte, a tenore della quale: «I risultati delle intercettazioni telefoniche disposte per un reato rientrante tra quelli indicati nell’art. 266 cod. proc. pen. sono utilizzabili anche relativamente ad altri reati per i quali si procede nel medesimo procedimento, pur se per essi le intercettazioni non sarebbero state consentite» (cfr. Sez. 6, n. 22276 del 05/04/2012, Maggioni, Rv. 252870). Ne discende che le intercettazioni telefoniche poste dal G.I.P. del Tribunale di Bari a fondamento del provvedimento cautelare genetico devono ritenersi legittimamente utilizzabili, essendo state acquisite nell’ambito dell’originario procedimento penale iscritto per il tentato omicidio in danno del ricorrente e quelle relative al successivo periodo – compreso tra 1’01/12/2015 e il 22/12/2015 – nell’ambito dello stesso procedimento conseguente allo stralcio disposto in relazione ai delitti di furto aggravato. Queste ragioni impongono di ritenere infondato il primo motivo di ricorso. 2. Parimenti infondato deve ritenersi il secondo motivo di ricorso, con cui si deducevano violazione di legge e vizio di motivazione, in relazione all’omessa valutazione del lasso di tempo intercorso tra l’epoca di commissione del reato contestato al Tagliapietra e l’adozione del provvedimento genetico, il cui decorso aveva determinato un affievolimento delle esigenze cautelari del quale il Tribunale del riesame di Bari non aveva tenuto conto. Deve, in proposito, rilevarsi che, sul punto, non è riscontrabile alcuna incongruità motivazionale, tenuto conto del fatto che già nell’ordinanza cautelare genetico – espressamente richiamata nel passaggio argomentativo esplicitato nelle pagine 3 e 4 del provvedimento impugnato – si evidenziava che il requisito della concretezza e dell’attualità era desumibile dai convergenti elementi indiziari. Tra questi elementi si attribuiva peculiare rilievo all’arco temporale, particolarmente ampio, in cui il Tagliapietra aveva ignorato la prescrizione di non 5 detenere e portare indosso telefoni cellulari, avvalendosi dell’apparecchio nel quale era inserita la scheda numero 392-5816271, attraverso la quale conversava telefonicamente con la convivente. In questa cornice, come correttamente osservato dal Tribunale del riesame di Bari, nessun rilevanza può attribuirsi al rilievo difensivo secondo cui tra la disattivazione delle intercettazioni e l’adozione della misura cautelare era decorso un significativo lasso di tempo – invero limitato a soli quattro mesi – tenuto conto delle peculiarità della vicenda cautelare, correttamente valutate nel caso in esame alla luce della giurisprudenza di questa Corte, secondo cui: «In tema di presupposti per l’applicazione delle misure cautelari personali, la legge 16 aprile 2015, n. 47, introducendo nell’art. 274, lett. c), cod. proc. pen. il requisito dell’attualità del pericolo di reiterazione del reato, ha evidenziato la necessità che tale aspetto sia specificamente valutato dal giudice emittente la misura, avendo riguardo alla sopravvivenza del pericolo di recidivanza al momento della adozione della misura in relazione al tempo trascorso dal fatto contestato ed alle peculiarità della vicenda cautelare» (cfr. Sez. 5, n. 43083 del 24/09/2015, Maio, Rv. 264902). Nel caso di specie, le violazioni contestate si protraevano per tutto il tempo del monitoraggio captativo, inserendosi in un più ampio contesto criminale e consolidando la condizione di allarme sociale in relazione alla quale la pericolosità sociale del Tagliapietra veniva ritenuta, nel passaggio argomentativo correttamente esplicitato a pagina 5 del provvedimento impugnato, reiterata, persistente nel tempo e tale da giustificare l’adozione della misura cautelare genetica. Queste ragioni impongono di ritenere infondato il secondo motivo di ricorso. 3. Dall’infondatezza del secondo motivo di ricorso discende l’infondatezza della residua doglianza difensiva, a proposito della quale deve rilevarsi che il pericolo di reiterazione del reato censurato dalla difesa del Tagliapietra deriva dall’arco temporale – compreso tra 1’01/12/2015 e il 22/12/2015 – nel quale le violazioni in contestazione venivano registrate. Si è già detto, invero, che tali violazioni si protraevano per un arco temporale tutt’altro che modesto, rendendo evidente come il ricorrente avesse utilizzato il telefono cellulare in contestazione dando origine a una ripetuta e sistematica violazione delle prescrizioni che gli erano state imposte in sede di applicazione della misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno nel Comune di Bari; condotte rispetto alle quali, come correttamente osservato a pagina 4 del provvedimento impugnato, il ricorrente non aveva assunto alcun comportamento processuale di resipiscenza. 6 Per altro verso, il pericolo di reiterazione del reato emergeva dall’atteggiamento complessivo del Tagliapietra, nel valutare il quale già nel provvedimento cautelare genetico – espressamente richiamato nel passaggio argomentativo esplicitato a pagina 4 dell’ordinanza impugnata – si evidenziava che gli esiti delle intercettazioni telefoniche inducevano a ritenere che il ricorrente utilizzasse l’utenza cellulare in contestazione prima che la stessa venisse captata e avesse continuato a utilizzarla anche dopo la cessazione di tali captazioni. Queste ragioni impongono di ritenere infondato il terzo motivo di ricorso. 4. Per queste ragioni, il ricorso proposto nell’interesse di Antonio Tagliapietra deve essere rigettato, con la conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali. A tale statuizione consegue la trasmissione, a cura della cancelleria, di copia del provvedimento al direttore dell’istituto penitenziario, ai sensi dell’art. 94, comma 1-ter, disp. att., cod. proc. pen. Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali. Manda alla cancelleria per gli adempimenti di cui all’art. 94, comma 1-ter, disp. att., cod. proc. pen. Così deciso il 23/08/2016.

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