Processo Penale – Cassazione Penale 06/07/2016 N° 27954

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione VI

Data: 06/07/2016

Numero: 27954

Testo completo della Sentenza Processo penale – Cassazione penale 06/07/2016 n° 27954:

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SENTENZA sul ricorso proposto da Strozzieri Marco, nato a Giulianova (TE) il 02/08/1960 avverso la sentenza del 08/05/2013 della Corte di appello di L’Aquila visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso; udita la relazione svolta dal Consigliere Anna Criscuolo; udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Felicetta Marinelli, che ha concluso per il rigetto del ricorso; udito il difensore della parte civile costituita ASL di Teramo, avv. Francesco Carli, che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso, in subordine, per il rigetto; udito il difensore, avv. Gabriele Rapali, che ha concluso chiedendo l’accoglimento del ricorso. RITENUTO IN FATTO 1. Con la sentenza impugnata la Corte d’Appello di L’Aquila, in parziale riforma della sentenza emessa il 14 giugno 2011 dal Tribunale di Teramo nei confronti di Strozzieri Marco, ritenuto responsabile del delitto di peculato, ha ridotto la pena, previo riconoscimento dell’attenuante del risarcimento del danno, con concessione dei doppi benefici. In sede di merito è stato accertato che l’imputato, in qualità di medico del reparto di ostetricia e ginecologia dell’ospedale di Giulianova, autorizzato dalla ASL di Teramo a svolgere attività professionale intramoenia, ometteva di fatturare le visite mediche effettuate, appropriandosi in tal modo dell’intero importo della tariffa, pur essendo obbligato a riscuotere l’onorario in nome e per conto della ASL, a rilasciare fattura sul bollettario ASL, a trattenere in acconto il 50% degli importi ed a versare il 50% all’ufficio cassa dell’ospedale. Respinta preliminarmente l’eccezione di inutilizzabilità dei verbali di sommarie informazioni rese dalle pazienti, acquisiti nel corso della verifica fiscale, per essere stati gli atti acquisiti con l’accordo delle parti, e ritenuta la qualifica di pubblico ufficiale spettante all’imputato in relazione alla detenzione di denaro di pertinenza della pubblica amministrazione, i giudici di merito hanno ritenuto provato, sulla scorta dei controlli eseguiti dalla Guardia di Finanza e delle dichiarazioni rese dalle pazienti, i cui nominativi risultavano dai file del computer in uso all’imputato, ma non dai bollettari, che l’imputato aveva omesso di inviarle al CUP per la prenotazione, di rilasciare loro le ricevute per le prestazioni effettuate e di versare la metà degli importi incassati alla ASL. In ragione della restituzione integrale della somma oggetto di appropriazione, è stata riconosciuta la relativa attenuante con conseguente ridimensionamento della pena. 2. Avverso la sentenza ricorre il difensore dell’imputato, che ne chiede l’annullamento per i seguenti motivi: 2.1 inosservanza ed erronea applicazione della legge penale in relazione all’art. 314 cod. pen.: la Corte avrebbe errato nel ritenere l’imputato pubblico ufficiale, in quanto allo stesso non può attribuirsi la qualifica di agente contabile o agente di riscossione, in quanto medico convenzionato, che svolge attività libero professionale, percepisce denaro per detta attività e ha solo l’obbligo negoziale di versare una percentuale alla ASL, sicché il denaro ricevuto a titolo di compenso non può ritenersi pubblico ab origine né successivamente. Difetta, pertanto, il possesso qualificato di denaro pubblico in capo all’imputato, l’appartenenza alla PA dello stesso e la condotta appropriativa; 2.2 inosservanza ed erronea applicazione della legge penale in relazione all’art.220 disp. att. cod. proc. pen.: si contesta l’utilizzabilità degli atti di indagine acquisiti dal giudice di primo grado con il consenso delle parti, in quanto le sommarie informazioni non risultano assunte con le modalità previste dall’art. 351 cod. proc. pen. Si contesta che il processo verbale di constatazione può essere acquisito quale documento, ma non possono essere utilizzate le dichiarazioni di terzi in esso contenute. 2 /7/ CONSIDERATO IN DIRITTO 1. Il ricorso è inammissibile, in quanto meramente reiterativo dei motivi già proposti in appello, disattesi dalla Corte con motivazione congrua e corretta, con la quale il ricorrente non si confronta; peraltro, i motivi sono manifestamente infondati. 1.1 Manifestamente infondato è il primo motivo, che derubrica a semplice inadempimento contrattuale la condotta dell’imputato. Risulta dagli atti che in base alla convenzione stipulata con l’ASL di Teramo l’imputato era stato temporaneamente autorizzato, in attesa dell’allestimento degli spazi e delle attrezzature da destinare all’attività libero professionale intramoenia presso il presidio ospedaliero di Giulianova, ad esercitare l’attività libero professionale presso il suo studio privato, eseguendo le prestazioni concordate ed applicando le tariffe stabilite dall’Azienda, impegnandosi espressamente a riscuotere dette tariffe in nome e per conto dell’Azienda ( v. art. 4 della convenzione), a fatturare al paziente l’importo su bollettario appositamente fornito dalla Direzione Sanitaria del P.O. di Giulianova ed a prenotare le prestazioni attraverso il C.U.P. della ASL, mentre, invece, dagli accertamenti svolti era emerso che, pur avendo ricevuto dai pazienti le somme dovute per la sua prestazione, aveva omesso il successivo versamento all’azienda sanitaria della parte di spettanza della stessa. Pertanto, pur essendo indiscussa la natura privatistica dell’attività intramuraria svolta dal professionista, allo stesso deve riconoscersi la qualità di pubblico ufficiale al pari di qualunque dipendente pubblico che le prassi o le consuetudini mettano nella condizione di riscuotere e detenere denaro di pertinenza dell’amministrazione, venendo in rilievo non già l’attività professionale, ma la virtuale sostituzione del medico ai funzionari amministrativi nell’attività pubblicistica di riscossione dei pagamenti (in termini Sez. 6, n. 2969 del 6 ottobre 2004, dep. 31/01/2005, Moschi, Rv. 231474). Ed è orientamento consolidato che integra il delitto di peculato la condotta del medico dipendente di un ospedale pubblico il quale, svolgendo in regime di convenzione attività intramuraria, dopo aver riscosso l’onorario dovuto per le prestazioni, ometta poi di versare all’azienda sanitaria quanto di spettanza della medesima, in tal modo appropriandosene (Sez. 6, n.25255 del 14/02/2012, Rv. 253098 e Sez. 6, n. 39695 del 17/09/2016 Rv. 245003, che in motivazione precisa che anche il medico convenzionato, pur non potendosi qualificare dipendente pubblico, riveste la qualità di pubblico ufficiale per la parte della sua attività inerente al versamento delle somme che, in base alle norme vigenti in materia di attività intra moenia, sono dovute all’azienda sanitaria, sicché è 3 configurabile il reato di peculato nell’ipotesi in cui tale soggetto si appropri di tali porzioni di somme ricevute dai pazienti). 2.2 Manifestamente infondato è anche il secondo motivo, avendo la Corte di appello correttamente ritenuto utilizzabile i verbali di sommarie informazioni rese da alcune pazienti, allegati alla comunicazione di reato ed al processo verbale di constatazione della Guardia di Finanza. Oltre a precisare che tali atti erano stati acquisiti con il consenso delle parti, in ordine alla piena utilizzabilità degli stessi la Corte di appello ha chiarito che detti atti non risultano affetti da inutilizzabilità patologica, con conseguente insussistenza di violazioni di garanzie difensive. I giudici di merito hanno fatto corretta applicazione del principio affermato da questa Corte, secondo il quale gli atti contenuti nel fascicolo del Pubblico Ministero ed acquisiti, sull’accordo delle parti, al fascicolo per il dibattimento, possono essere legittimamente utilizzati ai fini della decisione, non ostandovi neppure i divieti di lettura di cui all’art. 514 cod. proc. pen., salvo che detti atti siano affetti da inutilizzabilità cosiddetta “patologica” qual’é quella derivante da una loro assunzione contra legem (Sez. 3, n. 35372 del 23/05/2007, Panozzo, Rv. 237412). Nella fattispecie, non risultano vizi invalidanti e le argomentazioni del ricorrente, oltre ad essere generiche, non sono pertinenti, riguardando l’ipotesi di atti nel corso dei quali emergano indizi di reato a carico del dichiarante, il che all’evidenza è da escludere per le dichiarazioni delle pazienti sentite dagli inquirenti. All’inammissibilità del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, al versamento di una somma in favore della cassa delle ammende, che si stima equo determinare in euro 1.500,00 nonché alla rifusione delle spese di rappresentanza in questa fase sostenute dalla parte civile costituita, che si liquidano in 2.000 euro complessivi, comprensivi del 15% per spese generali, oltre IVA e CPA. Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di C 1.500 in favore della cassa delle ammende, nonché alla rifusione delle spese di rappresentanza in questa fase della parte civile ASL di Teramo, che si liquidano in C 2.000 complessivi, oltre IVA e CPA. Così deciso, il 16/06/2016.

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