Processo Penale – Cassazione Penale 26/07/2016 N° 32476

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione VI

Data: 26/07/2016

Numero: 32476

Testo completo della Sentenza Processo penale – Cassazione penale 26/07/2016 n° 32476:

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SENTENZA
sul ricorso proposto da
Cavazza Dalida, nata a Verona il 24/02/1972
avverso la sentenza del 30/01/2015 della Corte di appello di Firenze
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Anna Criscuolo;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale
Giovanni Di Leo, che ha concluso chiedendo l’inammissibilità del ricorso.
RITENUTO IN FATTO
1. Con la sentenza impugnata la Corte di appello di Firenze ha confermato la
sentenza emessa, all’esito di giudizio abbreviato, il 20/01/2011 dal Tribunale di
Lucca nei confronti di Cavazza Dalida, ritenuta colpevole del reato di evasione e
condannata, esclusa la recidiva, alla pena di mesi quattro di reclusione.
In sede di merito si è accertato che l’imputata, detenuta agli arresti
domiciliari in un caravan, non vi fu trovata in occasione del controllo effettuato
alle ore 02,50 del 15 settembre 2009 dai CC, che, dopo aver bussato
ripetutamente alla porta, suonato il clacson ed acceso il faro in dotazione, si
allontanarono dopo dieci minuti.
Respinta la tesi difensiva dell’incolpevole mancata risposta al controllo a
causa del sonno profondo, i giudici di merito hanno ritenuto insuscettibile di
ulteriore ridimensionamento il trattamento sanzionatorio, già applicato nel
minimo, e negato il riconoscimento delle attenuanti generiche in ragione del
comportamento processuale dell’imputata.
2. Avverso la sentenza propone ricorso il difensore dell’imputata, che ne
chiede l’annullamento per i seguenti motivi:
– violazione di legge e nullità assoluta del giudizio e della sentenza per
omessa citazione dell’imputata nel giudizio di appello: l’imputata non ha mai
ricevuto l’avviso di fissazione dell’udienza, in quanto il decreto di citazione è
stato notificato ex art. 157, comma 8 bis, cod. proc. pen. al difensore per
precedente notifica negativa presso il luogo di residenza. Si deduce che
l’imputata non aveva eletto domicilio e nel corso del giudizio di primo grado
aveva ricevuto le notificazioni presso la sua abitazione; inoltre, il difensore non
aveva prestato il consenso a riceverle, come risulta dalla nomina allegata al
ricorso: pertanto, l’omessa citazione ha impedito la partecipazione dell’imputata
al giudizio e la nomina fiduciaria non costituisce presunzione di conoscenza
dell’atto in capo all’imputato, specie nel caso in cui il difensore ha negato il
consenso a tale forma di comunicazione cosicché una volta accertata
l’impossibilità di notificare l’atto presso la residenza, si sarebbero dovute avviare
le ricerche;
– mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione con
riferimento a specifici atti del processo: nel corso dell’esame l’imputata ha
spiegato che nel periodo in cui era agli arresti domiciliari aveva difficoltà a
dormire con regolarità, avendo un figlio piccolo, che era stato operato e piangeva
ad orari diversi, cosicché quando riusciva ad addormentarsi aveva un sonno
profondo, ma il Tribunale prima e la Corte di appello poi hanno, con motivazione
apparente, respinto la tesi difensiva, ritenendo indubitabile che i carabinieri
avessero svolto il controllo per il tempo indicato;
– mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione ed
erronea applicazione dell’art. 62 bis cod. pen.: pur dando atto del minimo rilievo
dei precedenti penali dell’imputata, la Corte di appello non ha affatto motivato il
diniego delle attenuanti generiche.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso è infondato e va rigettato per le ragioni di seguito illustrate.
1.1 Infondato è il primo motivo di ricorso.
Risulta dagli atti che con atto depositato il 7 ottobre 2010 l’imputata aveva
nominato difensore di fiducia l’avv. Velani, il quale dichiarava di non accettare le
notificazioni ex art. 157, comma 8 bis, cod. proc. pen., e che il decreto di
citazione in appello fu notificato all’imputata presso la residenza, non risultando
elezione di domicilio, ma con esito negativo. Preso atto dell’esito infruttuoso della
notificazione (eseguita il 3 marzo 2014 dall’ufficiale giudiziario, che nella relata
attestava che l’imputata risultava trasferita), all’udienza del 26 marzo 2014,
presente il difensore di fiducia, fu disposto il rinvio all’udienza del 30 gennaio
2015 e disposta la notificazione ai sensi dell’art. 157, comma 8 bis cod. proc.
pen.; in tale udienza, presente il difensore, che nulla eccepì, il processo fu
definito.
E’, quindi, certo che il decreto di citazione fu notificato al difensore in data
11/12/2014 con l’espressa indicazione della disposizione di legge per la quale
l’atto era consegnato allo stesso, in luogo del suo destinatario, e che il difensore
nulla osservò, accettando l’atto nella qualità di domiciliatario ex lege
dell’imputato.
Come già ritenuto da questa Corte, se è vero che l’avvocato difensore di
fiducia non deve reiterare la dichiarazione prevista dall’art. 157, comma 8 bis,
cod. proc. pen. ossia la dichiarazione di non voler ricevere come domiciliatario le
comunicazioni e le notificazioni all’imputato, nel caso in cui il difensore di fiducia,
al quale l’atto è notificato proprio ai sensi della norma indicata, nulla oppone e
accetta l’atto, è corretto ritenere che abbia revocato implicitamente per fatti
concludenti la dichiarazione originaria e che, quindi, abbia accettato di essere
domiciliatatario dell’imputato (Sez. 3, n. 37264 del 05/06/2013, Cialfi, Rv.
257220).
Tuttavia, ed il rilievo è assorbente, anche a voler ritenere una irregolarità
procedurale, non trattandosi di citazione omessa, ma di citazione viziata, che
non impedisce la conoscenza dell’atto da parte del destinatario, si vede, nel caso
di specie, nell’area di operatività non già della nullità assoluta, ma, come
precisato anche da Sez. U, n. 119 del 27/10/2004 – dep. 07/01/2005, Palumbo,
Rv. 229540, in quella delle nullità di ordine generale a regime intermedio, che
devono essere dedotte ed eccepite dalla parte interessata prima dello spirare dei
termini di decadenza previsti dal codice di rito, nella specie, prima della
pronuncia della sentenza di appello, secondo quanto ritenuto anche da Sez. U.,
n. 22242 del 27/01/2011, Scibè, Rv. 249651.
Questa Corte ha, anche di recente, precisato che la notificazione all’imputato
del decreto di citazione in appello, eseguita ai sensi dell’art. 157, comma ottavo
bis, cod. proc. pen. presso il difensore (che in quel caso era di ufficio, mentre in
quello che ci occupa era di fiducia) determina, se l’interessato non “rappresenta”
con elementi idonei la mancata conoscenza dell’atto, sussiste una nullità a
regime intermedio che è sanata se non tempestivamente eccepita nel corso del
giudizio d’appello (così Sez. 6, n. 9723 del 17.1.2013, Serafino, rv. 254693,
fattispecie in cui la Corte ha escluso “deficit” di conoscenza dell’atto da parte
dell’imputato per avere il difensore d’ufficio dapprima svolto la sua attività nel
corso di tutto il giudizio d’appello senza mai eccepire alcunché e poi proposto
ricorso per cassazione limitandosi a rilevare l’irrituale notificazione senza,
tuttavia, lamentare l’ignoranza del suo assistito).
E, ancora, più di recente, è stato ribadito che la nullità conseguente alla
notifica all’imputato del decreto di citazione a giudizio presso lo studio del
difensore di fiducia anziché presso il domicilio dichiarato è di ordine generale a
regime intermedio in quanto detta notifica, seppur irritualmente eseguita, non è
inidonea a determinare la conoscenza dell’atto da parte dell’imputato, in
considerazione del rapporto fiduciario che lo lega al difensore (Sez. 4, n. 40066
del 17.9.2015, Bellucci, rv. 264505).
2. Anche il secondo motivo è manifestamente infondato perché generico e
meramente reiterativo delle censure già proposte in appello e disattese con
adeguata e congrua motivazione, di cui si contesta l’apparenza, contrapponendo
la tesi alternativa, ritenuta più plausibile e preferibile a quella accolta dai giudici
di merito.
Ribadito che in sede di legittimità è preclusa a questa Corte una rilettura
delle risultanze processuali, dovendo il giudizio concentrarsi sulla completezza e
non manifesta illogicità della motivazione della sentenza impugnata, nel caso di
specie la verifica risulta positiva, avendo i giudici di merito logicamente spiegato
le ragioni per le quali la tesi difensiva è stata disattesa e ritenuta inverosimile.
I giudici di merito hanno chiarito che il controllo protrattosi per dieci minuti,
con azionamento del clacson e del faro in dotazione ai militari, non poteva
risultare negativo sia per la struttura del luogo di abitazione, costituito da una
roulotte, sia per la contestuale presenza all’interno del marito e del bambino, che
non avevano il problema dichiarato, ma in alcun modo documentato
dall’imputata, come rilevato dal giudice di primo grado.
3. Anche il terzo motivo è manifestamente infondato, avendo i giudici di
merito motivato, contrariamente all’assunto difensivo, il diniego delle attenuanti.
Peraltro, il ricorrente non indica né specifica quali elementi, non apprezzati,
ne avrebbero giustificato il riconoscimento e secondo l’orientamento di questa
Corte per giustificare il diniego è sufficiente l’indicazione degli elementi di
preponderante rilevanza, ritenuti ostativi alla concessione delle attenuanti: ne
consegue che le attenuanti generiche possono essere negate anche soltanto in
base ai precedenti penali dell’imputato, perché in tal modo viene formulato,
comunque, sia pure implicitamente, un giudizio di disvalore sulla sua personalità
(Sez.2, n. 3896 del 20/01/2016, Rv. 265826), come avvenuto nel caso di specie,
risultando l’imputata gravata da precedenti.
Al rigetto del ricorso consegue la condanna della ricorrente al pagamento
delle spese processuali.
P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese
processuali.
Così deciso, il 05/07/2016.

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